RED JOAN di Trevor Nunn, 2019

RED JOAN di Trevor Nunn, 2019

L’anziana Joan Stanley, fisica nucleare che aveva collaborato negli anni quaranta alla sperimentazione della bomba atomica negli uffici britannici della Tube Alloys, viene arrestata e accusata di spionaggio per aver a suo tempo fornito ai russi informazioni riservatissime sul progetto. Durante l’interrogatorio la donna racconta della sua vita a partire dal periodo in cui studiava a Cambridge, della sua attrazione per il comunista Leo Galich e di ciò che l’aveva indotta a collaborare con i servizi segreti sovietici. Tutto a fin di bene…

 

Una sempre più agguerrita Judi Dench, nei panni della protagonista del film di Trevor Nunn, interpreta una storia vera, ma soprattutto umana, dove si combinano tutti gli ingredienti di una spy story insieme a qualcosa che tocca il sentimento comune del “far del male a fin di bene”. Joan Stanley non è altro che Melita Norwood, definita la ragazza del KGB in quanto considerata una pedina importantissima dello spionaggio sovietico che permise ai russi di poter realizzare la bomba atomica, bilanciando così con gli Stati Uniti la corsa agli armamenti nucleari. In effetti Joan la rossa, non tanto per il colore dei capelli quanto per le sue pseudo simpatie comuniste, se all’inizio mostra fedeltà alla Corona di sua Maestà Britannica nel non rivelare le notizie segrete richieste dal giovane Leo Galich (Tom Hughes) del quale era innamorata, poi cede per una questione morale quando apprende dei disastri di Hiroshima e Nagasaki. Alla fine degli interrogatori, intramezzati da lunghi flashback in cui si rivela la bravura di Sophie Cookson nei panni di Joan da giovane, viene fuori che il passaggio delle informazioni era un atto dovuto a fin di bene perché non era corretto che solo gli americani potessero disporre a proprio piacimento di quell’arma letale.

Nonostante gli sforzi del regista, che ha cercato per quanto possibile di attenersi ai fatti attingendo dal romanzo La ragazza del KGB di Jennie Rooney, e nonostante l’ottima interpretazione delle due Joan, la storia tuttavia non prende spessore e rimane quasi sospesa, incompiuta, forse anche poco credibile. Il film, ambientato negli anni quaranta in pieno conflitto mondiale, ci vuole parlare di etica politica, di distensione dopo una guerra fredda tra le superpotenze durata anni, di un buon senso per aggiustare gli squilibri internazionali, il tutto imbastito in un plot che, pur non funzionando alla perfezione, ha almeno il merito di non annoiare troppo.

Grande esperto del teatro di Shakespeare, Trevor Nunn ha diretto nel tempo vari film che non si possono certo annoverare tra i capolavori della cinematografia internazionale e Red Joan ha tutti i presupposti per seguire la medesima sorte.

data di pubblicazione:18/05/2019


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SPOGLIA – TOY di Luciano Melchionna

SPOGLIA – TOY di Luciano Melchionna

(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 16/ 26 maggio 2019)

Spogliatoi: undici calciatori sono pronti ad affrontare l’altra squadra. Il loro allenatore li richiama all’ordine e li ammonisce severamente: l’avversario che si nasconde nella mente è molto più temibile di quello che si incontra sul campo. Ogni giocatore sa che deve concentrarsi al massimo delle proprie forze per controllare lo stato emozionale e rendere sempre vivo il livello motivazionale. Ma in privato, lontano dai compagni, ognuno ha qualcosa da confessare…

  

