da Antonio Jacolina | Apr 7, 2019
Abel (Louis Garrel)e Marianne (Laetitia Casta) sono separati da più di otto anni. Si ritrovano al funerale del migliore amico di lui, l’uomo per cui lei lo aveva lasciato. Tornano insieme, ma il tempo è passato e le cose son molto cambiate: c’è il piccolo figlio di lei che semina dubbi sulla morte del padre e, c’è soprattutto la giovane e bella Eve (Lily-Rose Depp) da sempre innamorata di Abel.
A conferma della poliedrica ricchezza e vivacità creativa e realizzativa del Cinema Francese e della capacità dei suoi giovani autori di saper rappresentare tutte le variegate sfaccettature della realtà sociale e culturale del Paese, siamo passati dalle emarginazioni e preoccupazioni sociali di Les Invisibles di cui abbiamo già scritto, alla rappresentazione di un altro aspetto della realtà francese: quel certo mondo tutto e proprio parigino con personaggi belli e brillanti, presi fra problemi d’amore, appartamenti e lavori di prestigio e locations da cartolina della città. A tal proposito, abbiamo visto ieri in anteprima nazionale, in occasione di questa IX edizione del Festival del Nuovo Cinema Francese, L’homme fidèle, l’opera seconda di L. Garrel, giovane e già affermato attore, dotato di talento vivace, geniale figlio d’arte nonché marito di Laetitia Casta (cos’altro di più?). Il talentuosissimo Garrel, con questo suo nuovo film di cui è tutto: cosceneggiatore, attore e regista, mette in scena le vicende di un uomo combattuto ed incerto fra le strategie amorose di due donne, incapace di fare le proprie scelte e che si affida al Destino pronto a farsi prendere da colei che l’ama di più. Un triangolo amoroso assai complicato in cui l’alter ego del regista: Abel, sembra una marionetta contesa nel gioco d’amore. Uno studio sentimentale ben cesellato, un gioco di manipolazione intrigato ed intrigante dai risvolti noir, al cui centro è un piccolo uomo apparentemente goffo, innocente e fedele, affascinato dalle donne e dall’eterno mistero femminino, e, nel contempo, incapace di comprenderle e di capire come poter essere amato da loro.
Figlio di un grande regista della Nouvelle Vague il giovane cineasta ci regala un film in cui umori, sapori e tocchi ricordano scientemente e maliziosamente proprio la Nouvelle Vague: il modo stesso di filmare, l’uso della voce fuori campo, le riprese in esterno lungo le strade di Parigi, l’alter ego che ricorda tantissimo l’Antoine Doinet, alter ego di Truffaut, le varie situazioni, il triangolo amoroso… Citazioni e rimandi a non finire, che fanno la gioia dei cinefili. Una Nouvelle Vague però rivisitata, modernizzata con accenti più ironici e comici che non seri, una variazione sui problemi amorosi resa attuale e fatta con il gusto per l’assurdo, un bel po’di humour ed una falsa suspense. In buona sostanza il regista dimostra di saper attraversare abilmente tutti i generi: dalla commedia di costume al thriller fino alla commedia romantica, con un tocco di maestria e di gradevole furbizia, regalandoci alla fine un film brillante e malizioso, da gustare con piacere. Un film che, questione di ritmo, di atmosfere, di chimica visiva, si fa piacere subito, presentandosi con una sequenza iniziale folgorante che incanta lo spettatore e preannuncia ciò che sarà il film.
Garrel filma, come abbiamo detto, con eleganza, furbizia e malizia e con un tocco minimalista, senza enfasi, ma, in ogni caso è bravo e può permettersi di giocare a fare il piccolo Truffaut o a ricreare atmosfere sentimentali/letterarie alla Sautet, aggiungendoci anche un leggero profumo di W. Allen. Un bel gioco che ha anche il buon gusto, o l’intelligenza, di essere breve e di non fare troppo. Il film infatti dura solo un ora ed un quarto!
