da Daniele Poto | Gen 23, 2020
(Teatro Eliseo – Roma, 21 gennaio/2 febbraio 2020)
Un classico di repertorio rivisto per la terza volta e con grande pathos da un attore ormai novantenne ma ancora intrepidamente sulla scena sostenuto dal fedele Sturno.
L’attore di prego non va mai in pensione e così con la migliore attitudine possibile la compagnia di Glauco Mauri, sinergicamente affiatata, sostiene il primattore nella sua generosa ripresa del dramma scespiriano. Una scenografia gagliarda e dispendiosa sostiene il terzo tentativo di drammaturgia e con sostanziali elementi di novità che rendono stuzzicante l’approccio. Il collaudato mattatore lascia ampio spazio di espressione ai comprimari con un atto di generosità che è anche risparmio delle proprie forze. Ma quando è il momento Mauri si prende tutta intera la scena con degli autentici pezzi di bravura che mostrano un’arte e una padronanza della professione che non tramonta. Prova d’attore ma anche prova per il pubblico visto che lo spettacolo si protrae per tre ore, sostenendo anche divagazioni finali che Shakespeare poteva certamente permettersi in teatri che erano anche luoghi di intrattenimento e loisir secondo un concetto dell’uso del tempo molto diverso da quello odierno. La folla di Re Lear scivola nel vacuo dove anche bisbigli e borborigmi sono significativi per l’afasia di un linguaggio e di una dialettica progressivamente persi. Un ascensore è la trave di sostegno di entrate e uscite in scena con un gioco di luci che sottintende tempeste, bruschi scarti emozionali, il senso di un tradimento consumato dalle figlie rispetto a un padre generoso ma imprevidente. Gli attori usano anche la platea per rompere la monotonia degli ingressi secondo una moda sempre più gettonata. E Barbareschi, sempre più aduso alla kippah, si gode una prima con teatro pieno e numerose ovvie chiamate finali per la compagnia. Spettacolo intenso di tecnica, di repertorio, di una tradizione ampiamente reinterpretata.
data di pubblicazione:23/01/2020
Il nostro voto: 
da Giovanni M. Ripoli | Gen 20, 2020
Checco è un piccolo imprenditore di Spinazzola nelle Puglie che progetta in modo truffaldino affari inevitabilmente votati al fallimento. Nei guai con l’Agenzia delle Entrate e costretto a fuggire in Kenia, si ricicla come cameriere, si fa un amico, s’innamora di una bella locale. Scoppia, però, una guerra e, costretto a fuggire, si ritrova a compiere un viaggio non diverso da quello di migliaia di migranti per raggiungere porti europei più o meno ospitali….
Derubricato a fenomeno di costume, previa esclusione da consessi civili o almeno alle “ classiche quattro chiacchiere tra amici”, oggetto di studio per psicologi, politici diversamente schierati, tuttologi vari, Checco Zalone è tornato a colpire, registrando, as usual, il tutto esaurito con il suo Tolo Tolo. Per quanto in premessa, la risposta del pubblico è stata immediata almeno nelle prime due settimane di programmazione, registrando gli attesi record di affluenza. Al cinema si andava perchè c’era il nuovo film di Checco, poi, gradualmente, è scattata l’incognita del passa parola e chi non si era precipitato “per dovere” ha cominciato a farsi un’opinione… i giornali di destra, forti di opinioni “autorevoli”(Gasparri, La Russa) hanno bocciato il film, a loro dire insulso e mai divertente, quelli, diciamo di sinistra, leggendolo in chiave pro-immigrati lo hanno accolto decisamente meglio. Entrambe le sponde hanno evidentemente frainteso. Tolo Tolo non è un film comico tout court, come non lo era Quo Vado?, ma è sul piano del puro spettacolo cinematografico che onestamente segna un passo in dietro rispetto al precedente successo di Zalone. E non perchè non sia lodevole il tentativo di Luca Medici, assistito (fin troppo?) da Paolo Virzì in qualità di co-sceneggiatore, di realizzare una pellicola ricca di riferimenti all’attualità e al sociale, quindi solidale con la gente dei barconi, quanto, piuttosto perchè quando c’è troppo si rischia di generare confusione o, a tratti, anche noia. Se nei precedenti tre film, Zalone si limitava a sfoggiare le sue indiscutibili doti comiche, ben diretto da Gennaro Nunziante in pellicole ben scritte e chiaramente pensate per un divertimento intelligente, ma mai sofisticato, qui, Medici/Zalone ha voluto essere tutto: autore, regista, musicista, cantante, attore e, non essendo Chaplin, come è facile evincere, ha esagerato! Il film, sia chiaro, non è brutto, Checco ha alcune battute e gags molto divertenti, ha scene credibili, non lesina mezzi (non a caso è costato alla produzione 23 milioni di euro), ha alcuni momenti di eccellenza (la auto-parodia di Nicki Vendola, come lo straordinario episodio della cicogna strabica, a mezza strada tra il musical e il cartoon ), ma il tutto appare un po’ slegato, discontinuo, disomogeneo, vanificando il corpus e le nobili intenzioni dell’autore.