Lo spettacolo di Luciano Melchionna porta il pubblico a curiosare dentro l’intimità di un luogo dove un team di calciatori si sta preparando ad affrontare la squadra avversaria. E così ci sentiamo tutti stipati in uno spazio claustrofobico quasi a contatto fisico con i corpi dei giocatori, che ci attraggono per la loro plasticità insieme all’incontestabile sensualità. Ma questi giocattoli nelle mani della gente che va ad ammirarli che cosa rappresentano nella realtà? Sicuramente sono i simboli di una società malata, che fa fatica ad arrancare nel quotidiano e nella quale si identificano quali divinità in un paradiso di perfezione e di potenza. Il calciatore di oggi racchiude in sé l’ideale di mascolinità che si manifesta sul campo attraverso quell’energia che viene emanata dai loro corpi in azione, una bellezza che stuzzica i sogni di tutti, uomini e donne, per dare spazio alla fantasia più sfrenata e intima nello stesso tempo. Nel privato poi ognuno ha la propria storia da raccontare, facendo trasparire immagini a volte fragili, impaurite, molto lontane dal personaggio, da quell’icona da venerare.

Lo spettacolo ci induce ad una riflessione che riguarda il modo in cui siamo stati forzati a realizzarci in maniera diversa da quello che veramente avremmo voluto essere. Un’imposizione patriarcale che ci vuole a tutti i costi con il pallone tra le gambe per fare di noi dei veri uomini mentre avremmo preferito dedicarci alla danza se non addirittura giocare con le bambole. Ed allora ci si chiede: a chi giova tutto questo se poi non possiamo essere noi stessi, con le nostre vere emozioni? Una amara considerazione che ci riporta sempre a quella domanda senza tempo se siamo veramente ciò che avremmo voluto essere.

Bravissimi i giovani attori/calciatori che ci ricordano quegli happening teatrali di una volta in cui arte e improvvisazione coinvolgevano il pubblico per lasciarlo attonito ma tutto sommato soddisfatto.

Spoglia – Toy è una produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro, in collaborazione con Sportopera nell’ambito del Napoli Teatro Festival Italia.

data di pubblicazione:17/05/2019


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TITO E GIULIO CESARE riscritture tratte da William Shakespeare a cura di Michele Santeramo e Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo e Andrea De Rosa

TITO E GIULIO CESARE riscritture tratte da William Shakespeare a cura di Michele Santeramo e Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo e Andrea De Rosa

(Teatro Argentina – Roma, 7/12 maggio 2019)

Dal 7 al 12 maggio in scena al Teatro Argentina di Roma due originali rivisitazioni dei capolavori shakespeariani, a firma di Michele Santeramo e Fabrizio Sinisi per la regia di Gabriele Russo e Andrea De Rosa, Tito e Giulio Cesare, presentati uno dopo l’altro, in uno spettacolo unico, nati nell’ambito del progetto Glob(e)al Shakespeare, per il Napoli Teatro Festival, premiato dall’Associazione Nazionale dei Critici come “migliore progetto speciale” 2017.

 

In Tito Michele Santeramo riscrive Tito Andronico smontando la struttura epica e tragica a favore di un timbro certamente drammatico, ma sorprendentemente ironico e crudo splatter. Tito Andronico è semplicemente un eroe stanco, provato dagli anni trascorsi a fare la guerra. È un padre di famiglia che si ritrova dei figli cresciuti ma immaturi, oberato dal peso della responsabilità e con un gran desiderio di normalità, di casa e famiglia. Ma la guerra semina rancori, ingiustizie e vendette. La spirale che si accende è la causa della tragedia, la sete di vendetta è ineluttabile ed inevitabile e coinvolge tutti: il sangue deve scorrere, le parti sono scritte, non possono ribellarsi neppure gli attori stessi. La struttura di Gabriele Russo punta sui giochi di ruolo degli attori, ora interni, ora esterni alla tragedia, per riportare anche un’altra verità, l’assurdità e l’inutilità di tutto Tito è un uomo che dopo tanti anni di guerra vorrebbe godersi le sue piccole cose; suo malgrado è costretto a vendicarsi e rispondere al ruolo cui è destinato.

Andrea De Rosa, insieme al drammaturgo Fabrizio Sinisi, riscrive il testo shakespeariano Giulio Cesare (Uccidere il tiranno), cercando una risposta al grande dubbio: si vuole, si può, si deve uccidere il Tiranno? Il tipo di narrazione scelta privilegia l’aspetto politico e filosofico dell’opera originale: il regista realizza un allestimento asciutto in cui Bruto, Cassio e Casca a metà tra terra e aria, cercano le ragioni profonde del loro omicidio, si interrogano ed alla fine soccombono. Nel frattempo Antonio cerca di ricomporre l’ordine delle cose dando sepoltura a Cesare e cercando di guidare il cambiamento: chi, o cosa può venire dopo Cesare? Se tornare alle antiche forme o assecondare il nuovo corso degli eventi. Tutto in una notte: le arringhe e le giustificazioni dei tre congiurati e la terra che ricopre il corpo del tiranno.  È vero che Cesare ha aggredito la struttura democratica di Roma per farsene unico interprete e dopo Tarquinio il superbo, un uomo solo ha accentrato nella propria persona un immenso potere. Convinti di agire per il bene della res publica Bruto, Cassio e Casca decidono di uccidere l’uomo che si è trasformato, davanti ai loro occhi, in Tiranno. Ma si accorgono presto che l’identificazione tra Cesare e Roma è ormai profonda e irreversibile. Il rapporto fra popolo e Cesare è un rapporto ambiguo, di amore, violenza e sottomissione: Cesare oramai impersona lo Stato, lo ha plasmato e modificato nel Dna. Non si può sconfiggere un potere che risiede proprio nella comunità che lo subisce e niente potrà tornare come prima.

Un allestimento unico per le due tragedie che condividono identità, spazio scenico e attori per un linguaggio potente e fortemente contemporaneo fatto di voci e di cose, di pause e di azioni, che insieme, diventano due parti di una riflessione unitaria sul concetto di potere, o ancor di più un’intensa e beffarda riflessione sulle “conseguenze del potere”.

data di pubblicazione: 13/5/2019


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EVA VS EVA. La duplice valenza del femminile nell’immaginario occidentale, a cura di Andrea Bruciati – Massimo Osanna – Daniela Porro

EVA VS EVA. La duplice valenza del femminile nell’immaginario occidentale, a cura di Andrea Bruciati – Massimo Osanna – Daniela Porro

(Villa d’Este – Santuario di Ercole Vincitore – Tivoli, 10 maggio/1 novembre 2019)

Con un titolo che automaticamente ci rimanda al celebre film del 1950 che aveva come protagonista una splendida Bette Davis, è stata appena inaugurata una interessante mostra, grazie alla peculiare organizzazione del team composto dall’Istituto autonomo Villa Adriana e Villa d’Este – Villae, il Museo Nazionale Romano e il Parco Archeologico di Pompei, sulle molteplici sfaccettature dell’immagine femminile attraverso i secoli fino ai giorni nostri.

L’idea di base è quella di presentare la donna attraverso i due poli contrapposti del positivo e del negativo, del buono e del cattivo, per esaltare attraverso una serie di opere d’arte e reperti archeologici ciò che di ambiguo la caratterizza. IL percorso espositivo segue due diversi tracciati in due sedi diverse, Ville d’Este e l’Antiquarium del Santuario di Ercole Vincitore a Tivoli, la cui complementarietà è segnata dagli splendidi giardini con fontane che collegano i due siti museali. Partendo dagli aspetti più deleteri dell’immaginario femminile, dove vengono evocate donne diaboliche e dissolute pronte a praticare il male attraverso le proprie arti magiche e seduttive, si passa poi alla rappresentazione più spirituale che la pone al centro dell’universo come unica fonte generatrice capace, donando la vita, di rinnovare l’umanità. Questa rappresentazione trova riscontro non solo attraverso importanti reperti provenienti da Pompei e da altri musei archeologici, ma anche attraverso espressioni proprie d’arte contemporanea fino ad arrivare alla cinematografia di oggi, strumento che è riuscito in qualche modo a plasmare e a rivoluzionare la perenne dicotomia della natura femminile sino a arrivare ai movimenti di liberazione per la difesa dei diritti. Un itinerario che ci fa scoprire la complessità del mondo femminile che ha ispirato e stimolato la fantasia di ogni uomo sino a suscitarne turbamenti e passioni, a volte d’amore a volte d’odio, ma pur sempre frutto di una forte emozione.

