FLY ME TO THE MOON di Marie Jones, regia di Carlo Sciaccaluga

FLY ME TO THE MOON di Marie Jones, regia di Carlo Sciaccaluga

(Teatro Belli – Roma, 29/31 ottobre 2019)

Due assistenti sociali trovano morto in casa il loro assistito, di cui non sanno nulla oltre il nome e l’indirizzo di casa. La ristrettezza economica in cui si trovano le fa escogitare un piano per arrotondare lo stipendio.

 Per volare fin sopra la luna, come recita il brano di Frank Sinatra, occorrono un paio d’ali, mettiamo anche quelle della fantasia, di certo non le gambe. Lo sa bene l’attrice Alice Arcuri costretta per una brutta bruttissima distorsione al piede a recitare da seduta, come ci avverte carinamente la sua compagna di lavoro Eva Cambiale a inizio spettacolo. La scelta di andare comunque in scena con una regia riveduta non ha tolto nulla a questo testo dell’irlandese Marie Jones, una commedia insieme divertente e amara sulla condizione della working classinglese del nuovo millennio. Una partitura per sole voci femminili.

Loretta e Francis sono due amiche e colleghe di lavoro, delle moderne Laverne e Shirley(nota e divertente sitcomamericana degli anni ’80) con le quali condividono complicità e ironia come coppia comica, che vivono in un tempo storico difficile, quello della regressione dopo la crisi economica che ha colpito il mondo occidentale nel 2008. Il misero stipendio che gli dà il governo – 7 sterline e mezzo l’ora ovvero il corrispettivo di una paga base – serve a stento a mandare avanti le loro rispettive famiglie, con figli e compagni, entrambi disoccupati, a carico. Trovato morto il vecchio – appassionato fan di Frank Sinatra – viene loro la tentazione di incassare la sua pensione e la sua vincita alle corse di cavalli, arrivata finalmente per ironia della sorte dopo il suo decesso. I pochi soldi darebbero un po’ di respiro alle due donne e la possibilità di fare insieme quel viaggio a Barcellona per l’addio al nubilato dell’amica, ovviamente con un volo low cost, quello che si può permettere la gente che guadagna poco.

Un testo fortemente attuale prima di tutto nel linguaggio, diretto e sboccato, che riflette sulla condizione sociale nella quale siamo costretti, ben ritmato per merito anche delle due bravissime attrici. Una commedia ironica che prende spunto dal vero di tante complicate e tristi situazioni.

data di pubblicazione: 31/10/2019


Il nostro voto:

FELICITA’…TA’…TA di Massimo Di Michele, con Dario Battaglia, Luisa Borini e Edoardo Coen

FELICITA’…TA’…TA di Massimo Di Michele, con Dario Battaglia, Luisa Borini e Edoardo Coen

(Teatro di Villa Torlonia – Roma,17/30 ottobre 2019)

Un garbato omaggio a Achille Campanile, più che dimenticato oggi. Un pastiche condito con opportuna colonna sonora e movimenti scenografici essenziali in un teatro che rimane un gioiello.

 

Achille Campanile è venuto a mancare alla cultura italiana più di quaranta anni fa. Ma il suo ricordo è stato perentoriamente rimosso, dimenticando il largo successo di pubblico della sua multiforme attività di umorista, scrittore, sceneggiatore, autore di teatro, giornalista, barzellettiere. In una chiave di minimalismo comico un affiatato e giovane trio ha raccolto un meritato applauso collettivo del pubblico per questo omaggio alla memoria, fatto di siparietti comici, di battute brucianti, di un situazionismo dialettico, piccante, curioso e naturalmente eccentrico. Un tappeto sonoro anni ‘50, a caratterizzare l’atmosfera rètro, è l’ingrediente di sala. Tra una e l’altra scenetta movimento di sedie sfruttando il grande spazio a disposizione, un efficace riempimento di scena. Battutacce dell’assurdo montano e prendono il sopravvento in questa operazione un po’ nostalgica ma funzionalmente efficace. Le capacità di travestitismo degli attori è l’occasione per sfoggiare indiscriminata bravura. Una vera rivelazione Luisa Borini i cui cambiamenti di voce costituiscono uno spettacolo a parte. C’è ritmo, c’è adesione a Campanile, persino nello spirito dei balletti en travesti. Sorprese visionarie con echi futurismo e surrealismo, come l’alba di un mondo nuovo tutto da scoprire. Stravaganze veloci, colpi di scena. Sprizzano allegria e ottimismo i quadri presentati, abilmente scelti in un repertorio sconfinato, espresso in oltre mezzo secolo di presenza nella società italiana. Campanile è spiazzante, anti-retorico. Oggi si direbbe politicamente scorretto. E probabilmente sarebbe contestato dalle femministe perché è un autore che non fa sconti ai sessi (se è per questo neanche agli uomini e alla loro ipocrisia). Un’occasione per riscoprirlo con la sua larvata ipocondria e le sue frecce avvelenate rivolte contro il conformismo del suo tempo.

data di pubblicazione:30/10/2019


Il nostro voto:

FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019: SERATA CONCLUSIVA

FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019: SERATA CONCLUSIVA

L’anteprima de Il peccato, il kolossal che Andrei Konchalovsky ha dedicato alla figura di Michelangelo, è stato l’evento super speciale che ieri ha segnato la chiusura della 14ma edizione della Festa del Cinema di Roma, sotto la direzione artistica di Antonio Monda. La pellicola è una co-produzione russo/italiana che vede impegnati la Fondazione dello stesso Konchalovsky per il sostegno al Cinema e alle Arti Sceniche, e Jean Vigo Italia con Rai Cinema: un lavoro dunque di collaborazione molto importante che tende a sottolineare la stretta partecipazione artistica tra i due paesi.

L’edizione appena conclusasi della kermesse cinematografica romana ha tuttavia raggiunto molti altri obiettivi che l’hanno resa degna di interesse non solo tra il numeroso pubblico presente in sala, accreditati e non, ma anche da parte della stampa nazionale e internazionale. I film, in rappresentanza di ben 25 paesi, sono stati 70 oltre ai 34 riguardanti retrospettive e tributi ad autori particolari con una media giornaliera di una settantina di recensioni tra articoli su carta stampata e online.

A partire dal film di apertura Motherless Brooklyn di e con Edward Norton, abbiamo assistito alla presentazione di veri capolavori, piccoli e grandi, come Downton Abbey di Michael Engler già nelle sale dal 24/10/2019, Judy di Rupert Goold con una magistrale Renée Zellweger, gli splendidi Antigone di Sophie Deraspe e Deux di Filippo Meneghetti, per non parlare del magnifico The Irishman di Martin Scorsese, che ha peraltro presenziato ad una affollatissima conferenza stampa durante la quale il grande regista ha illustrato i dati più significativi relativi alla messa in opera di una produzione grandiosa, che non si sarebbe potuta realizzare senza l’intervento finanziario di Netflix.

Anche quest’anno Antonio Monda ci ha fatto godere della presenza di importanti artisti internazionali come Bill Murray e Viola Davis, ai quali è stato assegnato un riconoscimento alla carriera, oltre ad Ethan Coen, Edward Norton, John Travolta e Bret aston Ellis. Come noto questa Festa del Cinema non conferisce alcun premio ufficiale, ma solo quello del pubblico in base al suo gradimento: Santa subito di Alessandro Piva è stato, secondo l’indiscutibile parere del pubblico in sala, il film vincitore. Questo docu-film ha rappresentato una rivelazione in quanto dimostra che, nonostante l’alto livello dei i film in programma, è riuscito a coinvolgere emotivamente gli spettatori su un tema di grande attualità, ed ha vinto in maniera assolutamente trasversale su le tante e variegate storie raccontate durante questi dieci giorni di Festa.

Ampio spazio infine è stato dato al cinema francese, caratterizzato da commedie semplici ma d’effetto, ed indiscutibilmente perfette, che hanno letteralmente spopolato: da La Belle Epoque di Nicolas Bedos, allo spassoso Le meilleur reste a venir di Alexandre de La Patellière e Matthieu Delaporte, sino a Fete de Famille di Cédric Kahn con una sempre splendida Catherine Deneuve come protagonista.

Anche quest’anno ci auguriamo che il “fiuto” di Monda nello scegliere le pellicole sia stato particolarmente sottile da includere, nei titoli citati, qualche film che possa vincere un Oscar, come già accaduto nelle precedenti edizioni di questa tanto “vituperata” kermesse romana. Arrivederci al prossimo anno!

data di pubblicazione:28/10/2019

DOWTON ABBEY di Michael Engler, 2019

DOWTON ABBEY di Michael Engler, 2019

Inghilterra 1927, il re Giorgio V e la regina Mary saranno ospiti per una notte nella dimora aristocratica di Lord Grantham, a Dowton Abbey. L’evento destabilizza gli equilibri e gli ordini gerarchici ed i ruoli di ciascuno, soprattutto fra la servitù….

 

Dowton Abbey è stata una delle serie televisive di maggior successo degli ultimi anni. La serie è andata in onda per ben 6 stagioni consecutive a partire dal 2010 e raccontava la saga dell’aristocratica famiglia di lord Grantham, signore di Dowton Abbey nello Yorkshire e, tramite le sue vicende, le dinamiche di classe del “buon tempo andato”, gli anni gloriosi dell’Inghilterra dei primi decenni del secolo scorso. Un’acuta descrizione del mondo aristocratico al suo massimo fulgore ma, tuttavia, già costretto ad affrontare i nuovi venti di cambiamento. Una riflessione ironica e pungente sulla Società Britannica, sulle rigide distinzioni fra classi sociali e sulle interazioni ed i rapporti fra i vari ceti: fra i “piani superiori” quelli dei nobili e dei padroni ed i “piani inferiori” quelli della servitù, dei domestici, cuochi, valletti, maggiordomi e governanti. La serie è stata ideata dallo scrittore e sceneggiatore J. Fellowes (Oscar per la sceneggiatura del meraviglioso Gosford Park di Altman 2001). Fellowes stesso ha curato anche la sceneggiatura della versione cinematografica con cui l’autore ridà vita ai suoi personaggi e che è stata presentata alla Festa del Cinema di Roma. Il film dell’americano M. Engler (apprezzato regista televisivo che aveva diretto anche 4 episodi dell’ultima stagione) qui al suo secondo lungometraggio, riprende la storia là dove la serie televisiva si era interrotta.

La narrazione e con lei la cinepresa, segue i vari avvenimenti passando dai “piani alti” giù fino ai “piani bassi” abitati da uno stuolo di solerti domestici, governati tutti dagli stessi meccanismi di Potere dei loro padroni. Così facendo, lo sguardo dello spettatore si muove anch’esso da un piano all’altro della nobile magione, catturando conversazioni, vizi, progetti, gelosie intrighi e storie in un ritratto d’insieme delle classi sociali e delle varie gerarchie in un’analisi profonda delle relazioni umane e dei pregiudizi della società inglese dell’epoca, ma, se vogliamo, anche un quadro riflesso dei cambiamenti culturali, sociali e delle vicissitudini dei nostri giorni.

La sensazione, per chi ha già seguito la serie, è quella di stare ad assistere ad un nuovo lungo episodio, solo più stupefacente e più attento al dettaglio, vista la destinazione al grande schermo. In effetti le inquadrature sono spesso le stesse, le situazioni sembrano riproporsi, si rincontrano gli stessi personaggi, lo spirito è identico, ma non poteva che essere così vista la logica della stessa trasposizione cinematografica.

Il risultato è comunque un film rapido ed elegante, ironico ed avvincente, la messa in scena è efficace, la regia è dinamica e mantiene sempre un ritmo sostenutissimo. I dialoghi sono raffinati ed accurati. Il fasto della grande dimora, la bellezza dei costumi, gli oggetti di scena tutti perfetti e giusti, riempiono meravigliosamente lo schermo. Una giusta alternanza di dramma e tensione con commedia ed ironia diverte e coinvolge subito lo spettatore. Il cast ottimo, ripropone tutti i personaggi ed attori che li interpretavano, e, come ieri così anche oggi, sono tutti perfetti e bravi. Su tutti emerge la magnifica Maggie Smith, un gioiello di recitazione, di sottintesi, di pungente arguzia ad ogni sua battuta. Direi che come in un’orchestra ogni elemento ha la sua dignità propria ma tutti insieme fanno l’orchestra che suona alla perfezione, così qui nel film ogni elemento ha la sua importanza, ma tutti insieme fanno un film veramente gradevole e sontuoso.

A voler trovare dei difetti, segnalerei solo un eccesso narrativo con troppi personaggi che spesso sono soltanto delle mere presenze, alcune situazioni poi sono un po’ convenzionali o criptiche per chi non ha conoscenza della serie tv. Forse manca un vero soffio di virtuosità corale come in Gosford Park, ma che volete? quello era Altman!

data di pubblicazione:27/10/2019


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PREMI ALICE NELLA CITTÁ

PREMI ALICE NELLA CITTÁ

Ieri, 26 ottobre, sono stati consegnati i premi di Alice nella città 2019. La rassegna quest’anno ha registrato una crescita esponenziale in termini di affluenza degli spettatori con un incremento del 26 % di biglietti emessi a fronte dell’aumento della capienza delle sale che dai 199 posti del 2018 ha raggiunto i 456 posti del 2019 (380 posti per la Sala Alice TIMVISION e 126 posti per la Sala Raffaella Fioretta). Un aumento sostanziale dell’affluenza del pubblico di Alice che ha registrato il tutto esaurito a quasi tutti gli eventi in programma.

La giuria di Alice ha decretato i vincitori di questa edizione annunciando il Premio al Miglior Film, alla Miglior Regia e il Premio Speciale della giuria.

Il premio per il miglior film è andato a The Dazzled di Sarah Suco con la seguente motivazione: “per la capacità di raccontare una storia cruda e coinvolgente, attenta ai dettagli di una realtà tragica, cogliendo al tempo stesso in modo intelligente le sfumature comiche di una vita imprigionata. Un film travolgente che emoziona e fa riflettere su un contesto lasciato spesso in ombra, qui descritto dalla luce accecante di una lotta interiore verso la salvezza”.
Il premio alla miglior regia è stato attribuito a Lorenzo Mattotti per La Famosa invasione degli orsi in Sicilia con la seguente motivazione: “una favola senza tempo destinata ad adulti e bambini raccontata con efficacia, delicatezza e maturità. Una regia che eredita lo straordinario talento compositivo delle illustrazioni di Lorenzo Mattotti ed immerge lo spettatore nella magica Sicilia di Buzzati”.
Il premio speciale della Giuria è andato a Son-Mother di Mahnaz Mohammadi “per la messa in scena lucida e partecipe di emozioni profonde e coinvolgenti, calate in una dimensione di denuncia culturale, sociale e politica. Un film in cui l’assenza di parole è un urlo alla libertà d’espressione”.
Il Premio TIMVISION è andato a Cleo di Eva Cools che sarà possibile vedere in esclusiva sulla piattaforma. Questa la motivazione: “Cleo è un film drammatico e autentico che sceglie la strada più difficile per raccontare l’elaborazione del lutto e il senso di colpa incrociando sullo stesso piano la vittima e il carnefice. Le atmosfere malinconiche di Bruxelles scandite dalla musica di Segej Rachmaninov contribuiscono a rendere il tutto ancora più sospeso e introspettivo”.

data di pubblicazione:27/10/2019

FAMOSA di Alessandra Mortelliti, 2019

FAMOSA di Alessandra Mortelliti, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città 17/27 ottobre 2019)

Famosa, opera prima della regista Alessandra Mortelliti, è la toccante e delicatissima storia di Rocco, un adolescente solitario ed incompreso che vive in un piccolo paese della Ciociaria e che desidera trasferirsi a Roma, per poter realizzare il suo più grande sogno: partecipare ad un talent per poter diventare un ballerino. Con tenacia e grande forza di volontà Rocco riesce ad organizzare quel viaggio che si rivelerà ancora più amaro e crudo rispetto al microcosmo nel quale è cresciuto e che lo farà precipitare, ma non spezzare, perché finirà per ritrovare alcune certezze che daranno conforto alle sue scelte.

Rocco (il giovanissimo Jacopo Piroli) schiacciato da una famiglia chiusa e limitata, vittima e facile bersaglio dei suoi compagni di classe, emarginato, cerca il luogo in cui poter essere se stesso in libertà, senza pregiudizi. Vuole andare a Roma a fare le selezioni per partecipare a quel talent show, perché crede che solo la fama gli potrà dare quell’attenzione, quella visibilità, quel riconoscimento, quell’amore di cui non riesce a nutrirsi a casa.

Rocco vuole ballare per esprimersi e dare un’identità alla propria esistenza soffocata da un padre violento e di mentalità molto arretrata (Adamo Dionisi), in crisi per la perdita del lavoro e per un sogno d’amore infranto e da una madre (Gioia Spaziani), incapace di proteggerlo e di denunciare il marito per le violenze subite quotidianamente. Rocco, ai margini del paese che lo considera strano, trova conforto e amore in un piccolo universo in cui vivono la zia Maura, la sua fata turchina, Luigi, il suo compagno di classe di cui è innamorato e Azzurra, la sua amica manga. Luigi (Matteo Paolillo) nonostante la corteccia di bello e dannato sta capendo quale è a sua volta la strada che deve percorrere, mentre Azzurra (Ginevra Francesconi) vuole coltivare il suo sogno di diventare disegnatrice; Zia Maura (la bravissima Manuela Mandracchia) vive sola in una casa piena di ricordi e soprattutto di orologi che segnano ore diverse per confondere il tempo, un tempo che probabilmente le ha portato via le speranze, ma che le ha dato la consapevolezza di accettare le sconfitte e andare avanti. È lei che lo spinge ad andare avanti, ad affrontare quel viaggio che si rivelerà devastante, a dargli la forza di andare avanti, nonostante tutto.

Rocco è incompreso ma non è sbagliato. Il riconoscimento, la lotta per il sogno, quella che Rocco prima timidamente e poi con ferocia porta avanti, rappresentano il riscatto da un mondo dove non abbiamo chiesto di nascere, ma che comunque ci ha dato la forza e gli affetti per mettere in piedi i nostri progetti.

Una fiaba semi-noir che oscilla tra il crudo realismo di un quotidiano colmo di ingiustizia ed il sogno dove la speranza è viva. Una storia di esseri sofferenti che cercano di sopravvivere. Una storia di sogni infranti, rivoluzione e liberazione di disperazione e riscatto, ma anche una storia di identità, di amicizia e di accettazione di se stessi e degli altri, un viaggio di crescita interiore e di consapevolezza, nonostante tutto quello che accade intorno.

Alessandra Mortelliti disegna una favola moderna con singolare e sconvolgente personalità, un viaggio avventuroso e mistico, fatto di silenzi, purezza, ingenuità, mescolando sacro e profano, attori professionisti e non, proiettandoci in un’aura magica e poetica.

data di pubblicazione:27/10/2019








THE DAZZLED di Sarah Suco, 2019

THE DAZZLED di Sarah Suco, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città 17/27 ottobre 2019)

Il premio per il miglior film di Alice nella città 2019 è andato meritatamente a The Dazzled di Sarah Suco, una storia drammaticamente autobiografica, che porta con sé la forza del dramma ma non la devastazione dello stesso. La vita di Camille, adolescente con la passione per il circo, maggiore di quattro fratelli, viene sconvolta radicalmente quando i suoi genitori decidono di entrare a far parte di una comunità cattolica oltranzista trasferendo l’intera famiglia nel contesto fisico e sociale della stessa. La sottomissione di Camille a regole e soprusi man mano vacilla e poi quando anche i fratelli più piccoli danno segnali di estremo disagio, Camille capisce che, non potendo fare affidamento sui genitori, abbagliati dalla setta, deve andare oltre.

data di pubblicazione: 27/10/2019

The Dazzled racconta il rapporto genitori-figli ed il profondo contrasto tra la visione degli adulti, per cui l’adesione alla comunità religiosa significa sottomissione e annientamento e la visione di Camille, decisa a mettere a fuoco le cose in maniera diversa arrivando a mettere in discussione l’autorità dei genitori e caricandosi le responsabilità dell’intera famiglia.

The Dazzled non è un film di denuncia, ma piuttosto una opera che parla di debolezza degli adulti e di forza di una ragazzina che deve imparare in fretta a non essere più una figlia che si affida alla madre, ma il punto di riferimento per i due fratelli e la sorella più piccoli.   

Camille, in fondo, vorrebbe tanto essere solo una ragazzina come tante con i sogni, i turbamenti e la spensieratezza della sua età ma improvvisamente si trova a dover capire prima degli altri, vedere oltre l’abbaglio, fingere inizialmente e poi decidere di scappare lontano per trovare la forza della denuncia. La salvaguardia dei suoi fratelli, di fatto rimasti orfani, diventerà la sua prima preoccupazione e il motore principale che la porterà a cercare una via di uscita dall’abisso che rischia di inghiottirli tutti.

The Dazzled tratta il problema della pericolosità dell’indottrinamento mostrando gli incredibili e disturbanti risultati che può avere sulle persone, anche fino a quel momento lontane dal mondo religioso. Quello che accomuna le vittime di questo processo sono la debolezza e l’insicurezza, sfruttate abilmente da chi usa qualsiasi mezzo per prevalere e assoggettare.

Un film lucido che parla per immagini attraverso i volti dei giovanissimi protagonisti, tutti straordinari con una menzione speciale per la debuttante Celeste Brunnquell in grado di rendere sempre convincente il percorso di crescita di Camille, i suoi sentimenti contrastanti, il sua repentino ingresso nel mondo degli adulti e la dolorosa decisione di denuncia.

data di pubblicazione: 27/10/2019








WESTERN STARS di Thom Zinny&Bruce Springsteen, 2019

WESTERN STARS di Thom Zinny&Bruce Springsteen, 2019

(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)

Bruce Springsteen in concerto nel suo teatro-fienile della Stone Hill Farm a Colts Neck (New Jersey) con la moglie e compagna di una vita, Patty Scialfa e un’orchestra sinfonica interpreta e racconta il suo ultimo album, Western Stars in una cavalcata musicale, impreziosita da immagini e ricordi della sua America e della sua vita..

 

Se un raffronto, seppure ardito, può farsi fra il tennis e la musica popolare, possiamo dire che Bruce Springsteen sta al rock, meglio, alla musica popolare tout court, come Federer sta al tennis. L’ennesima conferma del carisma e della grandezza dell’artista del New Jersey, da poco settantenne, ci arriva da questo “documento”, film, concerto, memoir e altro ancora, al tempo stesso . Aiutato dal regista Thom Zinny, (già suo prezioso collaboratore per, Springsteen on Broadway), il Boss, attraverso immagini attuali e del suo passato e filmati d’archivio, sottolinea e spiega le 13 canzoni dell’album omonimo (cui ha aggiunto la cover di Rhinestone di Glen Campbell), divenuto concerto, ma anche la sua visione dei tempi, la sua vita, persino le sue zone d’ombra. E lo fa con coraggio e ingenuità disarmanti. Springsteen che è forse la più famosa rock star del pianeta si mette a nudo come un uomo qualsiasi: la sua onestà intellettuale, evidentemente percepita dai suoi fan , lo rende unico nel panorama della musica popolare e se Dylan   perse la “verginità” con il clamoroso salto dal folk al rock elettrico, il Boss può permettersi di spaziare dalle energizzanti tournee con la E street Band a tutto rock, a momenti di folk acustico , ad altri di country e persino a canzoni alla Bacharach, senza perdere l’entusiamo e la passione di chi lo segue , perchè quello è il suo autentico “sentire”. Allora, anche un album come Western Stars, vagamente ispirato ai dischi pop ascoltati tra gli anni 60’ e 70’ viene tranquillamente accettato e, nelle forti braccia del Boss, diventa un affascinante connubio di suoni e generi: il lavoro della maturità di un artista che ha ascoltato prima e realizzato poi la “colonna sonora della sua vita”. Va da sè, che una tale ibridazione di stili e armonie non poteva soddisfare tutti al primo ascolto, ma ,in seguito – e questo film contribuisce in tal senso – la maggioranza degli appassionati ha capito il lavoro e vi ha ravvisato i segni della Grande Musica a tutto tondo.Temi come l’amore, la solitudine, il senso della comunità, l’inesorabile scorrere del tempo, la famiglia e persino la spiritualità, non mancano nel racconto in prima persona a corredo dei pezzi suonati -live nel suggestivo teatro improvvisato, Se qualche critica va mossa al lungometraggio “springsteeniano”, nella versione italiana, presentata alla Festa del Cinema di Roma, è nella mancanza dei testi delle canzoni nei sottotitoli. Mentre al Boss, scontata la sua buona fede, gli si può comunque imputare una certa deriva predicatoria che a volte pervade la sua narrazione. Ovviamente, imperdibile per appassionati dell’artista e del genere.

data di pubblicazione:26/10/2019








STRIKE, scritto e interpretato da Gabriele Berti, Giovanni Nasta, Diego Tricarico, regia di Gianni Corsi

STRIKE, scritto e interpretato da Gabriele Berti, Giovanni Nasta, Diego Tricarico, regia di Gianni Corsi

(Teatro de’ Servi – Roma, 18 ottobre/3 novembre 2019)

Un trittico di amici che si fa indissolubile. Il giovanilismo solidale tra problemi di droga, di auto-realizzazione e di impegno in una società sempre più conflittuale.

Il cartello del Sert, per il recupero dei tossicodipendenti, lancia un primo scenografico segnale sull’ambiente respirato dai tre protagonisti di una bella e nascente storia di amicizia. Un trittico di solitudini a confronto. Famiglie lontane, con compagni di viaggio gli spinelli e un linguaggio crudo giovanile ma non volgare. Frutto di un lavoro di gruppo la commedia offre molti spunti nel primo tempo e gira leggermente a vuoto nel secondo dove il potere di una maggiore sintesi avrebbe giovato, evitando qualche calo di ritmo. La recitazione funziona e crea emozioni descrivendo la full immersion nella confidenza e nella intimità condivisa di vicende sentimental/sessuali difficili e conflittuali come la società che li circonda. La commedia viene gestita con proprietà collettiva e misura con le vicende individuali che diventano il paradigma di una condizione esistenziale stentata e insoddisfacente. Il disagio alligna sovrano e senza troppe possibilità di riscatto e redenzione. Spettacolo di giovani ma non solo per giovani, constatando anche l’età del pubblico presente. Riti e miti di una generazione disincantata che percepisce che il proprio futuro sarà peggiore di quello dei propri padri. Ascensore sociale fermo, dipendenze in agguato. Il riscatto con i sentimenti di amicizia e la ritrovata condivisione finale attraverso uno strike. Non quello del bowling ma una sostanziosa vincita a una scommessa ippica. L’occasione per manifestare concretamente una conclamata amicizia che si dispiega con fatti e non con parole. La sinergia attoriale testimonia su un lavoro già rodato e maturo. Interpreti d’avvenire attesi a nuove prove dopo una scrittura collettiva che funziona e qualche consiglio di regia del più esperto e multifunzionale Massimiliano Bruno, utilissimo prezzemolo teatrale.

data di pubblicazione:26/10/2019


Il nostro voto:

PASOLINI/CASELLI ‘66 da ORGIA di Pier Paolo Pasolini, regia di Enrico Maria Carraro Moda

PASOLINI/CASELLI ‘66 da ORGIA di Pier Paolo Pasolini, regia di Enrico Maria Carraro Moda

(Teatro Trastevere – Roma, 24/27 ottobre 2019)

L’ultima notte di una coppia di sposi con la passione per il sadomasochismo. Una sala giochi per il loro divertimento. La visionaria interpretazione di Carraro Moda della tragedia pasoliniana.

 

Fresco vincitore del #Festivalindivenire2019 con lo spettacolo Il Vampa – miglior testo, migliore regia e miglior progetto sezione Lazio per il teatro – Enrico Maria Carraro Moda si confronta di nuovo con Pier Paolo Pasolini. Suo è l’adattamento di Accattone andato in scena la scorsa stagione sempre al teatro Trastevere.

Questa volta il confronto – per nulla semplice – è con una delle tragedie scritte in versi dal poeta di Casarsa, Orgia. L’architettura del testo si compone di un prologo seguito da sei quadri in cui i protagonisti, un uomo e una donna e più tardi – dopo la morte della donna – di una prostituta, si intrattengono in un gioco sadico, in cui il potere e il dominio dei corpi e della volontà ne sono scopo e motore dell’azione.

L’adattamento di Carraro Moda sfida ogni convenzione morale, è provocatorio senza motivo, onirico e allucinato per il puro gusto di esserlo. Nell’assenza di giudizio dell’immoralità trova posto appunto “Nessuno mi può giudicare” della Caselli, a cui fa riferimento il titolo. È un semplice gioco, quello di cui si maschera anche la messa in scena: dalla casa di plastica per bambini alla palla di gomma gigante, dal flipper fino alla recitazione degli attori. La cameretta dei giochi dei bambini/adulti, illuminati dal basso per far sembrare più grande la loro perversione. Tragedia dei ruoli: il padrone e la serva, il dominatore e la dominata, il castigatore e l’innocente. Il potere esercitato per il potere stesso, perché il possedere determina l’esistenza sia del carnefice che della vittima nell’essere posseduta.

Benché è senza dubbio abile e capace come regista e attore Enrico Maria Carraro Moda a riplasmare in maniera originale l’opera pasoliniana, questa volta dobbiamo esprimere una certa perplessità. Il testo si stalla in inutili pause e non gode di una contestualizzazione che ne giustifichi la scelta. Il gioco bambinesco è reiterato all’eccesso. Rimane comunque un’impresa degna di nota quella di aver lavorato su un testo teatrale ostico e difficile come Orgia.

data di pubblicazione:25/10/2019


Il nostro voto: