da Maria Letizia Panerai | Dic 10, 2019
Fahim Mohammad ha appena otto anni ed un vero talento per gli scacchi. Suo padre Nura, con il pretesto di fargli frequentare un corso professionale con un grande maestro, lo convince a lasciare il Bangladesh, e con esso sua mamma, sua sorella ed un fratellino in arrivo, per andare in Francia.
Nura, preso dall’urgenza di porre le basi per mettere in salvo la propria famiglia dalle violenze che agitano il suo paese, una volta giunto a Parigi dovrà misurarsi con tutta una serie di problemi che non aveva considerato o, forse, non poteva considerare appieno. Le difficoltà nell’apprendere una lingua straniera, la condizione di emarginazione nell’essere un migrante, l’adattamento agli usi di un paese diverso dal suo, fanno sì che la sua favola comincia immediatamente ad assumere connotazioni drammatiche, esasperate dalla necessità di trovare un lavoro per non rischiare l’espulsione; ciò che sembrava l’inizio di un sogno, ben presto diviene una dura prova di sopravvivenza, a cui si aggiunge il peso della complessità del sistema burocratico francese che fa sembrare tutto maledettamente irraggiungibile. Ma suo figlio Fahim è un bambino sveglio: apprende velocemente e con estrema naturalezza qualche parola di francese e comincia, anche se in maniera fortuita, a frequentare il corso di scacchi di Sylvain Charpentier, uomo burbero ed ex giocatore fallito, che tuttavia è uno dei migliori allenatori della disciplina di tutta la Francia. Sarà in questo club apparentemente “sfigato” che Fahim imparerà a difendersi grazie all’amicizia ed al cameratismo dei compagni di classe, senza mai perdere il suo irresistibile candore.
Arriva nelle sale italiane il gioiello di Pierre-François Martin-Laval, dal titolo per nulla allettante, che sorprende per l’equilibrio con cui il regista, senza mai scivolare nel pathos, tratta temi di scottante attualità come l’immigrazione, il coraggio dei migranti ed il loro sacrificio, il difficile adattamento in una terra straniera e l’accoglienza che viene riservata loro. Il regista è riuscito a creare una pellicola asciutta e bilanciata intrisa di leggerezza, ironia e amore, in cui lo spirito di gruppo di un manipolo di adolescenti, competitivi in modo sano tra loro, vince su tutto lasciando posto alla speranza.
Una nota di merito va al grande Gèrard Deparrdieu che con il suo fisico “dilatato” riesce a dare al personaggio di Sylvain Charpentier la leggerezza di una farfalla che ci incanta e cattura.
Ispirato alla storia vera di Fahim Mohammad, di origini bengalesi, che nel 2012 a soli 12 anni divenne campione di scacchi in Francia per la sua categoria, Qualcosa di meraviglioso ha il gusto delle belle storie che ti mettono in pace con il mondo.
Se ne consiglia la visione.
data di pubblicazione:10/12/2019
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da Rossano Giuppa | Dic 9, 2019
(Teatro Vascello – Roma, 3/8dicembre 2019)
In scena al teatro Vascello di Roma del 3 al all’8 dicembre 2019 Sei, adattamento che la Compagnia siciliana Scimone Sframeli ha realizzato dei Sei personaggi in cerca d’autore di Luigi Pirandello. Scimone e Sframeli sono artisti molto amati e pluripremiati in Italia così come all’estero.
Per la prima volta si misurano con Pirandello e con i Sei personaggi in una versione che dopo una lunga tournée, arriva finalmente a Roma. Una versione più essenziale, in cui il testo è sfrondato e semplificato, in cui si è ridotto il numero dei personaggi, con l’eliminazione o l’aggiunta di scene e dialoghi, sostituzione di qualche termine linguistico, ma senza stravolgere la struttura drammaturgica dell’opera originale. La commedia pirandelliana si apre maggiormente verso i rapporti concreti tra le persone. E i due attori registi prendono in mano i poli opposti della vicenda con Spiro Scimone da un lato ad interpretare il capocomico della compagnia in prova mentre Francesco Sframeli, che firma la regia, è un misuratissimo ‘padre’, ovvero il motore colpevole del dramma. Con loro in scena un folto gruppo di bravi e giovani interpreti.
Siamo in un teatro e gli attori di una Compagnia stanno per iniziare la prova di uno spettacolo che, forse, non debutterà mai. Improvvisamente un corto circuito lascia tutti al buio; il tecnico che dovrebbe riaccendere la luce non si trova e la luce arriverà solo con l’apparizione, in carne ed ossa, dei Sei Personaggi rifiutati e abbandonati dall’autore che li ha creati.
I personaggi sono li dietro tra i palchi del teatro dove la compagnia di attori sta provando e dagli stessi scendono in palcoscenico per presentarsi. Il loro desiderio è quello di essere rappresentati, per quello che sono con la loro storia terribile ovvero quella del Padre che nel retrobottega di Madama Pace incontra una bella ragazza che gli si vende, riconoscendosi entrambi con terrore lui e lei – il Padre e la Figliastra non potendo loro stessi neppure riuscire a rappresentare come protagonisti di un dramma che definiscono orrore. I componenti della compagnia, sconvolti da questa improvvisa apparizione, pensano che i “Sei” siano solo degli intrusi o dei pazzi e fanno di tutto per cacciarli via dal teatro. Ma, quando il Padre, inizia il racconto del “dramma doloroso” che continua a provocare sofferenze, tensioni e conflitti familiari, l’attenzione e l’interesse da parte degli attori e del Capocomico, verso i personaggi, cresce sempre di più e l’idea di farli vivere sulla scena diventa sempre più concreta e necessaria.
È una strana partita quella che oppone i due gruppi che si confrontano: gli attori sono fin troppo presi dal loro ruolo e dal proprio ego mentre i personaggi riversano in scena il proprio dramma, vissuto interiormente ma mai esternato fino in fondo, in quanto scomposto nella struttura drammatica e frammentato nella linea temporale. Una partita tra espressione artistica e vita reale tra essere umano e attore, ambedue al centro di una crisi di identità che li attanaglia, messi in crisi da una società e da un’industria culturale sempre più legata al denaro ed ai bisogni materiali.
Una versione intelligente e piacevole che riscopre questo grande autore in una chiave “umoristica”: perché la realtà è a volta assurdamente umoristica. E la piena attualità della versione proposta sta proprio nella modalità leggera e concreta con cui il dramma dell’incomunicabilità e del conflitto tra l’aspirazione a comunicare dei personaggi e l’impossibilità degli attori di dare corpo alla storia sul palcoscenico, viene comunicato e trasmesso.
data di pubblicazione:09/12/2019
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da Antonio Iraci | Dic 8, 2019
Betty McLeish e Roy Courtnay si incontrano online in una chat e, nonostante entrambi ottantenni, combinano un appuntamento galante per conoscersi. Lei è una ricca vedova che vive con un nipote, mentre lui è un abile imbroglione che organizza truffe ai danni di sprovveduti investitori. Anche Betty rientra nei piani di Roy che, da astuto corteggiatore, riesce ad entrare in intimità con la donna per impossessarsi del suo cospicuo patrimonio. Ma Betty si rivelerà più furba di Roy…
Bill Condon, affermato regista e sceneggiatore statunitense già premio Oscar per Demoni e dei, ne L’inganno perfetto si avvale della sceneggiatura di Jeffrey Hatcher che ha tratto il soggetto dall’omonimo romanzo di Nicholas Searle. Il ruolo dei protagonisti è affidato a due grandi: Helen Mirren (Oscar per The Queen e prossima all’assegnazione dell’Orso d’Oro alla carriera in febbraio) e Ian McKellen, famosi interpreti del cinema anglosassone ma soprattutto veterani del teatro shakespeariano.
L’inganno perfetto è una pellicola che sfugge a ogni classificazione perché è un mix di dramma, thriller, noir psicologico con un tocco splatter, in cui tutta una serie di intrighi e abili sotterfugi coinvolgono facendo restare con il fiato sospeso sino all’ultimo fotogramma, così come ci aveva abituati il grande Alfred Hitchcock. Nel plot sono inseriti ampi flashback che rimandano ad un passato oscuro e sicuramente cupo della storia tedesca, in deciso contrasto con la trama ambientata ai giorni nostri; un rimando tuttavia che, oltre a svelare la vera identità del protagonista Roy Courtnay, a volte sembra eccessivo e poco funzionale al mantenimento della suspance, con un finale che sembrerebbe affrettato, seppur sorprendente, come se il regista avesse voluto arrivare a concludere entro tempi canonici prima di cadere in qualcosa di assolutamente prevedibile.
Il film comunque regge, sicuramente grazie all’abilità dei due protagonisti in un recitato che rasenta la perfezione, in cui anche la semplice espressione dei volti spesso ripresi in primo piano esprime lo stato d’animo e il pensiero che sta dietro ad ogni azione. Condon ha quindi puntato su due cavalli vincenti ottenendo un risultato interessante, per un film che mantiene comunque un ritmo dinamico e che tutto sommato riesce a catturare la curiosità del pubblico.
data di pubblicazione:08/12/2019
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da Daniele Poto | Dic 8, 2019
(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 28 novembre/8 dicembre 2019)
Una donna malata invecchiata precocemente si spegne nell’arco dei 70’ di spettacolo. Ma la sua vera malattia forse è la solitudine. Monologo arricchito condito con la grande empatia di Lunetta Savino.
C’è un solo personaggio che si relazione (fintamente) con tanti interlocutori immaginati, disegnati scenicamente con grande maestria dall’interprete. C’è la colf, l’amica fidata, il giovane che gioca sul pianerottolo, la nipote interessato, il fidanzato fittizio. La protagonista ha 27 anni ma ne dimostra 60 per gli esiti di una rara malattia che determina il suo invecchiamento precoce. Ma non si rassegna. Lotta e vive insieme con il pubblico, consolandosi con il canto, pubblico anche, in un bar e con l’aspirazione al primo rapporto carnale con un teorico fidanzato a cui manda innumerevoli regali ma che (guarda un po’!) non risponde mai ai suoi inviti. Esibizione di pregio di un’attrice che ha fatto passi da gigante nel curriculum e si dimostra pienamente all’altezza per una prova di rara difficoltà. Teatro pieno e applausi scroscianti. E forse fa parte dell’esibizione anche la rutilante uscita di scena del novello Scaramacai tornato essere umano e non personaggio quando si libera di una parrucca attrezzo di scena. Per una volta la scena non è nuda come spesso avviene quando l’attore monologa. La porta è il deterrente delle uscite in cerca di normalità della donna sfiorita innaturalmente presto. Esibizione piena di gesti comuni e di vita quotidiana, con ripetizioni che sfiorano il sublime nella normalità/anormale di un’esistenza presto destinata a spegnersi di fronte ai crudeli ed enigmatici annunci del medico e alla prospettiva della chemioterapia. La fine è nota e non se ne uscirà senza dolore. Tina fa i conti con un destino che le presenta il conto e contro cui non si ribella più.
data di pubblicazione:08/12/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Dic 7, 2019
Un celebre autore di romanzi gialli (Christopher Plummer) la sera del suo 85° compleanno viene ritrovato morto nel suo maniero goticheggiante. Omicidio?Suicidio? Tutti i familiari, disfunzionali, ipocriti ed interessati hanno motivi per essere sospettati, la polizia ed un detective privato (Daniel Craig) cercano di risolvere i vari enigmi, fra false piste e menzogne ….
Rian Johnson è un regista e sceneggiatore statunitense non molto prolifico ma di buona qualità ed originalità di stile (Brick 2005; Looper 2012) che ha raggiunto la grande notorietà internazionale con l’ottavo film della saga di Guerre Stellari: Gli Ultimi Jedi 2017, film che ha però scatenato contro di lui le polemiche e le accuse di aver totalmente travisato l’universo e lo spirito degli eroi inventati da Georges Lucas. Tanto che il regista ha dovuto poi rinunciare alla direzione del prosieguo della “Trilogia Sequel”, il cui nuovo episodio vedremo sui nostri schermi proprio il prossimo18 Dicembre, nuovamente con la regia di J.J.Abrams, richiamato a furor di popolo.
Con il film di oggi Rian Johnson ritorna dunque nella nostra Galassia e rimette i piedi sulla Terra ed in cerca di una riabilitazione, gioca con i codici dei classici gialli deduttivi ed ad indizi e ci regala una sorta di Cluedo gigante: un’inchiesta divertente e maliziosa dai molteplici colpi di scena. Una più che discreta piccola, sofisticata commedia poliziesca, ricca di humour ed astuzie che rianima il genere dei film ad enigmi, alla Agatha Christie, ne modifica i codici e li modernizza con un tocco di suspense alla Hitchcock nella seconda parte del film.
Sulla carta non ha nulla di originale, sembra anzi nelle situazioni, location ed arredi, riproporre gli infiniti film di genere che lo hanno preceduto: Assassinio sul Nilo, Assassinio sull’Orient Expres, Delitto sotto il sole o Mistero a Croocked House … eppure il film si stacca da tutti perché ben presto il racconto prende un ritmo narrativo diverso dalle regole classiche: la Verità non viene dissimulata allo spettatore, e, quando i personaggi mentono alle domande dell’investigatore, una serie di flashback o di trovate geniali ci mostrano la Vera Verità. Così facendo il regista aggira tutti i codici classici e controbilancia gli enigmi ed intrighi con un’ottica inusuale, rinnova i meccanismi della suspense, arricchisce l’intreccio garantendo così un risultato tanto sorprendente quanto comunque soddisfacente per la logica dello spettatore. La qualità del film è tutta nel brio con cui Rian Johnson affronta i meccanismi tipici del genere e come cattura il pubblico. La sua abilità di direzione è palesemente coadiuvata e sostenuta da una buona sceneggiatura che sa giocare con gli archetipi, i dialoghi poi sono pungenti e ben calibrati, il ritmo è sostenuto con le giuste interruzioni ironiche, il montaggio è ottimo e da una iniziale teatralità si passa, cambiando registro, ad un tono da thriller del tutto inatteso ma molto gradito.
Un particolare contributo al buon risultato viene anche dal cast formato da attori ed attrici tutti di qualità e precisi nei loro ruoli e che sembrano divertirsi a caratterizzare i loro personaggi dando vita e veridicità a ciascuno di essi. Oltre al grande Christopher Plummer ed all’autoironico Daniel Craig, brilla in particolare la giovane Ana de Armas per capacità recitativa ed interpretativa.
Ovviamente ci sono anche dei difetti: qualche lentezza, qualche lungaggine di troppo, ma son piccole cose, nel complesso solo peccati veniali.
Cena con delitto è quindi un piccolo, elegante divertimento che piacerà agli appassionati del genere e farà passare un paio d’ore accettabili agli altri spettatori e … forse potrà essere un riferimento per futuri film del genere.
data di pubblicazione:07/12/2019
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da Daniele Poto | Dic 6, 2019
(Teatro SanGenesio – Roma, 27 novembre/8 dicembre 2019)
Uno scoppiettante classico evergreen regala lampi di comicità, a tratti demenziale. Il pastiche funziona anche grazie all’ottima sinergia interpretativa degli attori, la Compagnia Teatrale Sogni di Scena.
Non una scelta facile quella della family comedy. Sui generis una famiglia molto allargata. Ospiti indesiderati di una festa che si apre con un misterioso tentativo di suicidio. La comicità sta anche nell’attendere invano la comparizione dell’autore dell’insano atto. Tutti si affastellano attorno a lui, apparentemente per cercare di coprirlo ma, massimamente, per difendere la propria reputazione. Così tra la ruspante oca, la cuoca esagerata, si delineano manie e tic dei protagonisti che in una serata senza servitù devono cavarsela da soli fino alla fine dell’epilogo quando compare la polizia. E la versione di quello scelto per depistare più che convincente è ammaliante e scioglie anche la tensione di un investigatore mostrato come integerrimo. Si ride e si sorride in campo a due ore e due tempi di farsa disimpegnata che ha come primo obiettivo un’esplosione di comicità. Sono battute che arrivano presto alla pancia, qualcuna richiede una riflessione più attenta, certo non rivolta a quegli spettatori che nelle prime file confermano la propria dipendenza da uno smartphone acceso, nell’imperturbabilità sorridente del cast. Il testo di Simon invecchia lentamente ed è apprezzabile il tentativo di ribadirne l’originalità senza sconfinamenti forzosi nell’attualità da parte della regista. Lo spazio scenico viene sfruttato fino in fondo e l’elemento delle scale è la pietra d’inciampo di parte della comicità Non si bada a spese anche per i costumi di scena Trattasi di una serata di galla e le mise notturne delle attrici ribadiscono un’atmosfera, ben in coerenza con il plot farsesco. L’ennesima bella prova di un affiatato consesso di attori.
data di pubblicazione:06/12/2019
[sc.voto3t]
da Antonio Iraci | Dic 5, 2019
(Teatro India – Roma, 3/15 dicembre 2019
Il racconto della tragedia che si ripete ciclicamente nel mare di fronte Lampedusa, dove si affronta una lotta per la sopravvivenza tra naufraghi e soccorritori. Sull’isola, battuta da venti implacabili, ci si è “abituati” alla morte e sovente i pescatori trovano nelle reti insieme ai pesci anche cadaveri di adulti e bambini. Una testimonianza in diretta che ci riporta al problema della migrazione che oggi, come non mai, è al centro del dibattito politico mondiale.
Davide Enia, drammaturgo e scrittore palermitano doc, “ci cunta ‘u cuntu” vale a dire ci racconta quello che ha visto a Lampedusa quando, per la prima volta, si è trovato a vivere l’esperienza di un salvataggio di migranti a seguito di un naufragio. Il linguaggio usato in questo monologo non è solo quello verbale ma soprattutto quello dei gesti, come si usa del resto nel meridione dove alle parole si accompagnano i movimenti delle mani, una forma arcaica che diventa onomatopeica e funzionale a colorire la narrazione. Gli appunti di Davide, scritti frettolosamente in circostanze a dir poco sconvolgenti, ci riportano ad un percorso circolare dove tutto ritorna al punto di partenza iniziale: persone e cose intrecciano le proprie esistenze in uno scontro continuo che ci ricordano come noi, che stiamo di qua, un giorno approdammo fuggendo da un luogo imprecisato che sta al di là di questo mare. Davide si commuove e ci commuove perché la sua testimonianza ci manda colpi bassi che ci colpiscono inesorabili, come se ci trovassimo insieme a lui sull’isola a raccogliere i corpi di uomini che non ce l’hanno fatta ad arrivare. Le sue mani non hanno un attimo di sosta, sono loro che parlano e accompagnano le preghiere dei pescatori, quasi dei mantra che si ripetono all’infinito seguiti da suoni striduli e deformati come di forze che si scontrano in mare aperto. L’abisso diventa quindi un messaggio forte a coloro che vorrebbero dimenticare la tragedia epocale dei migranti africani, un messaggio drammatico dove non vi è spazio per la retorica fine a se stessa, ma dove siamo richiamati tutti all’azione per restituire ad ogni essere umano la dignità che gli spetta. L’attore inserisce anche riferimenti di vita personale, coinvolgendo figure familiari come quella del padre detto “’u mutu” perché di poche parole, ma che non esita poi ad abbracciarlo trasgredendo quella regola, tutta siciliana, di pura reticenza tra padre e figlio che non prevede slanci assimilabili a mollezze di carattere. Tratto da Appunti per un naufragio, scritto dallo stesso Davide Enia, lo spettacolo si avvale delle musiche composte ed eseguite da Guilio Barocchieri, un susseguirsi di note che enfatizzano il contrappunto tra canto popolare e le invocazioni per quei corpi raccolti e destinati a rimanere anonimi.
data di pubblicazione:05/12/2019
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Dic 4, 2019
Il sottotitolo è accattivante ed illuminante. “Gli anni ottanta, magia di un’epoca in cui avevamo il mondo in pugno”. Metafora del momento più radioso del pugilato italiano. Con personaggi come Oliva, Rosi, Kalambay, capaci di imporsi su ring nazionali e internazionali decretando il successo del pugilato noble arte non come rissa selvaggia alla Tyson ma come elegante lezione di stile. Era un momento che si prolungava dalla saga di quel Benvenuti, umiliato da Monzon ma capace di proiettare una luce positiva sul seguito di uno sport oggi decaduto a eventi e personaggi residuali. Come infatti paragonare uno Scardina o un Vianello attuale ai Parisi e ai Nati, a campioni mondiali ed europei in un mondo popolato ormai da un’infinità di sigle spesso indistinguibili? Il tramonto della boxe è stato decretato dalla scarsa credibilità del sistema complessivo, dalla relativa buonafede dei giudici, dal proliferare delle sigle e dallo scadimento dell’attività dilettantistica che ha reso sempre più labile il confine con il mondo professionale. Oggi si costruisce un record con una serie di incontri già segnati e la fortuna dei pochi sopravvissuti è soprattutto mediatica. Torromeo ci restituisce invece l’età felice del pugilato italiano con una serie di riuscite immersioni nel mondo dei protagonisti. Vissuto da vicino, confidenzialmente. La serie di fotografia scattate su questo sport in decadenza restituisce il quadro veridico di un’epoca in cui anche gli italiani vivevano meglio forti di una classe media consolidata che, dopo l’esplosione del boom, cercano di consolidarsi come borghesia sull’esempio di Germania, Francia, Inghilterra. C’era anche il sogno imitativo americano dietro i successi sportivi. In effetti non si arrivava per caso a giocarsi su un ring un titolo mondiale. Alle spalle c’era la solidità del movimento, l’intraprendenza dei manager, la voglia di rischiare di una società che non si poneva limiti di sviluppo e non si interrogava sulla possibile decrescita più o meno felice.
data di pubblicazione:04/12/2019
da Paolo Talone | Dic 4, 2019
(Teatro Belli – Roma, 3/5 dicembre 2019)
Dramma a carattere familiare, For once – per una volta – è la storia di April, Gordon e del loro figlio Sid. Un incidente stradale scuote la routine della loro vita perfettamente equilibrata.
Immaginate di avere per le mani un bellissimo bicchiere di vetro, dove avete versato magari il vino della buona bottiglia che avete conservato per l’occasione speciale. Mentre già avete assaporato i primi sorsi, il bicchiere vi scivola dalle mani, accidentalmente, e il vetro si frantuma a terra in mille pezzi. Impossibile rimetterlo a posto, non resta che raccogliere le schegge e buttare via tutto. È quello che accade a questa famiglia di una cittadina inglese di provincia. La tranquilla e fin troppo ordinata serenità dell’esistenza dei suoi componenti viene violentemente sconquassata da un incidente in cui perdono la vita i tre migliori amici di Sid (Michele Dirodi), un ragazzo poco più che adolescente, figlio di April (Selvaggia Quattrini) e Gordon (Marco M. Casazza). Quella sera è l’unico a salvarsi miracolosamente, ma perde un occhio sul quale porta ora una benda. Come nel nostro bicchiere l’urto di quella sera genera nella famiglia una frattura. Improvvisamente si ritrovano uno distante anni luce dall’altro, come pianeti di un unico sistema solare, vetri spezzati di un unico bicchiere. Uniti per mantenere una parvenza di relazione civile, ma estremamente lontani nei desideri e nei bisogni. La menzogna diventa per loro un’arma di sopravvivenza. Ma perché mentire? E a chi? A sé stessi, per illudersi di essere comunque felici? O agli altri, per illuderli che tutto va bene lo stesso? Mantenere l’apparenza è la regola da seguire in un paese dove si conoscono tutti.
A turno ognuno confessa al pubblico la propria solitudine e la propria insoddisfazione. Il testo drammaturgico, reso leggero da continue battute ironiche (fondamentali gli interventi del giovanissimo e bravissimo Sid/Dirodi), risulta così una somma infinita di monologhi-sfogo, dove solo noi capiamo la portata del loro più intimo dolore. I tre non si parlano mai; lascia sconcerto la totale assenza di dialogo. Anche scenograficamente ognuno abita il suo spazio: Sid la sua camera, April la cucina e Gordon la sua poltrona. Eppure sono sullo stesso palcoscenico. I racconti che riportano fanno riferimento a cose passate e presenti: il tempo, insieme allo spazio, è anch’esso violentemente frantumato. Sul finale però ecco un inaspettato ricongiungimento, come a dire che in fondo basta un po’ di attenzione all’altro – e meno preoccupazione per il giudizio della società – per ritrovare comunione e serenità.
data di pubblicazione:04/12/2019
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da Giovanni M. Ripoli | Dic 2, 2019
Due giovani studenti, lui newyorchese, lei dell’Arizona, rampolli di ricche famiglie, decidono di trascorrere un romantico fine settimana a New York, dove si alterneranno incontri più o meno fortunati e spesso bagnati dalla pioggia…Una trama apparentemente semplice svela nel migliore stile – Allen l’idea nostalgica di una città al tempo stesso reale e idealizzata, rappresentata come solo un grande regista sa fare.
A 40 anni dal suo riuscitissimo, Manhattan (migliore commedia romantica del 1979), e dopo alterni risultati (ad esempio l’ottimo Match Point, il delizioso Midnight Paris, ma anche lo sgangherato To Rome with Love), il regista newyorchese, ormai vituperato dai suoi ipocriti connazionali, torna con un nuovo capolavoro per la gioia di noi europei (negli USA la pellicola è invece sotto embargo per via di presunti pregressi comportamenti scorretti del regista alla luce dello scandalo “Me Too”).Come dicevo, la cosa non ci riguarda, fortunatamente, infatti dopo alterne vicende contrattuali l’ultima fatica dell’84enne artista di Brooklyn, è regolarmente programmata con meritato successo di critica e pubblico nelle sale del nostro paese. E se ci aveva entusiasmato, divertito, interessato, quello che fu il suo nono film con la sua spensierata visione della città- che – più- ama- al- mondo, appunto, New York, ripresa nel più bel bianco-nero di sempre realizzato dal grande Vittorio Storaro e impreziosito dalle musiche di George Gershwin, oggi a colori con gli stessi affidabili complici di sempre (ancora Storaro alla fotografia e Santo Loquasto alle scenografie, e una colonna sonora che svaria da Chet Baker a Irving Berlin), Allen è ancora in grado di ricreare la stessa magica emozione. Certo non è più lui a interpretare il ruolo del se stesso- protagonista (l’intellettuale Isac Davis di Manhattan) e nemmeno sceglie quale suo alter ego tra fascinosi attori adulti. S ’identifica, invece (dallo stile – casual raffinato nel vestire, all’amore per il piano di Irving Berlin, ai vecchi noir con Mitchum) in un giovane emergente appena ventenne per raccontare la sua città, per certi versi la sua biografia, e l’ineluttabilità del destino. Come un Holden Caufield ( di salingeriana memoria),Gatsby Welles (omen nomen…), interpretato magistralmente da Timothèe Chamalet (Chiamami col tuo nome, Beautiful boy), sogna la sua giornata ideale a Manhattan con la sua adorabile, “quasi ingenua” Ashleigh (l’altrettanto brava e deliziosa Elle Fanning). La fanciulla, aspirante giornalista, già “miss simpatia Arizona”, deve intervistare per il giornalino del college un famoso regista e l’occasione serve ai due giovani per lasciare la noiosa università di provincia, recarsi nella grande mela, vivere avventure e incontri dai differenti sapori. Naturalmente, secondo la migliore tradizione delle commedie di Allen, la trama offrirà tutta una serie di spunti, inutili da anticipare, ma che di volta in volta saranno occasioni di sorrisi, riflessioni, nostalgie, malinconie. In un crescendo che ai più attenti cinefili, ricorderà Un Provinciale a New York di Arthur Hiller, ma anche le raffinate commedie di George Cuckor o Vincente Minnelli con un “magic touch” alla Lubitsch …
Piccoli equivoci, situazioni imbarazzanti, battute fulminanti (quella della Shannon a Gatsby La vita reale è per chi non sa fare di meglio!), baci più o meno rubati, stacchi musicali sempre al punto giusto e tanta malinconia per una città da raccontare sotto la pioggia.
Ancora una volta, rivivono nel personaggio di Gatsby, sapientemente mescolati, tutti i temi e gli ingredienti cari ad Allen (i giovani direbbero “tanta roba”), riproposti al meglio in un film che sotto le finte spoglie di una commedia adolescenziale ha invece ben altro, come la critica al perbenismo borghese, a certi vacui comportamenti maschili e femminili, all’amore per il bello tout court. E così, fra immagini poetiche, citazioni colte, battute fulminanti, Allen ci offre il meglio del suo cinema dove Groucho Marx convive con Fellini e Chet Baker con Gershwin per 94 minuti di un indimenticabile sogno malinconico da vivere al cinema.
data di pubblicazione:02/12/2019
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