VORTEX della compagnia Non Nova, regia, coreografia e interpretazione di Phia Ménard

VORTEX della compagnia Non Nova, regia, coreografia e interpretazione di Phia Ménard

(Teatro India – Roma,30 gennaio/2 febbraio 2020)

Il Teatro India di Roma ha ospitato dal 30 gennaio al 2 febbraio 2020 la Compagnia Non Nova con lo spettacolo Vortex, per la regia, coreografia e interpretazione di Phia Ménard, in collaborazione con Institut Français Italia. Protagonista è il vento ed i vortici che esso genera. Un lavoro sulla indomabilità del vento e sulla necessità di adattamento dell’uomo ad un elemento su cui non si può avere il controllo, un esperimento non scientifico frutto del lavoro esperienziale che genera una costruzione sorprendente e coinvolgente, devastante e struggente, efficacissima.

 

Regista, artista performativa e danzatrice francese, Phia Ménard ha fondato nel 1998 la compagnia Non Nova spinta dal desiderio di avvicinarsi al mondo del giocoliere in una prospettiva diversa e innovativa, attraverso una strutturazione scenica e drammaturgica personale. Non nova, sed nove (non cose nuove, ma con modalità nuove) il dictat e il precetto fondamentale della Compagnia che sorvola le convenzioni, attinge a tutti i generi e ridisegna i canoni, grazie ad una forma espressiva esplosiva e poetica.

In Vortex il palcoscenico diventa uno spazio circolare di ispirazione circense, un non luogo in cui si ridisegnano le leggi della fisica e ci ribella alla banale normalità, in cui si progettano nuove regole della performance artistica e nuove linee di confine dell’identità personale.

Una figura corpulenta si aggira in un cerchio tra ventilatori che scandiscono una sinfonia d’aria. La figura crea delle forme di piccoli esseri di plastica sottile, altri li ha nascosti all’interno del vestito.

I piccoli esseri pian piano prendono aria e vita e si muovono, si agitano, gesticolano, danzano.

È l’inizio dell’interlocuzione tra interno ed esterno, tra strati fisici che fuoriescono e si manifestano. È il moto della metamorfosi fisica e mentale, grazie all’elemento vento, in una realtà priva di leggi fisiche, in cui la forza di gravità si annulla a favore di un vortice liberatorio e magico. Bisogna lasciare al vento lo spazio che pretende ma allo stesso tempo non si può perdere il filo dei propri propositi. La partitura va avanti, la figura continua ad esternare dal proprio corpo ulteriori forme, si assottiglia e si scopre, regredisce, alla fine è un feto che si strappa la placenta secondo un movimento fluido e ipnotico, in un’arena senza tempo dove tutto è permesso e le regole non esistono. Quanti strati di pelle ci mettiamo addosso per affrontare il mondo? Chi c’è dentro ognuno di noi, come si esce dalla stratificazione per apparire quello che siamo?

Un Vortex di bellezza e armonia, violenza e fastidio, un racconto asfissiante e poetico che spazza via i substrati e ci ricorda che siamo vivi. Il pubblico è lì ad un passo, scosso da turbolenza e catarsi, riflette e applaude.

data di pubblicazione:03/02/2020


Il nostro voto:

LA LOCANDIERA di Carlo Goldoni, regia di Andrea Chiodi

LA LOCANDIERA di Carlo Goldoni, regia di Andrea Chiodi

(Teatro Vascello – Roma, 28 gennaio/2 febbraio 2020)

Nella locanda di Mirandolina accade spesso che si innamorino di lei gli avventori che vi sostano. È così per il Marchese di Forlipopoli che sfida il Conte di Albafiorita nel conquistare i favori della donna. Ma le mire della Locandiera sono tutte rivolte al Cavaliere di Ripafratta che, misogino e riottoso, la respinge.

 

