ACCABADORA dal romanzo di Michela Murgia, regia di Veronica Cruciani

ACCABADORA dal romanzo di Michela Murgia, regia di Veronica Cruciani

(Teatro Piccolo Eliseo- Roma, 14/24 novembre 2019)

Tesissima riconversione teatrale di un libro di successo. Prova d’attrice encomiabile in interno sardo per un grande successo di pubblico (e forse anche di critica).

 

Coraggiosa versione teatrale del romanzo che ha reso celebre sul suolo nazionale Michela Murgia, sdoganando la parola del titolo. Nella tradizione sarda, dallo spagnolo acabar, significa uccidere, aiutare le persone a morire. Sull’attualità montante del tema la stupefazione della protagonista Maria che scopre la realtà dell’ambiente e in particolare delle pratiche di Bonaria Urrai, sarta che si dedica a questa attività crudele e insieme umanitaria. L’ammirazione di Maria per questo personaggio fa i conti con questa macabra scoperta che rivoluzione il suo modo di pensare e introduce un elemento anomalo nel rapporto. La musica elettronica e i cambi di luce sono solo gli elementi di spaziatura di un monologo lungamente efficace che solo un attrice di livello poteva gestire con disinvoltura. Ormai, risparmio a parte, sono vastamente diffuse le scenografie minimal chic: sedie, un piccolo salotto, il resto è lasciato alla libera immaginazione. Nel paesino immaginario della Sardegna dove avvengono queste strane manipolazioni tutto sembra ridotto all’essenziale. La regola è il primitivismo nei rapporti. La fuga nel continente non rompe questo strappo feroce con una realtà serena. Il ritorno nell’isola è dovuto a un’emergenza e in un certo modo chiude il cerchio, fa i conti con l’esistente. Non si può cancellare il passato consistente in lutti accumulati. Pietà e ferocia dell’atto hanno bisogno di una decantazione. Lo spettacolo ha avuto il chiaro gradimento della componente femminile, la parte più sensibile e partecipativa della generica utenza teatrale. Una componente video a tratti sorprendente si configura come elemento di rottura dell’affabulante monologo. La drammaturgia di Carlotta Corradi è parte fondante del successo in sala.

data di pubblicazione:20/11/2019  


Il nostro voto:

FURNITURE di Sonya Kelly, regia di Maurizio Mario Pepe

FURNITURE di Sonya Kelly, regia di Maurizio Mario Pepe

(Teatro Belli – Roma, 19/23 novembre 2019)

Tre atti unici, sei personaggi, un filo conduttore: il valore delle cose. Una divertente riflessione sul possesso materiale degli oggetti che ci circondano.

 

 

Ed trascina sua moglie Alex a una mostra di modernariato. È il giorno del loro anniversario ma lui l’ha dimenticato, tanto è frustrato dal suo lavoro di pittore che non arriva ad esporre da nessuna parte. Se la prende con la fin troppo pragmatica moglie, colpevole di percepire i pezzi esposti come semplici oggetti di quotidiano utilizzo anziché opere senza tempo di artisti di design contemporaneo. Steff e Dee si sono conosciute in chat appena un mese prima e subito vanno a vivere insieme nell’appartamento arredato alla perfezione e con gusto di Steff. Il problema nasce quando Dee, a cui non interessa nulla o poco dei mobili della compagna, porta con sé le sue cose, tra cui una poltrona davvero orrenda che non si sposa con il resto. George, infine, è un anziano signore omosessuale malato che deve organizzare il suo testamento aiutato dal nipote Michael. Lo zio vorrebbe lasciare in eredità al ragazzo una chaise longue di grande valore – dove addirittura Judy Garland ci è svenuta sopra –, ma Michael stenta a coglierne il senso.

