da Maria Letizia Panerai | Ott 19, 2019
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)
Antigone, della quarantenne regista canadese Sophie Deraspe, che ne ha curato anche la sceneggiatura, la fotografia, co-partecipando altresì al montaggio, è un film potente, contemporaneo, portatore di un messaggio universale di umanità, amore e coraggio tutto al femminile, sicuramente di antica matrice come la tragedia di Sofocle che lo ha ispirato, ma anche di attualissima illuminazione, che va ad onorare figure di eroine dei nostri giorni.
La piccola Antigone di appena 3 anni, dopo aver assistito all’assassinio dei suoi genitori in Algeria, arriva a Montreal come rifugiata assieme alla sorella maggiore Ismène, e ai fratelli Ètéocle e Polynice, quest’ultimo di poco più grande di lei, e alla nonna Ménécée che fa loro da tutore. Insieme riescono a ricostruirsi una vita tranquilla, in un quartiere popolare. A sedici anni Antigone è già una studentessa modello, vincitrice di borse di studio ed è anche colei che rappresenta una specie di faro per tutta la famiglia, nonna compresa. Un giorno la polizia, in seguito ad una colluttazione con dei ragazzi del quartiere in cui vengono coinvolti i fratelli della ragazza, nell’arrestare Polynice, spara in maniera apparentemente immotivata contro Ètéocle, uccidendolo. Si scoprirà che i due fratelli erano controllati già da tempo perché schedati come spacciatori. Antigone, addolorata per la morte del fratello maggiore e per evitare il rimpatrio sicuro di Polynice in Algeria, decide per amore della sua famiglia di “immolarsi” con tutta la forza interiore di cui è dotata. Motivata da un forte senso del dovere e nel ricordo continuo dei genitori defunti, la giovane decide razionalmente di sostituire la legge degli uomini con un proprio senso di giustizia, basato esclusivamente sull’amore e sulla solidarietà, mettendo a repentaglio il suo futuro di esiliata in Canada.
Folgorata a vent’anni dalla tragedia di Sofocle, che ne ha oltre duemila, la regista Sophie Deraspe crea un’eroina del ventunesimo secolo, dalla corporatura esile ma con una potentissima forza interiore, dallo sguardo che penetra, intelligente e volitivo, alla ricerca di una giustizia più forte di quella degli uomini, perché basata sull’amore con il quale è stata cresciuta dalla sua famiglia e che lei generosamente restituisce. Questa forza di cui è dotata la rende eroica agli occhi di tutti e lei si muove sulla scena come una persona investita di un dovere più grande di lei, che tuttavia non può non onorare: la sua famiglia, o ciò che rimane di essa, è tutto ciò che lei ha, o meglio, è tutto ciò per cui lei è quella che è diventata, e la sua giovane mente non può non considerare questo un fatto insormontabile, che la porta ad opporre un nuovo senso di giustizia, il suo, alla giustizia creata dagli uomini che vogliono sottrarle quegli affetti senza i quali non potrebbe vivere.
Gli attori sono bravissimi, tutti, ma Nahèma Ricci-Antigone è superba, perché dona tutta la sua anima ed il suo esile corpo alla sua eroina.
Vincitore come miglior film canadese al Toronto International Film Festival Award, Antigone è stato selezionato per rappresentare il suo paese agli Oscar 2020.
Film originale, che lascia il segno. Da non perdere.
data di pubblicazione:19/10/2019

da Antonio Iraci | Ott 19, 2019
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 17-27 ottobre 2019)
Gloria viene ricoverata forzatamente in un istituto psichiatrico dove è sottoposta a delle pesanti terapie per curare i suoi disturbi mentali: in particolare soffre di disfunzioni della personalità. Nei boschi in cui è immersa la clinica, la giovanissima paziente incontra Paul, appena adolescente, che vive lì con la madre impiegata presso la struttura. Tra i due nasce subito un’intesa profonda che li porterà a fuggire per sottrarsi alle rigide regole imposte dal mondo dei grandi, percepito dai due giovani come ostile al loro desiderio di libertà.
La Sezione Alice nella città, nell’ambito di questa 14ma edizione della Festa del Cinema di Roma, anche quest’anno offre un programma molto interessante e ambizioso. Tra i film sinora presentati sicuramente emerge Adoration, settimo lungometraggio del regista e sceneggiatore belga Fabrice du Weltz, la cui storia è stata definita da lui stesso intrisa di un realismo poetico, con il quale si chiude una trilogia i cui capitoli precedenti sono stati Calvaire del 2004 e Alleluia del 2014. I due giovani protagonisti Paul e Gloria, interpretati rispettivamente da Thomas Gioria e Fantine Harduin, sono uniti l’uno all’altra in maniera indissolubile nonostante la differenza di carattere: Paul più ritroso e solitario, Gloria più esuberante, affetta da disturbi della personalità che rasentano la schizofrenia pura. Tali profonde diversità non sembrano però aver peso né minimamente intaccare il sentimento che li unisce e che li porterà alla fuga da una realtà fatta di limitazioni e di proibizioni. Un viaggio per evadere da quelle convenzioni sociali dove gli adulti vengono esclusi perché percepiti come coloro che si oppongono al loro desiderio di emancipazione.
Ancora una volta si affronta il tema dell’amore tra due adolescenti, un sentimento incontaminato come la natura che li circonda, e dove Paul, il buono, si troverà a dover gestire situazioni più grandi di lui pur di proteggere la sua bella Gloria dalle insidie, vere o inventate, di cui lei stessa si ritiene vittima. Merito del regista è quello di affrontare la storia in maniera semplice e viscerale al tempo stesso: i due giovani devono assecondare situazioni molto impegnative e dalle quali però abilmente ne verranno sempre fuori. Il sentimento d’amore totale, nel quale si perdono, è qualcosa che sfugge ad ogni limite temporale, è una promessa che si scambiano affinché duri per sempre e che a nessuno è permesso di insidiare. Ecco che le scene drammatiche inficiano poco il risultato finale che è quello di dare al pubblico qualcosa che sa di astratto ma che, nello stesso tempo, rasenta la mera fisicità. Con un uso forse eccessivo dello zoom il regista sembra voler fissare il volto dei due adolescenti, quasi metterne in risalto ogni loro sfumatura caratteriale e affettiva. Obiettivo sicuramente centrato soprattutto grazie all’abilità recitativa dei due giovani attori, dodicenne l’uno e quattordicenne l’altra, la cui bravura è già stata notata in occasione dell’ultima edizione del Locarno Film Festival dove il film è stato presentato.
data di pubblicazione:19/10/2019

da Accreditati | Ott 18, 2019

(Teatro Belli – Roma, 17 ottobre/21 dicembre 2019)
Ciclo di 18 spettacoli in scena al Teatro Belli di Trastevere, direttamente a Roma dalla scena britannica del Royal Court Theatre di Londra – il teatro degli scrittori sconosciuti, emergenti o già affermati. Alla fine di questo articolo tutti gli appuntamenti che noi di Accreditati seguiremo.
Iniziato il 17 ottobre – in felice concomitanza con la Festa del cinema di Roma, TREND- nuove frontiere della scena britannica, rassegna di testi o proposte monografiche di testi – come indicato dal direttore del Festival Rodolfo Di Giammarco – è arrivato ormai alla sua diciottesima edizione, sempre sul palcoscenico del teatro Belli di Trastevere con il sostegno del Ministero dei Beni Culturali e della Regione Lazio. Diciotto è anche il numero degli spettacoli in cartellone fino a dicembre prossimo e ancora diciotto è il numero delle nuove produzioni annunciate dal Royal Court Theatre di Londra da settembre di quest’anno fino ad agosto dell’anno prossimo. Uno scambio di autori e testi tra i teatri delle due grandi città, con la promessa di poter vedere prossimamente a Roma spettacoli in scena al Royal Court.
I temi trattati negli spettacoli spazieranno dall’esame della crisi dalle condizioni umane, intime e/o familiari a un approfondimento dei concetti di perdita, alienazione, vecchiaia e morte. Due testi si concentreranno sul nonsenso delle scacchiere elettroniche e geopolitiche attuali.
I lavori sono stati realizzati e adattati da un folto gruppo di eccellenti artisti italiani: Valter Malosti, Francesco Bonomo, Massimiliano Farau, Carlo Sciaccaluga, Luca Torraca, Giorgina Pi, Lorenzo Lavia, Fabrizio Arcuri, Silvio Peroni, Maurizio Mario Pepe, Massimo Di Michele, Carlo Emilio Lerici, Marco M. Casazza, Eleonora D’Urso, Erika Z. Galli e Martina Ruggeri, Niccolò Matcovich, Stefano Patti, Enrico Frattaroli.
Di seguito il calendario completo e le date degli spettacoli:
17 / 18 / 19 ottobre
CIARA
di David Harrower
con Roberta Caronia
reading a cura di Valter Malosti
produzione TPE – Teatro Piemonte Europa
21 / 22 / 23 ottobre
GOD OF CHAOS
di Phil Porter
con Daniel Dwerryhouse, Agnese Fois, Noemi Medas e Michael Habibi Ndiaye
regia Francesco Bonomo
produzione Sardegna Teatro,
Bonomo/Dwerryhouse
25 / 26 / 27 ottobre
LOVEPLAY
di Moira Buffini
con gli allievi attori e attrici del primo anno dell’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”
mise en espace a cura di
Massimiliano Farau
in collaborazione con il Dipartimento di Studi Europei, Americani e Interculturali (SEAI) della Sapienza Università di Roma e l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio d’Amico”
29 / 30 / 31 ottobre
FLY ME TO THE MOON
di Marie Jones
con Alice Arcuri e Eva Cambiale
regia Carlo Sciaccaluga
produzione ariaTeatro
1 / 2 novembre
PROGETTO ALAN BENNETT
Una patatina nello zucchero / Aspettando il telegramma
due spettacoli di e con Luca Toracca
produzione Teatro dell’Elfo
5 / 6 novembre
BOX CLEVER
di Monsay Whitney
con Gaia Insenga
regia Giorgina Pi
produzione Angelo Mai/Bluemotion
8 / 9 / 10 novembre
THE GARDEN
di Zinnie Harris
con Lorenzo Lavia e Arianna Mattioli
regia Lorenzo Lavia
produzione La Compagnia dei Masnadieri
11 / 12 / 13 novembre
AN INTERVENTION / UN INTERVENTO
di Mike Bartlett
con Gabriele Benedetti e Rita Maffei
regia Fabrizio Arcuri
produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
15 / 16 / 17 novembre
STRAIGHT
di D.C. Moore
con Daniele Marmi, Giovanni Anzaldo, Giulia Rupi e Eleonora Angioletti
regia Silvio Peroni
produzione Khora Teatro in collaborazione con l’Ass. Cult. La Filostoccola
dal 19 al 23 novembre
FURNITURE
di Sonya Kelly
con Cecilia Di Giuli, Valeria Flore Edoardo Purgatori, Nicola Civinini e Maurizio Mario Pepe
regia Maurizio Mario Pepe
messa in scena Compagnia “La Forma dell’Acqua” / produzione Khora Teatro
25 / 26 novembre
JUDITH “Un distacco dal corpo”
di Howard Barker
con Federica Rosellini, Aurora Cimino e Giuseppe Sartori
regia Massimo Di Michele
produzione SmartIt
dal 28 novembre al 1 dicembre
PROGETTO MCGUINNESS
THE MATCH BOX / BAGLADY
di Frank McGuinness
con Francesca Bianco / Barbara Lerici
regia Carlo Emilio Lerici
produzione Teatro Belli
3 / 4 / 5 dicembre
FOR ONCE
di Tim Prince
con Selvaggia Quattrini, Marco M. Casazza e Michele Dirodi
regia Marco M. Casazza
produzione Centro Teatrale Bresciano
7 / 8 dicembre
I’M A MINGER / SONO UNA FRANA
di Alex Jones
con Eleonora D’Urso
adattamento e regia Eleonora D’Urso
produzione Interno19
10 / 11 / 12 dicembre
STRIPPED
di Stephen Clark
con Francesco La Mantia e Alice Torriani
regia Erika Z. Galli e Martina Ruggeri
produzione Industria Indipendente
14 / 15 dicembre
OUT OF LOVE
di Elinor Cook
con Livia Antonelli, Chiara Aquaro, Riccardo Pieretti
regia Niccolò Matcovich
produzione Compagnia Habitas
17 / 18 dicembre
DIARY OF A MADMAN
di Al Smith, dopo Gogol
con Marco Quaglia, Sarah Sammartino, Federico Tolardo, Maria Vittoria Argenti e Arianna Pozzoli
regia Stefano Patti
produzione 369gradi
20 / 21 dicembre
4.48 PSYCHOSIS
di Sarah Kane
con Mariateresa Pascale
regia Enrico Frattaroli
produzione Frattaroli – Pascale
in collaborazione con Florian Metateatro – Centro di Produzione Teatrale
In calendario anche un ciclo di proiezioni per il giorno 3 novembre
ore 15.00 – THE CONTAINER regia Carlo Emilio Lerici
ore 17.00 – IFIGENIA IN CARDIFF regia Valter Malosti
ore 19.00 – LOVESONG regia Carlo Emilio Lerici
data di pubblicazione:18/10/2019
da Rossano Giuppa | Ott 18, 2019
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 17/27 ottobre 2019)
Buenos Aires oggi. Esistono delle case famiglia religiose per ragazze madri di estrazione sociale bassa in cui le giovani, spesso minorenni, vengono accolte per essere assistite durante la gravidanza ed anche in via successiva se non hanno un lavoro ed una casa dove andare. Maternal racconta l’esistenza di madri adolescenti che vivono li. In particolare Lu è divisa tra il crescere la sua dolcissima bambina e il desiderio di scappare dall’istituto per stare con il compagno violento. Fatima è più accomodante e rassegnata, non sente di avere prospettive fuori da quelle mura. Nonostante le loro diverse personalità, l’esperienza condivisa della maternità adolescenziale porta le due donne a stare vicine. Dall’Italia arriva Suor Paola, una suora sui generis, giovane e bella, in procinto di prendere i voti perpetui, sensuale e pura allo stesso tempo, differente da ogni altra. Le tre esistenze si sfiorano e si contagiano, rompendo alcuni schemi e ricomponendone altri.
La regista Maura Delpero ha lavorato proprio in quel luogo per quattro anni e quanto raccontato è l’elaborazione di quanto respirato e vissuto.
Un film costruito sui silenzi e sugli occhi di tutte le protagoniste. La regista ha volutamente scritturato delle attrici non professioniste come le due ragazze madri al centro della vicenda ed entrambe sono superbe. Denise Carrizo interpreta Fatima, una timida ragazza incinta che è la migliore amica nonché convivente di Lu, la ribelle interpretata da Agustina Malala.
Ma nel modello di vita e di famiglia predicata nel convento manca assolutamente la figura maschile, esterno anche alla conflitto che ciascuna delle donne presenti nell’Hogar (è il nome argentino di queste case famiglia nonché il titolo originale del film), religiose o non, deve prima risolvere .
Tutta l’azione si svolge all’interno dell’istituto e con un solo terrazzo che tange l’esterno, ma non è un film claustrofobico. Un film essenziale ed ascetico per certi versi, che vive sul contrasto tra i dogmi religiosi e l’ora et labora predicato dalle vecchie suore ed il mondo esterno cui appartengono le giovani madri, fatto di smalti e violenze, di desiderio di vita e di futuro che non sembra possa però essere loro riservato.
L’unica suora a cavallo dei due emisferi è Paola, interpretata da Lidiya Liberman, arrivata dall’Italia per terminare il suo noviziato e prendere gli ultimi voti, in un periodo che anche per lei è di grande confusione. Paola si lega a Fatima e quando Lu scappa improvvisamente dal convento, inizia a prendersi cura della sua adorabile bambina Nina (Isabella Cilia). Il rapporto con la piccola fa vacillare la sua devozione all’abito che indossa e questa crisi viene raccontata attraverso piccoli dettagli significanti, tocchi sapienti Un legame che quasi mette in crisi la relazione che Paola ha con il proprio destino.
È un film d’esordio straordinario, un’opera prima intensa e rigorosa, in cui la regista dimostra di amare e rispettare tutte le sue protagoniste, raccontandole nella propria intimità, nel proprio modo di essere madre e donna, senza stereotipi e con tanta bellezza.
data di pubblicazione:18/10/2019

da Maria Letizia Panerai | Ott 18, 2019
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – Alice nella città, 17/27 ottobre 2019)
Lola, il secondo lungometraggio del regista belga Laurent Micheli, apre nell’ambito della Festa del Cinema di Roma il concorso di Alice nella città, kermesse dedicata al dialogo con le nuove generazioni. Intenso nella sua semplicità, il film affronta le difficoltà che un padre e una figlia devono affrontare per tentare di accorciare le distanze che impediscono ad entrambi una civile convivenza.
Lola vive in una casa famiglia e divide la sua stanza con “l’arabo” Samir: lei solitaria e silenziosa, lui solare ed accogliente, entrambi con disagi familiari sulle loro giovani spalle. La morte della madre costringe la ragazza ad incontrare suo padre, uomo ruvido e rancoroso che due anni prima, quando Lola era ancora Lionel, l’aveva cacciata di casa a causa dei suoi comportamenti stravaganti. La decisione del genitore di non informarla per tempo della cerimonia funebre allo scopo di evitare ulteriori disagi, scatena una reazione rabbiosa nella ragazza che decide di rubare l’urna contenente le ceneri della madre: questo gesto porterà padre e figlia ad intraprendere un viaggio per raggiungere la villetta di famiglia sul mare, dove Lionel-Lola era cresciuto tra mille sofferenze, per esaudire il desiderio della defunta di disperdere lì le sue ceneri.
Il film affronta la tematica transgender in maniera non certo originale, ma da classico road movie, legando il viaggio reale per esaudire l’ultimo desiderio di una persona cara che non c’è più, a quello interiore di accettazione della diversità da parte di un genitore che rifiuta l’idea di non avere più un figlio ma una figlia, in uno scontro-incontro che porterà due mondi lontani ad avvicinarsi.
Ciò nonostante il film è lieve, intenso, facendo emergere qua e là, tra l’ottusità di un certo tessuto sociale e familiare, una calda umanità di cui certe persone sono portatrici in maniera del tutto inaspettata.
Philip, il padre di Lionel, è interpretato da un bravissimo Benoît Magimel (La pianista, Piccole bugie tra amici); altrettanto brava e molto centrata è Mya Bollaers-Lola, attrice transgender al suo primo ruolo che riesce a trasmettere la rabbiosa determinazione di chi ha sofferto molto per affermare sé stessa, in contrappunto ad un padre visibilmente imbarazzato per non essere riuscito a tutelare il suo nucleo familiare, ma con la complicità di una madre che ha al contrario sempre accettato le sue scelte di vita non convenzionali.
I dialoghi non sono mai banali e la tensione che i due attori trasmettono è costruttiva, lasciando una bella sensazione sul finale. Un piccolo gioiello da non perdere. Ottima la scelta del brano Ordinary people.
data di pubblicazione:18/10/2019

da Antonio Jacolina | Ott 18, 2019
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)
Due donne mature, Nina (Barbara Sukowa) e Madeleine (Martine Chevallier) hanno nascosto a tutti il profondo, delicato e vivo amore che le lega da anni e vivono felicemente la loro storia in due appartamenti contigui sullo stesso pianerottolo. Agli occhi di tutti, compresi i figli adulti di Madeleine, sono solo due amiche, vicine di casa. Un drammatico imprevisto sconvolge però gli equilibri ed i non detti….
La bellezza ed il senso stesso di eventi come la Festa del Cinema di Roma, sono, nel contempo, anche la gioia dei cinefili: cioè poter passare nel breve spazio sia fisico sia temporale, dalla grande sala ove si è appena visto un sicuro blockbuster come Motherless Brooklyn di R. Norton, ad una piccola sala ed alla scoperta di un piccolo gioiello. Scoperta resa ancor più bella perché imprevista in quanto si tratta di un’opera prima di un giovane regista. Il gioiellino è Deux ed il regista è F. Meneghetti, italiano di nascita ma che vive e lavora in Francia ove, finora, si era distinto solo come autore di cortometraggi.
Deux è il suo debutto come regista e come cosceneggiatore. E che debutto! Un nome il suo da tenere ben in evidenza per il futuro, perché il suo piccolo film è bello, delicato, ottimamente sceneggiato, finemente interpretato ed abilmente diretto mostrando stile, talento ed eleganza.
Al cuore dell’opera è l’Amore e l’Universalità del sentimento, la sua forza, il desiderio, la tenerezza che tutto superano e tutto travolgono. Che poi la storia si centri sulla relazione fra due donne nulla cambia ai valori espressivi, anzi la rende solo più innovativa, viva, tenera ed originale.
L’abilità dell’autore è proprio nel saper accompagnare lo spettatore lungo la vicenda senza mai scadere nel facile bozzettismo, nei clichè o nel patetismo. Il dramma poteva scivolare nel melodramma, invece il Meneghetti sa mantenere ben saldo il film nella realtà facendoci vivere tutta una gamma di emozioni e sentimenti reali: ora divertente, ora bello, ora malinconico, ora dolce-amaro, ma mai triste o disperato, senza alcuna scena superflua, aiutato in questo da una sceneggiatura essenziale ed intelligente, con un ritmo narrativo teso e vivace ottimamente costruito. Coadiuvano il regista un cast di attori perfetti nei secondi ruoli e poi, soprattutto e sopra tutti, ci sono loro, le due ottime protagoniste, una più brava ed intensa dell’altra. Il film, in effetti, è tutto loro dalle prime inquadrature fino alla dolce, poetica e tenera scena finale. Superbe e penetranti entrambe nel gioco recitativo fatto di soli sguardi ed emozioni e sentimenti legati tutti al filo di un amore e di un dolore tanto pudichi quanto commoventi per la loro ammirevole forza.
Siamo lontani dal pur garbato americano Carol (2015), ed anni luce dal francese Vita di Adele (2013) o da un racconto sul perbenismo di facciata della “provincia profonda” francese con atmosfere alla Chabrol che l’ambientazione potrebbe richiamare. Siamo invece in un film in cui luoghi e circostanze sono solo lo spunto per un racconto d’amore dolce, poetico e tenero ma mai sdolcinato. Tutt’altro!
Andate a vederlo, Deux , è una splendida storia d’amore tanto tenera e poetica quanto altresì complessa; proprio come tenera , complessa e misteriosa è la Vita e con lei anche l’Amore. Un piccolo bel film senza pretese che catturerà tutti gli spettatori sensibili. Ad averne di piccoli film così!
data di pubblicazione:18/10/2019

da Giovanni M. Ripoli | Ott 18, 2019
(FESTA DEL CINEMA DI ROMA – 17/27 ottobre 2019)
Lionel Essrog, un detective privato, affetto dalla sindrome di Tourette prende a cuore l’omicidio del suo capo e mentore, Frank Minna e, fra mille difficoltà, va alla ricerca dei mandanti e delle ragioni del delitto. Si troverà coinvolto in situazioni più complesse di come appaiano inizialmente in una città, la New York degli anni 50, già decisamente violenta e corrotta nei massimi esponenti della municipalità…
Edward Norton torna a dietro la macchina da presa a distanza di nove anni dalla commedia romantica, Tentazioni d’amore con Ben Stiller e lo fa da regista consumato nella pellicola Motherless Brooklyn – I segreti di una città, presentato in anteprima nel corso della 14esima edizione della Festa del Cinema di Roma. Rispetto alla precedente esperienza registica, una commedia brillante, il progetto, nell’occasione, è ben più stimolante e impegnativo. Parte da lontano, dall’acquisizione dei diritti di un testo di un autore importante come Jonathan Lethem, una storia che sia pure sfrondata e alleggerita, offre l’occasione per uno spaccato volutamente datato della New York degli anni 50. Per cominciare, calzante nella ricostruzione di quegli anni, al punto da pensare che poteva essere perfetto se girato in bianco e nero quasi come fosse un “noir” di quel periodo. Ma i meriti ascrivibili al film e al suo giovane “film maker” non si fermano qui; la pellicola ha spessore, ritmo e tranne, forse per qualche ingenua leziosità stilistica, scorre intenso e coinvolgente per tutto il suo andare. Norton, fra i tanti ottimi attori, si ritaglia un ruolo da autentico dominatore e protagonista, seppure nei panni di un anti-eroe con tanto di irrefrenabili tic, manie e debolezze. La sua è certamente una prova d’autore che troverà eco nelle nominations agli Oscar (fermo restando la forte candidatura come miglior attore protagonista di Joquin Phoenix in Joker) : il personaggio Essrog cattura per la sua fragilità, sensibilità e intelligenza e offre a Norton la possibilità di confermare quelle doti espressive, mai fuori dalle righe, già dimostrate in altre pellicole (su tutte, American History X, dove già ricevette la candidatura). Non sono da meno gli altri comprimari, la bella e brava, Gugu Mbatha-Raw (Laura Rose, un’attivista della comunità di colore con cui Lionel si accompagna nel corso della sua indagine), il consolidato Alec Baldwin (quasi un Trump ante litteram), Willem Dafoe (il fratello del cattivo) e i colleghi dell’agenzia investigativa ….La colonna sonora curata da Daniel Pemberton, coerente con le situazioni e lo sviluppo della trama , quasi suggerisce lo stato d’animo dei personaggi ed è impreziosito da pezzi Jazz famosi ( suonati all’interno del club di Harlem del padre di Laura e comunque funzionali alla logica del film) che col loro impatto ricreano la magica atmosfera dei “fifties”, con il celeberrimo ponte di Brooklyn, avvolto nella nebbia, a dominare molte scene. A riprova dell’amore di Norton per il grande cinema poliziesco del passato, non mancano le citazioni che i cinefili più scafati non mancheranno di individuare (Taxi Driver? Gli Intoccabili? Chinatown? Il Grande Sonno? E perché no, Hitchcock?). Dunque un bel salto nel passato per un film potente e ben costruito.
data di pubblicazione:18/10/2019

da Paolo Talone | Ott 16, 2019
(Teatro Quirino – Roma, 15/27 ottobre 2019)
Una stanza in una casa. Un affaccio su Napoli. La vita di una famiglia nello scorrere del tempo che muta le cose, ma non ne intacca il valore. L’autore de “I bastardi di Pizzofalcone” incontra un regista sensibile e intimo come Alessandro Gassmann.
Valerio Primic è uno scrittore che ha goduto nella vita di grande fama e successo, ma non pubblica più nulla ormai da molto tempo. A farglielo pesare è la moglie Rose, che lo rimprovera di passare tutto il tempo rinchiuso nel suo studio, mentre oltre la porta – quella che dà sul resto della casa dove tutta la famiglia vive una vita dinamica – le cose precipitano rovinosamente verso una crisi economica preoccupante. Anche il figlio Massimiliano non sembra andare d’accordo con il padre, a cui rinfaccia le troppe assenze nei momenti importanti, l’ordine maniacale con cui tiene in ordine i suoi libri – che sommergono letteralmente la scenografia, organizzati non per autore o argomento, ma secondo una “omogeneità emotiva” ovvero una concordanza di sentimenti nei contenuti – fino a confessargli la propria omosessualità come ad arrecargli un dispetto. Adele, la figlia più piccola, è l’unica che passa volentieri il tempo dentro la stanza in compagnia del padre, del quale però subisce il fascino fino a cercare negli altri uomini la figura che sia all’altezza di competere con lui, anche negli anni. L’unica a supportarlo e a guidarlo con consigli pescati nella saggezza popolare, ad avere cura di lui, è Bettina – la cameriera che ascolta ogni minimo rumore della casa da dietro un’altra porta – a cui Valerio si oppone con un linguaggio troppo più alto per lei, generando momenti di edoardiana comicità. Le scene si susseguono una dopo l’altra in una sequenza che ne ripete ciclicamente la struttura. A tratti può annoiare, ma serve ai personaggi per dialogare – monologando – con l’unico protagonista presente in scena per tutta la durata dello spettacolo: il padre. La sua unica colpa sembra essere quella di osservare e di rispondere ai familiari con piccoli silenzi, che se sommati però diventano un silenzio grande, forse troppo per essere sopportato. Per Massimiliano Gallo (il padre) è una grande prova d’attore, al quale si affianca un’eccezionale e applauditissima Monica Nappo (Bettina, la cameriera).
La casa viene venduta per acquistarne una più piccola e riportare finalmente un po’ di serenità alla famiglia. A turno tutti entrano nello studio per salutare il luogo testimone dei fallimenti e delle incomprensioni, le mura che hanno ascoltato le più segrete confessioni e che ha visto nascere libri di successo. La stanza diventa quasi personaggio tra i personaggi. Di lei vediamo solo due pareti che creano una fuga prospettica di cui Valerio Primic ne è il centro focale. È il luogo del ricordo, dolce e amaro, zavorra a volte da cui ci si deve alleggerire.
La commedia si risolve nella semplice celebrazione della bellezza che si trova nascosta nelle cose ordinarie della vita, quella che attraversa ognuno. Il coup de theatre nel finale cambia la lettura delle cose e ne innalza improvvisamente il valore. Ora si può traslocare altrove.
data di pubblicazione:16/10/2019
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Ott 13, 2019
(Teatro Brancaccino – Roma, 10/13 ottobre 2019)
La straordinaria abilità recitativa di Ugo Dighero a confronto con due testi tratti dall’opera antologica del premio Nobel alla letteratura Dario Fo.
È diventato ormai da tempo un cavallo di battaglia per Dighero portare in scena i brani di Dario Fo Il primo miracolo di Gesù bambino e La parpàja topola, tratti rispettivamente da Mistero buffo (1969) e da Il fabulazzo osceno (1982), non solo in Italia ma anche all’estero. L’attore si cimenta in una prova non facile, per la quale è necessario tanto studio e allenamento. Il risultato è originale e coinvolgente tanto da far dimenticare nell’interpretazione il suo stesso ideatore. L’accento comico si sposta da una battuta all’altra in un ritmo serrato dalla precisione di un metronomo. Tutto è costruito sulla forza della parola e del gesto. Come nelle rappresentazioni di Fo non c’è utilizzo di altri inutili tecnicismi. Anche le luci sono ferme e non ci sono scene. Il corpo dell’attore – alle prese con un mal di schiena vero che è pretesto all’improvvisazione di ulteriori lazzi – tradisce tutto ciò che c’è da vedere sulla scena, anche i numerosi personaggi di cui è interprete contemporaneamente. Tutto quello che è evocato sulla scena si dipinge nella mente dello spettatore, a cui si chiede solo di immaginare. La lingua è il grammelot – un pastiche di dialetto lombardo e suoni onomatopeici – che ha potenza di muovere la fantasia alla completa comprensione.
Ne Il primo miracolo di Gesù bambino il racconto si concentra sull’infanzia del dio fatto uomo. Si racconta la sua umanità, il rapporto con i genitori, con la madre in particolare, senza però profanare quanto di sacro è nel mistero. Nonostante siano passati cinquant’anni dal primo debutto del testo si ride ancora a crepapelle e ne si ammira l’attualità, perfettamente declinata nei problemi sociali di oggi. Gesù è un bambino bullizzato dai suoi coetanei e allontanato dai giochi perché forestiero, palestinese. Chissà quanti bambini oggi vivono la stessa situazione per colpa di una politica allarmista. Ma la capacità del bambino divino di trasformare un pugno di fango in un uccello che vola davvero lo fa eleggere re dei giochi e castigatore del figlio del padrone, prepotente e guastafeste.
La parpàja topola è invece la storia di Giavan Pietro, un contadino sempliciotto – visto come un possibile antenato di Forrest Gump – che alla morte del padrone eredita una ricchezza immensa. Ambito dalle donne del paese ha però difficoltà ad avvicinarsi a loro per via della paura della misteriosa topola che con un morso potrebbe mozzargli le dita. Sarà la visione di Alessia a fargli cambiare idea. Inutile dire che anche qui comicità e divertimento si raggiungono senza cadere mai nella volgarità e nel troppo spinto.
Uno spettacolo riuscito che va goduto dalla prima all’ultima battuta.
data di pubblicazione:13/10/2019
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Ott 11, 2019
(Teatro La Cometa – Roma, 9/27 ottobre 2019)
Una compagnia scalcinata che riflette tutte le esagerazioni e le contraddizioni del teatro brillante odierno. Un “Rumori dentro la scena” all’italiana.
Il repertorio leggero e brillante attinge a un’altra opera prima che apre, con una serata a inviti, la stagione di un teatro che riflette profondamente sui meccanismi interni della rappresentazione e crede nel genere. La difficile gestazione di uno spettacolo nel segno di un autore in crisi matura attraverso doverosi compromessi. C’è un cane in scena ma anche un’attrice-cagna che farà una brutta fine. Compendio di personalità diverse ed eccentriche. L’attore esperto, l’aiuto regista attrice improvvisata d’emergenza, l’attore giovane prostatico, l’attrice di mezza età poco adatta alla parte. E un produttore che è un boss mafioso che controlla l’andamento attraverso un proprio killer che si rivelerà un regista aggiunto manipolando il testo con alcune sapide invenzioni. Si ride e si pensa con toni a volte semi-amari. Commedia anti-stress per eccellenza che trasmette il futile del teatro ma anche il birignao e quanto di teatro c’è nella vita di tutti giorni attraverso i tic dei protagonisti, a volte stagionati. Recitazione omogenea e dialoghi che invitano al sorriso e a qualche risata a scena aperta. Sena converrò sulla necessità di qualche sfrondatura per evitare qualche caduta di ritmo. Lo spettacolo cerca una sua fine con una certa approssimazione. In effetti i finali immaginati potrebbero essere molteplici. Inutile aggiungere che lo spettacolo avrà successo e dunque chiuderà con l’happy end anche se con qualche piega imprevista tra i protagonisti. Il regista mollato dalla fidanzata, il boss che non chiude i conti con il suo sgherro, non più fidato. Le repliche non potranno che contribuire a oliare un meccanismo già piuttosto rodato e che regala ampio copione ai numerosi attori (nove, un’eccezione per i palcoscenici contemporanei).
data di pubblicazione:11/10/2019
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