da Paolo Talone | Gen 10, 2020
(Teatro Quirino – Roma, 7/19 gennaio 2020)
Due straordinarie attrici, Giulia Lazzarini e Anna Maria Guarnieri, che per talento – anche comico – e decennale esperienza sulle scene sono le protagoniste assolute della brillante commedia di Kesserling, resa celebre da Frank Capra.
Nel cocktail a base di rosolio – fatto rigorosamente in casa da mani amorevoli – Abby e Marta, le due anziane sorelle di casa Brewster, aggiungono piccole dosi di cianuro, stricnina e ovviamente arsenico. La bevanda micidiale viene servita agli ospiti a cui affittano le camere di casa loro, generalmente signori senza famiglia, che vengono così aiutati a morire con un sorriso sulle labbra. Un gesto di immensa cortesia e generosità secondo la pazza visione delle due donne. Lo confessano senza alcun problema al loro caro nipote Mortimer, appena giunto per comunicare alle zie la bella notizia dell’imminente matrimonio con Giulia, figlia del Reverendo Stone. In barba alla moda dei nostri giorni che condanna anche la più banale intenzione di fare spoiler, sappiamo fin da subito che a uccidere il povero Clinton Brown – il cui cadavere giace nella cassapanca in attesa di sepoltura – sono state proprio le candide, innocenti e dolcissime sorelle Abby e Marta Brewster. La vicenda si spoglia così della tinta del giallo, che svela solo all’ultima pagina il nome dell’assassino, per vestire i panni di un’esilarante commedia. Rimane però il contorto intrico dei fatti, tipico del genere, che crea una serie di divertenti equivoci di cui unico testimone è il pubblico. Gli oggetti di scena servono al racconto e sono parte fondamentale del gioco drammatico di questo tipo di commedia: la scarpa del morto, la borsa degli attrezzi del dottor Einstein, la tromba e i soldatini di Teddy, la bottiglia di rosolio. Personaggi tra i personaggi, potremmo dire, in una scena – l’interno di casa Brewster con affaccio romantico sul cimitero – ricostruita in stile neogotico, in perfetta armonia con le atmosfere del testo. Una specie di casa degli orrori dove mistero e tensione sono parte integrante del divertimento. La macchina è complessa e difficile da seguire (due ore e quindici minuti di spettacolo senza intervallo), ma la precisione della regia e l’eccezionale bravura di Giulia Lazzarini (Abby) e Anna Maria Guarnieri (Marta) mantengono viva l’attenzione sui fatti, che si sbrogliano con gradevole fluidità, come se fossimo davanti alla proiezione di un film. Merito certamente anche della professionalità degli altri attori della compagnia, tra cui spicca per particolare espressività e carattere Paolo Romano nel ruolo di Mortimer.
data di pubblicazione:10/01/2020
Il nostro voto: 
da Donatella Romeo | Gen 10, 2020
In Hammamet Amelio utilizza Craxi per raccontare la qualità della politica. Uno spaccato di uomini e mondi senza qualità che popolavano le corti politiche della prima repubblica, sanguisuga pronti a sfruttare tutto e cambiare velocemente posizione al mutare del vento. È questo che emerge prepotentemente dal nuovo film di Gianni Amelio in sala dal 9 gennaio distribuito da 01 Distribution, in cui il regista racconta gli ultimi mesi di vita di uno dei grandi leader politici della repubblica: Bettino Craxi.
Non un film che indaga le ragioni politiche, neanche un film su un uomo, sconfitto ma non distrutto, che non si arrende e continua a credere che i finanziamenti illeciti fossero un male necessario giustificato dal fine della politica intesa in senso alto. Non un film sul Craxi uomo che piuttosto che darla vinta ad una magistratura, che voleva solo “rinchiuderlo e fondere la chiave”, sceglie l’esilio, una prigione dorata in Tunisia, una casa-fortezza di Hammamet su una collina.