Sono tre situazioni diverse, guidate tutte da un unico tema: il potere iconico di un oggetto capace di evocare miti e glorie del passato, che rende schiavo chi lo possiede per ciò che rappresenta e che è dotato di una eternità che all’uomo non è dato di avere. Il combattimento tra gli oggetti e loro legittimi padroni, e tra questi e il senso di morte e finitezza dell’esistenza, sta alla base della riflessione di Sonya Kelly. Gli oggetti in scena sono i veri protagonisti della pièce e sono le corde che delimitano un immaginario ring dove i personaggi si scontrano in accesi e divertenti dialoghi. Ottima la traduzione – non solo meramente linguistica – di Natalia di Giammarco, che sa restituire sfumature di significato, giochi di parole e battute a doppio senso contestualizzate nella nostra cultura e adattate al nostro gusto.

Ogni atto riporta sempre lo scontro tra un protagonista – intestardito a difendere quello che ha o quello che ha fatto – e il suo antagonista. Il secondo dovrebbe ricordare all’altro che più importante di quello che si ha è quello che si è, ma la lezione morale è solo apparente. In realtà anche questi sono incastrati nell’idolatria di qualcosa, per cui il loro ruolo si riduce a un semplice innesco della sfida con il rivale. Il dato comico sta qui: è la società dei consumi a essere oggetto di sarcasmo e di beffa, e tutti ci siamo immischiati. Tuttavia i personaggi diventano consapevoli di questa testarda schiavitù alle cose, e per questo ci fanno sorridere e riflettere, perché in fondo sono vicini a noi e alle nostre – più o meno taciute – fissazioni.

data di pubblicazione:20/11/2019


Il nostro voto:

LA MECCANICA DEI MOSTRI – Da Carlo Rambaldi a Makinarium

LA MECCANICA DEI MOSTRI – Da Carlo Rambaldi a Makinarium

(Palazzo delle Esposizioni – Roma, 22 ottobre 2019/6 gennaio 2020)

Accanto a Sublimi Anatomie, il Palazzo delle Esposizioni offre la possibilità di visitare in contemporanea altri due eventi molto interessanti. Uno riguarda le cosiddette Tecniche d’Evasione attraverso testimonianze fotografiche che documentano i tentativi di alcuni artisti ungheresi che, in clandestinità, attuarono delle vere e proprie strategie sovversive nei confronti del potere imperante nel loro paese tra gli anni sessanta e settanta. L’altro evento riguarda la Meccanica dei Mostri in ambito cinematografico e precisamente la figura mitica di Carlo Rambaldi (1925-2012): maggior esponente tra coloro che hanno creato gli effetti speciali nel cinema e soprattutto precursore della meccatronica, Rambaldi ha saputo rendere realistico qualsiasi personaggio da lui inventato che, anche quando era un elemento secondario, è sempre diventato il vero protagonista del film. La mostra, curata da Claudio Libero Pisano, racconta la storia di questo artista italiano e di come sia riuscito ad arrivare alla realizzazione delle sue creature, partendo dai bozzetti fino alla definizione materiale del soggetto, di cui si possono studiare gli elementi meccanici della loro movimentazione. Rambaldi, laureatosi presso l’Accademia di Belle Arti di Bologna, si specializzò successivamente nella tecnica propria dei macchinari, tecnica che iniziò ad imparare facendo pratica quando era ragazzo nella bottega del padre che vendeva biciclette. Questa sua particolare formazione gli ha consentito non solo di lavorare con i maggiori registi italiani del suo tempo ma anche di essere richiesto e apprezzato a Hollywood che gli ha conferito ben tre premi Oscar: due come migliori effetti speciali per Alien di Ridley Scott del 1979, e uno per E.T. l’extra-terrestre del 1982 di Steven Spielberg, oltre a quello speciale per gli effetti visivi di King Kong, film del 1976 diretto da John Guillermin. La mostra ci permette non solo di osservare da vicino le creature nate dalla fantasia di Rambaldi, ma spiega anche come gli effetti speciali di oggi siano riusciti ad associare le tecniche della meccatronica con quelle più sofisticate del digitale. A tal riguardo, il gruppo italiano Makinarium è tra i più importanti al mondo in questo settore, e la sua factory di Roma viene presentata assieme alle loro realizzazioni che hanno incredibili somiglianze con quelle di Rambaldi, creature tutte entrate nella storia della cinematografia mondiale.

