da Daniele Poto | Giu 25, 2019
(Teatro romano di Ferento – Viterbo, 22 giugno 2019 e in tournée)
La tragedia greca ripresa con taglio essenziale e originale all’insegna di un rigore stilistico ineccepibile e in una stupenda cornice ambientale.
Una cornice d’eccezione per il via virtuale della stagione estiva del teatro di Ferento che abbinerà momenti alti a pause di intrattenimento (Maurizio Battista). Un’ora di spettacolo come summa emozionale di un anno di lavoro con una compagnia mista di normodotati e disabili inseriti disinvoltamente in un contesto collettivo omogeneo. Evidentemente solo un teatro che non ha interessi commerciali può permettersi di esibire in scena qualcosa come 22 attori. Chiamati a esprimersi con un testo impegnativo ma scarnificato dal lavoro dei registi. Una scarnificazione che non è semplificazione ma interpretazione e scelta. Richiamandosi a una frase di Carmelo Bene, al dovere del tradimento del testo, Manganiello e Palumbo vanno alla caccia delle radici essenziali della tragedia. Significativamente lo spettacolo è stato introdotto da una lectio magistralis di Manganiello che in fondo è stato un atto di accusa nei confronti del teatro contemporaneo, specchio della borghesia, secondo una constatazione già di Pasolini, prima dello sboccio della sua fluente produzione teatrale controcorrente del poeta di Casarsa. Il testo è metabolizzato e quasi ininfluente in questo rinnovato Antigone. Non più di 40 battute totali perché il movimento scenico, l’interazione dei corpi, un corposo sottofondo musicale nella suggestione del tramonto, sono gli ingredienti primari di una combinazione insieme essenziale e affascinante. Non bisogna dimenticare che lo spettacolo a offerta libera devolveva l’incasso all’Associazione Campo delle Rose che si propone di sviluppare una cultura accogliente e inclusiva in favore delle persone con disabilità. Parallelamente si dimostrata inclusiva e accogliente la proposta che ha avuto il patrocinio del Lions Club di Viterbo e ha dovuto superare il vaglio di numerose adempienze burocratiche legate ai vincoli ambientali. Nella filosofia di questa proposta il teatro è rito più che mito. Gli attori, un ensemble affiatato, si spogliano per un’ora dei panni umani per entrare nella parte di archetipi lontani secoli ma ancora tremendamente attuali.
data di pubblicazione:25/06/2019
Il nostro voto: 
da Giovanni M. Ripoli | Giu 20, 2019
Nic Sheff è bello, bravo e intelligente ed è circondato dall’affetto della sua famiglia benestante e liberal ma, dopo aver provato come tanti suoi coetanei, la metanfetamina, diventa totalmente dipendente da tutte le droghe possibili e immaginabili. La storia è il vero calvario cui si sottopone il giovane, ma anche la sua famiglia per tentare il problematico recupero. Come si dice in questi casi: tratto da una storia vera.
Beautiful boy è la dolcissima canzone di John Lennon dedicata al figlio Sean ed è anche un brano che si ascolta in sottofondo nel film di Felix Van Groeningen dal titolo omonimo. Anche nella pellicola si parla di un bellissimo ragazzo con dei problemi…
Già ammirato nei paesi di lingua inglese, il film di Van Groeningen, quarantaquattrenne regista e sceneggiatore belga (il suo Alabama Monroe del 2012 fu candidato agli Oscar), oltre a una buona storia tratta dalle biografie degli stessi reali protagonisti, David Sheff e Nic Sheff, ha l’indiscusso merito di proporre una recitazione “da Oscar” per gli attori: il padre (Steve Carrell) e il figlio (Timothèe Chamalet, già ammirato nel film di Guadagnino). La regia, pur solida, non mostra tracce di particolare originalità, attenendosi a uno stile sobrio e rigorosamente classico. Scelta forse meditata e voluta per una storia non originale, ma, purtroppo ancora attualissima in differenti realtà. Il regista sceglie di raccontarci quello che accade in una famiglia della middle class americana, aperta e felice prima della scoperta della “tossicità” del loro bellissimo e apparentemente bravissimo Nic. Nel film viviamo con il padre, la madre (Amy Ryan) e la seconda moglie di David (l’intensa Maura Tierney), le innumerevoli “guarigioni e ricadute” del giovane. Più volte ci illudiamo che dopo cliniche riabilitative, ripensamenti, ansie, paure, pentimenti, rischi di overdose, il ragazzo sia finalmente uscito dal tunnel della dipendenza, ma, per quasi due ore, si tratta solo di illusioni per la famiglia e per il pubblico. L’Happy end, però, giunge nel finale e sembra legato principalmente all’affetto ritrovato nel focolare domestico e alla nuova consapevolezza del giovane. Beautiful Boy, è nel complesso un buon film che, attraverso flash back, una narrazione solida e soprattutto una assai convincente prova di attori, offre uno spaccato realistico di un percorso doloroso, comune a tante famiglie. Certo la pellicola non entra nel merito di approfondimenti psicologici sulle motivazioni che portano alle dipendenze, ma si apre, e bene, ad esplorare il forte rapporto affettivo padre-figlio, cardine del film stesso, grazie – come detto – alle notevoli performances dei due attori, dove Steve Carrell è un padre decisamente credibile: lacerato ma mai melenso, sempre nelle righe nel dolore come nei suoi entusiasmi, e Chamalet è al pari perfetto, sia nei momenti più drammatici, sia in quelli gioiosi e persino poeticamente dolci (come nei giochi con i piccoli fratellini nati dal secondo matrimonio del padre).
Dunque film che, pur alle prese con un tema non facile, risulta avvincente e mai noioso, accettabilissimo proprio perché privo di quella retorica che spesso è sottesa in pellicole similari.
data di pubblicazione:20/06/2019
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da Daniele Poto | Giu 18, 2019
Il mondo distopico ironicamente riprodotto da Papi somiglia terribilmente a quello attuale. Il profilo del radical chic e il valore della cultura sono aborriti dal Ministro dell’Interno in carica che è formalmente anche primo Ministro, in cerca di una cancellazione perentoria delle due entità e di tutti i termini complicati che possano portare sconcerto in un Paese che deve obbedire a logiche terribilmente semplici. Però anche il politico vive di debolezze e contraddizioni. Così il Grande Ministro sarà costretto a rassegnare le dimissioni quando verrà pizzicato in un cineclub mentre si gusta un complicatissimo film di Alain Resnais. Ha le caratteristiche del gustoso racconto lungo questo romanzo breve il cui plot è il pretesto per descrivere un mondo alla Farenheit 451 dove i libri sono vilipesi e l’odore della carta evaporato. Trattasi di un mondo dove un intellettuale (il padre della protagonista) può essere ucciso a bastonate per la grave colpa di aver pronunciato il nome del filosofo Spinoza durante un talk show. Un universo di minus habens dove al posto dell’Accademia della Crusca che si sforza di immettere nel vocabolario vivo della nazione i nuovi termini del linguaggio quotidiano, compare, come un MinCulPop, l’Autorità Garante per la Semplificazione della Lingua Italiana. Dove persino il lessico di Dante viene alleggerito delle parole desuete per essere alla portata del volgo. Chiara l’operazione politicamente mascherata del romanzo a tesi che incide sul politicamente corretto per introdurre le sgrammaticate logiche del mercato elettorale e il profilo molto reale dell’attuale partito di maggioranza relativa secondo i nuovi rapporti di forza emersi dalla consultazione europea. Il testo è dunque anche un monito, può essere letto come un manuale di educazione civica al contrario o una sorta di antidoto per vaccinarsi dalle buffe tendenze contemporanee. Oppure come un bizzarro anatema rispetto a terribili scenari futuri. Il ventaglio è ampio al di là del pretesto narrativo.
data di pubblicazione:18/06/2019
da Daniele Poto | Giu 11, 2019
Narratore umoristico e periferico per scelta l’autore è l’epitome di Centocelle, dei suo miti e dei suoi riti avendone convissuto le sorti per più di mezzo secolo. Sardonico commentatore della porta accanto a dieci anni dall’ultima pubblicazione, invade il nostro immaginario con dodici pezzi facili corrispondenti ad altrettanti mesi dell’anno. Una sorta di Zibaldone politicamente scorretto in cui l’autore rivela il magma etologicamente confuso (ma funzionale) delle proprie passioni: la Roma, il calciotto, il Brasile, la carbonara, il quartiere. Il mondo della Roma di un tempo, di barriera, di pancia e di testa, condivisa con una narrazione che assimila il pubblico al privato. Le scorribande personali (dall’infanzia ai giorni nostri) frammiste ai grandi eventi con data della storia mondiale. Pesce fa capire le proprie predilezioni anche politiche proponendo un mondo in via di sparizione ma ben vivo nell’immaginario di un’intera generazione. I mesi si fanno materia docile svelati nella loro personalità più recondita. Perché l’autore anche quando si atteggia a duro rivela una sensibilità tenera e antenne dritte sulla realtà e sui suoi limiti. Sono pezzi che funzionano anche letti perché l’attore tiene banco con la stand up comedy, con uno sguardo disincantato sulla virtualità ormai merce di tutti giorni e dunque rivela la perfetta identità di un altro secolo. Il suo partner ideale (qui anche prefatore) è Stefano Vigilante con cui ha stretto sodalizio da una decina d’anni. In coppia battono il territorio in quella piccola città che è Centocelle per il pubblico ideale dei centri sociali, delle grandi aggregazioni solidali. Sarà anche questo un universo destinato a sparire? Intanto il Pesce tiene botta candidamente. Convince e fa ridere, si affaccia in qualche teatro importante, rinnega il periodo dark. Insomma, scherzando si prende profondamente sul serio. E ci commuove lungo le 170 pagine di un libro che tiene botta fino in fondo con bella omogeneità di stile.
data di pubblicazione:11/06/2019
da Daniele Poto | Giu 7, 2019
L’autore di quel fortunato personaggio che è Rocco Schiavone si concede un’evasione dal giallo noir. Ma è un’evasione redditizia perché con un titolo ironico ci racconta i retroscena di un’industria editoriale che ben conosce e maneggia dall’alto di fortunati best seller che, dopo una breve gavetta (precedentemente era noto per l’attività di attore, sia pure impegnato in ruoli non di primo piano) l’ha portato a frequentare interlocutori di altissimo livello. Ma qui si allude alla bottega, alla difficoltà del libro di sfondare in una società che sostanzialmente lo rifiuta. Nei racconti apologhi l’industria editoriale viene vista sotto diversi punti di vista. Quello dell’editore che più che vendere un prodotto deve spacciarlo con le stesse tecniche utilizzerebbe un suo collega per un aspira-polvere. Quello dello scrittore maldestro che cerca inutilmente audience ed è disposto ad agire come ghost writer pur di sopravvivere. Quello dell’autore famoso ed arrogante, demagogico e sbruffone che dietro una prosa velleitaria nasconde un assoluto vuoto pneumatico. Quello dello scrittore di routine che invischiato nella ripetizione obbligata delle presentazioni si vede rispondere sempre le stesse domande e alla fine detestando il firmacopie, le dediche sempre eguali, gli insignificanti alberghi che lo ospitano. Il lettore aspirante-scrittore non sarà più lo stesso dopo questa visita lampo nelle Malebolge dell’editoria. C’è persino un omicidio negli eccessi qui evocati. Il corpo di un aspirante al Premio Nobel viene conservato in un frigorifero per non disperdere il possibile successo del suo ultimo libro. Finirà male con il carcere per gli efferati e cinici organizzatori dell’occultamento di cadavere. Un realismo grottesco domina la narrazione immaginifica e presaga. L’editoria è lo specchio del Paese, ambedue non versano in buone condizioni. S’intuisce che merito, competenza e rispetto non fanno parte dei loro parametri identitari. Più di un italiano su due non legge un solo libro nel corso di un anno solare e l’industria culturale si dibatte incerta in uno strenuo tentativo di sopravvivenza.
data di pubblicazione:07/06/2019
da Antonio Jacolina | Giu 6, 2019
Un gruppetto di studenti benestanti, stanchi ed annoiati della loro vita piatta e banale, cercano di uscire dalla pesantezza della routine e fare qualche cosa di eccitante. Pianificano un furto che più folle non si può: rubare un raro libro antico custodito nella biblioteca della loro Università nel Kentucky. Però … nulla va come previsto.
Layton è un giovane cineasta britannico, conosciuto come valente documentarista ed autore di docufiction. Questa sua ultima opera, di cui ha anche scritto la sceneggiatura, è stata già presentata e premiata al Sundance Festival, ed è interamente ispirata ad una storia vera. L’autore ci racconta i fatti connessi con il furto con una capacità evocativa così fuori dal comune che riesce a tenerci legati alla nostra poltrona di spettatori dall’inizio alla fine, facendoci totalmente immedesimare con i personaggi e con il loro progetto. La vicenda è tutta narrata al passato e la narrazione unisce e fonde abilmente in un ottimo amalgama realtà e finzione, vale a dire: ricerca dei fatti e rappresentazione dei fatti stessi. Nel film infatti, pur prevalendo la fiction, i veri protagonisti del colpo sono intervistati e raccontano davanti alla cinepresa lo svolgimento degli eventi reali di ieri, e, contemporaneamente, con costanti cambi temporali, la scena si sposta sulla rappresentazione diretta dell’azione e di quegli stessi eventi con gli attori al loro posto. L’effetto filmico che ne risulta non è solo credibile ed equilibrato ma è anche rimarchevole e godibile grazie ad un montaggio accelerato perfetto, senza alcuna cesura o tempi morti, e ad un ritmo narrativo sempre sostenuto ed incalzante, accompagnato da una musica rock di fondo che scandisce il succedersi dei fatti.
Oltre alla narrazione del furto ed alla satira graffiante di una certa America, quel che veramente sembra interessare all’autore è capire “il perché” degli avvenimenti raccontati. Perché mai dei ragazzi privi di veri problemi abbiano prima potuto pensare e poi addirittura potuto decidere di mettere in moto un tale progetto criminoso, perché mai abbiano voluto provocare il Destino. Forse, perché convinti di dovere avere una vita interessante, e, in assenza, di potersene creare una.
Comunque sia, il film mantiene tutta la struttura degli Heist Movies classici e dei migliori film del genere che lo hanno preceduto, anzi l’autore si diverte a citarli esplicitamente e ad ammiccare a Tarantino, facendo riferimento, non ultimo, anche a Rashomon, il vero ed unico modello di un racconto di testimonianze contraddittorie a seconda di chi narra la “verità” della storia. Apprezzabile infine la capacità di Layton nel dirigere i suoi giovani attori che infatti, sotto la sua guida, sono tutti molto credibili nel rendere evidenti i passaggi emotivi e psicologici dei vari personaggi che passano dalla noia iniziale, all’euforia della fase di pianificazione del furto, al panico durante la fase esecutiva, al senso di colpa e disillusione finale. Da seguire in particolare i talentuosi astri nascenti Evan Peters e Barry Keoghan.
American Animals, pur non sembrandoci all’altezza delle aspettative generate dall’entusiastica accoglienza ottenuta in America, va comunque segnalato perché è pur sempre un piccolo gioiello che rinnova il genere, un buon melange fra film comico e heist movie, una pellicola da vedere e da godersi, convinti che il buon cinema lo si trova sempre più spesso fra i piccoli film.
data di pubblicazione:06/06/2019
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da Antonio Iraci | Giu 3, 2019
Gli anni della militanza di Tommaso Buscetta all’interno di Cosa Nostra, la sua cattura in Brasile, l’estradizione in Italia, l’incontro con il giudice Falcone: tappe di un percorso di vita di colui che non si definì mai un pentito ma solo un collaboratore di giustizia. Un vero uomo d’onore che, sentendosi tradito negli ideali in cui aveva sempre creduto e per i quali aveva lottato sin dall’età adolescenziale, decide di rivelare i segreti di mafia che portarono negli anni ottanta a destabilizzare la cupola dei Corleonesi, con a capo Totò Riina, che in pochi anni era riuscita a far diventare Palermo capitale mondiale del traffico di eroina.