Manifesto della commedia di carattere, che lascia le maschere e i canovacci della Commedia dell’Arte per uno studio più attento alla psicologia dei personaggi e al racconto di trame originali, La Locandiera di Carlo Goldoni, dopo 270 anni dalla prima rappresentazione, offre ancora spunti alla regia per nuovi adattamenti. Il lavoro di Andrea Chiodi e della Compagnia Proxima Res di Tindaro Granata, pur mantenendosi fedele all’originale se non per il taglio di alcune scene, non manca di innovazione e creatività. Un merito non scontato quando si tratta di rappresentare un classico come questo. Il sipario si apre su un grande tavolo attorno al quale si svolge l’azione: luogo del convivio, dell’incontro e della chiacchiera, ma anche del gioco e della macchinazione, quella che Mirandolina opera con pragmatico calcolo e sistematico successo. Si recita sopra e intorno al tavolo, ma cose accadono anche sotto di esso: occhi che guardano, orecchie che ascoltano. Gli stand disposti tutti intorno alla scena ci suggeriscono che siamo in una specie di laboratorio sartoriale, i manichini sono gli attori che pescano parrucche e staccano costumi dalle grucce per dare forma al loro personaggio. I colori sono tenui e neutri, come su un foglio di carta ruvida dove sono state accennate veloci pennellate di acquerello. È un gioco e un divertimento il teatro e così il regista fa interagire gli attori con delle bambole che ricordano nel numero e nei tratti i personaggi della commedia. Una bambina sembra appunto Mirandolina, anche se cresciuta in fretta per le responsabilità sulla locanda che il padre alla morte le ha lasciato. L’interpretazione di Mariangela Granelli restituisce un carattere capriccioso e prepotente, è la padrona assoluta dei giochi intenta ad accattivarsi l’amicizia di tutti, soprattutto del Cavaliere di Ripafratta (Fabio Marchisio). Nel gruppo è l’unico che respinge la locandiera, che pure si vanta di aver una lista lunga di conquiste, come quella più famosa di Don Giovanni di cui ne canticchia il mozartiano motivetto. A Caterina Carpio e a Caterina Filograno sono affidate le parti degli altri personaggi (il Conte di Albafiorita, i servi, Fabrizio e le due commedianti Ortensia e Dejanira), ma è Tindaro Granata a rendere protagonista un personaggio secondario, il Marchese di Forlipopoli. Ne risalta il lato divertente fino a esacerbarlo e a renderlo la caricatura di sè stesso, forse anche troppo evidente in una regia che nell’insieme da un giusto equilibrio a tutti e cinque gli attori in scena.

data di pubblicazione:01/02/2020


Il nostro voto:

MALAVITA di Giankarim De Caro- Navarra editore, ultima ristampa 2020

MALAVITA di Giankarim De Caro- Navarra editore, ultima ristampa 2020

C’è un afrore corporale molto siciliano in questo libro di uno scrittore isolano che ha rinunciato alle lusinghe censorie di un grande editore per percorrere una via solidale con un fidato compagno di viaggio. Un Verga del XXI secolo? L’ambizione è minore ma il profilo di scrittura non è necessariamente più basso in questa storia d’umiltà che viene dal basso, che profuma di vicoli, di stenti, di eterna lotta per la sopravvivenza nella svolta generazionale di madre in figlia, raccogliendo il testimone ingrato della prostituzione. Dove la professione è una via di mezzo tra il dover essere e l’impossibilità di sfuggire a un destino già scritto dove i protettori sono i potenti o semplici profittatori che cercano di trovare agio nel mestiere più antico del mondo. Quartetto di donne che si rincorrono nella stessa sorte in un’atmosfera di grave realismo dove non c’è mai erotismo se non la ripetitività meccanica del gesto per un mucchio di monete o per un semplice pasto. Il cocktail servito prevede sesso, amore, malattia e il miraggio di una possibile redenzione. La storia ha un’ampia forbice cronologica prendendo spunto dall’arrivo dei liberatori americani, pronti a dispensare dollari e cioccolata. L’universo maschile descritto appare ingrato e cinico, materialista e avido, con qualche minuta eccezione. L’alto e il basso sono gli estremi di profonde diseguaglianze sociali, peraltro non riscattate neanche oggi. Il linguaggio piano incentiva lo sviluppo di una narrazione accattivante di un autore che sta bruciando le tappe e che con questa operina ha iniziato a costruire una poetica che si è più pienamente dispiegata in altri tentativi di ancora più solide architetture letterari. Trapela la passione per la terra odiata e amata, ferace spunto per uno spaccato d’epoca convincente. La prostituzione a Palermo era una risorsa di vita filtrata come unica possibilità esistenziale di donne sole, mal consigliate e mal protette.

data di pubblicazione:31/01/2020

70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – BERLINALE

70 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – BERLINALE

logo(Berlino, 20 Febbraio/1 Marzo 2020)

Oggi è stata presentata in conferenza stampa la lista completa dei film in selezione ufficiale. Quest’anno sarà quasi un giubileo per la Berlinale, per definizione degli stessi organizzatori, dal momento che si celebra la settantesima edizione; altro elemento importante, che caratterizzerà l’evento, sarà la presenza di Carlo Chatrian per la prima volta in qualità di direttore artistico del Festival al posto di Dieter Kosslick che per quasi venti anni aveva ricoperto l’incarico. Ci saranno molte novità a livello organizzativo e tante nuove iniziative che accresceranno l’importanza di questa kermesse cinematografica. Basti pensare che oltre alle varie sezioni collaterali (Panorama, Berlinale Shorts, Forum, Prospettive del Cinema Tedesco, Generation, Retrospettive, Teddy Awards, Native, ecc.) si aggiungerà “Encounters”, un nuova sezione che comprenderà una quindicina di film che nello specifico daranno nuova forma al mondo più che a rappresentarlo, in sintesi andranno ad interpretare, con un’ottica particolare, la storia del cinema sotto vari aspetti: autobiografico, intimo, filosofico, epico, surreale, politico e sociale. Altro evento di questa edizione speciale sarà il programma “On Transmission” in cui a turno verranno invitati sette registi, accompagnati ciascuno da un proprio ospite, che parleranno del cinema di oggi e presenteranno poi un proprio lavoro. Nell’introdurre i film in concorso per l’Orso d’Oro, Carlo Chatrian ha voluto aggiungere: “ che i film raccontano storie intime e sconvolgenti, individuali e collettive che hanno un effetto duraturo e ottengono il loro impatto dall’interazione con il pubblico. Se c’è una predominanza di toni scuri, può essere dovuto al fatto che i film che abbiamo selezionato tendono a guardare al presente senza illusione, non per causare paura, ma perché vogliono aprire gli occhi. La fiducia che il cinema ripone nell’umanità, questi esseri sofferenti, maltrattati e manipolatori, è ininterrotta, così ininterrotta che li vede costantemente come i suoi protagonisti ”…

Il film di apertura sarà My Salinger Year del regista canadese Philippe Falardeau che avrà come interprete principale Margaret Qualley, recentemente vista in Once Upon a Time…in Hollywood di Quentin Tarantino.

Ecco i 18 film della selezione ufficiale, di cui 16 in prima mondiale:

Berlin Alexanderplatz di Burhan Qurbani (Germania-Olanda)

DAU. Natasha di Ilya Khrzhanovskiy e Jekaterina Oertel (Germania-Ucraina-Regno Unito-Russia)

Domangchin yeoja di Hong Sangsoo (Corea)

Effacer l’historique di Benoît Delépine (Francia-Belgio)

El pròfugo di Natalia Meta (Argentina-Messico)

Le sel des larmes di Philippe Garrel (Francia-Svizzera)

First Cow di Kelly Reichardt (USA)

Irradiés di Rithy Panh (Francia-Cambogia) documentario

Never Rarely Sometimes Always di Eliza Hittman (USA)

Rizi di Tsai Ming-Liang (Taiwan)

The Roads Not Taken di Sally Potter (Regno Unito)

Schwesterlein di Stéphanie Chuat e Véronique Reymond (Svizzera)

Sheytan vojud nadarad di Mohammad Rasoulof (Germania-Repubblica Ceca­­­­-Iran)

Todos os mortos di Caetano Gotardo e Marco Dutra (Brasile-Francia)

Siberia di Abel Ferrara (Italia-Germania-Messico)

Undine di Christian Petzold (Germania-Francia)

Molti sono i film italiani distribuiti tra le varie Sezioni, di cui due in gara per l’Orso d’Oro. Il primo è Volevo nascondermi di Giorgio Diritti (Il vento fa il suo giro del 2005, L’uomo che verrà del 2009) con Elio Germano nei panni del pittore Ligabue, artista naif la cui vita fu molto travagliata e compromessa per la sua disabilità non solo fisica ma anche mentale. Lo stesso Elio Germano sarà protagonista anche del film in concorso Favolacce, opera seconda dei fratelli Damiano e Fabio D’Innocenzo che esordirono proprio qui a Berlino nel 2018 con La terra dell’abbastanza: trattasi di una storia ambientata in una estrema periferia romana dove famiglie al limite della sopravvivenza vivono le proprie drammatiche situazioni. Avremo poi nella Berlinale Special Gala Pinocchio di Matteo Garrone mentre nella sezione Panorama Semina il vento di Danilo Caputo, una storia ambientata tra gli uliveti pugliesi aggrediti da un parassita letale. Infine nella sezione Generation Palazzo di Giustizia di Chiara Bellosi e in Forum La casa dell’amore di Luca Ferri e Zeus Machine nonchè L’Invincibile di Nadia Rocchi e David Zamagni.