La gradevolezza del film è alimentata anche dalla recitazione degli interpreti, tutti nel loro giusto ruolo e felici di recitare e recitare bene. Dunque un film ben scritto, con dialoghi, come è tipico dei film francesi, intelligenti e finemente cesellati. Una delicata commedia romantica, leggera e piena di humour. Un piccolo bijou di cinema che fa venir voglia di continuare a seguire le vicende del suo attore regista e che è come un buon bonbon che si gusta e di cui si conserva un piccolo sapore di dolcezza e felicità, sognando di gustarne presto un altro ancora.
data di pubblicazione:07/04/2019
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da Antonio Jacolina | Apr 5, 2019
Un centro di accoglienza per donne senza fissa dimora deve chiudere. Alle assistenti sociali che lo dirigono non restano che tre mesi per provare a reinserire nella Società le donne di cui si occupano. A questo punto ogni mezzo è utile, tutto è ormai permesso: equivoci, raccomandazioni, bugie, falsificazioni.
Ecco, in anteprima italiana, in occasione del IX Festival del Nuovo Cinema Francese iniziato il 3 Aprile, l’attesa “opera seconda” del giovane e brillante L. J. Petit. Un film che in Francia ha già avuto un eccezionale successo di pubblico ed anche di critica. Il regista lo potremmo definire un Ken Loach à la française. Come il suo modello inglese, si muove infatti nel solco della denuncia sociale, ma in modo molto meno tagliente e per così dire, meno vendicativo. Il suo è infatti uno sguardo lucido ma al contempo più tenero, in una fusione fra sorrisi, risate e lacrime, sull’incapacità della Società contemporanea di prendere in considerazione e di avere cura dei più fragili e degli emarginati, gli “invisibili”.
Dunque una commedia sociale che descrive, con humoure tenerezza e con pari realismo ed accenti di verità, la vita quotidiana di un centro sociale, di un gruppo di donne emarginate e delle loro assistenti sociali e del loro impegno davanti alle necessità. Una cronaca sociale tutta al femminile piena di ironia e speranza per rendere omaggio e dare voce sia alle donne di cui la Società si è dimenticata o vuole dimenticarsi, sia a quelle che provvedono a soccorrerle e cercano di reintegrarle e renderle di nuovo “visibili”.
L’abilità del regista, malgrado la serietà del tema trattato ed i rischi connessi, è proprio nel saper solo sfiorare, senza impelagarcisi, la demagogia, il buonismo, e, nel saper restare sempre ben lontano da approcci moralistici o dall’impegno militante, dandoci però ugualmente una dimensione vera, intelligente e toccante della Realtà. Un giusto e pudico dosaggio fra momenti intensi e struggenti di verità e momenti di autoironia, in cui l’ironia e lo humour sono scientemente il mezzo più efficace per superare le difficoltà. Il buon umore dunque quale alimento nutriente per dare energia alla speranza di farcela nonostante tutto, e dare forza anche alla solidarietà di gruppo.
Sostenuto da una buona sceneggiatura che compensa qualche momento morto nella narrazione, e, a voler proprio essere ipercritici, qualche piccolo eccesso di buoni sentimenti ai limiti quasi dell’autocompiacimento, il film nel complesso funziona bene e procede con ritmo sostenuto appoggiandosi ad un cast composito, e, soprattutto, ad un gruppetto di attrici di talento, giuste e tutte formidabili ed autentiche nei loro diversi ruoli.
Les Invisibles, pur nella differenza di gusti ed abitudini fra il pubblico francese e quello italiano, giustifica in parte il successo riscosso in patria, è un film certamente non nuovo ed originale, ma di sicuro intelligente, impegnato, toccante e molto realistico senza però essere pesante né tantomeno ingenuo. Un film in cui il regista amalgama abilmente toni drammatici e leggeri in una riuscita fusione di generi fra il realismo ed il mero racconto.
data di pubblicazione: 5/04/2019
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da Paolo Talone | Apr 4, 2019
(Teatro Brancaccio – Roma, 2/7 aprile 2019)
Il più celebre viaggio della storia, alla ricerca del vero amore, in questa nuova veste scenica, ricca di suggestioni visive e musiche avvolgenti. Dall’Inferno al Paradiso prende vita l’immensa opera del grande poeta fiorentino.