Attraverso una serie di figure mitologiche e storiche il visitatore non può fare a meno di pensare alle donne di oggi, per ritrovare attraverso la poliedricità dell’arte un messaggio universale.

Si consiglia la visita possibilmente in una giornata di sole, per gustare appieno la magnificenza dei giardini di Villa d’Este, capolavoro del Rinascimento italiano e patrimonio dell’UNESCO.

data di pubblicazione:12/05/2019

ACCATTONE di Pier Paolo Pasolini, adattamento e regia di Enrico Maria Carraro Moda

ACCATTONE di Pier Paolo Pasolini, adattamento e regia di Enrico Maria Carraro Moda

(Teatro Trastevere – Roma, 7/12 maggio 2019)
La storia del borgataro romano, ladro e pappone per professione, torbido e spavaldo sbeffeggiatore della vita tanto quanto della morte, rivive in una eccellente trasposizione teatrale.

Prima di essere impressa su pellicola, la storia di Accattone era già stata annunciata nella letteratura pasoliniana. Il passo era quasi obbligato vista la portata cinematografica del suo modo di raccontare. La decisione di farne una traduzione teatrale appare come una rischiosa novità, ma non fuori luogo per un personaggio dai caratteri fortemente drammaturgici come Vittorio Cataldi. Ottimo e riuscito nella sua originalità l’esperimento tentato dalla compagnia dell’Associazione Culturale I Nani inani diretta da Enrico Maria Carraro Moda, nei panni del protagonista.
La regia è affrontata secondo il linguaggio del teatro epico. Un display elettronico attivato in scena dagli attori attraverso un telecomando elenca in forma di capitolo i vari episodi di cui la storia è costruita. Lo spettatore è costantemente avvertito e invitato a prendere coscienza dello scandalo di cui i personaggi si fanno veicolo. L’attenzione è mantenuta viva, diventa partecipazione di fronte alle provocazioni insolenti di Accattone, che chiama il pubblico a farsi giudice della vita e della morte. La sala intera diventa lo spazio scenico nel quale si svolge l’azione. Il teatro si trasforma ipoteticamente nella periferia romana, ma delle sue baracche percorse da strade polverose e accecanti non rimane nulla in termini visivi. La borgata è ora una condizione dell’animo, un suggerimento dato dalle luci fortemente espressive. Lo stesso fiume Tevere è poca acqua contenuta in un bidone della spazzatura, nel quale si tuffa e riemerge arrogante e spavaldo Accattone.
Uno spettacolo da non perdere, in scena fino a domenica al Teatro Trastevere.

data di pubblicazione:10/05/2019


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SARAH & SALEEM – Là dove nulla è possibile di Muayad Alayan, 2019

SARAH & SALEEM – Là dove nulla è possibile di Muayad Alayan, 2019

Il sottotitolo con cui questo film è arrivato nelle nostre sale dice molto, forse tutto, di ciò che “non può accadere” in una terra dilaniata da un clima di costante tensione, come quello che caratterizza i rapporti tra Israele e Palestina.

 

L’israeliana Sarah è sposata con un ufficiale dell’esercito e gestisce un bar a Gerusalemme Ovest; Saleem, anche lui sposato e prossimo padre, è palestinese e vive a Gerusalemme Est dove fa il fattorino per un panificio. I due, pur non trascurando le rispettive famiglie, hanno una relazione che di fatto si limita a fugaci rapporti sessuali consumati all’interno del furgoncino che l’uomo usa per il suo lavoro. Sarah e Saleem sono due persone che “politicamente” parlando non dovrebbero stare insieme ma che invece non considerano affatto questo aspetto delle loro vite: il loro “tradimento” privato si trasformerà incredibilmente in un caso politico e sociale di dimensioni inimmaginabili.