La sensazione ultima è che Luca Medici e con lui il produttore Valsecchi abbiano voluto rinnegare in parte i precedenti lavori, rilanciando un personaggio sempre “alla Checco” ma, più impegnato, meno frivolo, col risultato meritevole di non piacere al più becero qualunquismo italico ma, al contempo, non riuscire a concepire un film in grado di coniugare appieno impegno e divertimento. In conclusione Zalone, promosso come attore e musicista, rimandato come regista!
data di pubblicazione:20/01/2020
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da Paolo Talone | Gen 20, 2020
(Teatro Brancaccio – Roma, 15/19 gennaio 2020)
Giorgio Gallione racconta il gioco del calcio e le implicazioni che può avere con il mondo della politica. La dittatura di Jorge Rafael Videla in Argentina e la finale dei mondiali di calcio del 1978 a Buenos Aires. Il coinvolgente ritmo del tango a fare da colonna sonora al massacro dei desaparecidos. Calcio come magia e favola, ma anche strumento per guadagnare il favore del popolo.
Non sembra far riferimento in maniera esplicita a nessuno dei fatti che animano la scena politica attuale, sia nazionale che internazionale, eppure Tango del calcio di rigore evoca nelle immagini scenari possibili non così distanti, nella sostanza, dagli effetti che l’agitazione populista potrebbe risvegliare nella nostra epoca. Ma vaticinare o fare confronti con il nostro oggi non è lo scopo di questo spettacolo. Il testo è un reportage piuttosto dettagliato, a tratti mitizzato, di una fase storica abbastanza recente e difficile che vede protagonista la dittatura militare che investì l’America Latina, in particolare l’Argentina, negli anni Settanta del secolo scorso e la relazione di questa con il gioco del calcio, occasione di svago per il popolo ma anche campo di battaglia e affermazione di potere. È necessario allora che il linguaggio usato dall’autore debba mantenersi a metà tra quello giornalistico e la telecronaca calcistica, scelta che però rimane poco teatrale a nostro avviso. Al personaggio di Neri Marcorè è affidata la parte narrativa: l’uomo adulto che vediamo era poco più che un bambino quando l’Argentina vinse il titolo mondiale. La voce baritonale che racconta i fatti e il tono malinconico, che usa anche nel canto, ci danno la misura del dramma. Invece, Ugo Dighero fa le parti di commedia. È il leggendario Cassidy, l’arbitro chiamato ad arbitrare una grottesca partita tra tedeschi nazisti e indiani mapuches con una pistola in mano per gestire gli umori del campo; è il gaucho messicano che canta tra cactus animati; è ancora il portiere Gato Diaz nella storia del rigore più lungo del mondo, nella disputa tra l’imbattuto Deportivo Belgrano e l’Estrella Polar al club di Cipolletti. E così via a ricoprire ruoli che danno movimento a uno spettacolo altrimenti rallentato nel linguaggio d’inchiesta. Brava anche Rosanna Naddeo, qui a ricoprire i ruoli femminili: commovente e tragica la sua interpretazione del brano Gracias a la vida, in ricordo delle madri di Plaza de Mayo a cui il regime dittatoriale ha rapito, torturato e ucciso i propri figli. Tre grandi interpreti, aiutati sul palco dai giovani attori Fabrizio Costella e Alessandro Pizzuto, che affrontano uno spettacolo per nulla facile, ricco di racconti e di eventi che ogni tanto è bene ricordare. Un grande affresco che regala tante e contrastanti emozioni a chi vi assiste.
data di pubblicazione:20/01/2020
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Gen 19, 2020
Giochi Olimpici di Atlanta 1996, un addetto alla sicurezza: Richard Jewell (Paul Walter Hauser)è il primo ad allertare la polizia del rischio bomba, salvando così migliaia di vite dall’esplosione durante un concerto. Acclamato come eroe, diviene però per l’FBI e per la Stampa il sospettato numero uno dell’attentato stesso.
