da Antonio Iraci | Apr 17, 2019
Nei primi anni del Novecento la signora Moore (Peggy Ashcroft), un’anziana donna inglese, in compagnia della giovane Adela (Judy Davis), fidanzata del figlio, intraprende un viaggio in India, a quel tempo ancora sotto il dominio della corona britannica. Appena arrivate fanno amicizia con il dottor Aziz (Victor Banerjee), un giovane medico indiano vedovo con due figli, che prova grande ammirazione per la civiltà inglese. Orgoglioso di far conoscere gli aspetti più interessanti della cultura indiana, propone alle due donne una gita per visitare le grotte di Marabar, famose per essere completamente al buio e per produrre un’eco impressionante. Durante la visita, alla quale non partecipa la signora Moore, Adela si allontana da sola e ad un certo punto sembra essersi persa, tra lo sconforto di tutti e soprattutto di Aziz che decide di andarla a cercare. La giovane donna verrà ritrovata all’esterno delle grotte in uno stato confusionale e con i vestiti in disordine, lasciando chiaramente ad intendere di essere stata molestata dal dottore che, invano, cercherà di dimostrare la sua completa innocenza. Arrestato e processato Aziz alla fine verrà rilasciato in quanto Adela ritratterà la sua accusa, con la conseguente reazione della popolazione locale oramai pronta alla rivolta contro la supremazia inglese ed anche dei residenti britannici che, sdegnati dal comportamento contradditorio della ragazza, decideranno di emarginarla.
Il film diretto da David Lean, regista, attore, sceneggiatore e produttore inglese morto nel 1991, fu tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore Edward Morgan Forster ed ebbe molto successo sia di critica che di pubblico ottenendo diversi premi internazionali tra cui due Oscar (miglior attrice non protagonista a Peggy Ashcroft e miglior colonna sonora a Maurice Jarre), tre Golden Globe e un premio BAFTA.
Questa storia, che ci introduce nella millenaria cultura indiana, ci suggerisce una ricetta molto semplice e di effetto tipica della regione orientale del paese: spezzatino di pollo alla bengalese.
INGREDIENTI: 600 grammi di petto di pollo a spezzatino, 1 arancia, 1 limone, 200 grammi di ananas, 2 mele, 50 grammi di burro, farina, sale e pepe q.b.
PROCEDIMENTO: Infarinare lo spezzatino di pollo e farlo leggermente rosolare nel burro fuso a fiamma moderata. Aggiungere il succo di una arancia e di un limone e lasciare cuocere per una ventina di minuti. Aggiungere quindi i pezzettini di ananas e di mela e lasciare ancora cuocere per pochi minuti, dopo aver aggiunto un poco di sale e pepe. Il piatto va servito tiepido accompagnato a piacere da crostini di pane.
da Paolo Talone | Apr 17, 2019
(Teatro Argentina – Roma, 15 aprile 2019)
A 75 anni dal rastrellamento del Quadraro, il Teatro di Roma e il Comitato Q44 rendono omaggio alla memoria dei 947 uomini deportati e alle loro famiglie. Dopo dieci anni di repliche il testo arriva a buon diritto sul palcoscenico dell’Argentina.
L’incedere pesante e ritmato dei passi dei soldati tedeschi agli ordini del generale Kappler interrompe di violenza il sonno della borgata romana a pochi minuti dall’alba. È il 17 aprile 1944. Il quartiere, soprannominato dai nazisti covo di vespe per via dei cunicoli e delle gallerie presenti dove si pensava si nascondessero dissidenti, nemici del regime e partigiani, veniva preso d’assalto. L’azione militare, a cui viene dato il nome di Operazione Balena, si consuma con una brutalità improvvisa e fulminea che non lascia neanche il tempo di ragionare. Sul foglio di avviso che viene consegnato alle famiglie è scritto chiaramente di non spendere più di dieci minuti per prepararsi a partire. A nessuno è concesso di uscire in strada, pena la morte. Nel giro di pochissime ore un gruppo di 947 uomini, di età compresa tra i 16 e i 55 anni, si ritrova a lasciare i propri affetti e a essere prigioniero nel teatro 10 di Cinecittà. Da lì la deportazione nel campo di concentramento di Fossoli, vicino Modena, e poi la dispersione in Germania dove, ingannati a firmare un foglio in cui si dichiaravano lavoratori volontari, vengono venduti a un gruppo di magnati dell’industria tedesca. Circa la metà di loro non fecero più ritorno a casa. Coloro che invece riuscirono a sopravvivere e a rientrare a Roma, raccontarono la loro storia a chi li stava aspettando. Ma amici e parenti non potevano restare gli unici ad ascoltare i loro racconti e così nasce l’idea di costruire un’unica memoria. Lo spettacolo è un prodotto del tentativo di mantenere vivo il ricordo di questi avvenimenti, che hanno tutto il diritto di essere inseriti nella storia della Resistenza nazionale. La struttura drammaturgica, arricchita dalle note del pianoforte suonato dal vivo da Massimo Gervasi, alterna la recitazione di otto attori alla proiezione delle testimonianze dei sopravvissuti. Le persone in video diventano i personaggi sulla scena. È in questo modo che possiamo conoscere le storie di Sisto, Mario, Giorgio e di tutti i rastrellati. Il risultato è coinvolgente e commuove. Ci vuole forza nel ricordare perché farlo spaventa, ma la memoria è necessaria ed è un obbligo che non si può disattendere.
data di pubblicazione:17/04/2019
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Apr 17, 2019
Il giornalismo d’inchiesta è nelle corde del giornalista di Repubblica che, partito dalla Sicilia, ha raggiunto Roma per assistere allo scempio capitale. Dunque è quasi un ritorno a casa il focus professionale ma anche personale (è una storia anche di pedinamenti e di spionaggio) che circoscrive la parabola di Calogero Antonio Montante, mito dell’antimafia dell’isola, oscurato da una serie di reati che più che all’antimafia lo collocano in piena attività di servizio per la mafia. La finzione del politicamente corretto si riverbera in questa carriera all’ombra dei poteri forti, del riconoscimento pubblico di un padrinato illegale e/o criminale. Si documenta una storia molto siciliana, fatta di intrichi, di consorterie, di protezioni, all’ombra di uno Stato che fa della tua reputazione (falsa) un simbolo. Il reticolo era così stretto che Montante poteva vantarsi di tenere in pugno l’allora Governatore dell’isola Crocetta, detenendo un filmato sulle prodezze sessuali del politico, una bandiera anch’essa presto ammainata. La Sicilia è anche questo: contraddizioni, schizofrenia, ricatti nell’anomalia generale di usi e costumi regionali, Assemblea Regionale compresa, con i suoi privilegi e i suoi bizantinismi. Bolzoni documenta il tradimento di Montante nell’indifferenza del potere romano e di altri simboli dell’antimafia, pronti a solidarizzare con lui nel momento cruciale dell’invio dei primi avvisi di garanzia. Un potere pronto a inabissarsi pur di conservare un minimo di credibilità. La verità è che a fronte di migliaia di volontari in assoluta buonafede c’è chi ha costruito carriere, vendendo slogan e retorica, annacquando la motivazione originaria del contrasto alle mafie, scaldando poltrone, scalando incarichi e prebende, guadagnando riconoscimenti pubblici, premi compresi. Dilettanti impudicamente sovrastati dai professionisti della protesta a pagamento. Montante era la suprema copertura di un sistema marcio e corrotto. Dunque la Sicilia è la metafora del sistema-Paese e di schizofrenie non superate, nonostante un reticolo legislativo che sembrerebbe a prova di corruzione, illustrando il consueto divario tra teoria e pratica. Nella ricostruzione dell’escalation di Montante c’è un vistoso pezzo di storia d’Italia.
data di pubblicazione:16/04/2019
da Daniele Poto | Apr 15, 2019
(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 4/18 aprile 2019)
Un mito che ritorna. Condensazione di stereotipi funzionali alla descrizione del personaggio: lotta al razzismo, rifiuto della guerra, egocentrismo. Un’ora per ricostruire chi odia l’originario nome di Cassius Clay.
Cui prodest la riesumazione del mito? Non si può dire che galleggi nella più pretta attualità il medaglione su Muhammad Alì, prodotto dall’Ente Teatro Cronaca e Vesuvio Teatro. Un’ora smilza che è piaciuta alla spettatrice, anch’essa napoletana, Iaia Forte. Vorrebbe essere spettacolo di pancia, di un corpo esibito (prima in tenuta sportiva, poi in elegante nero, quindi di nuovo a nudo) perché l’attore protagonista one man show ovviamente si smarca dal personaggio, bianco anziché nero, medio anziché massimo, con trenta chili in meno almeno sulla bilancia rispetto al protagonista. Però le luci soffuse minimizzano la differenza e la bravura indiscutibile dell’attore, che spesso interpella il pubblico cavandone apprezzabili risultati, fa il resto. Per uno spettacolo così essenziale la scenografia non risparmia sugli oggetti, quelli cari al pugile in una sorta di testamento spirituale che vola verso il cielo e che ricorda soprattutto il senso di esclusione dei “black” all’altezza cronologico del boom di Cassius Clay, la vittoria olimpica ai Giochi di Roma 1960, appena diciottenne. Il mito del più grande si ricolora con una grande autostima e un’indomita volontà di affermazione. Tanto da ergersi a una sorta di riconsacrazione del pugilato tout court, al di là degli specifici meriti del suo principale protagonista. Di Leva è circondato da una serie di assistenti che servono come portaoggetti e suggeritori, un po’ come nel teatro storico che fu, stampelle di un monologo filante. I pugni di Alì come la metafora del riscatto dell’umanità rispetto a una vita immaginata perdente. Lo spettacolo parla a chi non s’intende di box con il linguaggio della vita di tutti i giorni e senza alcuna pretesa didattica, semmai riassuntiva, ma non liquidatoria. Come se il dossier Alì fosse ancora aperto.
data di pubblicazione:15/04/2019
Il nostro voto: 
da Giovanni M. Ripoli | Apr 14, 2019
La famiglia Wilson (genitori e due figli) appartenente alla borghesia afro-americana torna nella casa d’infanzia nella California del Nord, auspicando di trascorrervi una lieta vacanza estiva. Adelaide Wilson, però, ha un passato difficile alle spalle e un trauma irrisolto, legato proprio a un episodio accaduto nel Luna Park di Santa Cruz. La donna “sente” che qualcosa di terribile sta per accadere e la sua ossessione trova l’incredibile e angosciante risposta al suo ritorno da una intensa giornata al mare…
Su Noi, la critica americana si è sbizzarrita nel leggervi significati ben oltre una semplice fruizione di un film di genere. Tale stampa “entusiasta” ha ritenuto la seconda prova di Jordan Peele (New York 1979) di non facile classificazione e migliore del già acclamato Scappa-Get Out. Come già per il suo primo film, infatti, solo apparentemente si è parlato di un horror tout court, quindi pellicola di genere, ma, in realtà, intendendo anche altro. Se Get Out, premiato con gli Oscar per la migliore sceneggiatura originale, era stato definito un “thriller a sfondo politico e anti-razziale”, Noi, a parte la maggiore adesione all’horror nella sua migliore accezione, se vogliamo, è stato letto come horror contaminato con la psicanalisi (il tema del doppio malefico). Atteso alla fatidica seconda prova, Peele non delude e conferma tutto il suo fantasioso talento regalandoci una storia inquietante, curiosa e originale (una mamma che cerca di mettere in salvo la propria famiglia in un Paese invaso da “doppelganger” assetati di sangue umano…) in cui, come si dice banalmente, c’è tanta roba! (troppa?) Tutti gli stilemi del genere horror sono rispettati appieno: la suspence, il commento musicale in crescendo (inclusa una strepitosa Good Vibrations dei Beach Boys), il brivido, lo splatter, in un perfetto montaggio che amplifica al massimo gli intenti della sceneggiatura, disseminata di continui indizi (per esempio, il modo di parlare delle due donne che cambia di continuo…) che poi conducono alla sorprendente rivelazione finale, che, ovviamente si lascia agli spettatori. Forse alcuni dei riferimenti alla realtà statunitense possono sfuggire a noi europei (per esempio, l’evento Hands Across America, citato nei titoli di testa, iniziativa benefica del 1986 dove celebrità come Michael Jackson, Michael J.Fox e Ronald Reagan si tenevano per mano), certo il tema del razzismo, più evidente in Get Out, qui appare più sfumato a vantaggio delle differenze sociali ed economiche e dell’American Dream, ma il tema del doppio, la domanda su chi realmente noi siamo, su chi abbiamo vicino, la paura del diverso, sono i dubbi e le inquietudini che il regista sollecita di continuo e volontariamente lascia senza risposte. Va riconosciuto dunque che pur non trattandosi del capolavoro di cui parla una certa critica, siamo di fronte a un film horror assai ben fatto, un horror che stando al passo con i tempi, rivaluta il genere e pone alcuni quesiti legittimi sui destini dell’umanità. Fra gli spaventati e credibili attori, spiccano la brava Lupita Nyong’o (Adelaide Wilson), già premiata con l’Oscar per 12 Anni Schiavo e la “cattiva” Elisabeth Moss, entrambe nel doppio ruolo. Suggerimenti finali: per gli amanti del genere certamente da vedere, per tutti gli altri con cautela.
data di pubblicazione:14/04/2019
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da Rossano Giuppa | Apr 9, 2019
(Teatro Quirino – Roma, 2/14 aprile 2019)
In scena al Teatro Quirino di Roma dal 2 al 14 aprile per la regia di Guglielmo Ferro Otto donne e un mistero, la celebre commedia noir di Robert Thomas, nota al grande pubblico anche per il film tratto nel 2002 dall’omonimo titolo, diretto da François Ozon con Catherine Deneuve e Isabelle Huppert, che ebbe un grande strepitoso successo di pubblico. Una versione italiana piacevole e ben strutturata che non perde nel difficile confronto con testo e film.
Siamo nella notte del ventiquattro dicembre in una villa praticamente isolata a causa delle abbondanti precipitazioni nevose dove otto donne, tutte tra di loro in stretta connessione con Marcel il padrone di casa perché parenti, amanti o dipendenti, sono lì presenti per festeggiare il Natale.
Fuori la neve ostacola qualsiasi spostamento, la figlia Suzanne (Claudia Campagnola), è appena tornata dall’Inghilterra portando un po’ di allegria e di buon umore in un contesto non particolarmente leggero. Abitano quella casa Gaby (Anna Galiena), moglie di Marcel, Augustine (Debora Caprioglio), sorella di quest’ultima abituata a origliare dietro le porte, innamorata del cognato, c’è la suocera l’avara Mamy (Paola Gassman) malata immaginaria su una sedia a rotelle. A completare il quadretto familiare ci sono Catherine (Mariachiara Di Mitri), l’altra figlia di Gaby e Marcel, Pierrette (Caterina Murino), sorella di Marcel e infine la Sig.ra Chanel (Antonella Piccolo), governante della casa e Louise (Giulia Fiume), la cameriera con i suoi segreti.
Prima che la festa di Natale cominci si scopre però che Marcel è morto in circostanze misteriose: assassinato con una coltellata alla schiena. D’improvviso gli otto personaggi femminili si ritrovano in una prigione claustrofobica, dove ciascuna sospetta dell’altra e dove ognuna esaspera la propria personalità e conflittualità con le altre.
Chi è stata a ucciderlo? La governante a servizio da tanto tempo? La moglie del morto? La sorella che continuava a chiedergli soldi? Le figlie stesse? La vecchia madre? La cognata isterica e austera, con i suoi desideri inespressi? La nuova cameriera? Inizia un gioco al massacro che vede coinvolte le donne nel ruolo di vittime e aguzzine. La commedia noir si snoda tra supposizioni e sorprese che sistematicamente smentiscono le ipotesi, rendendo la narrazione divertente e coinvolgente. Le otto attrici si calano nei personaggi con bravura e personalità, realizzando un isterico quadro corale convincente. E la soluzione di un giallo alla fine giunge senza un finale scontato. Un susseguirsi di colpi di scena e di pistola, sospetti che sistematicamente finiscono per ricadere da una all’altra donna, grazie a rimbalzi e rimandi: tutte ogni volta colpevoli e poi innocenti fino all’ultima.
Un piacevole mix di noir, sarcasmo e comicità. Una compagnia di attrici di talento tutte in grado di raccontare segreti, ambizioni, visioni personali, istinti e voglia di sopravvivenza a scapito di tutto e tutti.
data di pubblicazione: 9/04/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Apr 8, 2019
(Museo dell’Ara Pacis – Roma, 6 aprile/ 27 ottobre 2019)
E’ stata inaugurata in questi giorni, presso il Museo dell’Ara Pacis, una mostra molto interessante sulla figura dell’Imperatore Claudio e delle sue due ultime mogli Messalina e Agrippina nel contesto della corte imperiale caratterizzata da efferati fatti di sangue, intrighi e vicende a dir poco ardite.
Claudio nacque fuori dal territorio italico, esattamente a Lugdunum, l’attuale Lione, nel 10 a.C. ed, a causa delle sue precarie doti fisiche e psichiche, non era mai stato seriamente preso in considerazione da Augusto il quale, come suo successore, avrebbe preferito indicare il fratello Germanico che però morì in strane circostanze. Designato il figlio Caligola per le sue indiscusse abilità politiche ma che disgraziatamente rimase ucciso in una congiura di palazzo, il posto rimase vacante in favore di Claudio che a cinquant’anni venne acclamato imperatore dal corpo militare dei pretoriani.
La mostra, attraverso un curatissimo percorso espositivo, ci presenta i vari personaggi attraverso installazioni audio-visive e preziose opere d’arte provenienti da importanti musei italiani ed internazionali che hanno contribuito ad elevare il valore dell’esposizione ad un livello molto alto. Tra i più importanti oggetti di interesse storico e archeologico esposti, troviamo la famosa Tabula Claudiana su cui è impresso il discorso tenuto da Claudio in Senato nel 48 d.C. sull’apertura ai notabili galli del consesso senatorio, nonché il prezioso cameo con il ritratto dell’imperatore, per gentile concessione del Kunsthistorisches Museum di Vienna, ed il piccolo ritratto bronzeo di Agrippina Minore proveniente dalla Soprintendenza Archeologica dell’Abruzzo.
La Mostra, così articolata, ha saputo ben evidenziare la vita e il regno di un imperatore che, nonostante fosse discusso dagli storici del tempo, mostrò al contrario grandi abilità politiche nel prendersi cura del suo popolo e nel promuovere grandi lavori pubblici, contribuendo così allo sviluppo e all’espansione dell’impero romano. Suscita curiosità il rapporto intrigato di Claudio con le sue quattro mogli e soprattutto con la lasciva Messalina, uccisa con il suo consenso, e con la nipote Agrippina, sua ultima moglie, considerata l’artefice della sua morte allo scopo di agevolare la successione al figlio Nerone.
Il grande evento Claudio Imperatore. Messalina, Agrippina e le ombre di una dinastia è stato curato da Claudio Parisi Presicce e Lucia Spagnuolo, ideato dal Musée des Beaux-Arts de Lyon che ha ospitato l’esposizione sino allo scorso 4 marzo. Promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Soprintendenza Capitolina ai Beni Culturali e da Ville de Lyon, la mostra è sicuramente da non perdere in quanto ci presenta uno dei più controversi imperatori romani e ci fa scoprire gli elaborati meccanismi di corte e le spietate congiure per la conquista del potere.
data di pubblicazione:08/04/2019
da Daniele Poto | Apr 8, 2019
(Teatro delle Muse – Roma, 28 marzo/14 aprile 2019)
High class e proletariato. Favola alla Pretty woman per cuori stagionati in un interno. L’intellettuale spiantato cade preda sentimentale di una colf frizzante…
La vis comica di Luciana Frazzetto, di casa in uno dei suoi abituali teatri, contamina Franco Oppini, forse alla più convincente prova di attore solista dopo l’ormai lontana uscita dai Gatti di Vicolo Miracoli. Due tempi per passare dal severo distacco emozionale tra padrone e colf, alla piena corresponsione dei sensi in una pochade che trasmette allegria e ingenuità ricorrendo a una comicità di grana grossa ma ben funzionale alla leggerezza del plot. Trattasi di prova anche fisica per la Frazzetto che ha vari ed adeguati toni di recitazione per far precipitare la commedia verso l’inevitabile conclusione. C’è un terzo trascurabile ago della bilancia nei panni del fratello del protagonista (Antonio Tallura), apparentemente insospettabile e irreprensibile uomo d’affari che cerca di riportare alla realtà il fratello perennemente in bolletta. Un fortuito scambio di valigie alla Feydeau rivelerà al contrario la sua natura di uomo sessualmente trasgressivo. Si gioca sul contrasto dell’italiano politicamente scorretto della Frazzetto con la presunta superiorità culturale del padrone di casa. Ma anche sui gusti diversi, sull’amore frustrato dello scrittore rifiutato dagli editori verso una repulsiva donna snob che compare solo al telefono, sul solipsismo di un affetto inizialmente rivolto verso il pesciolino Pierfrancesco, ignaro testimone della vicenda. Come nelle belle favole è la colf che riporta alla vita reale le illusioni del protagonista, riscattando lei stessa un passato di carcerazione per aver ucciso il marito. E il letto è solo il punto terminale di un affetto che matura svolta dopo svolta. Come un irresistibile sottofondo destinato a sbocciare nel lieto fine, nonostante le differenze di classe. Si gioca anche sul dialetto, tra lo scalcinato romanesco della Frazzetto e il compassato gergo lombardo di Oppini.
data di pubblicazione:08/04/2019
Il nostro voto: 
da Antonietta DelMastro | Apr 8, 2019
Bisogna innanzitutto premettere che, per chi avesse intenzione di leggere un libro horror, non è questo il libro adatto. Temo che gli insuperabili titoli pubblicati nel ventennio ‘70/’80 siano ormai solo, ahimè, un lontano ricordo: anzi direi che, in questo racconto, di horror non v’è proprio nulla.
Stephen King ci riporta nella cittadina di Castle Rock nel Maine.
Nella prima scena Scott Carey, il protagonista del romanzo, si sta recando dal suo storico amico Bob Ellis, medico in pensione, per raccontargli cosa gli stia accadendo: Scott sta perdendo costantemente peso e, benché il suo fisico resti immutato e lui mangi porzioni sempre più abbondanti, l’ago della bilancia scende inesorabilmente verso lo zero.
La storia che percorreremo con Scott vedrà come protagoniste anche le sue nuove vicine di casa, Missy e Deirdre proprietarie del nuovo ristorante messicano Holy Frijole, coppia omosessuale con la quale, dopo un inizio piuttosto turbolento, comincerà un’amicizia molto affettuosa ed estremamente profonda.
Come dicevo non è certo il libro che ci si aspetterebbe da King, sicuramente lo stile è il suo, limpido e accattivante e qualsiasi storia racconti rimane innegabilmente un grande affabulatore ma, mi accorgo sempre più, di avere difficoltà a recensirlo come il Re, il Maestro; forse sono rimasta ancorata a titoli come IT, Christine la macchina infernale, Pet Sematary (non dimentichiamoci che Castle Rock è stata la cittadina di Cujo).
Mi pare evidente che questo libro sarebbe dovuto essere un omaggio a colui che King definì, in una datata intervista rilasciata al Corriere della Sera, il suo maestro: Richard Matheson, autore di Tre millimetri al giorno, il cui protagonista era proprio Scott Carey.
Nel corso dell’intervista King dice di Matheson: “Quando la gente parla di questo genere, immagino che citi per primo il mio nome, ma senza Richard Matheson io non sarei nemmeno qui… È venuto fuori quando c’era bisogno di lui, e questi racconti mantengono intatto tutto il loro originale fascino ipnotico.
State attenti: siete nelle mani di uno scrittore che non chiede pietà e non ne concede.
Vi spremerà fino all’osso, e quando chiuderete questo libro vi lascerà con il più grande regalo che uno scrittore possa offrirvi: il desiderio di leggerlo ancora”
Ma in questo racconto, estremamente delicato, King dà più peso alla deriva “buonista” della redenzione, da parte di Scott, degli abitanti di Castle Rock nei confronti di Missy e Deirdre – che mi è sembrato un cliché veramente non degno di lui – che alla storia in sé.
Che dire, non mi ha convinta.
data di pubblicazione:08/04/2019
da T. Pica | Apr 7, 2019
Dopo mesi di attesa è finalmente arrivato nei cinema italiani il remake di Dumbo, uno dei cartoni animati Disney più celebri e amati, realizzato da Tim Burton.
Siamo nel 1919 e la colorata “famiglia” del Circo Medici, capeggiata dal fanfarone Maximilian (Danny Devito) arriva, dopo un lungo tour itinerante, a casa. Contemporaneamente ritorna dalla guerra, appena finita, Holt Farrier (Colin Farrell) che si riunisce ai due figli, Milly e Joe, che nel frattempo hanno perso la madre. Il nuovo scenario non è certo tra i più sereni: c’è una crisi dilagante, l’appezzamento di terra dove una volta si stabiliva il Circo è diminuito, per sopravvivere Maximilian ha dovuto vendere i cavalli di Holt e una serie di mobili. Sono però rimasti gli elefanti e tra questi c’è una new entry: un’elefantessa indiana che di lì a qualche ora mette al mondo il suo piccolino che, tuttavia, viene subito schernito e visto come l’ennesima zavorra del barcollante Circo: il piccolo elefante (Jumbo) ha due orecchie enormi, deformi, che addirittura lo fanno inciampare e cadere su se stesso. La madre, per difenderlo dagli attacchi e gli scherni di un membro del circo e, la sera successiva, del pubblico diventa suo malgrado protagonista di un episodio di violenta distruzione del tendone e di pericolo per i circensi e gli spettatori e viene restituita al suo venditore. Ha così inizio la solitudine dei Jumbo, che ora tutti chiamano Dumbo per via del suo aspetto goffo e deforme. Grazie all’amorevole amicizia di Milly e Joe, che lo convincono a esibirsi mostrando la sua capacità di volare affinché Maximilian abbia i soldi per poter ricomprare la sua mamma, Dumbo diventa la star del Circo Medici. Il richiamo di pubblico e il successo desta però l’attenzione di Mr Vandemere (Michael Keaton), direttore di Dreamland (una città del divertimento che ricorda le atmosfere del Paese dei balocchi del cartone Disney Pinocchio), il quale si accaparra la star Dumbo inglobando nella propria realtà – una fittizia società sfavillante – il Circo Medici. Ma non è oro tutto quello che luccica e l’avidità e il cinismo di Vandemere escono subito allo scoperto. Unica nota positiva la madre di Dumbo è stata inserita nell’attrazione dell’isola dell’incubo di Dreamland e allora avrà inizio un piano per liberare la mamma di Dumbo e riconquistare tutti insieme la libertà. E’ evidente come il Dumbo “timburtiano” abbia ben poco del pachiderma disneyano: al netto dell’impressionante somiglianza dei due elefantini – uno frutto del carboncino di Walt Dinsey e l’altro della “matita digitale” – e di un paio di richiami alla ninna nanna Bimbo Mio (interpretata dalla cantante Elisa) e all’immagine delle bolle di sapone che divengono elefanti rosa (molto più originale e moderna la loro versione disneyana), il Dumbo di Tim Burton racconta una storia tutta sua dove ovviamente si vuole raccontare, attraverso i “diversi”del Circo Medici – tra cui Holt senza un braccio, la Sirena del Circo Medici strizzata nella sua burrosa taglia Large e il deforme Dumbo – come non ci si debba vergognare delle proprie imperfezioni, ne porle come le fondamenta di una serie di complessi e limiti alla libera affermazione ed espressione di noi stessi e della nostre personalità e aspirazioni. Nonostante il film scorra e nella parte finale abbia anche un tono avvincente, personalmente ho avvertito l’assenza di quel qualcosa di magico che solo Walt Dinsey anche grazie alle parentesi musicali – dalle cornacchie che cantano “ne ho vedute tante da raccontar ma mai un elefante volar” agli psichedelici, a tratti moderni allucinogeni, elefanti rosa “son qua, son qua…” – aveva creato rendendo il disegno della storia di un piccolo elefante diverso davvero magico e unico, indelebile. Tim Burton ha messo in scena un Dumbo moderno dove ha inserito una moltitudine di piccole storie e messaggi che gli danno quasi un’originalità tutta sua. Sicuramente, ricreare la magia di un cartone con una storia e una sequenza di episodi, immagini e musiche incastonate nell’immaginario collettivo non era un’opera facile, ma in ogni caso la nuova versione umanizzata desta curiosità.
data di pubblicazione:07/04/2019
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