Il nuovo allestimento del colossal teatrale, che fu un vero evento quando venne prodotto la prima volta nel 2007, con tanto di teatro tenda piantato a posta nei campi intorno a Tor Vergata a Roma, mantiene fedele la struttura musicale originale e si arricchisce di nuovi dialoghi e nuovi effetti visivi. Il risultato è spettacolare e lascia a bocca aperta il pubblico, totalmente avvolto e coinvolto nel gioco scenico. Il cast di dieci attori-cantanti e il corpo di ballo di dodici elementi lavora con stupenda armonia e professionalità. La macchina è complessa e non è facile orchestrare le musiche, gli attori, i balletti, le proiezioni e i praticabili che si alzano e si abbassano per dare l’immagine dei luoghi percorsi dal poeta. Merito del regista Andrea Ortis, interprete anche nel ruolo della guida Virgilio, se tutto quanto funziona alla perfezione.
La storia prende vita come un racconto ed è la voce inconfondibile di Giancarlo Giannini a narrarne gli episodi. Il Dante uomo, interpretato da Antonello Angiolillo, si ritrova a combattere la battaglia della vita in una solitudine più oscura della notte stessa. È l’amore a interrogarlo e a fargli da contrappunto e consolazione c’è l’amata Beatrice (Myriam Somma) che lo guida e lo ispira dall’alto del Paradiso. I punti più interessanti musicalmente sono proprio i duetti scritti per loro dal maestro Marco Frisina.
Il primo atto racconta la discesa all’Inferno. Qui il sommo poeta si confronta con quei personaggi che in vita hanno sbagliato e peccato nei confronti di quell’amore che guida tutte le cose. La lussuria di Francesca (Manuela Zanier) si sfoga in un canto struggente, mentre l’invidia che portò al suicidio Pier delle Vigne (Daniele Venturini) si raggela in un lamento straziante. Si prosegue ancora e il troppo amore per la virtù e la conoscenza inghiotte Ulisse e gli argonauti in un terribile mare in tempesta, così come un mare di ghiaccio intrappola per sempre nell’odio il conte Ugolino. A fatica si torna fuori e si è ancora storditi dalle tremende visioni e dallo stridio dei suoni dei gironi infernali, merito del rinforzo dato dalle percussioni dal vivo, soprattutto nel passaggio della Palude Stigia.
Il secondo atto, più debole rispetto al primo per intensità di immagini e definizione dei personaggi, ci trasporta verso l’alto. Commovente la preghiera delle anime purganti, attraverso la voce di Pia de’ Tolomei (Mariacarmen lafigliola), che invitano Dante a ricordarsi di loro quando tornerà sulla terra. Il cammino si fa più intimo e riflessivo, Dante è costretto quasi a prendere coscienza del proprio peccato e della propria finitezza prima di giungere alla visione beatifica e al perdono espresso da Beatrice per lui. Sulla strada trova spazio un altro momento, un omaggio al miracolo della creazione artistica: Dante e Virgilio si uniscono a Guido Guinizelli (Angelo Minoli) e a Arnaut Daniel (Daniele Venturini) in un quartetto armonioso a celebrazione della poesia.
Nel Paradiso il poeta può finalmente sciogliere quei dubbi che lo attanagliavano all’inizio e festeggiare così tra ali di angeli in processione le meraviglie di quell’amore che muove il sole e tutte le altre stelle.
data di pubblicazione: 4/4/2019
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da Antonio Jacolina | Apr 4, 2019
Ha preso il via dal 3 all’8 Aprile, ancora una volta, Rendez Vous, il Festival del Nuovo Cinema Francese. L’iniziativa, come l’anno passato, si svolgerà a Roma presso il Nuovo Sacher e presso la sala cinema dell’Istituto Francese di Roma per poi partire e toccare con anteprime, focus e presenze degli stessi autori, anche varie altre città: Milano, Firenze, Napoli e Palermo.
L’iniziativa è ormai divenuta un appuntamento fisso di Primavera con il Cinema Francese in Italia e ci offre l’opportunità di scoprire alcuni dei nuovi film francesi di successo, di cogliere le nuove tendenze ed anche di incontrare i nuovi protagonisti della cinematografia d’oltralpe.
Questa IX edizione avrà un focus speciale sulla produzione di Jacques Audiard, pluripremiato ed acclamato autore e regista che, fra l’altro, presenterà personalmente, in anteprima nazionale, il suo ultimo ed insolito lavoro in lingua inglese: il western The Sisters Brothers, vincitore del Leone d’Argento all’ultimo Festival di Venezia e di ben quattro Césars in Francia. Un western atipico ed anomalo, con un ricco cast hollywoodiano, che l’autore decodifica radicalmente, sublimando il genere fino a farne una insolita saga ricca di gusto e di humour, con buona pace degli amanti del western classico.
A parte l’incontro con Audiard, la rassegna è, ancora una volta, l’occasione, anzi l’opportunità per gli amanti del Cinema e di quello Francese in particolare,di seguire gli sviluppi più recenti di una cinematografia vitalissima per produzioni, pubblico, qualità, incassi ed apprezzamenti internazionali. Anche l’anno passato gli indici del cinema francese non hanno conosciuto flessioni, e, tutto conferma il suo stato di ottima salute nonchè la validità delle politiche governative di sostegno alla produzione ed alla distribuzione ormai in funzione già da vari anni. Se ce ne fosse bisogno ne sono una conferma anche i tanti film francesi di qualità che sono passati, in taluni casi hainoi troppo velocemente, sui nostri schermi, al punto che si avvicinano quasi a competere con gli USA la graduatoria per numero di film stranieri distribuiti in Italia.
Filo conduttore dell’intera rassegna, pur nella diversità artistica è la capacità autoriale dei giovani cineasti di saper conciliare le esigenze del Vero con il Racconto nei vari generi narrativi. Ricca ovviamente la presenza dei giovani autori e soprattutto delle autrici. La significativa presenza di quest’ultime intende sottolineare quanto l’autorialità e la rilevanza dei ruoli femminili nella cinematografia francese siano ormai una costante di rilievo a differenza purtroppo di quanto avviene in Italia.
In questo contesto, fra i vari incontri con autori, registi ed interpreti, saranno presentati, nelle molteplici proiezioni giornaliere, una ventina di film di cui, oltre a quelli di Audiard, vi segnaliamo quelli di cui è prevista un’uscita sui nostri schermi: Les Invisibles, una commedia corale tutta al femminile, campione di incassi in patria; Tout ce qu’il me reste de la révolution, brillanti ed argute riflessioni di una ragazza nata “troppo tardi”, sull’eredità del Sessantotto nelle nostra quotidianità; l’attesissima opera seconda del giovane e talentuoso regista ed attore Louis Garrel che unitamente a Laetitia Casta, sulle lontane orme di Truffaut, ci racconta dell’amore e delle donne L’Homme fidèle ; ed infine, per chi ama il genere, il discreto thriller Le chant du loup.
data di pubblicazione:04/04/2019
da Antonio Iraci | Apr 4, 2019
(Teatro Vascello – Roma, 2/7 aprile 2019)
Angelo Baldovino, uomo socialmente fallito al quale nessuno dà più credito, accetta di sposare Agata rimasta incinta da una relazione con il Marchese Fabio Colli. In questo matrimonio di facciata, Angelo si comporterà in maniera del tutto ineccepibile in quanto, in un mondo di disonesti, inizierà ad assaporare “il piacere dell’onestà” non solo per riabilitarsi nei confronti degli altri ma soprattutto per rivalutarsi verso se stesso.
Dopo quasi otto anni dalla messa in scena di Così è se vi pare, Alessandro Averone, regista e attore teatrale formatosi all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico, presenta in questi giorni al Vascello Il piacere dell’onestà centrando in pieno un tema molto caro al drammaturgo siciliano. Pirandello, soprattutto nei suoi lavori teatrali, ha spesso affrontato il problema dell’uomo e dell’impossibilità di mostrarsi per quello che è, non per quello che la società vuol fargli credere di essere. Ecco che Averone ci presenta una serie di personaggi che tra il tragico e il grottesco fanno fatica e smascherarsi per dare spazio alla propria essenza al di là delle apparenze: l’uomo così è solo una immagine esteriore di come gli altri lo rappresentano e quindi ben lontano dal manifestare la propria vera natura. Accanto al regista, sulla scena nei panni di Baldovino, troviamo Marco Quaglia, Alessia Giangiuliani, Laura Mazzi, Gabriele Sabatini e Mauro Santopietro, in una produzione del Teatro Metastasio di Prato in collaborazione con Knuk Company, che compongono un cast di eccezionale bravura. Gli attori si muovono con assoluta presenza scenica rivelando senza difficoltà l’essenza propria dei vari personaggi. Alle maniere affettate e intrise di ipocrisia del marchese Colli, fa da contrappunto il comportamento schietto di Baldovino che, pur adattandosi alle apparenze richieste dagli accordi stabiliti, non può fare a meno di rivelare la propria integrità morale nei confronti di Agata la quale, comprendendo la sua onestà, inizierà a manifestargli il proprio sincero amore. Le scene, curate da Alberto Favretto, sono essenziali mentre giocano un ruolo fondamentale i costumi di Marzia Paparini che, a seconda dei personaggi, sono elaborati ma in alcuni casi caratterizzati da un’apparente banalità.
Le musiche, a cura di Mimosa Campironi, sono apparse a chi scrive a volte stridenti e sconnesse rispetto alla rappresentazione, coerenti solo per l’ouverture da Le Nozze di Figaro di Mozart.
Lo spettacolo sembra comunque trasmettere lo spirito proprio del pensiero di Pirandello dove ognuno, sia in teatro come nella vita di ogni giorno, recita la propria parte secondo un copione dal quale difficilmente ci si può discostare.
data di pubblicazione:04/04/2019
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da Rossano Giuppa | Apr 2, 2019
(Teatro Argentina – Roma, 20 marzo/28 aprile 2019)
Perseguire la Verità o ricercare la Maggioranza? Chi dice la Verità? E’ colui che esprime ciò che pensa e agisce di conseguenza? Cosa è una Maggioranza? Una semplice somma di individui? E chi è fuori dalla Maggioranza, è un saggio o un rivoluzionario? Punti di domanda alla ricerca di risposte nell’attualissimo testo di Henrik Ibsen Un nemico del Popolo, coraggiosamente messo in scena da Massimo Popolizio per la traduzione di Luigi Squarzina.
Lo spettacolo, prodotto dal Teatro di Roma -Teatro Nazionale, si avvale di un eccezionale cast che annovera oltre allo stesso Popolizio nei panni del dottor Thomas Stockmann anche la bravissima Maria Paiato che ci regala una strepitosa interpretazione del personaggio del Sindaco Stockmann, fratello di Thomas (Popolizio) intorno al quale, nel bene e nel male, ruota tutta quanta la vicenda.
Chi è nemico del popolo? È alla fine il dottor Thomas Stockmann. Lo sono la sua correttezza, la moralità e la conoscenza che spingono lo stimato medico responsabile dell’impianto termale della cittadina a mettersi contro tutti i suoi concittadini ed in primis contro suo fratello Peter. Le acque delle terme sono inquinate e c’è il rischio di far ammalare le persone. Ma chiuderle vorrebbe dire rinunciare a facili guadagni per il sindaco e tutti i proprietari di immobili. In un baleno in un pubblico confronto Stockmann viene messo alla berlina, licenziato, linciato e disprezzato. Non avrà più nulla, se non la solidarietà della sua famiglia e la sua solitudine, sufficienti però per permettergli di continuare a vivere onestamente.
Come scopre il Dr. Stockmann non sono le terme a essere contaminate ma è la comunità a essere avvelenata dalle menzogne. La sua volontà di denuncia si scontra con il patto tra il potere costituito, rappresentato dal sindaco Peter Stockmann, dalla stampa non certo indipendente e la maggioranza, quella opinione pubblica che veicola le proprie decisioni in base al proprio interesse. Henrik Ibsen risulta di un’attualità sconcertante, scrivendo nel 1882 dell’egoismo del ceto medio piccolo borghese del popolo sempre pronto a dar ragione all’ultimo, della solitudine di chi ha ragione e va contro la maggioranza, degli interessi della politica, di ecologia e salute.
Il messaggio è quanto mai sorprendente: non potendo davvero conoscere tutto, il popolo ha bisogno di delegare la decisione a colui che sembra più idoneo a prendersi in carico i problemi e a scegliere le soluzioni più opportune.
Tutto il lavoro si sviluppa con lo scopo principale di fornire agli spettatori tutti gli elementi necessari affinché essi possano diventare parte integrante e consapevole di quella comunità cittadina che costituisce il vero centro di interesse della vicenda.
Una rappresentazione perfettamente classica che adopera la leva grottesca della recitazione e delle posture per enfatizzare ruoli e caratteri. Solo le donne della famiglia di Thomas conservano una presenza forte, perché guardano oltre e amano più degli altri.
Efficacissime la scenografia e le luci, straordinarie le voci del popolo dai palchi del teatro.
Uno spettacolo imponente che illumina con forza, proprio mettendo in discussione il sistema democratico quando costretto a piegarsi ai voleri di una maggioranza volubile, manipolabile, impreparata da parte di chi, per il benessere del popolo, finisce per divenire nemico del popolo.
data di pubblicazione:02/04/2019
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Apr 1, 2019
(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 17/31 marzo 2019 e poi in tournée)
Un attore per sei personaggi e altrettanti voci. Saga malavitosa tra Roma e la Calabria con one man show e consacrazione della versatilità di un regista-sceneggiatore.
Chi conosceva Massimiliano Bruno come fecondo quanto corrivo illustratore di realtà last minute nel cinema deve aggiungere al giudizio sul personaggio la performance d’attore in uno spettacolo collaudato e non più inedito ma ancora profondamente efficace. Nella bomboniera del teatro romano, piena come non mai, alla fine standing ovation e applausi in piedi di un pubblico molto amichevole ma che giustifica la reazione per la sua bravura in uno spettacolo che ricorda in fondo in fondo anche la stand up comedy per il continuo andare e venire dietro le quinte del solista, accompagnato da un’orchestra di quattro elementi che occasionalmente, gli fornisce i piccoli arnesi di scena, compresa una borsetta. Si, perché nel mazzo dei personaggi, in maggioranza di estrazione calabrese, c’è anche Margherita, una donna. Bruno tiene in pugno la situazione con grande padronanza, anche nel raccontare quella che è storia di strage e di vendetta, faida di ‘ndrangheta, con caldi e passionali umori del sud tradotti in palcoscenico. L’Italia è piena di imitatori di voce: una storia che da Fregoli vira su Noschese, Sabani, Franco Rosi fino all’attuale Virginia Raffaele ma Bruno è qualcosa di più perché deve anche badare alla mimesi. E si può immaginare come non sia facile passare in pochi secondi a riassumere vite diverse ma nell’occasione accomunate dall’esigenza di una vendetta. La morte è solo evocata con suggestioni potenti e crudeli. Le continue diversioni e l’uso prolungato del dialetto producono effetti comici più che drammatici anche se il finale è in grigio scuro. Intrattenimento di qualità e non privo d’impegno per uno spaccato realistico sulla disastrata Italia oggi, soprattutto quella del profondo sud. Sangue evocato ma ferite reali della società cosiddetta civile.
data di pubblicazione:01/04/2019
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da Daniele Poto | Mar 31, 2019
(Teatro delle Scuderie di Palazzo Farnese a Caprarola, 7 gennaio/31 marzo 2019)
Una commedia malavitosa in salsa agreste. Tra dialetto romanesco e caprolatto (il dialetto di Caprarola) in un’ambientazione suggestiva e raccolta.
Tre mesi di repliche e di tutto esaurito sanciscono il successo di una compagnia che dagli inizi amatoriali si è issata verso il professionismo uscendo fuori dai confini della Tuscia per un vero e proprio fenomeno regionale, se non nazionale. Una compagnia affiatata di una dozzina di elementi che producono uno spettacolo all’anno e, concluso questo ciclo, in primavera, si rimmergeranno in una nuova avventura da riproporre al fedele pubblico a inizio 2020.
Ambientata in un ristorante dove succede un po’ di tutto in tre quadri la commedia sa di agreste e strizza l’occhio all’attualità contaminando la cronaca. Perché i banditi della Tuscia non sono proprio degli sprovveduti se hanno gestito il traffico di droga nella capitale in combutta con alcuni personaggi di spicco della Banda della Magliana, compreso De Pedis. Tre attori principali guidano gli altri verso il sicuro successo: il professore (artefice del clamoroso colpo di scena finale che non sveliamo), il cuoco, il proprietario). Gli altri si inseriscono in una funzionale sinergia di gruppo con il ricorso frequente a un turpiloquio naturale e non volgare. La partecipazione allo spettacolo in una cornice inusuale conferisce il fascino esperienziale dell’assoluta novità per un pubblico non necessariamente aduso alla frequentazione dei teatri cittadini.
Puro e automatico divertimento senza pretese di complessità per un genere definito criminale. Si spara anche in scena con il limite di partecipazione di una sola attrice in un coro di maschi. Risate di pancia che però arrivano anche al cervello. Il finale imprevisto regala una bella scarica di adrenalina e chiarisce le capacità trasformiste di uno degli attori più bravi, non a caso definito il professore. Una ricca collezione di Dvd con gli spettacoli già in archivio è il biglietto da visita mediatico di una compagnia che si è fatta tanta strada, conquistando un pubblico non casuale.
data di pubblicazione: 31/3/2019
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Mar 29, 2019
Si sa che Finlandia è il Paese con la più tragica scia statistica di suicidi al mondo. Non è un argomento su cui scherzare se non si ha la levità di uno scrittore di quella nazione che inventa un plot funzionale e ricco di sviluppi immaginando una sorta di sindacato degli aspiranti suicidi che si coalizzano per un imponente significativo atto di massa. In realtà in questo viaggio-avventura, pieno di scorribande e di divagazioni turistiche, rivela che il desiderio non era così fortemente radicato nella maggioranza. Molti si ritraggono sul metaforico burrone e semmai qualche scomparsa in corso d’opera convince i più ad adire a più miti propositi. Come giustamente sottolinea Marani nella postfazione nella loro serissima e compassata filosofia i finlandesi sarebbero anche capaci di organizzare un convegno sul tema. Proprio la tradizionale mancanza di umorismo nel mettere in atto l’insano proposito è fonte di ironia dell’autore che commenta le tragicomiche avventura della compagnia di sbandati con levità e con distacco, come se si abbandonasse alla piega casuale della vicenda. Il Gran Tour del suicidio parte dalla Finlandia e passando per la falesia del Capo Nord, attraversando anche la Svizzera, spinge al capolinea dell’Algarve. La compagnia si sgretola e si sfarina. Il proposito del suicidio collettivo diventa sempre più flebile rispetto a impulsi sentimental/sessuali, al risvegliarsi della vita attraverso il cibo e le peripezie che rimandano all’assurdità dell’atto progettato. Si tratta di un disincantato e naturale ritorno alle primarie esigenze della vita, filtrato da un romanzo che è anche la fotografia antropologica di una nazione. Il libro è uscito è in edizione originale nel 1990 e ha goduto di gran successo in Italia, giungendo alla fortunata dodicesima edizione. Ci sembra degna base per un film di successo, con fedele sceneggiatura, che ancora non è stato concepito.
data di pubblicazione:29/03/2019
da Maria Letizia Panerai | Mar 29, 2019
Peterloo è la crasi tra St. Peter’s e Waterloo. Essa indica “la strage di innocenti” che avvenne durante un comizio nell’agosto del 1819, presso St. Peter’s Field a Manchester ad opera della cavalleria inglese, immediatamente dopo la vittoria su Napoleone a Waterloo, allo scopo di soffocare nel sangue la pacifica manifestazione di famiglie di contadini che, pur pagando i tributi al Re, si erano radunati per chiedere al Governo inglese la riforma elettorale, non potendolo fare esprimendo regolarmente il proprio voto.
Mike Leigh (Segreti e bugie, Il segreto di Vera Drake e Turner) ci regala un altro dei suoi “affreschi” sui diritti negati ai più deboli, raccontando un episodio sovente riportato nei trafiletti dei libri di storia inglese, in cui persero la vita diciotto persone ed almeno un centinaio rimasero gravemente ferite: un forte atto di repressione sulla libertà di riunione ad opera del governo su donne, bambini e braccianti di Manchester, che rappresentò una delle scintille per la definizione della futura democrazia.
Il regista ci riporta ancora nel passato per parlarci del presente, mettendo di nuovo al centro dei suoi racconti l’uomo nella sua eterna lotta contro l’avidità del potere, la corruzione e la violenza: questa umanità che perde tutto per tentare di vivere una vita migliore, per far valere i propri diritti e che combatte in nome di un ideale che possa condurla verso una vita più giusta. Leigh ci fa capire come le ripercussioni economiche, su un paese appena uscito da un conflitto seppur vittorioso come il caso dell’Inghilterra su Napoleone, siano ugualmente devastanti e come i governi hanno da sempre tentato di risolvere ogni genere di crisi vessando il popolo, come fecero i conservatori del governo britannico nell’ 800.
Peterloo è un film storico che si articola, come spesso avviene nelle pellicole di Leigh, partendo da una lunga fase di preparazione in cui entriamo nell’atmosfera di queste famiglie contadine, inventate ad arte dal regista, ma che verosimilmente ricalcano la vita di quelle reali di allora: persone normali che non sanno come sopravvivere nel quotidiano. Ed è in questo contesto che, con il supporto di attivisti e giornalisti, cominciano a farsi largo le idee di cambiamento.
Le scene del massacro sono esaltate dal montaggio di Jon Gregory (Tre manifesti a Ebbing, Missouri), con una sequenza di immagini di grande impatto visivo; il lavoro di Jon Gregory è stato paragonato da Leigh come quello di uno chef che assembla gli ingredienti per arrivare ad esaltare il gusto finale del piatto che si sta realizzando. Dick Pope ha invece curato la fotografia, attingendo alla sua lunga esperienza da documentarista in zone di guerra: il risultato è dato da inquadrature di ampio respiro, con masse di persone brulicanti e comizi politici, che ci introducono sino alle fasi finali dello scontro.
Peterloo si sceglie di andarlo a vedere per riflettere su come la storia si ripeta, incessantemente, sotto i nostri occhi e su come da certi errori del passato si possa partire per affrontare meglio il presente.
data di pubblicazione:29/03/2019
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