Una bella storia può essere anche una “Buona Storia”… e Clint Eastwood sa sicuramente come raccontare una storia e renderla quasi sempre una “Buona Storia”!
Questo giovane autore di appena soli 90 anni, ci regala oggi il suo 40° lungometraggio, limitandosi questa volta, si fa per dire, a mettersi dietro la cinepresa e a raccontarci un storia vera, dal punto di vista del presunto colpevole. Lo fa con il suo inconfondibile stile, con un approccio sobrio, scarno ma solido, una messa in scena semplice, lineare quasi classica che, senza troppi effetti, sa però catturare ogni attimo di tensione ed orientare le emozioni dello spettatore.
Con lucidità e coerenza, pur con modi ogni volta diversi, il regista prosegue il suo percorso già affrontato con American Sniper 2014, con Sully 2016 e con Ore 15,17 Attacco al Treno 2018, sul concetto di individuo, sulla natura dell’uomo normale posto davanti ad eventi o situazioni impreviste ed eccezionali. Ieri era il padre di famiglia che diventa cecchino in Irak, ieri l’altro erano dei singoli marines ad Iwo Jima, ed ancora più in là nel tempo, perché no? erano anche gli eroi solitari dei suoi western o il cowboy de Il Cavaliere Pallido.
Nel suo film di oggi ci descrive come una persona normale possa trovarsi fortuitamente a compiere un’azione eroica e come questa stessa azione possa essere stravolta in un gesto orribile e come un “eroe non eroe” possa divenire vittima ed essere stritolato dalle istituzioni, siano esse l’FBI o la Stampa, entrambe, a dir poco, troppo frettolose, superficiali, ciniche ed opportuniste pur di chiudere un caso o di fare uno scoop giornalistico. Un film dunque sospeso fra il racconto biografico e la critica dura dell’universo mediatico che circonda ogni fatto e degli abusi degli organismi governativi che possono arrivare a annientare il singolo soprattutto se onesto ed indifeso. Soprattutto se, come questa volta, il singolo è anche un uomo problematico che vive in un ambiente sociale marginale e ristretto, che abita ancora con la mamma e che ha come unico sogno di divenire un poliziotto. Particolarità e singolarità che ne fanno un perfetto capro espiatorio. Un personaggio a tratti quasi irritante per la sua remissività e la sua fiducia nei confronti delle Istituzioni.
Ma … siamo pur sempre in America, e le prerogative dello Stato si fermano sempre davanti la soglia di casa mia e, quando si va oltre, lo “Spirito Americano” prevale e allora il singolo riesce a rialzarsi in piedi, solitario e sicuro di affermare un suo diritto … (quante volte lo abbiamo visto, sia pur declinato in migliaia di modi!). E chi più di Eastwood, pur senza fare un film a tesi o politico può riuscire a rendere al meglio questo Spirito!
La regia è sostenuta da una buona sceneggiatura ma soprattutto da ottime performances attoriali, non abbiamo grandi interpreti carismatici ma il casting è perfetto con ottimi caratteristi: il poco noto Hauser, ruba realmente la scena e avrebbe meritato una nomination agli Oscar come Kathy Bates giustamente candidata come “attrice non protagonista” per il toccante ruolo della madre. Nel film ci sono anche dei difetti, delle stonature, delle lungaggini che alterano il ritmo, delle caratterizzazioni eccessive o banali di alcuni personaggi e, soprattutto nelle seconda parte, anche delle scorciatoie narrative troppo rapide o meccaniche che lasciano perplessi. Ma forse siamo troppo ben abituati o esigenti con questo giovane novantenne!
Richard Jewell è un film che si apprezza subito e si può anche apprezzare di più se si ha tempo e voglia di rifletterci sopra il giorno dopo, dopo aver decantato le emozioni della prima visione. Un film intelligente in equilibrio fra contenuti ed emozioni. Un film classico, ben diretto e ben recitato che conferma ancora una volta perché Eastwood è un’icona del Cinema. Un autore che ha il dono di saper raccontare le storie per descriverci la complessità della vita.
data di pubblicazione:19/01/2020
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da Daniele Poto | Gen 18, 2020
Non è il momento della cultura, non è mai il momento della lettura, meno che meno sembrano affacciarsi spazi per la poesia. Dunque un tentativo coraggioso quello dell’editore Giulio Perrone di editare per un suo marchio di affiancamento un poeta dotato ma non giovane, noto più che altro che squisito autore di racconti. Come suggerisce il titolo la silloge nasce dal cammino itinerante dell’autore, personaggio rotto a tutte le esperienze in diversi continenti e ora anche agricoltore biologico. Poeta non professionista ma occasionale, lirico ma anche anti-retorico. Sacco è stato scoperto e lanciato da Elio Pecora, personaggio che ha attraversato oltre mezzo secolo di cultura italiana, dandosi con generosità alla poesia, nella frequentazione dei Penna, dei Pasolini, di Moravia, di una società istituzionale ma anche di quella alternativa e destabilizzante. Pecora invita a godere delle poesie del Sacco con semplicità e naturalezza, magari con lo stesso andamento lento dello scrittore. L’interrogazione sul senso dell’esistere alimenta nel testo un persistente senso di malinconia riscattato dall’ironia e dalla voglia di progredire. Le illustrazioni di Vincenzo Gaudiano sono un utile compendio allo sviluppo poetico. Da notare che molto intelligentemente ogni poesia è caratterizzata dall’anno di scrittura disegnando così il percorso variegato e composito dell’autore anno per anno. Sacco predilige una scrittura visiva dal passo breve e dal profilo basso fissando attentamente luoghi e piani di esistenza (esistenze anche diverse). E rivela, tra le righe, di essere anche un eccellente ballerino di tanto aggiungendo pepe alla sua complessa personalità. La seconda pubblicazione sembra risospingerlo verso la prosa, anche grazie al non dissimulato interesse di un editore come Sellerio. Nella sua summa la poesia diventa strumento di conoscenza e di elaborazione personale, rivolta verso un invisibile e spesso poco decifrabile prossimo. Paesaggi, situazioni e muti dialoghi espressi da una personalità sensibile.
data di pubblicazione:18/01/2020
da Daniele Poto | Gen 14, 2020
Di un grande e prolifico autore non si butta niente. Anche se i brani collazionati appartengono a epoche e prospettive diverse. Il gradimento per il grande autore risolverà in riconversione orizzontale il cocktail di un’operazione comunque destinata a funzionare sotto l’egida di un editore di prestigio. Maugham era in effetti uno spirito errabondo, radical chic e snob ante litteram. Un letterato rotto a tutte le esperienze nella vita. Raffinato omosessuale e frequentatore mondano di ambienti à la page. Ma comunque commentatore non frivolo della vita che mostrava di conoscere bene per esperienze amorose, viaggi, colleghi, fini della letteratura e fruizione commerciale. Così da questo eclettico intellettuale non ci si stupirà della dotta dissertazione su Kant, qui descritto nei minimi particolari della propria vita domestica. Come la ritualità della passeggiata (sempre quella, sempre alla stessa ora), mostrando sul piano teorico pregi e limiti del pensatore di Konigsberg. Maugham è capace di prodursi con disinvoltura tra questi contributi vari e diversi in un saggio sul pittore spagnolo come Zurbaran come in una critica feroce in cui non rintraccia le ragioni del successo di Conan Doyle, giudicato giallista fiacco e poco convincente. L’autore non ha paura di compromettersi in giudizi ficcanti e spregiudicati dall’alto di una provata esperienzialità. Come entrare nel salotto buono frequentato dai letterati e giudicare la goffaggine fisica di Henry James, constatando quasi dal vivo il fiasco di una propria commedia teatrale. Umano troppo umano. Saggio troppo saggio, Maugham è il letterato della porta accanto, prodigo anche di gossip ma di quelli informati partecipati perché vissuti, dunque succosi aneddoti. Non finirà qui perché ci sono sue opere (anche lunghi articoli) mai tradotte in italiano e dunque è lecito attendersi da Adelphi nuove puntate su questo autore riscoperto che nella storia delle letteratura ha vissuto di vistosi alti e bassi nel gradimento della critica e del pubblico.
data di pubblicazione:14/01/2020
da Paolo Talone | Gen 14, 2020
(Teatro Vascello – Roma, 10/19 gennaio 2020)
La tragicommedia più famosa del bardo inglese, che riassume in sé le tematiche più care a Shakespeare – dal tradimento ai danni di un governante all’amore tra due giovani, fino all’uso della magia e alla battaglia tra la natura selvaggia e la forza della cultura – vista secondo un’ottica intima e riflessiva, nell’originale ambientazione “al chiuso” di Roberto Andò.