Una fotografia e una sceneggiatura appena sufficienti, ampiamente compensati dal talento istrionico dello straordinario Pierfrancesco Favino, che grazie a un trucco prodigioso (5 ore al giorno), del prosthetic make up designer Andrea Leanza, è identico all’ex leader socialista morto vent’anni fa proprio in questi giorni, il 19 gennaio 2000. Un Craxi, che rivive grazie a Favino, e che, oggi come allora, conferma le sue doti di leader che incanta per energia, profondità e capacità di pensiero. Un Craxi che in fondo ci mette nostalgia soprattutto se si pensa alla metamorfosi politica dell’ultimo ventennio. Non a caso Francesco Saverio Borrelli un decennio dopo dichiarò: «chiedo scusa per il disastro seguito a “mani pulite”, non valeva la pena buttare all’aria il mondo precedente, per cadere in quello attuale». Anche Gherardo Colombo, intervistato dall’Espresso gli fece eco: «mani pulite sotto il profilo giudiziario è servita poco o nulla». È mancato il salto culturale, non si è generato l’antivirus sociale, ecco perché il caso “C” è ancora aperto.
È lo stesso Gianni Amelio a chiarire nelle sue note di regia la sua ambizione per questo film: “Non volevo fare una biografia, né il resoconto esaltante o travagliato di un partito – scrive il regista – e men che mai un film che desse ragione o torto a qualcuno. Volevo rappresentare comportamenti, stati d’animo, impulsi, giusti o sbagliati che siano. Cercando l’evidenza e l’emozione”. E c’è riuscito.
Ecco perché Hammamet, malgrado lo straripante carisma del protagonista, non è un film su un uomo solo, oramai malato, ma ancora orgoglioso, che aveva gestito un immenso potere. È di certo anche un film su Bettino Craxi, inviso agli americani per non aver obbedito ai diktat sull’affaire Sigonella, ma è soprattutto una finestra su un mondo di nani e ballerine la cui unica vera capacità è la grande velocità nel posizionarsi a favore di chi può essere utilmente “spolpato”. Personaggi che popolano l’entourage del leader politico di turno, incuranti dei risvolti etici e morali. Gli invisibili onnipresenti, come nel film, pronti ad applaudire al nuovo perché tutto cambi senza cambiare.
data di pubblicazione:10/01/2020
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da Alessandro De Michele | Gen 8, 2020
Come ci ricorda sapientemente Manganelli nel suo Pinocchio un libro parallelo, nella figura del burattino e nelle sue inquietanti avventure è insita una straniante ambiguità, carica di possibili metafore e al tempo stesso sfuggente ad ogni definiva classificazione. Deve essere stata proprio questa oscura e perturbante eccedenza di senso, questa sfasatura tra significati apparenti (o contenuti manifesti?) e significati archetipici pescati dalle profondità di un immaginario popolare arcaico a incantare e sedurre irrimediabilmente Fellini. Il grande regista infatti coltivò a lungo il proposito di realizzare un film da Pinocchio: lo corteggiò garbatamente, girandoci intorno soprattutto negli ultimi anni della sua vita al punto che questa suggestione finì per contaminare la sua ultima sofferta opera che è La voce della luna.
Tuttavia, credo che proprio il percepire la grande potenza archetipica di questo racconto (che in qualche modo ” informa” un po’ tutto il suo cinema!) produsse una sorta di soggezione reverenziale che bloccò ogni passo decisivo verso una concreta realizzazione.
Dunque Pinocchio non poteva non rappresentare una seducente sfida carica di possibilità per un autore dotato di sensibilità umana e forza visionaria come Matteo Garrone: una sfida ambiziosa e piena di insidie, che si collocava tra il capolavoro di Comencini e il parodistico, fallimentare Pinocchio di Benigni. E paradossalmente Garrone riparte proprio da Benigni, e ne fa il punto forte del suo film: il suo Geppetto infatti è un omino fragile e spelacchiato che porta con se tutta la verità di un mondo contadino aspro e a volte feroce, fatto di povertà e di poesia, di innocenza e di superstizione, magico e terribilmente umano.
Da questa suggestiva evocazione muove e si dipana il film che tiene costantemente il passo con la narrazione del libro, concentrandosi sulla forza delle immagini, gestite con grande sapienza artigianale e coerenza espressiva, al fine di restituire più fedelmente possibile le suggestioni del racconto. Ma forse proprio questa intenzione di fedeltà finisce per essere una scelta che si pone come il punto forte e al tempo stesso il limite del film: probabilmente la necessità di contrarre i tempi adeguandoli ad un prodotto che, in virtù anche dello sforzo produttivo, è pensato per una grande platea (per di più natalizia!), non consente alle felici premesse di raggiungere uno sviluppo veramente compiuto e di mettere a fuoco una visione pienamente originale e “ autoriale”, come ci saremmo aspettati da un regista del calibro di Garrone.
Oltre al fatto di aver sacrificato interamente alcuni episodi (scelta assolutamente legittima in qualunque adattamento cinematografico), sembra che a volte l’inventiva registica abdichi alla necessità di attuare alcuni passaggi narrativi contraendo il racconto con soluzioni di montaggio che accorciano il respiro magico di alcuni momenti e penalizzano la performance di alcuni interpeti, penso in primis al Mangiafuoco di Proietti, che fa il suo dovere, ma non lascia il segno. Certamente apprezzabile il lavoro del piccolo Ielapi, che tuttavia è molto lontano dal restituire la guizzante, irriverente e inafferrabile energia dell’inorganico Pinocchio, nonostante l’encomiabile lavoro di Mark Coulier per il trucco del burattino, come per tutti i personaggi zoomorfi del film. Convincente e incisivo invece il Massimo Ceccherini –Volpe al punto da oscurare l’ottusa presenza del Gatto di Rocco Papaleo.
Insomma, Pinocchio è una di quelle grandi opere su cui si continuerà a dire, scrivere, pensare e immaginare, sedotti dall’inesauribile potenza evocativa che questo “raccontino popolare” continua ad emanare abitando la nostra memoria e il nostro inconscio; ma forse sono finiti i tempi in cui un artista, sfidando le logiche commerciali ed eludendo qualunque tentazione di compiacimento nei confronti del grande pubblico, spingeva le proprie “pulsioni creative” fino ai limiti dell’azzardo, avanzando in territori oscuri e inesplorati (penso a quanto fu spiazzante e avverso alle aspettative del grande pubblico un capolavoro come Il Casanova di Fellini).
In questo senso il film di Garrone rappresenta un perfetto esempio di prodotto di alta fattura, tuttavia preconfezionato, pensato a tavolino per un pubblico con un palato avvezzo a consumare immagini belle, quanto addomesticate, che più che a sogni perturbanti, aspira a sonni tranquilli.
data di pubblicazione:08/01/2020
da Daniele Poto | Gen 7, 2020
(Teatro di Documenti – Roma, 3/6 gennaio 2020)
Esilarante e scoppiettante trattamento di un autore letterariamente e cinematograficamente riccamente riscoperto. Trama-pretesto tra giochi di luce, cambi di sala e balli partecipati con il pubblico.
La conformazione del teatro si presta a cambi di scena, a brusche ed intermittenti suture di un vaudeville affrontato a ritmo di carica. Con gli uomini che fanno le donne e viceversa. Giochi di travestimenti e inganni sull’età per un matrimonio che, sul brivido dell’erotismo agognato, si deve fare a tutti i costi. La prima notte di nozze sarà un disastro ma l’invenzione miracolosa della fatina buona farà si che una vecchia rugosa si trasformi un’affascinante fanciulla ovvero come da un paginetta e mezzo di Basile si possa ardire a un’incalzante crescendo. Per la verità il finale è anche nero e non solo rosa. Perché la sorella invidiosa ci lascerà le penne e nell’immobilità finale si riscatta la bravura del demiurgo Longobardi che nella ripresa di uno spettacolo collaudato si esalta come femminella stagionata, guidando marpionescamente le danze, con frequenti ammicchi rivolti al pubblico. Che si fa esso stesso attore itinerante e partecipante alla favola rosa-nera. Il napoletano è la lingua (non il dialetto) dominante ma anche attori romani se la cavano magnificamente. Non è facile vedere in scena 18 attori e/o musicisti. Anche questo è un miracolo della passione teatrale nelle sale di Damiani che consentono contorsioni semi-acrobatiche degne di una grotta. Il viaggio fantastico è una digressione nella fantasia più spinta con afrori di burlesque nei travestimenti e un pizzico di poesia. Sullo sfondo il mito di una bellezza, agognata e raggiungibile, alla fine. Il turpiloquio è la scorciatoia ovvia per parlare alla pancia del pubblico pensante.
data di pubblicazione:07/01/2020
Il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Gen 6, 2020
Loach si conferma maestro di cinema, e non solo di quello politico inglese. Dopo lo splendido I, Daniel Blake non ci sorprende affatto che questo meraviglioso ultra ottantenne continui a ricordarci quanto crescente disagio ci sia nella nostra società, così imbevuta di benessere, veloce e capricciosa ma altrettanto cieca verso i veri problemi esistenziali dei meno abbienti, purtroppo in continua crescita. Sorry we missed you è una denuncia reale, misurata, profonda sugli abusi ancora perpetuati ai danni delle classi più deboli, che accende in noi il dovere di guardarci intorno per vedere con un occhio diverso quanta sofferenza possa esserci tra coloro che silenziosamente ci circondano ma che, soprattutto, ci sprona ad indignarci.
Ricky (Kris Hitchen) e Abbie (Debbie Honeywood) vivono a Newcastle, e possono definirsi una famiglia unita. Lei svolge con infinita pazienza e dolcezza un’attività di infermiera a domicilio per anziani non autosufficienti, mentre lui nella vita ha fatto tanti mestieri senza mai far mancare nulla a sua moglie e ai suoi due figli, Liza Jane di 11 anni e l’adolescente Sebastian. Una coppia dunque di persone semplici, normali, che si vogliono bene e che ambiscono a comprarsi un piccolo appartamento come coronamento di una vita di sacrifici. Al fine di accumulare qualche risparmio per realizzare il loro progetto, Ricky propone alla moglie di vendere l’auto con cui la donna ogni giorno si reca presso i suoi pazienti, ed acquistare con quei soldi un furgone per mettersi in proprio come autotrasportatore, affiliandosi ad una azienda di spedizioni.
Inizia per l’uomo ben presto una vita d’inferno, con giornate di lavoro pesantissime anche di 14 ore consecutive in mezzo al traffico cittadino, senza a volte avere il tempo neanche di fare una pausa per mangiare un panino. Una vita in cui l’imprevisto non è contemplato, perché ogni giornata libera deve essere concordata preventivamente per trovare un collega che possa sostituirsi nelle consegne, ed anche non trovare il destinatario del pacco da consegnare (“ci spiace di non averti trovato” è la frase scritta sulla ricevuta che il corriere lascia sulla porta quando il destinatario non è in casa) può rappresentare un problema.
Ken Loach ci racconta la massacrante corsa contro il tempo della classe operaia del nuovo millennio, attraverso la precarietà dei novelli lavori usuranti che non sono più, o non solo, quelli di una volta, ma nuove professioni talmente stressanti da essere intollerabili, in cui si vive per lavorare e non si lavora per vivere, in cui non ci sono reti di protezione né si può esercitare “il diritto a disconnettersi” ed in cui, paradossalmente, è vietato anche ammalarsi perché “il lavoro verrà dato a chi è più veloce, più economico e più affidabile...”. Torna anche in questa pellicola un altro tema molto caro al regista: il grande paradosso dell’uso della tecnologia, nata come mezzo per ridurre o facilitare il lavoro, ma che invece viene usata per aumentare le ore di lavoro al fine di una maggiore produttività, strappando le persone alla loro vita, agli affetti. Un vero e proprio sfruttamento ai limiti dello schiavismo che si consuma sotto i nostri occhi, e che ha trasformato in pochi anni l’intero tessuto sociale perché ha influito negativamente sulla vita familiare degli individui.
Il film genera una commozione profonda, un vero e proprio pugno nello stomaco, nel cuore e nel cervello di ognuno di noi, perché ci comunica qualcosa di disumano che sta accadendo ora ed il regista non ci fa sconti, neanche sul finale.
Prenderne atto e riorganizzare protezioni a tutto questo, come dice il grande Ken Loach, è forse il dovere degli uomini del nuovo millennio.
data di pubblicazione:06/01/2020
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da Giovanni M. Ripoli | Gen 1, 2020
TEATRO SALA UMBERTO – Roma, 26 dicembre 2019/19 gennaio 2020)
Equitalia all’attacco di Alberto Pisapìa, ristoratore sull’orlo del fallimento, in totale crisi. Malato in preda ad esaurimento nervoso, in rotta col cognato avvocato e la spietata suocera, insicuro persino della fedeltà della moglie…!Solo un miracolo potrebbe salvarlo.
Questa volta il bravo Buccirosso ha fatto tutto da solo. Si è scritto un testo, tratto dal suo, Il Miracolo di Don Ciccillo, se lo è diretto riservandosi il ruolo di protagonista per la sua ultima fatica in scena dal 27 dicembre alla Sala Umberto di Roma, affollata per la sua prima.
Il risultato non può che essere una commedia paradossale e grottesca costruita sulle indubbie doti comiche ma, nell’occasione, anche drammatiche, dell’attore partenopeo. A metà strada tra una recitazione che cita i grandi della tradizione napoletana e il più recente Woody Allen, Alberto è un personaggio ambiguo che incuriosisce e cattura per le molte sfumature e i tanti riferimenti all’attualità. In sott’ordine sono le“maledette tasse” con le sue “inique” cartelle le vere protagoniste della piece, incarnate nelle vesti della suocera e del “postino”(nanetto) latore delle cartelle che tolgono sonno e salute al titolare del “Picchio Rosso”.Come si potranno risolvere i problemi economico-esistenziali del Pisapia non è politicamente corretto rivelare, di certo l’uomo (come forse molti italiani) non trova la forza di patteggiare con lo Stato il dovuto e quindi temporeggia in una asfissiante lotta contro cavilli e burocrazia. Nellafattispecie, l’odiata suocera, piccola funzionaria di Equitalia ne diviene il capro espiatorio e la causa principale delle sventure del ristoratore che più volte cercherà di sopprimerla dando luogo ad alcune delle scene più divertenti e grottesche dell’intera commedia.Inutile negare che buona parte del pubblico “tifa” con Alberto e giustifica le sue reazioni esasperate. Si ride? Si spesso, ma un sottofondo amaro impernia tutto il lavoro che ha l’indiscusso merito di essere una rappresentazione corale grazie al molto spazio lasciato da Buccirosso agli altri comprimari, tutti abilmente calati nei rispettivi ruoli. Così, oltre alla solita apprezzabile performance di Carlo Buccirosso si ha l’occasione di apprezzare anche il gruppo di attori messi in scena. Sono attori ben amalgamati da segnalare all’unisono: Donatella De Felice (la moglie), che si fa apprezzare anche per le doti canore, Elvira Zingone (la figlia anarchica ma fedele), Giordano Bassetti (il figlio Matteo), Gennaro Silvestro (il cognato) e ancora Tilde de Spirito, Fiorella Zullo e Beppe Miale, tutti, ripeto, bravi e affiatati con una citazione ulteriore per Davide Marotta (l’attore più piccolo di statura ma anche il più divertente). Se vogliamo un intrattenimento divertente che, nelle attese dell’autore, induce anche a qualche riflessione più seria sull’impotenza del cittadino verso le istituzioni. Attenzione: il qualunquismo è dietro l’angolo, ma per una sera, ridiamo sulle tasse con Buccirosso e non ci pensiamo!
data di pubblicazione:01/01/2020
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Dic 27, 2019
(Teatro Quirino – Roma, 23 dicembre 2019/6 gennaio 2020)
Teo è una donna a cui piace vivere stando lontana dagli uomini. Il desiderio di diventare mamma però è un’altra cosa e per fortuna viene a soccorrerla la possibilità della fecondazione artificiale.
Nancy Brilli è una simpatica Teodolinda, per gli amici Teo. Vive sola e senza alcun tipo di relazione, specialmente con gli uomini. È una pittrice di gran talento e il suo autoritratto appeso alla parete ci dice che non c’è altro centro nella sua vita che sé stessa. Gianni (Igi Meggiorin), il suo vicino di appartamento, timido e impacciato con le donne, lavora presso un laboratorio dove si pratica l’inseminazione artificiale. L’occasione fa la donna, in questo caso, ladra e approfittando di una visita in laboratorio Teo ruba la provetta numero 668 grazie alla quale riesce a rimanere incinta. Il desiderio però di conoscere l’identità del padre la spinge, attraverso un inganno, a estorcere dalla bocca dell’ingenuo Gianni il nome del donatore, che scopriremo essere Osvaldo Menicucci (Daniele Antonini), un tronfio, baldanzoso e donnaiolo ragazzotto romano, che vive ancora con la madre siciliana Carmela (Fioretta Mari). L’interesse di Teo per Osvaldo non è affatto finalizzato alla conquista sentimentale, bensì a un’analisi attenta per accertarsi del buono stato di salute dell’uomo e prefigurarsi come potrà essere caratterialmente il bambino, o la bambina, che nascerà. Tuttavia, le sue certezze – anche se per poco – verranno seriamente minacciate. Le scene comiche si moltiplicano e l’intreccio si complica, ma alla fine – colpo di scena – tutto prenderà una piega inaspettata: ogni attore che ha preso parte nella storia sarà chiamato, come in una grande famiglia allargata, a prendersi cura della crescita libera e sana del bambino.
Per chi ha avuto modo di conoscere la versione degli anni ‘80, dal vivo o grazie a una registrazione, con Ombretta Colli nei panni della protagonista, noterà che il nuovo adattamento ha delle differenze rispetto all’originale, soprattutto nelle musiche, nell’assenza di alcune scene, e nell’aggiunta del personaggio di Markus, con la kappa (Nicola D’Ortona), alter ego maschile di Samantha, con l’acca (Giulia Gallone), modelli entrambi per le storie a fumetto di Teo. La commedia musicale, giudicata assai moderna già trent’anni fa quando usciva la prima volta, dimostra di non aver perso spessore e interesse. Merito certamente della grande regista Lina Wertmüller, premio Oscar alla carriera, che di relazioni tra uomini e donne e di temi sociali è maestra. Se a renderla attuale sono di sicuro i dispositivi elettronici usati dai personaggi per comunicare tra loro (telefonini e account social) o per lavorare (Gianni usa un octapad per comporre la sua musica) non di meno svolgono questa funzione alcuni accenni a tematiche attuali di interesse sociale. Uno fra tutti la denuncia dell’assenza in Italia di una legge per fecondazione assistita a favore delle coppie omosessuali, che la regista risolve senza troppe parole, nel fugace attimo di una battuta. Ma a rendere attuale la pièce è senz’altro una caratteristica insita proprio nella stessa: l’assenza di moralismo. Nelle battute, così come nei personaggi, non è mai espresso un giudizio o peggio ancora un pregiudizio sulle cose o sulle scelte: tutto è trattato con estrema leggerezza e rispetto e risolto con grande e raffinata ironia. Ecco perché è una commedia da riconsiderare e senza alcun dubbio andare a vedere.
data di pubblicazione:27/12/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Dic 25, 2019
Possibile che un romanzo bello e di successo il cui manoscritto è stato casualmente scoperto in una piccola libreria di un villaggio della costa bretone, in una stanza dedicata alle opere rifiutate da qualsiasi casa editrice, sia stato veramente scritto da uno sconosciuto pizzaiolo, privo di virtù letterarie, morto solo due anni prima?Un mistero da risolvere in una serrata caccia ai vari indizi …
I libri segnano le nostre vite, aprono e trasformano il nostro sguardo, e … a ciascuno il suo: … capolavori internazionali, saggistica oppure romanzi da stazione ferroviaria.
Bezançon rende omaggio agli innamorati dei libri e della lettura e celebra il potere della parola. Il regista infatti, traendo spunto dal romanzo omonimo dell’altrettanto affermato scrittore e regista David Foenkinos, rivolge, con questa sua opera, uno sguardo pieno di humour sul mondo della letteratura, offrendoci tramite il comportamento e le ricerche del protagonista, un critico letterario che dubita dell’attribuzione del libro, l’occasione per graffiare il mondo letterario che benché pretenda di essere trasparente in realtà non sfugge affatto alle regole del marketing e della nascita indotta dei successi, ed alle molteplici sfaccettature che può anche assumere il concetto di Verità.
Giocando intelligentemente con i codici classici del genere poliziesco, pur rispettandoli tutti, il regista ci coinvolge in un intrigo senza cadaveri né poliziotti, in un’inchiesta il cui obiettivo finale non è di sapere chi ha ucciso, ma chi ha veramente scritto, divertendosi nel contempo, nello spirito dei migliori gialli, a seminare il percorso di diverse ipotesi senza mai però perdercisi dentro o annoiando. Un mistero che è nel titolo, che è nel cuore della finzione e che intriga lo spettatore con humour.
Una storia fuori del comune ed originale in una commedia poliziesca accattivante e frizzante, una messa in scena sobria ed accurata, una sceneggiatura perfetta che rende credibili tutte le false piste e situazioni, una ironia sottile puntellata da dialoghi accurati e finemente cesellati, un ritmo vivace nonché una suspense tenuta alta abilmente fino alla fine ed anche oltre il finale ed il post finale.
E poi… chi? Chi meglio di Fabrice Luchini, un misto di se stesso, di Sherlock Holmes e di Maigret poteva incarnare il critico letterario, verboso, autoreferenziale, scettico, cinico ma non cattivo e che in fondo non ha rinunciato, autoironicamente, a ritrovare anche un contatto umano. L’attore è al suo meglio, perfetto in un ruolo che gli va palesemente come un guanto. Lo affianca Camille Cottin nei panni della figlia del presunto scrittore, incerta fra il dubbio e la volontà di stabilire che suo padre sia stato effettivamente l’autore, che rende gradevole con consapevolezza e spontaneità artistica l’alchimia fra i due attori entrambi a loro agio nei toni della commedia. Ottimi poi e ben disegnati ed interpretati anche i secondi ruoli la cui importanza, come si sa, nelle commedie non è certo minore di quella dei protagonisti.
Il Mistero di Henri Pick, è veramente un bel momento di cinema, diretto con mano lieve e ben interpretato, un gioiellino di commedia poliziesca ed umana accattivante, intelligente e frizzante che riesce a tenere lo spettatore in sospeso come un buon libro che si divora durante le vacanze e che ci regala nel finale anche una piccola domanda o piccola morale: Si può permettere alla Verità di frapporsi ad una possibile bella storia?
data di pubblicazione:25/12/2019
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da Paolo Talone | Dic 23, 2019
(Teatro Belli – Roma, 20/21 dicembre 2019)
Spettacolo di chiusura della rassegna TREND 2019 – nuove frontiere della scena britannica – La psicosi delle 4 e 48 di Sarah Kane, con Mariateresa Pascale. Una sinfonia concertata per voce sola, sulle note dell’ultimo Mahler e P. J. Harvey.
Qual è l’essenza ultima del teatro? Cosa si cela dietro il gesto della creazione artistica? Fino a dove può spingersi un autore? Cos’è lo spazio scenico? Queste e tante altre domande nascono guardando questo spettacolo, reso con una regia e un’interpretazione che spingono al ragionamento e al ricordo del senso del sacro nel teatro, così come può essere stato pensato in origine dai greci. Sarah Kane consegna nelle mani della sua agente letteraria il testo, 4.48 Psychosis, poco prima di morire. A un anno di distanza dal suicidio, avvenuto il 20 febbraio del 1999, viene rappresentato la prima volta. TREND ce lo propone come spettacolo di chiusura della ricca e interessante rassegna di quest’anno. È un testamento, certo, ma anche un inno alla bellezza e alla sacralità del gesto artistico, che coinvolge tutti: autore, attore, regista fino allo spettatore seduto in sala. È un’immersione nell’universo della creazione, che prende forma soprattutto dall’intensità e dall’assurdità del dolore, in questo caso dalla depressione dell’autrice. Consegnando lo scritto alla sua agente Sarah Kane afferma infatti “scriverlo mi ha uccisa.”
La violenza incredibile, sorda che esplode sul palco comporta rispetto e ammirazione. Lo spazio scenico appare per questo inviolabile e inaccessibile. È comprensibile quindi che i dialoghi con lo psichiatra si svolgano a distanza, con Enrico Frattaroli nei panni dello stesso che recita dalla balconata del teatro. Nessuno tranne lei – la voce solitaria della poesia – può salire sulle tavole del palcoscenico, nemmeno l’attrice che a fine recita prende gli applausi dalla platea anziché dal proscenio. Si sta come in contemplazione del sublime dell’angoscia della mente, come davanti alla visione di un insetto che si dimena morente incollato a una trappola di gelatina appiccicosa. L’esecuzione di Mariateresa Pascale – che preferisce un registro da contralto – non tradisce emozioni o inutili sentimentalismi perché è così che parla una mente malata, inserendosi a perfezione nel triangolo espressivo di voce, immagini e musica che la regia orchestra.
Termina così la XVIII edizione di TREND, che ha saputo proporre quest’anno testi di grande spessore, innovazione e interesse. Felici di aver partecipato insieme a un pubblico attento e variegato – soprattutto per l’età – ci diamo appuntamento al prossimo anno.
data di pubblicazione:23/12/2019
Il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Dic 21, 2019
Alessandro (Edoardo Leo) e Arturo (Stefano Accorsi) sono una coppia da quindici anni, in crisi da un po’ ma senza avere il coraggio di voltare pagina. Finché un giorno, sulla loro bellissima terrazza durante il rinfresco per il matrimonio di amici comuni, arriva Annamaria (Jasmine Trinca), colei che li ha fatti conoscere, amica storica di Alessandro e madre single di due bambini. La donna deve fare degli accertamenti medici e vuole che siano i suoi due amici a prendersi cura dei suoi figli durante il ricovero in ospedale.
I bambini rompono quell’apparente equilibrio, e per Alessandro ed Arturo inizia inconsapevolmente un viaggio nei propri sentimenti che sino ad allora non erano stati capaci di fare, ma anche nel proprio modo di amare e su come il tempo abbia operato delle trasformazioni dentro di loro senza che se ne fossero resi conto. Il destino da quel momento in poi farà la sua parte.
Dopo una parabola discendente, sembra arrivato anche per Özpetek il momento della rinascita con un film che segna la sua maturità artistica. Il regista turco fa i conti con il tempo che passa, e lo fa attraverso una pellicola intimista, pacata, a tinte tenui, ma con quello stile noto al suo pubblico seppur privato degli eccessi del passato. La dea fortuna, al pari delle pellicole che l’hanno preceduta (fatta eccezione per i non memorabili Rosso Istanbul e Napoli velata), ha infatti quel marchio di fabbrica che la rende un’opera assolutamente riconoscibile, avvolgente e rassicurante, politicamente corretta, in cui ogni tassello apparentemente scomposto si ricompone su un finale che sa di buono e ci fa sperare.
Durante la proiezione ci assale la rassicurante sensazione di trovarci in situazioni già viste, come se il regista non fosse riuscito neanche questa volta a pigiare un po’ il piede sull’acceleratore ma abbia voluto continuare a muoversi in un’area di comfort che ha caratterizzato quasi l’intera sua filmografia: complice di tutto questo anche un battage pubblicitario iniziato almeno un mese prima che il film uscisse nelle sale, che in parte ha probabilmente rovinato l’effetto sorpresa che ogni storia dovrebbe avere. Ritroviamo quel mondo fatto di famiglie allargate, di case molto curate, di bella gente e di bambini particolarmente intelligenti, di amici saggi che dicono sempre la cosa giusta con frasi che poi rimangono nell’immaginario collettivo, in cui anche le malattie e la morte, seppur facciano parte della vita, ci sembrano in quei contesti più “sopportabili”.
Detto questo, non si può negare che La dea fortuna sia un buon prodotto nazionale confezionato alla perfezione, fatto di inquadrature da cui traspare tutta la sensibilità di Özpetek ed il suo personalissimo modo di osservare il mondo, con attori bravi, anzi bravissimi, tra cui emerge in maniera sorprendente Edoardo Leo supportato dai sempre convincenti Stefano Accorsi e Jasmine Trinca, con dialoghi che in più circostanze arrivano al cuore e che ci fanno spendere qualche calda lacrima, il tutto avvolto dalla voce di Mina che irrompe nel momento giusto e ci fa venire i brividi.
Un film senz’altro da vedere, a cui forse manca quel pizzico di originalità in più che ci saremmo aspettati di trovare e che lo avrebbe reso unico nel suo genere.
data di pubblicazione:21/12/2019
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