Dopo Buongiorno, notte del 2003, in cui si narrava del rapimento, della detenzione e dell’omicidio di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse, Marco Bellocchio torna a parlarci con questo nuovo lavoro di fatti di cronaca senza però farne un mero resoconto. Il regista, sempre ben calato nel suo stile visionario e a volte surreale di raccontare una storia, ne Il Traditore va oltre i fatti per entrare nell’intimo dei personaggi e mostrarne il lato più umano, con le sue contraddizioni e depravazioni. L’immagine che ne viene fuori di Tommaso Buscetta, alias don Masino, è quella di “un uomo d’onore” come usava definirsi il mafioso di una volta che, anche nelle azioni più efferate, onorava sempre quei codici autentici di rispetto dei valori umani secondo gli aberranti codici di Cosa Nostra. Bellocchio spiega bene, con le stesse parole del protagonista superbamente interpretato da Pierfrancesco Favino, come Buscetta non si possa mai definire un traditore per aver rinnegato e accusato i suoi boss, semmai al contrario proprio loro, assetati di potere e di soldi, avevano tradito quei principi cosiddetti morali sui quali da sempre si era basata la logica di mafia.
Il film riesce molto bene a raccontare quel tragico periodo degli anni ottanta, anche ricorrendo a devastanti immagini di repertorio, e fa ben intendere quei meccanismi sofisticati che reggevano il sistema di Cosa Nostra, una struttura che si apprestava a lasciare fuori ogni sentimentalismo a sacrificio di qualsiasi ideale degno di essere rispettato.
Una regia perfetta che riesce bene ad equilibrare momenti di spietata ferocia con altri più intimi e personali del protagonista, rimasto solo nell’affrontare il nemico, quei propri “familiari” che lo vogliono morto dopo avergli ferocemente ucciso i suoi due figli maggiori e tanti altri membri della sua famiglia. Nel film di Bellocchio non c’è spazio per la retorica fine a sé stessa, ma solo per i fatti: l’uomo viene descritto nella sua essenza pura, nobile o perversa che sia, messo a nudo di fronte alla realtà che si è costruito attorno e verso la quale è costretto a scontrarsi per sopravvivere.
Presentato in concorso nell’ultima edizione del Festival di Cannes, il film ha subito ottenuto grande consenso da parte della critica nazionale e internazionale e, pur non avendo ottenuto il Palmares, Il Traditore è sicuramente destinato ad altri importanti riconoscimenti ben meritati, sia per l’ottima regia che per l’interpretazione dell’intero cast formato da attori italiani di eccezionale bravura.
data di pubblicazione:03/06/2019
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da Daniele Poto | Giu 3, 2019
Trent’anni di ritardo per una traduzione di un libro di successo della letteratura nederlandese. L’autore quando scrisse questo romanzo breve (o racconto lungo) aveva 36 anni e non godeva del successo di ritorno che ha permesso la pubblicazione di questa sua operina giovanile. Il riferimento più immediato vira inevitabilmente verso Il giovane Holden. Lo scanzonato protagonista si ritrova in un contesto scolastico apparentemente perfetto che rivela crepe che sono proprie della società che lo circonda e che lo alimenta. Il metodo della scuola Montanelli alimenta piccoli mostri e il tono scanzonato della narrazione produrrà alla fine la piega inaspettata di un episodio mortale, uno strappo che ci riporta alla vacuità dell’insegnamento. Il metodo in questione è stato inventato cent’anni prima per venire incontro alle esigenze dei poveri ma ora la situazione è completamente rovesciata. La scuola è in realtà frequentata da ricchi che pagano una retta sedici volte superiore a quella di una scuola normale. E nello squilibrio dell’insegnamento di classe sono contenute le ribellioni del protagonista/voce narrante. Sotto le pieghe di un’edificante didattica si celano insanabili contraddizioni che riguardano anche gli atteggiamenti verso un ragazzo ritardato. Le buone intenzioni del politicamente corretto si scontrano con una realtà ben diversa e quasi ostica verso i giovani frequentatori del complesso scolastico. In definitiva un testo di facile lettura che però contiene ambizioni ben maggiori rispetto alla quieta trama. La descrittività inclina verso il dramma in un climax di crescente apprensione. Herman Koch ha mosso un lungo cammino da questo primo testo rimanendo sempre fedele al proprio editore veneto. La falsità del perbenismo e di un benessere di facciata è smascherata dalle considerazioni amene, estrose e realistiche del protagonista che va a smascherare la demagogia del proprio ipocrita ambiente. Storia di un’adolescenza che sa crescere con gli occhi sempre più aperti.
data di pubblicazione:03/06/2019
da Antonio Jacolina | Giu 3, 2019
Yvonne (Adèle Haenel) giovane poliziotta in una cittadina del sud della Francia, è vedova inconsolabile ed inconsolata di un poliziotto caduto in servizio ed ora aureolato di una reputazione di eroe. Quando viene a sapere che, in realtà, il marito era un corrotto della peggiore specie e che aveva anche inviato in prigione un innocente, schiacciata dalla delusione e dai sensi di colpa cerca di rimediare ai torti commessi dal padre di suo figlio e …
Pierre Salvadori giovane e brillante regista francese, giunto al suo nono lungometraggio, affronta ancora una volta con gioiosità e vivacità il tema, a lui caro, delle apparenze e delle false verità ingannevoli. Saltando dal comico alla farsa ed alla commedia e poi viceversa, fondendo romanticismo, poesia, qui pro quo, gags e dichiarazioni d’amore, l’autore restituisce valore alla Commedia, giocando abilmente con i codici classici del cinema poliziesco e del noir d’azione.
O meglio, con un occhio chiaramente rivolto a B. Wilder, a B. Edwards ed a tanti altri grandi, Salvadori si reinventa, con buoni risultati, uno stile tutto personale in buon equilibrio fra commedia e pochade, si impadronisce di un tema poliziesco e gioca volutamente, con brio comico e con le risorse della commedia stravagante, proprio sui canoni dei film d’azione, dei polizieschi e dei noir, senza però, e qui è il punto di merito, cadere o scadere nella parodia.
Il film racconta il folle tentativo di Yvonne di rimettere un po’ di ordine nel mondo, un mondo ove tutti però mentono, abbelliscono e trasformano la dura realtà della verità aiutandosi così a vivere. Un mondo quello attorno alla nostra giovane poliziotta (ed attorno a noi) ove ognuno si racconta e racconta la propria storia, un mondo ove la finzione stessa diviene realtà, come nel Cinema che trova la sua ragion d’essere proprio nel rendere reale e credibile l’immaginazione.
Il film è scritto in modo apprezzabile, con un’ottima meccanica narrativa, dialoghi frizzanti, situazioni credibili e perfettamente cesellate, con un ritmo indiavolato e con un montaggio perfetto. Salvadori poi con una regia sofisticata, governa il tutto saldamente e con maestria, giocando con colori vivaci e falsi cieli stellati proprio per infondere l’idea del meraviglioso che può rendere più bella la quotidianità, in quel gran gioco continuo di luci ed ombre che è la finzione. Bravo è il quartetto di protagonisti e coprotagonisti, tutti talentuosi e capaci di commuovere e far ridere sul filo dei loro sentimenti contraddittori e che, a tratti, ricordano con i loro virtuosismi i grandi momenti della Commedia Hollywoodiana. Pur se in un ruolo secondario brilla A. Tatou sempre seducente e brava.
Pallottole in libertà è dunque un piccolo film frizzante e fresco che innova e sorprende uscendo dai sentieri battuti e ribattuti delle commedie nostrane che non sanno far altro che usare clichès narrativi visti e stravisti. Una piccola e buffa commedia poliziesca, originale e vivace, una fantasia delicata ed anche tenera per raccontare la realtà, non solo fra sorrisi e risate ma anche con la poesia e la profondità, a tratti toccante, che accompagna la fine delle illusioni o anche l’uscita dall’infanzia. Il che ci ricorda che le migliori commedie fanno anche piangere un pochino e che, comunque sia, la forza consolatoria della finzione e … del Cinema può anche aiutare a meglio vivere e, che è anche bello lasciarsi “portar via” dalla storia o dalle storie.
Se ci riuscite andate a vederlo, vi divertirete e sarà piacevole lasciarsi “portar via” e vedere flirtare un po’ il reale con l’immaginario.
data di pubblicazione:03/06/2019
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da Rossano Giuppa | Giu 2, 2019
(Teatro dell’Opera di Roma, 23 maggio/1 giugno 2019)
In scena al Teatro dell’Opera di Roma dal 23 maggio al 1° giugno L’angelo di fuoco di Sergej Prokof’ev, opera complessa e poco nota, che esplora il mondo dell’esoterismo e della magia, temi cari all’avanguardia russa del primo Novecento, in una nuova produzione che annovera come direttore d’orchestra Alejo Pérez e come regista Emma Dante e tra gli interpreti Leigh Melrose, Ewa Vesin, Sergey Radchenko, Maxim Paster, Mairam Sokolova e Petr Sokolov, Anna Victorova e Goran Jurić.
Rappresentato a Roma solo un’altra volta nel 1966 diretto da Bruno Bartoletti per la regia di Virginio Puecher, L’angelo di fuoco è la storia di una tragica ossessione fra superstizione e razionalità che ruota intorno alla figura della protagonista, Renata, tratta dal celeberrimo romanzo di Brjusov, ed ambientata nella inquietante Germania del ʼ500, tra duelli, premonizioni e stregonerie. Renata, fin da bambina veniva guidata dal suo angelo custode Madiel per essere avviata ad una vita casta e di santità, ma poi si invaghisce dello stesso che, furente, si trasforma in una colonna di fuoco. La vicenda della protagonista avanza tra le solitudini di un convento e visioni demoniache, fino alla condanna al rogo da parte dell’Inquisizione per essersi congiunta carnalmente con il Demonio. Prokof’ev compose questa visione musicale in ritiro sulle Alpi, tra il 1922 e il 1927. Opera quasi impossibile da rappresentare, con una lunga e complessa gestazione ebbe poi una storia particolarmente tormentata. Il libretto di Brjusov fu considerato troppo inquietante e simbolista tanto che L’angelo di fuoco fu rappresentato ben 30’anni dopo la composizione, a due anni dalla morte del compositore.
Bene e male, reale e sovrannaturale si scontrano continuamente. Due sono i demoni che vede Renata, uno bianco e uno nero, in una doppia percezione dei fenomeni che avvengono sul palco, ovvero se gli spiriti sono visibili anche gli altri personaggi, se il tavolo che si solleva, i colpi battuti dallo spirito, esistono davvero o sono solo nella testa della protagonista.
Renata è combattuta tre castità e passione ma non riesce a capirlo: per lei Madiel è solo uno spirito buono, uno spirito d’amore, pur trattandosi di un amore carnale. È circondata dalla morte, è una donna osteggiata da un mondo maschilista che non le permette di esprimersi. E così, distrutta dal dolore del suo desiderio sessuale impuro, sbagliato, Renata viene punita per le proprie visioni, tanto sante, quanto demoniache. Quando sul finale si ritirerà in convento, alla ricerca di pace, troverà invece ancora dolore e sofferenza. Verrà esorcizzata senza successo dall’inquisitore che tenta di estirpare il male che c’è in lei e che sta contagiando tutto il convento. Le suore intorno a lei, però, si pongono in sua difesa, la notte cala su di lei mentre viene trasformata in una Madonna, con in testa un velo nero e sul petto un enorme Sacro Cuore di Maria perforato da pugnali.
La costruzione visiva è di altissimo impatto: la cripta albergo e la cripta monastero, la camera piena di libri e di sapere si ergono a protagonisti grazie allo splendido lavoro di Carmine Maringola ed ai costumi feticcio di Vanessa Sannino, dagli stracci inquietanti delle visioni e dei mendicanti, alle tonache rosse dei religiosi, ai cani cani/demoni dello studio del filosofo Agrippa.
Emma Dante compie un’operazione straordinaria in grado di sovrapporre il suo immaginario personale, fatto di Sicilia, di cattolicesimo, di superstizione e di morte all’immaginario grottesco, esoterico e simbolista del Prokof’ev di inizio Novecento. Ma l’Angelo di fuoco è uno spettacolo vincente per la maestria di Alejo Pérez. Una direzione musicale estrema, esagerata, che bene ha reso le atmosfere demoniache dell’opera.
data di pubblicazione:02/06/2019
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