data di pubblicazione:19/11/2019

STORIA DI UN MATRIMONIO di Noah Baumbach, 2019

STORIA DI UN MATRIMONIO di Noah Baumbach, 2019

Presentato in Concorso alla 76. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è uscito nelle sale l’ultimo film di Noah Baumbach con Adam Driver e Scarlett Johansson, visibile dal 2 dicembre sulla piattaforma Netflix. Storia di un matrimonio parla della lunga strada che una coppia di New York deve “attraversare” per arrivare alla separazione nel modo più amichevole possibile, ma non senza sofferenza, nel rispetto dell’amore che reciprocamente nutrono per il piccolo Henry, il loro unico figlio, affinché questi possa continuare a crescere senza troppi traumi.

 

Nicole, attrice di Los Angeles divenuta famosa grazie ad una commedia televisiva di successo, incontra Charlie, un talentuoso regista teatrale di New York e se ne innamora all’istante; in nome di questo amore si trasferisce da Los Angeles a New York, iniziando a lavorare come attrice teatrale senza tuttavia avere uno spiccato talento nel settore. La coppia è affiatata solo in apparenza: le rinunce a volte inutili di lei e la cecità di Charlie, ambizioso e strenuo sostenitore delle proprie idee, li portano ad un progressivo allontanamento emotivo di cui inizialmente, entrambi, non riescono a definirne i confini. Sino a quando non entreranno in scena i legali divorzisti che, in poco tempo e senza mezzi termini, li porteranno ad accettare di modificare in maniera traumatica il loro quotidiano, stravolgendo così anche le loro vite professionali. Nicole, più risoluta nel voler divorziare, tonerà con Henry a Los Angeles dove riprenderà a lavorare in TV, mentre Charlie dovrà fare la spola da New York per vedere il figlioletto, tentando di conciliare questi incontri con gli impegni teatrali.

Adam Driver e Scarlett Johansson sono bravissimi, e ne danno prova sempre, sia nelle scene di inevitabile tensione sia in quelle dove la tenerezza scivola tra le maglie della stanchezza, dopo che la quotidianità con il suo rassicurante bagaglio è andata distrutta: i due interpreti sono decisamente il fulcro del film perché riescono a mettere a nudo con molta maestria fragilità, egoismi e incomprensioni. Non altrettanto esaltanti sono Laura Dern e Ray Liotta nella parte dei legali divorzisti rispettivamente di Nicole e Charlie, un po’ troppo macchiettistici che, al pari di alcune scene cantate, sortiscono l’effetto contrario di appesantire il film invece di alleggerirlo.

È purtroppo quasi inevitabile ritornare con la mente a quel Kramer contro Kramer in cui i giovanissimi e bravissimi Maryl Streep e Dustin Hoffman, si contendevano l’affidamento del loro bambino: questa similitudine fa perdere un po’ di fascino alla storia di Baumbach che, seppur ben articolata sul concetto che l’amore non finisce ma si trasforma anche quando tutto sembra andare in frantumi, evidenziando nei passaggi dolorosi di un divorzio un realismo di vita vissuta in cui non si perde la naturalezza di certi gesti che ti faranno ricordare di essere stati un tempo una famiglia, non convince sino in fondo, lasciando l’amara sensazione di qualcosa di già visto.

data di pubblicazione:19/11/2019


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GRAZIE A DIO di François Ozon, 2019

GRAZIE A DIO di François Ozon, 2019

Alexandre vive con la moglie e i suoi cinque figli a Lione. Per puro caso un giorno viene a scoprire che il prete, che aveva abusato di lui quand’era un giovanissimo boy scout, continua a dire messa vicino Lione e si occupa ancora di minori. I ricordi di quella terribile esperienza, per tanti anni rimossi, sembrano ora riaffiorare per chiedere giustizia non solo nei confronti di Padre Bernard Preynat, colpevole di aver molestato circa settanta ragazzi, ma anche verso il Cardinale Philippe Barbarin per non aver denunciato il fatto alle autorità competenti.