La giuria internazionale quest’anno sarà presieduta dall’attore britannico Jeremy Irons, premio Oscar nel 1991 per il film Il mistero von Bulow che non necessita di alcuna presentazione perché conosciuto dal pubblico per il suo particolare ruolo come protagonista in film di grande successo internazionale. Gli altri componenti della giuria non sono stati ancora resi noti.

La Berlinale renderà omaggio all’attrice inglese premio Oscar Helen Mirren con l’Orso d’Oro alla carriera, riconoscimento ben meritato per le sue splendide interpretazioni di personaggi complessi (da Elisabetta II in The Queen a Caterina la Grande…) e dotata di una forte personalità.

Appuntamento quindi con Accreditati che saranno presenti a Berlino e vi terranno aggiornati sugli eventi principali della manifestazione.

data di pubblicazione:30/01/2020

JUDY di Rupert Goold, 2020

JUDY di Rupert Goold, 2020

Inverno 1968, inizio 1969, Judy Garland (Renée Zellweger) ormai fisicamente ed emotivamente segnata e, per di più, in gravi difficoltà economiche, è costretta ad accettare un’offerta generosa per una serie di show in un locale di Londra, sperando così di riottenere anche l’affido dei due figli piccoli. Gli ultimi sei mesi, prima di morire per eccesso di barbiturici a soli 46 anni!

 

Goold è un regista inglese attivo soprattutto in campo teatrale che ha fatto il suo debutto cinematografico nel 2015 con True Story ed oggi torna sugli schermi con la sua opera seconda, presentata all’ultima Festa del Cinema di Roma.

Judy è un tributo ad una star leggenda di Hollywood ed al tempo stesso, una vittima dello star–system Hollywoodiano, ma, soprattutto, vuole essere un omaggio alla donna fragile che si celava dietro la facciata, schiacciata fra il suo essere nel privato ed il suo apparire nel pubblico. Il ritratto, non tanto della Diva, quanto piuttosto quello di un essere umano ferito che lotta ancora, anzi che è costretto ancora a lottare nell’incertezza di riuscire ad essere all’altezza della sua fama.

Il film è integralmente tratto da una commedia The end of the rainbow e per renderla meno teatrale e lineare il regista ricorre ad una serie di flashback facendo muovere lo spettatore avanti ed indietro fra gli ultimi mesi a Londra ed i primi passi della giovanissima attrice con la M.G.M. sul set del Mago di Oz . Una serie di ricordi personali della Garland che evidenziano le origini delle sue dipendenze, dei suoi bisogni di affetto, di sicurezza e di protezione. Certo il film e la stessa regia non sono molto originali, anzi la regia è molto classica e pacata ed il film si muove prevalentemente nell’alveo di tanti altri biopic: il personaggio segnato, le origini, i ricordi, i successi e gli insuccessi. Però, pur scivolandoci dentro in alcuni passaggi, il cineasta è bravo ad evitare di cadere del tutto nel melodramma e nel patetico. Concentrando poi la narrazione su un periodo ben definito quale quello londinese, evita abilmente l’altra trappola tipica delle biografie cinematografiche: troppe storie da raccontare in un storia, e, di conseguenza, che il film risulti poi oppresso e compresso. Si può infatti dire che i momenti migliori della regia di Goold sono proprio quelli in cui esce fuori dagli schemi narrativi delle biografie inventandosi del tutto alcune situazioni.

Quel che però fa scordare le imperfezioni e le carenze narrative del lavoro e che gli da il vero valore e che giustifica la sua visione e gli apprezzamenti e fa la vera differenza di qualità è … la straordinaria, eccezionale, superba, magnifica interpretazione della Zellweger già Oscar per Cold Mountain nel 2004 ed assente dagli schermi da un po’ di anni.

In realtà Judy è lo show della Zellweger, la sua bravura è già uno spettacolo di per se stesso; è capace di restituirci con autenticità la Garland catturandone gli aspetti della personalità sia fisici che psichici. Un processo empatico che coglie e trasmette tutta la sofferenza, la fragilità, la determinazione e la disperazione, la scarsa autostima, le dipendenze ed il tenero amore per i figli.

Pur restando sempre se stessa la Zellweger diviene la Garland non solo per mimesi fisica, ma facendola rivivere nei suoi drammi interiori, nei bisogni, nei vezzi senza mai essere eccessiva. Anzi al contrario. E poi … canta, e lo fa anche molto bene restituendoci le sonorità che poteva avere la Garland a quel punto finale della sua carriera. Una interpretazione che, come abbiamo detto, fa il film e che sicuramente porterà l’attrice ad essere una delle maggiori candidate per il prossimo Oscar. Veramente commovente e coinvolgente!

Il resto del cast è perfetto nei vari ruoli, come buona è la messa in scena, i costumi ed i set che ci riportano veramente nella Londra di 50 anni fa.

Judy è quindi un film da vedere perché ci restituisce quella grande icona che fu la Garland, un film che gli appassionati di cinema vedranno solo per l’interpretazione della Zellweger in attesa degli Oscar, e che poi potrà anche essere dimenticato. Un biopic classico sul finale di carriera, un po’ come vedemmo lo scorso anno sempre alla Festa del Cinema di Roma, con Stan e Ollie.

data di pubblicazione:30/01/2020


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JOJO RABBIT di Taika Waititi, 2020

JOJO RABBIT di Taika Waititi, 2020

1944, Jojo ha dieci anni ed è convinto di essere un perfetto giovane nazista: vive con la mamma, odia gli ebrei che non conosce ed ha un amico immaginario che è una versione bizzarra di Hitler. I problemi di identità si accentuano quando scopre che la madre nasconde in casa una giovane ebrea…

 

Periodicamente, spesso con giustificato entusiasmo di pubblico e critica, vengono alla luce pellicole che riescono a trattare in modo ora grottesco, ora delicato, ora decisamente surreale, il serio e tragico racconto dello sterminio degli ebrei, attraverso parodie del nazismo, più o meno riuscite.

Da Ernst Lubitsch (Essere o non Essere del 1942) a Mel Brooks (omonimo remake del 1983) da Benigni (La Vita è Bella, del 1997) a Radu Mihaileanu (Train de Vie del 1988) per citare i più celebri, molti registi si sono cimentati nella narrazione ironica della Shoah, spesso facendo storcere il naso agli ebrei più ortodossi… L’ultimo, in ordine di tempo è il geniale Taika Waititi, regista neozelandese del ‘75 (padre maori, madre ebrea) che offre una nuova prospettiva, in grado di far sorridere – a volte anche ridere tout court– spiegando ai ragazzini che cos’è stato il nazismo. E lo fa con uno scenario, solo apparentemente rivolto agli adolescenti: una piccola città di provincia, campi di addestramento per bambini che si conoscono fra di loro, macchiette naziste a gestire il locale campo paramilitare. Il film, presentato a Toronto e da noi a Torino, in anteprima, è candidato a ben sei Oscar (peraltro quasi un destino segnato per le pellicole che trattano la tematica dello sterminio) e certamente si può dire che colpisce nel segno. Tratto dal romanzo della scrittrice Christine Leunens, l’eclettico Taika Waititi, sceneggiatore, attore e regista, ha realizzato una commedia surreale, a volte musical, a tratti parodia, in grado di catturare spettatori di ogni età, parlando di nazismo, una tantum, senza toni cupi. Con citazioni che vanno da Il Grande Dittatore del supremo Chaplin al sopravvalutato La Vita è Bella, Jojo Rabbit è un’opera riuscita e accattivante, resa quasi perfetta dall’alchimia di una sceneggiatura semplice ma diretta, una coerenza stilistica ineccepibile di musica, fotografia, costumi, dialoghi e, soprattutto, interpretazioni di altissimo livello da parte degli attori prescelti. L’undicenne James Rolleston ha espressione e pudori propri dell’innocenza infantile. Il suo miglior amico Jorki, interpretato da Archie Yates, forse, è giovane attore ancora più versatile. Ma, giustamente candidata come migliore attrice non protagonista ritroviamo una Scarlett Johansson (risoluta, divertente e sfortunata madre di Jojo), ormai uscita dal frusto clichè di “bella senz’anima” e destinata a ruoli sempre più impegnativi (vedi Marriage Story) che ne attestano la crescente bravura. Di sicuro, però, nessuno dimenticherà l’Hitler-nazista burlone frustrato, modello angelo custode immaginario, il personaggio più esplosivo del film, interpretato proprio da Taika Waititi, cui si deve un’impresa che di certo lascerà il segno nella storia delle migliori gags del cinema grottesco. Tanto e tant’altro ci sarebbe da dire su questo film che si presenta alle apparenze come una piccola pellicola destinata alle giovani generazioni, ma che ha invece enormi pregi da scoprire in ogni sua sequenza. Al di là dei significati, della valenza storica, dei valori che trasmette, siamo di fronte a un autentico gioiello, che certamente si valorizzerà ancor più nel tempo. Onore, dunque, al geniale Waititi, autentico one-man-show!

data di pubblicazione:27/01/2020


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1917 di Sam Mendes, 2020

1917 di Sam Mendes, 2020

Prima Guerra Mondiale Aprile 1917, Francia,due giovani caporali del contingente britannico vengono incaricati di attraversare le linee nemiche e la terra di nessuno per trasmettere l’ordine di annullare un’offensiva prevista all’alba ed evitare così l’inutile sacrificio di ben 1600 commilitoni.

Sam Mendes, regista e sceneggiatore inglese, con soli 7 film e con l’Oscar vinto fin dal suo esordio nel 1999 con American Beauty, si è imposto come uno dei maggiori autori dell’ultimo ventennio. Da allora in poi la sua carriera si è contraddistinta per la grande ricerca formale, lo stile personale e per l’eclettismo dei generi affrontati sempre con successo fino agli ultimi due James Bond. Lo si aspettava ora ad una nuova prova, ed eccolo, già preceduto dai due Golden Globe per la Migliore Regia e per il Miglior Film e ben dieci candidature per i prossimi Oscar, confermarsi con questo suo nuovo film come un autore ed un narratore di gran classe con un eccezionale senso dello spettacolo.

Ispirandosi ai ricordi di guerra del nonno, Mendes ci racconta con il suo 1917 l’odissea di due giovani soldati ed una parabola sull’assurdità della guerra nei grandi come nei piccoli avvenimenti, e l’assurdità delle scelte cui i singoli sono costretti loro malgrado, lo spirito di sacrificio ed il senso del dovere delle tante migliaia di soldati sconosciuti. La piccola grande storia dell’eroismo quotidiano dei tanti uomini qualunque. Un film di guerra e sulla guerra, ma non l’ennesimo film di guerra perché l’opera di Mendes si distacca radicalmente da tutti per lo stile narrativo adottato.

Il regista realizza infatti e con successo, una sfida tecnica ambiziosa: girare il film in un “quasi unico” continuo Piano Sequenza, proponendo, anzi obbligando così intenzionalmente lo spettatore ad un’esperienza immersiva intensa e totalizzante nella realtà narrata. Così facendo lo spettatore è infatti trascinato insieme ad i due protagonisti nel mezzo delle trincee, fra il fango, i crateri delle bombe, i reticolati, i cadaveri ed i topi fra i vari campi di battaglia. Messo così lo spettatore al livello dei suoi personaggi, tanto anonimi quanto universali, non c’è bisogno di grandi discorsi sull’inutilità del tutto, basta la sola empatia che si genera fin dalle prime coinvolgenti immagini che sono un unico continuo movimento di attori e della cinepresa che ci restituisce solo tutto ciò che i personaggi fanno,vedono, vivono e soffrono. Una scelta tecnica eccezionale che ha una sua piena coerenza narrativa e rende più vere e concrete le vicende umane affrontate. Un film totale che trasforma un tour de force tecnico in un mezzo per consentire allo spettatore di comprendere con la propria percezione gli orrori cui è costretto, fino a renderglieli quasi fisicamente palpabili.

Coadiuva il regista per la fotografia il bravissimo Roger Deakins che, al di là degli spunti narrativi, esalta la bellezza visiva e rende tangibile con autenticità crescente il miracolo tecnico con tutta la forza di immagini suggestive ognuna delle quali vale un film.

Va detto che l’immersione dello spettatore nei fatti narrati è divenuto esso stesso quasi un sottogenere dei film d’azione. Una necessità ovviamente per rinnovare il modo di raccontare le storie di azione al cinema ed avvicinarsi così ai più giovani abituati alla realtà virtuale dei videogiochi. Spielberg, come sempre, aveva già aperta la via, Sam Mendes però prosegue da par suo la scelta costruendo una sua tutta personale visione. Al regista non interessa più di tanto entrare nei personaggi, ciò che gli sta veramente a cuore è coinvolgere ed immergere lo spettatore nella vicenda in modo intenso e far vivere in tempo reale le situazioni vissute dai protagonisti. Questo virtuosismo tecnico ed esperienziale rendono il lavoro di Mendes un “unicum” di gran qualità.

1917 è un film più spettacolare che realista, per cui non occorre attardarsi sulla veridicità o plausibilità delle vicende (tante le incongruenze, tanti gli anacronismi) non è ciò che interessa veramente. Se il film sembrerà privo di anima e concentrato solo sulla tecnica e sugli estetismi, rammentiamo sempre che il regista immergendo lo spettatore nel dramma vuole che sia lo spettatore stesso ad elaborare ciò che ha visto ed a provarne le emozioni di modo che queste possano così perdurare ben al di là dell’esperienza vissuta in sala.

data di pubblicazione:27/01/2020


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BELLE RIPIENE DI Giulia Ricciardi e Massimo Romeo Piparo, regia di Massimo Romeo Piparo, con  Rossella Brescia, Tosca D’Aquino, Roberta Lanfranchi, Samuela Sardo

BELLE RIPIENE DI Giulia Ricciardi e Massimo Romeo Piparo, regia di Massimo Romeo Piparo, con Rossella Brescia, Tosca D’Aquino, Roberta Lanfranchi, Samuela Sardo

(Teatro Sistina – Roma, 21/26 gennaio 2020)

Una divertente commedia gastronomica che asseconda una tendenza di moda. Psicodramma comico per quattro attrici che funzionano nella ripresa di uno spettacolo collaudato e di successo.

Una vera cucina in scena con odori e afrori speziati e cibo per il pubblico, rompendo la consueta sacralità del Sistina e le classiche pareti di scena. Uno spettacolo già rodato che mostra meccanismi comici di pronta presa con un quartetto di attrici che offrono performance sorprendenti anche rispetto alla propria quotazione. Spicca in particolare Tosca D’Aquino che salendo di tono regala qualche momento esilarante negli assolo. Funziona la caratterizzazione regionale che ben si attaglia alle origini delle protagoniste, quartetto di cucina tutto al femminile, capace di combinare guai ma anche di risolverli mentre si affollano ospiti mutevoli e diversi in sala, compreso un fantomatico ispettore della Michelin che potrebbe regalare al locale l’auspicata stella. C’è il dialetto pugliese, il campano, il romano e il lombardo in una particolarissima koinè linguistica. La Brescia ha l’occasione per mettere in risalto le proprie doti coreutiche con un siparietto che richiama il burlesque e le sue doti di danzatrice. La cucina e il regno delle donne, delle confidenze, delle intromissioni ma anche di un ragionevole sbarcare il lunario. Con il patrocinio della Federazione Italiana Cuochi le attrici scendono tra il pubblico e fanno assaggiare preziosità culinarie. Il filo conduttore /tormentone è la risoluzione di un gravoso problema economico causato da una delle quattro. Ma non c’è dramma ma semmai risoluzione. Cibo e uomini sembrano analoghe pietanze da cucinare in modo appropriato. La soluzione di un mondo salvato dalle donne (anche in cucina) sembra perfettamente logica e calzante. Spettacolo bello ripieno e decisamente appagante nei limiti del genere.

data di pubblicazione:24/01/2020


Il nostro voto:

SI NOTA ALL’IMBRUNIRE di Lucia Calamaro, con Silvio Orlando

SI NOTA ALL’IMBRUNIRE di Lucia Calamaro, con Silvio Orlando

(Teatro Quirino – Roma, 21 gennaio/2 febbraio 2020)

Silvio abita solo nella casa di campagna. In occasione del suo compleanno e della ricorrenza dei dieci anni dalla morte della moglie vanno a trovarlo i tre figli Marialaura, Alice e Vincenzo che non lo vedono da tempo. Si unisce a loro anche Roberto, fratello di Silvio. La solitudine alla quale si è da tempo abituato viene interrotta e sconquassata da questa visita.

 

Per descrivere quella che a tutti gli effetti è una commedia, dai risvolti divertenti nei tempi nelle battute e nei personaggi, bisognerebbe usare parole che ne rispecchino la delicatezza dei colori tenui e delle trasparenze di cui la scena si colora. Dove abita Silvio c’è ben poco di una casa di campagna dove l’azione è ambientata. Le pareti di garza lasciano intravedere chi si aggira per le stanze o nel giardino: tutti ascoltano, tutti intervengono nelle discussioni. Come recita il sottotitolo – Solitudine da paese spopolato – la cittadina dove Silvio ha deciso di trascorrere la sua vecchiaia è abitata da poche persone, isolata: un chiaro indizio che ci troviamo in uno stato mentale, più che in posto reale. Ma l’azione è dinamica e coinvolgente e i toni tenui passano in secondo piano, sono un sottofondo quasi musicale. Il forte realismo della vicenda inizia dai nomi dei personaggi, che sono quelli degli attori che li interpretano. È una scelta già applicata nella drammaturgia di Lucia Calamaro, autrice e regista dello spettacolo, che cuce addosso agli attori la parte, raggiungendo un risultato di forte verità e descrizione. Il gesto creativo si lega così all’attore e all’interprete, si nutre della sua presenza. La vita ribolle come un vulcano sulla scena, la si percepisce viva nella parola drammaturgica. Eppure, ciò che è in scena appartiene di diritto alla sfera del pensiero: le scene si collegano tra loro a volte per una semplice parola, per digressione su un ragionamento, senza un ordine apparente. Sembra di cogliere nelle battute quel momento in cui ciò che si muove nella testa sta per essere detto, quell’indecisione del se è lecito o utile dire o trattenere dentro. La squadra di attori è ben coesa e adatta, dove Silvio Orlando spicca tra tutti per intelligenza scenica e carattere. Sarebbe davvero difficile vedere un altro attore in questo personaggio. Perfetta incarnazione di quella solitudine sociale – così è chiamata la malattia da cui è affetto – che isola chi ne è colpito, per abbandono degli altri o scelta propria, patologia del presente che può colpire chiunque in ogni momento.

data di pubblicazione:23/01/2020


Il nostro voto:

WASTED di Kate Tempest, uno spettacolo di Bluemotion, ideazione e regia di Giorgina Pi

WASTED di Kate Tempest, uno spettacolo di Bluemotion, ideazione e regia di Giorgina Pi

(Teatro India – Roma, 14/26 gennaio 2020)
Dal 14 al 26 gennaio al  Teatro India di Roma Giorgina Pi, tra i fondatori del collettivo Angelo Mai di Roma, porta in scena Wasted, testo di Kate Tempest, artista poliedrica e nuova icona della scena culturale britannica, artista totale che si esprime tra rap, poesia, politica e musica.

Due uomini e una donna commemorano il decimo anniversario della scomparsa del loro più caro amico. Assemblano ricordi, tentano bilanci ma non riescono a salvare nulla di ciò che hanno vissuto e provato tra il riaffiorarsi di ricordi e illusioni e lo scontro con l’insoddisfazione e lo sconforto, all’interno di quattro pareti di una sala prove, tra chitarre e bassi testimoni della loro storia. Un coro di disperazione di umanità, in un guado dove non si è più giovani ma neanche vecchi, dove il cambiamento è faticoso ma ancora possibile, lo spartiacque dei quaranta anni.

Dopo aver lavorato su Caryl Churchill, la regista Giorgina Pi continua la sua ricerca sulla scrittura di donne rivoluzionarie della letteratura inglese contemporanea, scegliendo di raccontare una generazione sofferente, divisa tra ambizioni e sogni infranti. Droga, disoccupazione, nichilismo, ma anche prospettive negate e scontentezza, disagio.

Kate Tempest, con Wasted, dà voce a una umanità frantumata dall’incapacità di tentare una profonda messa in crisi del quotidiano, ingabbiata in un presente senza uscita e con lo sguardo rivolto al passato.

Tre ragazzi, amici dall’adolescenza, Danny, Ted e Charlie, si ritrovano all’anniversario di morte di un caro amico. Danny e Charlie hanno anche una relazione amorosa che non decolla, che non riesce a passare a un livello successivo, di responsabilità reciproca. I tre amici portano sulle spalle racconti, sorrisi e storie, si cullano nei ricordi: la musica, le risse, l’erba scadente fumata sull’autobus, quando tutto era romantico e autentico, quando si era qualcuno, finché gli anni sono passati, la vita adulta è arrivata a manifestarsi con tutta la sua violenza e loro semplicemente non si sono fatti trovare pronti. Una luce fuori dal tunnel esiste ma necessita di impegno e fatica.

La regia di Giorgina Pi toglie i riferimenti metropolitani di Londra per muoversi in un luogo qualunque, la città in cui i tre vivevano la propria ribellione giovanile. In scena c’è la batteria, gli amplificatori, un paio di chitarre; l’albero, simbolo dell’amicizia con l’amico scomparso attraverso un’ombra feticcio proiettata ogni tanto.

Molto suggestiva e intensa l’atmosfera grazie alle luci di Andrea Gallo, nel quale è la musica suonata dal vivo a definirne i contorni: bellissimo il video b/n in cui i tre interpretano la celebre The end of the world; bravi gli attori, Gabriele Portoghese con il suo approccio recitativo nervoso, Sylvia De Fanti alla ricerca di un motivo di rivalsa e Xhulio Petushi, bravo nell’esternare la mediocrità del personaggio ed il vuoto che ha dentro.

Un finale eccessivamente retorico non proprio all’altezza del resto dello spettacolo, sporca quella poesia cruda e quella nebbia di dolore che aleggia per tutta la durata della bellissima performance.

data di pubblicazione:23/01/2020


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