L’isola di Prospero è un panorama dalla luce crepuscolare che si nota appena da dietro una finestra. Il resto è un interno borghese di una casa che si affaccia sul mare, a metà fra un ospedale per ricovero psichiatrico, con tanto di letti e pazzi, e uno studio riempito di libri di svariato genere e grandezza. Di libri ce ne sono in ogni angolo, quelli che il nobile e anziano Gonzalo (Gianni Salvo) consegnò al suo signore il giorno che fu costretto a lasciare il ducato di Milano con la figlia Miranda (Giulia Andò), ancora bambina, esiliato dopo che il fratello, per perfido disegno, ne usurpò il potere. Ma è l’acqua l’elemento dominante nella messa in scena di Andò/Fusini. Il pavimento della stanza, che arriva a brandire la prima fila della platea, ne è interamente sommerso. C’è acqua dappertutto: piove dall’alto appena si alza il sipario, è a terra a formare una pozza gigante, bagna i costumi degli attori, si riflette sui muri che circondano la scena in un riverbero di luce che rende l’atmosfera fluida e inconsistente, come quella della materia di cui sono costruiti i sogni appunto. È lì a delimitare lo spazio che corre tra la terra ferma e l’isola, come a dire la distanza che esiste tra realtà e immaginazione. Acqua di tempesta inarrestabile, che si prolunga nel bagliore e nel suono dei tuoni. Prospero, nella magistrale e intima interpretazione di Renato Carpentieri, è il padrone incontrastato di questo regno, che egli stesso domina con la potente arte della magia e della scienza. Per questo mal sopporta l’insurrezione meschina del difforme schiavo Calibano (Vincenzo Pirrotta) che, complici i due naufraghi marinai Stefano e Trinculo (rispettivamente Francesco Villano e Paride Benassi), tenta di accoppare il mago per riprendere il dominio sull’isola. Compagnia di guitti ubriaconi a cui è dato il compito di portare la risata, attraverso l’uso del dialetto dall’effetto grottesco. Ma nell’isola insieme alla tempesta, ordita da Prospero e orchestrata dallo spiritello Ariel – qui nei panni di un maggiordomo in livrea, interpretato da uno straordinario Filippo Luna – approdano anche Antonio, il perfido usurpatore, Gonzalo, il nobile servitore di cui prima, e Alonso, re di Napoli, insieme a suo figlio Ferdinando (Paolo Briguglia), della cui persona si innamorerà a prima vista Miranda. La vicenda va avanti tra fantasmi che appaiono e visioni che prendono forma nello spazio buio del fondale, palcoscenico sul palcoscenico, arsenale delle apparizioni di pirandelliana memoria. È così che tra piccole vendette e perdono concesso si arriva finalmente alla soluzione del dramma: Prospero può smettere quindi i panni del mago e rivestire quelli del duca, accendersi una sigaretta e contemplare alla penombra di un lume, con appagata soddisfazione, il bene ricostituito delle cose un tempo perdute.
data di pubblicazione:14/01/2020
Il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Gen 14, 2020
(Teatro Argentina – Roma, 7/12 gennaio 2020)
Un puzzle teatrale per raccontare a tutto tondo il Falstaff shakespeariano, ovvero vizi e virtù del grasso, spiritoso e vecchio cavaliere sir Falstaff, presente nell’Enrico IV e della Bisbetica domata. Lo spettacolo Falstaff e il suo servo andato in scena al Teatro Argentina di Roma dal 7 al 12 gennaio 2020, su drammaturgia composta da Antonio Calenda e Nicola Fano e regia dello stesso Calenda ha come protagonisti Franco Branciaroli nei panni di Falstaff e Massimo De Francovich che gioca invece il ruolo scomodo di servitore-controllore e voce della coscienza.
Franco Branciaroli in un costume che lo arrotonda in maniera esasperata fa del suo sir Falstaff un uomo alle prese con l’età, ma di grande vitalità e simpatia, che non si dà per vinto, pur sapendo alla fine di dover capitolare. Massimo De Francovich è il suo grillo parlante, longilineo ed elegante. E’ un conflitto filosofico e tragicomico in cui il Servo cerca di assumere il ruolo di regista demiurgo mentre Falstaff rifugge da quello di vittima sacrificale al crudele gioco della vita e degli eventi.
Benché Shakespeare gli abbia dedicato da protagonista soltanto “Le allegre comari di Windsor”, Falstaff rimane uno dei suoi personaggi più amati che non passa in secondo piano rispetto ai grandi protagonisti del suo teatro.
E’un Falstaff gaudente, che ama la vita ed i piaceri, eccessivo, smodato, gran bevitore, ma segnato da una sottile vena di malinconia perchè ormai prossimo alla fine della sua parabola esistenziale. A lui si contrappone il servitore austero, non un suo subordinato ma piuttosto una sorta di alter-ego, con il quale confrontarsi e con cui trarre un bilancio della propria esistenza.
Nel rapido susseguirsi di flash back degli episodi chiave della propria esistenza, Falstaff si trova accanto i personaggi storici che Shakespeare gli aveva messo accanto: le comari di Windsor, l’Ostessa, ma anche i compagni di bevute ed i soldati che lo isseranno sul un grande cavallo dal quale egli cadrà definitivamente nella polvere, senza gloria, per una guerra inutile da combattere.
Sono evocate tutte le avventure di quest’uomo che confonde i piaceri con la natura, la furbizia con il caso, rielaborate in chiave contemporanea per raccontare l’eterno conflitto tra Caso e Ragione.
Una rilettura classica per un teatro moderno e di sostanza, decisamente piacevole grazie alla intelligente regia di Calenda ed alla straordinaria prova dei due protagonisti, accompagnati da quattro giovani attori che si calano efficacemente nei vari ruoli, ovvero Valentina Violo (Madame Page e Prostituta), Valentina D’Andrea (Madame Ford e Ostessa), Alessio Esposito (Page e Bardolfo), e Matteo Baronchelli (Ford e Francis) compagni d’avventura in questo rapido piano sequenza che si conclude con la morte, anche essa un po’ sui generis, grazie all’ultimo sberleffo del suo protagonista, sempre più antieroe ma anche mito, per la sua voglia di gustarsi fino all’ultimo la bellezza della vita terrena.
data di pubblicazione:14/01/2020
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Gen 11, 2020
Un classico della letteratura americana e giovanile firmato da Louisa May Alcott nel 1868 e che da allora racconta la vita,le speranze, le passioni, il passaggio nell’età adulta ed i diversi caratteri di 4 sorelle: la rigorosa Meg, Jo ribelle ed autonoma, Amy ambiziosa e determinata e la tenera e fragile Beth.
Un successo letterario costante che è stato letto, attraversando le epoche, fin quasi ai giorni nostri e che è stato brillantemente trasferito sullo schermo innumerevoli volte. Sembrava che tutto fosse già stato detto sul percorso di crescita delle 4 fanciulle, ma la giovane e talentuosa Greta Gerwig, brillante attrice e sceneggiatrice, compagna del regista Noah Baumbach, nonché e soprattutto regista ed autrice di Lady Bird, film rivelazione del 2017, con questa sua opera seconda, rivisita brillantemente la storia modernizzandola con qualche libertà ma senza tradirla.
La presenza dietro la cinepresa ed il ruolo di adattatrice della Gerwig riesce con pochi tocchi a restituire vita in tutte le varie sfumature a personaggi che appartengono alla memoria collettiva degli spettatori. La regista ha infatti la qualità inestimabile del senso del ritmo nella recitazione, nelle riprese e nella scrittura delle scene e dei dialoghi e, mediante continui flash-back e flash-forward, con un originale e sottile gioco sulle linee temporali, dà dinamismo, vivacità e modernità al racconto senza tradirne l’essenza. Là dove tanti film in costume si perdono nell’ossessiva ricostruzione d’epoca in un perfezionismo statico quasi teatrale, il nostro film è invece un’opera in movimento continuo dai salti narrativi e temporali vivacissimi, un film che non tralascia gli scontri o gli affetti fra le sorelle rappresentandole anzi con i loro pregi ed i loro difetti e che però abilmente non si sofferma più di tanto nelle varie situazioni dolci o tristi che siano, evitando così la melassa dei sentimentalismi. Questo continuo e voluto avanti ed indietro genera indubbiamente una rottura della continuità temporale e quindi sconcerto e confusione nello spettatore, ma non nuoce ai ritmi emotivi, anzi, l’incertezza di non comprendere immediatamente in quale momento narrativo ci si trovi, porta scientemente lo spettatore stesso a calarsi integralmente nel processo di ricordo e creazione artistica che pervade la narrazione dandole un tocco retrospettivo, una tonalità melanconica quasi elegiaca sulla fine dell’innocenza, delle illusioni dell’adolescenza davanti all’arrivo dei compromessi dell’età adulta.
Pur svolgendosi nell’800 il film ha un animo moderno nel taglio e nei toni, con anche una sottile ma non demagogica vena “femminista”. La regista si interroga infatti con leggerezza e garbo sul ruolo autonomo delle donne nella società americana dominata dal denaro e dal potere o dalla condiscendenza maschile, e, per farlo usa come filo conduttore, dandogli maggiore centralità e rilievo, il personaggio di Jo, la più indipendente delle 4 sorelle. La Gerwig evita intelligentemente di fare un film a tesi e non appesantisce la storia né fa delle sue eroine delle “vittime”, gli uomini che le circondano non sono avversari, non hanno né la forza né la voglia di esserlo. Semmai quel che emerge è che è proprio la sola vitalità femminile che illumina e muove il mondo.
Una vitalità superbamente resa dalle giovani attrici che compongono il cast, prima fra tutte Saoirse Ronan che buca letteralmente lo schermo per presenza scenica, bravura e bellezza, in palese complicità con la “sua” regista, formidabile anche la Florence Pugh. Apprezzabile, come e più di sempre, il cameo di Meryl Streep.
Piccole Donne, non porta di certo nulla di nuovo, ma è un film originale ben diretto, ben ricostruito e con buone performances recitative, non è di certo perfetto, ha piccoli difetti, ma sono “piccoli difetti” per “Piccole Donne”. Sarebbe davvero un peccato privarsi del piacere di vedere un film intelligente ed elegante in compagnia di 4 eroine.
data di pubblicazione:11/01/2020
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da Daniele Poto | Gen 10, 2020
(Teatro Ghione – Roma, 9/26 gennaio 2020)
(Un classico della comicità, molto sfruttato, persino un po’ logoro. Un intreccio da barzelletta nel duello diventa il pretesto per 80’ di comicità con comprensibili alti e bassi).
La premiata ditta comica Pistoia & Triestino si è costruita una solida base di pubblico e il tutto esaurito alla prima senza particolari Vip (notato il solo Franco Nero) testimonia di una larga base di gradimento popolare. Abbandonato per un ciclo il filone di Gianni Clementi, il duo pesca in Francia. E dopo La cena dei cretini sfrutta Veber per un frammento di comicità pure che attinge alla commedia dell’arte, a quella degli equivoci, al repertorio consolidata del mestiere dei due attori. Il film tratto da questo spunto risale nientemeno che al 1973, è passato quasi mezzo secolo, quando gli attori erano Lino Ventura, Jacques Brel e Nino Castelnuovo. Triestino dopo aver imparato il bielorusso (Ben Hur) qui si esprime in un italiano russizzato. Mantenendo l’ambientazione francese (marsigliese) si è ammiccato alla scuola dei duri di tanti gialli scritti e vissuti in loco. La bravura è quello di dilatare una trama che potrebbe essere riassunta in cinque righe e pochi minuti di teatralizzazione. Dialoghi fatto di tormentoni all’interno di uno scenario tradizionale (un inconsueto triangolo). Politica e attualità sono bandite perché il dettame del divertimento detta legge. Quando il sipario cala è chiaro che non ci sarà spazio per il secondo tempo se non per il riassunto dello speaker, l’apprezzato doppiattore Angelo Maggi. Spettacolo di consumo ma di qualità nel segno di quel divertimento popolare che è quasi sparito dai teatri italiani nel nome di una seriosità dominante e auto-referenziale. La scena di Francesco Montanaro con lo schema delle due camere comunicanti è funzionale alla felice sinergia dei due amici attori. E gli interpreti di contorno, con una citazione particolare per l’amante, s’incastrano magnificamente nella filosofia ludica del lavoro di gruppo.
data di pubblicazione:10/01/2020
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