 

 

François Ozon è un regista e sceneggiatore francese che ha raggiunto il successo internazionale con 8 donne e un mistero, simpaticissima commedia interpretata da Catherine Deneuve, Fanny Ardant, Isabelle Huppert, Emmanuelle Béart e Virginie Ledoyen., con Grazie a Dio, attualmente in distribuzione nelle sale italiane, presentato in anteprima mondiale nell’ultima edizione della Berlinale, ha vinto l’Orso d’Argento – Gran Premio della Giuria.

Ozon non è la prima volta che tratta con spirito arguto e critico argomenti che riguardano la sessualità umana, non facendo mistero della propria omosessualità. Il film lascia poco spazio alla fiction per assumere la forma di un reportage su vicende realmente accadute in Francia tra gli anni ottanta e novanta, che investirono la società e il mondo ecclesiastico in particolare. Alexandre (Melvil Poupaud) non si darà pace fino a quando non riuscirà a convincere altre vittime di Padre Preynat (Bernard Verley) a denunciare alla polizia gli abusi subiti.

La pedofilia è problema che deve essere preso seriamente in considerazione dalla chiesa, ancora oggi restia a confessare le proprie colpe malgrado le raccomandazioni papali. Nonostante l’eccessiva verbosità, la pellicola riesce a coinvolgere emotivamente forse perché l’inchiesta che viene sviluppata riguarda un fatto di cronaca reale e che ha pesantemente toccato la sensibilità della gente comune. Anche il montaggio di Laure Gardette segue un ritmo veloce, intenso ed intrigante, mantenendo sempre una certa tensione. Risulta alquanto singolare il modo con cui il regista sia riuscito ad esaminare la reazione psicologica dei vari personaggi coinvolti ai quali, dopo tanti anni, è ancora tanto difficile ammettere ciò che hanno realmente patito.

Una pellicola ben costruita e soprattutto che riesce ad affrontare in maniera intelligente un tema purtroppo ancora tanto attuale.

data di pubblicazione.19/11/2019


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SESSANTOTTO, L’ANNO DEL NON RITORNO di Carlo Santi- Infinito edizioni, 2019

SESSANTOTTO, L’ANNO DEL NON RITORNO di Carlo Santi- Infinito edizioni, 2019

Tempi di anniversari e di ricordi. Per un 1968 che in Italia è stato soprattutto 1969, data di presunte rivoluzioni di lutti, di cambiamenti tellurici della società. Carlo Santi, non tradendo le proprie origini di cronista sportivo, ci consegna questo instant book che è una realistica fotografia di uno spaccato generazionale di cinquanta anni fa. Non è un caso che in copertina svetti il traumatico gesto di Smith e Carlos, un pugno guantato di nero, esibito durante la cerimonia di premiazione della finale dei 200 metri piani a Città del Messico, a esplicitare quella discriminazione razziale, così viva e cogente negli Stati Uniti. Ma naturalmente quel biennio ha molte altre valenze e significati. I Giochi Olimpici del 1968 furono funestati dal massacro degli studenti che nella calma ovattata delle gare fu quasi ignorato, secondo le testimonianze qui riprodotte di molti italiani medagliati. Quello fu l’anno in cui i calciatori presero coscienza di non dover essere più dei pacchi postali spediti da una società all’altra, varando l’Associazione sindacale di cui fu immarcescibile presidente Sergio Campana. Il 1969 fu anche l’anno dei Giochi della Gioventù, una scossa per dare al Paese un imprinting sportivo, un’innovazione che gli anni hanno provveduto a cancellare e dalle cui leve uscirono comunque atleti come la Dorio o Ortis. Nel 1968 morirono Robert Kennedy e Martin Luther King facendo evaporare un altro pezzetto del sogno americano. Il 1968 fu l’anno in cui la nazionale azzurra di calcio vinse il campionato europeo. Fu l’anno dell’altitudine miracolosa per battere record in quota, del salto in alto reinventato da Fosbury, da mille parabole che, come un sogno infranto d’infanzia, si arrestarono su quel 1968 fatidico. Libro della nostalgia che non dimentica il Vietnam, il clima da guerra fredda, lo sbarco sulla luna con la conflittuale e dispendiosa concorrenza tra Usa e Urss. Quando Nato e Patto di Varsavia erano realtà solide oltre che punti di riferimento della politica mondiale. Erano le stagioni in cui si voleva cambiare il mondo prima che il mondo cambiasse noi.

data di pubblicazione:19/11/2019

FURNITURE di Sonya Kelly, regia di Maurizio Mario Pepe

STRAIGHT di D.C. Moore, regia di Silvio Peroni

(Teatro Belli – Roma, 15/17 novembre 2019)

Due vecchi amici dell’università – uno l’opposto dell’altro – si ritrovano dopo anni. Un po’ per gioco e un po’ perché la vita è bizzarra progettano di realizzare un film porno.

 

 

Lewis (Daniele Marmi) è felicemente sposato con Morgan (Giulia Rupi). La sua è una vita ordinaria, fatta di lavoro e progetti, di sicurezze incrollabili: la splendida moglie, donna in carriera molto sicura di sé, la casa di proprietà, anche se piccola, la voglia di fare un bambino. Ma il suo desiderio nevrotico di compiacere a tutti i costi la donna e la sua fin troppo evidente insicurezza, nascondono una certa, seppur tenera, debolezza. Improvvisamente arriva Waldorf (Giovanni Anzaldo), un vecchio amico dell’università di Lewis, lo scassinatore che trova la chiave giusta per entrare nel loro spazio fin troppo regolare e scuotere il loro apparente equilibrio. La differenza che corre tra i due amici è abissale. Il nuovo arrivato è tornato in città dopo un lungo girovagare per il mondo – la lista dei posti visitati è lunghissima, come le avventure amorose collezionate –, tutto l’opposto dell’altro. L’aspetto comico della vicenda si manifesta in questo contrasto, condito da battute intelligenti e ben calibrate nei tempi. Ma anche nel fenomeno di ribaltamento, stavolta del titolo: Straight ovvero eterosessuale, che bisognerebbe punteggiare con un punto di domanda. È l’imprevista entrata in scena di Steph (Eleonora Angioletti), una giovane attrice di film porno, e una bevuta di troppo a far nascere nei due l’idea di registrare un video gay, dove reciteranno da protagonisti. Cosa vorrà alla fine Lewis, indiscusso personaggio cardine di questa vicenda? Vorrà ancora un figlio con la donna che ama o vorrà approfondire questa sua latente inclinazione?

La commedia è spassosa e gli attori funzionano tra loro alla perfezione. La regia riduce all’essenziale la scenografia, a un doppio schermo, uno verticale che fa da fondale e uno orizzontale che fa da spazio della recitazione – sembra di rivedere il contrasto della realtà vista frontalmente da un telefonino e quella reale – orizzontale – nella quale ci muoviamo. Non ci sono oggetti in scena né attrezzature: una scelta azzeccata per un testo che da solo vale la ricchezza di questo spettacolo. Tutto è concentrato sul lavoro degli attori e sul contenuto dei dialoghi, dal quale nascono riflessioni e incastri di raffinata comicità. Uno spettacolo davvero ben fatto.

data di pubblicazione:16/11/2019


Il nostro voto:

PEZZI regia e drammaturgia di Laura Nardinocchi

PEZZI regia e drammaturgia di Laura Nardinocchi

(Teatro Vascello – Roma, 12 novembre 2019)

Una madre sola con due figlie. Un lutto da rielaborare. Un albero da addobbare e un Natale da festeggiare. Pezzi di una vita frantumata da tenere insieme per continuare a vivere.

 

Mentre il pubblico prende posto in sala le tre protagoniste di Pezzi stanno già recitando la parte sul palco. I caratteri dei loro personaggi sono appena abbozzati in questa danza frenetica che le vede correre da una parte all’altra dello spazio scenico. Sembra di assistere a una performance di arte contemporanea. Il linguaggio è onirico, sgrammaticato, inaccessibile. Ma la storia si fa chiara man mano che le scene si susseguono.

Pezzi è lo spettacolo vincitore del Roma Fringe Festival 2019 ed è il risultato di un lungo lavoro che la regista, Laura Nardocchi, ha portato a compimento insieme alle attrici Ilaria Giorgi, Claudia Guidi e Ilaria Fantozzi. Un lavoro magnifico tutto al femminile che merita ben più di un premio e sicuramente di essere portato in scena ancora per molto.

Il racconto gira intorno al dolore generato da un’assenza. Una madre, semplice e verace come una donna di paese può essere, perde il marito e padre delle sue due figlie. Da quel momento la vita di questo nucleo familiare esplode. Il sottotitolo recita Si vive per imparare a restare morti tanto tempo, e per cercare di dare un senso alle cose diremo noi. Come una nuova Madre Coraggio, questa donna si prende cura delle sue due figlie tra non poche preoccupazioni. Marina, la più grande, è delle due quella che deve capire e sopportare tutto, costretta a crescere in fretta. Maria, la più piccola, è una bimba fragile che va protetta e difesa. Incomprensioni, litigi, frustrazioni nascono dal non aver accettato il lutto e separano le donne perse nella loro solitudine e sofferenza. La serenità può tornare solo dopo aver preso coscienza e consapevolezza del proprio vuoto.

Pezzi è un dramma struggente, fisico, commovente. È una danza di gesti e una sinfonia di suoni espressi con sublime poesia. È un monumento, una fotografia reale di un male intimo e devastante. Un semplice racconto, sebbene articolato nella costruzione. Un’opera d’arte molto vicina al vero di tante esistenze.

data di pubblicazione:13/11/2019

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FURNITURE di Sonya Kelly, regia di Maurizio Mario Pepe

AN INTERVENTION di Mike Bartlett, regia di Fabrizio Arcuri

(Teatro Belli – Roma, 11/13 novembre 2019)

Una coppia di personaggi uno il migliore amico dell’altra. Si danno consigli e si scambiano opinioni, tra rimproveri e carezze. La vita va avanti e il loro legame rimane saldo, anche se è passato tempo dall’ultima volta che si sono visti.

 

 

Per convenzione si chiamano A e B, poiché potrebbero essere chiunque. Di loro sappiamo che sono buoni amici da qualche anno e questo è evidente fin dalle prime battute. Rita Maffei è A, una donna che ha problemi con l’alcol, ma dal temperamento energico e divertente. Gabriele Benedetti è B, molto più pacato e razionale, che si fidanza con la donna sbagliata che A non gradisce. Sullo sfondo l’imminente intervento militare del Regno Unito in una guerra lontana. Il contestato Tony Blair, che vestì anche i panni di inviato per la pace in Medio Oriente oltre a quelli di Primo Ministro britannico, compare sorridente in una foto con alle spalle il fumo di un palazzo appena esploso per una bomba. Proprio la guerra è argomento di discussione tra i due amici, come lo è la dipendenza di A e la nuova fidanzata di B: forze distruttive che accendono continui diverbi tra i due. B è a favore di un intervento nel conflitto, A invece lo vede come l’ennesimo atto di terrorismo coloniale autorizzato dal Governo. B rimprovera A, mentre A attacca di continuo B. Volano frasi sarcastiche, tra ammiccamenti costanti al pubblico, le cui risate sembrano inserite apposta nella drammaturgia.

I quadri che si susseguono sono cinque. Ogni volta che i due amici si rivedono capiamo che è passato un po’ di tempo, durante il quale le loro vite sono andate avanti e si sono arricchite di episodi da raccontare: “Non ci vediamo più da quella sera” è la frase che ricorre. Per ogni atto un cambio di costume, abiti diversi confezionati però con la stessa stoffa. Pur avendo divergenza di opinioni su tutto, c’è qualcosa in fondo che li tiene legati.

Lo spettacolo è divertente, a tratti esilarante. In perfetto stile inglese A e B si rivolgono tra loro con una sincerità educatamente spietata, quella che maschera battute taglienti con il vestito delle buone maniere. L’esito è divertentissimo e ci ricorda che un intervento – non quello militare stavolta – è sempre necessario quando si tratta di stare accanto a un amico.

data di pubblicazione:12/11/2019


Il nostro voto:

BAARÌA di Giuseppe Tornatore, 2009

BAARÌA di Giuseppe Tornatore, 2009

Il film racconta la storia di Peppino Torrenuova di Bagheria, città della provincia di Palermo, che negli anni trenta, ancora bambino, fu costretto a lasciare la scuola e a lavorare come pastore per aiutare la famiglia in gravi difficoltà economiche. Diventato adulto, si iscrive e milita con convinzione nel Partito Comunista Italiano; si innamora anche della bella Mannina costretta però dalla famiglia a fidanzarsi con un altro uomo che lei ovviamente non ama. I due, nonostante le avversità, si ameranno in segreto fino a quando decideranno di fare la classica “fuitina” e nessuno a quel punto potrà più opporsi alla loro unione, mentre intorno la vita prosegue tra varie vicende sociali come la repressione del regime fascista e la corruzione di cosa nostra.

Nonostante la colossale produzione che comportò la ricostruzione quasi totale di Bagheria in una periferia di Tunisi e nonostante l’impegno dei due protagonisti Francesco Scianna e Margareth Madé, affiancati da un cast di tanti bravi attori, il film fu al centro di vaste polemiche e la critica fu molto spietata verso il regista. Presentato in apertura alla 66esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia come evento e pur avendo ottenuto successivamente diverse nomination al Golden Globe, David di Donatello e Nastri d’Argento, il film non riscosse il successo aspettato tra il pubblico: gli incassi si limitarono a circa 10 milioni di dollari contro i 28 spesi per realizzarlo, e Tornatore dovette anche affrontare diverse vicende giudiziarie intentate anche dagli animalisti per alcune scene girate dal vero in un mattatoio. Premio Oscar nel 1996 per Nuovo Cinema Paradiso, Tornatore con Baarìa ha comunque tratteggiato un ritratto della sua città natìa che comunque difficilmente potrà essere dimenticato.

Il film ci suggerisce questa ricetta tipica del luogo: lo sfincione bagherese.

INGREDIENTI: per quattro persone sono sufficienti 500 grammi di farina, 50 grammi di lievito, 50 grammi di strutto, 250 dl circa di latte, 300 grammi ricotta fresca, 1 kg di cipolle bianche, 5 filetti di alici, 100 grammi di formaggio pecorino romano, 50 grammi circa di pan grattato, olio d’oliva, sale e pepe q.b.

PROCEDIMENTO: Per prima cosa bisognerà preparate l’impasto aggiungendo alla farina il latte appena caldo dove è stato sciolto lo strutto e il lievito di birra oltre un pizzico di sale e uno di zucchero. Una volta preparata la pasta lasciare riposare al coperto per diverse ore. Intanto si può preparare la cipollata facendo imbiondire le cipolle in abbondante olio d’oliva (se si preferisce le cipolle possono essere prima lasciate bollire in acqua salata per una decina di minuti prima di ripassarle in padella). Alle cipolle vanno aggiunte le alici sott’olio che andranno sciolte nella padella insieme alle cipolle. Una volta che la pasta è ben lievitata si dovrà riprendere e impastare con un poco di olio e riporla nella teglia anch’essa ben unta di olio e lasciare riposare per altre due ore. Infine coprire l’impasto con fettine di ricotta fresca e sopra ancora la cipollata coprendo poi il tutto con il pecorino, il pan grattato e del pepe.

Spargere infine su tutto un poco di olio e infornare a 180 gradi per circa un’ora.

Lo sfincione va servito tiepido.

data di pubblicazione:11/11/2019