Palestinese doc, ma con una formazione cinematografica americana, Muayad Alayan con Sarah & Saleem realizza un piccolo capolavoro costruito su una sceneggiatura, curata da suo fratello Rami, perfetta, che non cade nei soliti cliché della storia d’amore impossibile, sullo sfondo degli attriti sanguinosi tra israeliani e palestinesi. Ma ciò che affascina e appassiona di più, di questo vero e proprio gioiello cinematografico, è il peso delle circostanze casuali che trasformano una semplice infedeltà coniugale in qualcosa che sfugge a qualunque controllo, in un meccanismo dove i tasselli della storia sembrano incastrarsi alla perfezione per arrivare ad un risultato quanto mai imprevedibile e per dimostrare, ancora una volta, come in questa terra massacrata nulla sia veramente possibile.

Lo scontro titanico tra le due donne coinvolte, Sarah e Bisa, la giovane moglie di Saleem in attesa del loro primo figlio, rappresenta il fulcro del film: sono loro le vere protagoniste della storia e saranno loro a trovare una soluzione non banale, e di certo non priva di sofferenza, mentre agli uomini non rimarrà che scontrarsi per fomentare un odio che non sembra avere soluzione di continuità.

Il film trova ispirazione da una storia vera e riesce a tratteggiare, in un’ambientazione dove ogni singola scena ci parla di conflitto razziale e di soprusi, il ritratto di due donne molto diverse, rivali in amore ma entrambe vittime, che hanno tuttavia il coraggio di lottare insieme per far emergere la verità, sfidando ogni possibile conseguenza.

Presentato in anteprima italiana al Bari International Film Festival, il film ha già riscosso importanti premi con ampi consensi di critica e di pubblico. Da non perdere.

data di pubblicazione:08/05/2019


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È COSA BUONA E GIUSTA  di Michele Benniceli e Michele La Ginestra, regia di Andrea Paolotto

È COSA BUONA E GIUSTA di Michele Benniceli e Michele La Ginestra, regia di Andrea Paolotto

(Teatro di Carbognano, 5 maggio 2019; Teatro Sistina – Roma 10/19 maggio 2019)

Il mood di La Ginestra funziona ancora. One man show condito dall’apprezzabile professionalità dei ragazzi dell’Accademia di Teatro del Sistina.

Efficace il pretesto di insegnare la vita e i primi rudimenti del teatro ai giovani per un’immersione autobiografica nel mondo di Michele la Ginestra. Dove tutto può apparire vero e contemporaneamente finto. Perché sempre di teatro parliamo. Però l’operazione funziona e confonde perché miscela meravigliosamente realtà e fantasia. Il vissuto dell’attore solista e dei suoi primordi con l’ingenuità e le domande dei ragazzi di diversa personalità che si abbeverano alla fonte della sua esperienza. Lo spettacolo ha toni leggeri ma attinge a un lirismo profondo nella rievocazione del distacco mortale dal padre. La Ginestra non scorda la lezione del Sistina perché lo spettacolo attinge a brani popolari (De Gregori anche) con le cadenze di un music hall in cui occorre saper cantare (in coro anche), ballare, gestire l’interazione con il protagonista principale. E l’interprete si offre con generosità attraverso una doppia replica che gli concede solo 45’ d’intervallo, dandosi senza respiro a un pubblico ricettivo di provincia, certo diverso da quello del Sistina che nelle repliche lo attendono dopo un’anteprima rodante. Il laureato in legge è enormemente a suo agio nell’arte dell’intrattenimento. Ironizza su sé stesso quando lo includono nella top fine degli interpreti del Rugantino che poi sono stati cinque in tutto. Allude al momento del definitivo lancio nella hit parade dei grandi interpreti leggeri. Una popolarità che è stata corroborata dalla pubblicità per una nota marca alimentare e dalle apparizioni felici in programmi di intrattenimento gastronomico. Feroce la critica al mondo virtuale dello smartphone che ha fatto perdete l’immediatezza e la spontaneità giovanile a un’intera generazione. Ma non è mai troppo tardi per ravvedersi anche attraverso la leggerezza di uno spettacolo che fa riflettere sorridendo. Come nelle corde del protagonista che ti fa immergere nelle pieghe di un convincente ragionamento espresso con grande empatia.

data di pubblicazione:06/05/2019


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DIARIO DI BORDO DI UNO SCRITTORE di Bjorn Larsson- Iperborea, ultima edizione 2019

DIARIO DI BORDO DI UNO SCRITTORE di Bjorn Larsson- Iperborea, ultima edizione 2019

Quando uno scrittore ha raggiunto una fama internazionale può obbedire anche a una richiesta contrattuale. In questo caso da parte della indiscutibile regina editoriale della letteratura nordica. Dunque la narrativa consacrata di La vera storia del pirata Long John Silver o ne I poeti morti non scrivono gialli viene accantonata in favore di un racconto autobiografico in cui c’è anche molta Italia oltre alle molte curve e svolte della vita dell’autore. Che non aveva sicuramente nel Dna quello di diventare un autore di best seller nel procelloso mare della vita. Il libro ha molte possibili vie di comprensione per il lettore. Si può leggere come un manuale di scrittura, un prezioso zibaldone di aneddoti, un tesoretto di ispirazioni. Uno scrittore non può mancare di curiosità. Sembra essere questo l’elemento fondamentale estraibile dalle variegate esperienze dell’autore. Che destruttura anche l’ammirevole welfare del Paese che gli ha dato i natali per descriverci una realtà più complessa e contradditoria anche nel confronto esistenziale con le nazioni che ama e che gli hanno offerto adozione. C’è un po’ del pirata anche nei capitoli che raccontano gli alterni rapporti con le case editrici, i primi insuccessi, la gavetta, l’esercizio paziente della perseveranza per approdare poi a una professione abbracciata con entusiasmo. Il vero scrittore è quello che non si ripete. E dunque Larsson ha bordeggiato da romanzi di assoluta fiction, a trame di impostazione scientifica, sperimentando anche il giallo e il noir che sembravano temi fuori dai propri confini. Se alcune vite sono come un romanzo questo libro ha una sua indispensabilità. Gli aspiranti scrittori vi ritroveranno un po’ di stessi con dubbi e incertezze su un’attività che regala più delusioni che soddisfazioni. Perché, soprattutto in Italia, quasi tutti scrivono ma pochissimi leggono. E dunque si agisce in un contesto quasi desertificato che promette di godere di un modesto sviluppo futuro.

data di pubblicazione:06/05/2019

CHE AMAREZZA di e con Antonello Fassari

CHE AMAREZZA di e con Antonello Fassari

(Teatro Petrolini – Ronciglione, 4 maggio 2019 fine tournée)

Un bilancio di carriera. Un po’ mesto e tristanzuolo, guardando a personaggi un po’ corrosi dal tempo ma con vette comiche indimenticabili, scolpite nella piccola storia televisiva…

Va di moda l’auto-fiction anche a teatro. Così Antonello Fassari culmina sette mesi in giro per l’Italia con un’ultima esibizione in Tuscia, nel Paese di Marco Mengoni, davanti a un pubblico ben disposto e attirato dal suo nome e dalle sue proposte comiche. Non c’è nulla che già non si sappia dei personaggi istruiti da Fassari in questi 70’ di spettacolo. Il tempo non lavora per l’attualità dei personaggi di Avanzi. Lo smemorato che non ritrova più il suo comunismo oggi suona come un ricordo d’antan, come il giornalista prono a ogni potere. Perché in questo campo la realtà ha nettamente superato la più spericolata fantasia teatrale. Apprezzabile la scenografia che mette a disposizione manichini, travestimenti e parrucche che, unitamente a una colonna sonora adeguata, contribuiscono ad alleggerire il fardello presenza scenica univoca del protagonista. Non è in discussione la capacità attoriale del comico quanto l’allestimento coerente del tutto. La voce fuori campo è quella del personaggio di maggior successo che lo incalza e in un certo modo lo perseguita. Per l’Italia tutta Fassari è Cesaroni, un personaggio da cui cercano invano di prendere le distanze. Il refrain distilla amarezza, il sostantivo simbolo, un tormentone che funziona. Nel viaggio personalissimo condito con molte tappe si passa dalla rievocazione del mito di Sisifo a Eduardo De Filippo con uno sguardo attoriale malinconico e pieno di nostalgia. E forse non tutti sanno che gli inizi di Fassari sono nel segno della canzone rap di cui offre un eloquente saggio. Emerge alla fine il ritratto di un uomo contemporaneo perennemente insoddisfatto che è un po’ lo specchio dei tempi in cui viviamo. Con poche vie di fuga e tra queste il teatro.

data di pubblicazione:06/05/2019


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MACBETTU tratto da Macbeth di William Shakespeare, regia di Alessandro Serra

MACBETTU tratto da Macbeth di William Shakespeare, regia di Alessandro Serra

(Teatro Argentina – Roma, 2/5 maggio 2019)

Una sfida complessa, il Macbeth di Shakespeare recitato in sardo e, come nella tradizione elisabettiana, interpretato da soli uomini, vestiti nei completi tradizionali isolani, con la Sardegna che anima con propri suoni, usi e costumi le figure e le atmosfere shakespeariane. Un progetto e un risultato straordinario il Macbettu di Alessandro Serra, regista e fondatore della compagnia Teatropersona, che ha allestito la tragedia per Sardegna Teatro. Uno spettacolo tornato a Roma dopo aver fatto il giro del mondo ed avere raccolto premi e consensi, dal 2 al 5 maggio 2019 al Teatro Argentina, che già lo aveva ospitato lo scorso anno.

 

Emergono sorprendenti e forti analogie tra la tragedia scozzese e i riti e le maschere della Sardegna: i suoni cupi prodotti da campanacci e lamiere, le pelli e le maschere e poi il sangue, il vino, la terra, tutto in una dimensione materica ancestrale.

La riscrittura in lingua sarda da Giovanni Carroni, trasforma anzi l’originale in canto arcaico e potente, che risuona in uno spazio scenico vuoto, attraversato di continuo dai corpi e dalle voci degli attori che interagiscono e si amalgamano a pietre, terra, ferro, pane carasau, coltelli. La scelta poi di porre solo figure maschili in scena, comprese le streghe ripensate nella tradizione contadina della Barbagia e Lady Macbeth, sembra coerente con questo scopo. Lady Macbeth mantiene la virilità dell’attore ma con una sete di potere ed una presenza scenica incredibilmente femminile. Così come le streghe che si prendono in giro, si sputano e si rincorrono, sempre presenti perché il gioco è nelle loro mani.

Nell’assoluto buio una parete di ferro avanza tra la polvere e da tale struttura come insetti famelici iniziano a discendere losche figure; e quella parete nel corso della narrazione si smembrerà diventando tavoli dove banchettare e celebrare il potere, letti dove dormire. Una parete metallica che alla fine di tutto propagherà un rumore che ben presto si trasforma in rombo assordante.

Appare Macbettu (lo straordinario Leonardo Capuano), che non conosce, fino a quel momento, desideri o invidia, al servizio del buon re Duncan ma che esce piuttosto inquieto e tormentato dall’incontro con le streghe: è l’inizio del suo destino, della sua debolezza di fronte al proprio desiderio di potere. E così il male inizia a diffondersi.

Lavoro splendido, completo, leggero e gravoso, rigoroso e tagliente, geniale per le intuizioni registiche, la forza dei movimenti, l’efficacia di luci e ombre. Un teatro essenziale ricco di idee, pieno di allucinazioni e apparizioni,  un incubo pieno di insegnamenti.

data di pubblicazione:06/05/2019


Il nostro voto: