GIACOMO BALLA – Dal Futurismo astratto al Futurismo iconico, a cura di Fabio Benzi

GIACOMO BALLA – Dal Futurismo astratto al Futurismo iconico, a cura di Fabio Benzi

(Palazzo Merulana – Roma, 21 marzo/17 giugno 2019)

Dopo 5 anni di radicali interventi di ristrutturazione di ciò che era il vecchio Ufficio di Igiene, dal 2014 Palazzo Merulana è sede della Fondazione Elena e Claudio Cerasi che insieme a CoopCulture cura una ricca collezione d’arte essenzialmente riservata alle opere di artisti italiani del Novecento. Il tutto ha inizio nel 1985 con l’acquisto del quadro Piccoli Saltimbanchi di Antonio Donghi per poi proseguire con lavori della così detta “pittura tonale” degli anni Trenta sino alla corrente realista e espressionista che comprende Capogrossi, Mafai, Scipione, Trombadori, Pirandello e tanti altri ancora fino a completarsi con opere del primo Novecento da Balla a Sironi, da Campigli a Severini fino a Giorgio de Chirico divenuto il centro assoluto di interesse in particolare per una delle sue serie più significative: I bagni misteriosi. Accanto a questi artisti che costituiscono il fulcro dell’arte italiana del secolo scorso, in questi giorni e sino al 17 giugno, è in esposizione una serie di opere di Giacomo Balla del periodo futurista e post-futurista in cui trova rilievo il ritratto del pugile Primo Carnera, campione del mondo nel 1933. Il quadro venne dipinto sui due lati: da una parte è rappresentato un soggetto tipicamente futurista, Vaprofumo del 1926, attraverso quelle forme chiare che intendono suscitare le sensazioni olfattive di un flacone di profumo spezzando così la forma tradizionale ed il concetto stesso di dipinto e ampliando la percezione visiva attraverso un’altra dimensione; pochi anni dopo sul retro l’artista dipingeva un soggetto completamente diverso, vale a dire il ritratto di Carnera. Questo dipinto era ispirato ad una foto di Elio Luxardo pubblicata sulla Gazzetta dello Sport quando il pugile era diventato campione del mondo e la sua particolarità sta nella tecnica usata dall’artista consistente nell’applicare sul fondo della tela una rete metallica su cui poi egli dipinse, creando così un effetto di retinatura che ricorda quello prodotto dalle immagini a stampa dei giornali. Questa tecnica, che fu poi ripresa ad esempio dalla pop art americana (da Warhol a Lichtenstein), aprirà a Balla nuove prospettive ponendo le basi di una sorta di “avanguardia di massa” che, nata all’interno del futurismo, andrà poi oltre per sperimentare immagini che spesso si rifanno a soggetti della moda e del cinema di quel periodo. Il percorso riguarda quindi dipinti futuristi e quelli del periodo successivo mettendoli a raffronto con le immagini dei divi eseguite da grandi fotografi come Anton Giulio Bragaglia e Arturo Ghergo.

Mostra sicuramente da visitare anche per scoprire questo nuovo spazio museale romano il cui restauro, pur realizzato in una struttura antica, ha creato una serie di ambienti moderni e nello stesso tempo funzionali.

data di pubblicazione:05/05/2019

IL CAMPIONE di Leonardo D’agostini, 2019

IL CAMPIONE di Leonardo D’agostini, 2019

Matteo Rovere e Sydney Sibilla con i loro film hanno contribuito a delineare una nuova e brillante corrente nel panorama del cinema italiano: basti pensare a Veloce come il Vento e a Smetto quando voglio. Questa volta, con la loro casa di produzione Groenlandia, in veste di produttori, hanno dato la possibilità all’esordiente Leonardo D’agostini di portare sugli schermi, e con successo, una pellicola commerciale ma di qualità, che riesce ad abbracciare il gusto di una vasta platea di spettatori senza distinzione di genere, seppur ambientata in ambiente calcistico, concorrendo un po’ a risollevare le sorti del cinema di casa nostra in perenne crisi creativa ed esistenziale.

 

Christian Ferro (e non poteva che chiamarsi così!) è un asso del pallone del nuovo millennio: una vera e propria pop star, con ingaggi plurimilionari non solo in veste di campione dell’A.S. Roma, ma anche come immagine di spicco di pubblicità e sponsorizzazioni di ogni genere. Christian (figura quasi “mitologica” dalle fattezze, gli atteggiamenti ed il talento di Cassano, Totti, Ronaldo e Balotelli messi assieme) è del Trullo, un quartiere popolare di Roma. Orfano di madre e con un padre nullafacente a carico, Christian è circondato da un insieme di amici veri e no, che gli ruotano attorno come pescecani pronti ad azzannare le briciole (e anche più) di ciò che riesce a divorare nella sua giovane esistenza di ventenne: dalle Lamborghini di ogni foggia e colore con cui spesso fa dei clamorosi incidenti, agli abiti firmati, dalla villa hollywoodiana con piscina, alle frotte di ragazze immagine adoranti e ai ristoranti penta stellati. Il suo talento, al pari della sua spavalderia, lo identificano ovunque lui vada, e quando uno dei suoi amici d’infanzia lo apostrofa con un “te sei ripulito”, il suo onore ferito da ex ragazzo romano di periferia lo induce a commettere l’ennesima bravata che il Presidente della sua squadra (interpretato dal grande Massimo Propolizio) non potrà perdonargli. Dimostrerà di mettere la testa a posto studiando per prendere (e si spera anche raggiungere) la maturità o verrà punito con la tribuna a vita?

Christian Ferro è incarnato da Andrea Capenzano (classe 1995) che, dopo Tutto quello che vuoi e La terra dell’abbastanza, conferma la sua stupefacente bravura; mentre un maturo Stefano Accorsi, misurato e generoso nei panni di Valerio Fioretti ex professore di liceo squattrinato e tormentato da un passato ingombrante, è colui che si assumerà l’onere e l’onore di insegnargli ad apprezzare le materie scolastiche, al pari di quanto nel “Ferro fenomeno” ci sia ancora tanto di quel ragazzo del Trullo che ha più paura di restare solo che di perdere soldi e notorietà.

I personaggi di Valerio e Christian non sono certo originali cinematograficamente parlando, ma la complicità tra questi due attori sono la vera forza del film: entrambi non sconfinano, non prevaricano, ma si compenetrano, in una perfetta sinergia che fanno di questo film, dalla trama semplice e forse un po’ scontata, una pellicola sulla maturità e sull’amicizia da vedere ed apprezzare, una vera sorpresa anche per chi, come chi scrive, di calcio non se ne intende affatto.

data di pubblicazione:04/05/2019


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AUTOBIOGRAFIA EROTICA di Domenico Starnone, regia di Andrea De Rosa

AUTOBIOGRAFIA EROTICA di Domenico Starnone, regia di Andrea De Rosa

(Teatro Piccolo Eliseo – Roma, 3/12 maggio 2019)

Aristide e Mariella si rivedono, su invito di lei, per rievocare il loro incontro di vent’anni prima a Ferrara e durato appena poche ore. Lui, che allora lavorava per una casa editrice, era andato a conoscere uno scrittore del quale Mariella, appena diciottenne, era la segretaria. Da quell’incontro occasionale i due, in preda ad una irrefrenabile attrazione, avevano consumato un rapporto sessuale vissuto ognuno in maniera del tutto diversa: Aristide lo aveva subito rimosso, anche perché era già sposato ed in procinto di diventare padre, mentre la giovane Mariella aveva fissato ogni minimo dettaglio essendo alla sua prima esperienza. Ma perché, questo nuovo incontro dopo tanto tempo? Un gioco erotico o un pretesto per far affiorare una realtà tenuta nascosta per tanti anni?

  

 

Sono passati vent’anni da quel fugace incontro ma Aristide e Mariella (Pier Giorgio Bellocchio e Vanessa Scalera) non hanno smesso di piacersi e le parole ora usate, senza tanti preamboli per rievocare quanto accaduto, sembrano giocare un ruolo determinante per risvegliare in loro quella passione imbarazzante, ma pur sempre vera, che li aveva travolti durante quel breve e unico rapporto sessuale. La scena è nuda e buia, ridotta all’essenziale, per far emergere le figure dei due: un uomo e una donna ed il loro vissuto che via via affiora dando spazio ad una realtà che si è cercato sino ad allora di nascondere e che ora prepotentemente vuole venir fuori.

Andrea De Rosa porta in scena il romanzo Autobiografia erotica di Aristide Gambìa, scritto da Domenico Starnone che ne ha curato anche l’adattamento per il teatro. I dialoghi tra i due protagonisti sono serrati, schietti e pregni di un linguaggio erotico, a tratti quasi osceno, da sbattere con violenza in faccia al pubblico per rivelare la natura di due esistenze a partire dalla loro età adolescenziale. Un rimbalzo di confessioni mai confessate, di sensazioni mai provate per ricomporre un’intimità consumata di fretta vent’anni prima, senza il tempo di gustare appieno il dopo.

Bellocchio mantiene sulla scena una interpretazione equilibrata ma al tempo stesso carica di sofferenza, dalla quale emerge un passato forse da dimenticare ma che ora si trasforma in una nuova passione nei confronti di questa donna che, appena conosciuta, aveva subito resuscitato in lui irrefrenabili tensioni erotiche. La Scalera di contro sembra mostrare più spregiudicatezza nell’utilizzo di espressioni decise che danno il giusto nome alle cose, senza ricorso ad alcuna ambiguità o falso pudore. Un duetto che funziona bene e non lascia tempo a tentennamenti o riflessioni superflue, per arrivare ad un finale privo di qualsiasi conclusione, semmai aperto ad ogni possibile soluzione, a cominciare dalla casa romana dove i due si incontrano: non è vuota ma segnala la presenza di una terza persona attraverso suoni inarticolati fuori campo, un sospiro o un lamento di una donna di cui nulla si sa e sulla quale si possono fare mille congetture…

data di pubblicazione:04/05/2019


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I FRATELLI SISTERS di Jacques Audiard, 2019

I FRATELLI SISTERS di Jacques Audiard, 2019

Il titolo di questo film, presentato in concorso al Festival di Venezia dello scorso anno, non è un ossimoro. Sisters è il cognome di Charlie e Eli, fratelli nella vita ma anche soci in affari. Ingaggiati dal Commodoro per scovare un uomo e eliminarlo, i due non si faranno troppi scrupoli ad uccidere chiunque voglia fermarli nel loro viaggio che dall’Oregon li porterà sino in California, sulle tracce di colui che pare abbia la formula chimica, o forse magica, per individuare i filoni d’oro.

 

Rimescolando gli stereotipi dei western di una volta, senza espresso riferimento né a quelli americani né tantomeno a quelli italiani portati al successo internazionale da Sergio Leone, il regista e sceneggiatore francese Jacques Audiard confeziona un film che è una vera e propria babele: tratto da un romanzo del canadese Patrick DeWitt ed ambientato nel 1850 in Oregon, ma girato in Spagna e Romania, è interpretato da attori americani del calibro di John C. Reilly, Joaquin Phoenix e Jake Gyllenhaal, nonché dal rapper britannico di origini pakistane Riz Ahmed; a tutto ciò si aggiunge l’impareggiabile tocco italiano della costumista Milena Canonero. Tutti ingredienti eterogenei che contribuiscono a creare alla perfezione una storia turbolenta di pistoleros senza scrupoli che, pur portando a termine una carneficina dietro l’altra, mantengono paradossalmente uno spirito profondamente umano.

Il regista ha dichiarato di non aver voluto realizzare un vero e proprio western, genere a lui più ostico che sconosciuto, quanto uno studio profondo sulle figure dei due fratelli ed il legame indissolubile che li unisce in ogni impresa. Se lo si vuole considerare come una metafora sulla disillusione dell’amore, in senso lato, forse un accostamento lo si potrebbe fare con il film The Missouri Breaks di Arthur Penn con Marlon Brando e Jack Nicholson, film crudo e sufficientemente cinico che non esalta gli eroi né si schiera favorevolmente con coloro che si pongono come difensori dell’ordine. I fratelli Sisters, nonostante le divergenze che portano Charlie a voler uccidere il Commodoro per impadronirsi del suo potere ed Eli a pensare ad una vita romantica, creandosi una famiglia ed aprire un negozio, non riusciranno mai a separarsi.

Il pluripremiato Jacques Audiard (Il profeta, Un sapore di ruggine e ossa, Dheepan con cui vinse la Palma d’Oro a Cannes nel 2015) ci regala un western diverso, pieno di contraddizioni ma di tanto sentimento, quasi a dimostrarci che anche il più spietato dei cowboy ha un animo di tutto rispetto.

Premiato a Venezia con il Leone d’Argento per la Miglior Regia, il film ha riscosso enorme successo di pubblico e di critica riuscendo ad ottenere ben 9 candidature ai Cesar 2019 di cui 3 andate a segno: Miglior Regia, Miglior Fotografia e Miglior Scenografia.

data di pubblicazione:03/05/2019


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IL PROFESSORE E IL PAZZO di P.B. Shemran, 2019

IL PROFESSORE E IL PAZZO di P.B. Shemran, 2019

Il prestigioso circolo di accademici della Oxford University Press nel 1879 affidò all’enciclopedico e autodidatta James Murray l’incarico di redigere il nuovo dizionario della lingua inglese: esso doveva comprendere tutte le parole d’uso corrente, la loro etimologia nonché le loro citazioni letterarie. Per affrontare l’immensa mole di lavoro a Murray non furono sufficienti i suoi assistenti e pertanto decise, facendo inserire dei volantini all’interno dei libri in vendita, di chiedere aiuto ai comuni lettori. Il più valente nonché decisivo collaboratore per la definizione dell’opera fu William Chester Minor, un chirurgo dell’esercito americano che era stato rinchiuso nel manicomio inglese di Broadmoor perché affetto da mania di persecuzione, in seguito all’omicidio avvenuto per errore di un modesto operaio.

  

Le vicende del Professor Murray e della sua collaborazione che sfociò in una singolare amicizia con il Dottor William Chester Minor, sono tratte da una storia vera raccontata nel romanzo del 1998 di Simon Winchester, di cui Mel Gibson acquistò i diritti per una trasposizione cinematografica e, a distanza di vent’anni da allora, arriva finalmente sul grande schermo Il Professore e il Pazzo per la regia di P.B. Shemran, alias Farhad Safinia, sceneggiatore e produttore di origine iraniana che aveva già collaborato alla regia di Apocalypto. Il fisico maturo e corpulento di Mel Gibson ben si adatta ad interpretare l’ambizioso Murray, egregiamente affiancato da Sean Penn, ritornato sulla scena dopo alcuni anni di assenza nel ruolo non facile ma decisamente a lui congeniale del folle Chester Minor, uomo oramai in preda ad allucinazioni perché tormentato nel fisico e nell’anima. Lo spettatore si trova a seguire due storie parallele che comunque hanno diversi punti di convergenza: da un lato la nascita del più prestigioso dizionario enciclopedico del mondo, l’Oxford English Dictionary, e dall’altro la travagliata quanto coinvolgente vita di un uomo oramai in preda alla pazzia, tormentato anche da sensi di colpa verso la moglie dell’operaio (Natalie Dormer) che per un tragico errore ha reso vedova e priva di ogni mezzo di sussistenza.

Il Professore e il pazzo è certamente un film di non facile realizzazione, che in alcuni momenti risulta eccessivamente ridondante e enfatico, ma che la bravura degli interpreti riesce a riscattare a tal punto da arrivare ad appassionare e a commuovere. L’eccezionalità del cast, tra cui troviamo grandi attori del calibro di Eddie Marsan e Steve Coogan, si deve soprattutto al duetto Gibson-Penn che qui si trovano uniti in una tale perfetta armonia, come a voler confermare quanto genialità e pazzia siano spesso condizioni complementari.

La storia certamente affascina anche per le scenografie e i costumi che rendono viva l’ambientazione passando dal claustrofobico scriptorium, dove tra migliaia di bigliettini e libri troverà forma la colossale opera, alle immagini dell’austero edificio del manicomio criminale dove Minor è rinchiuso. Il film, pur presentando qualche didascalia di troppo, si lascia vedere con la dovuta attenzione.

data di pubblicazione:28/04/2019


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MINNAZZA – MITI E PAGINE DI SICILIA con Leo Gullotta – Compagnia CASTALIA, drammaturgia e regia di Fabio Grossi

MINNAZZA – MITI E PAGINE DI SICILIA con Leo Gullotta – Compagnia CASTALIA, drammaturgia e regia di Fabio Grossi

(Teatro Arcobaleno – Roma, 26 – 27 e 28 aprile 2019)

Nel dialetto siciliano la “minnazza” è il grande seno che dà nutrimento e protezione, come la Grande Madre di Sicilia, che soccorre ma che sa anche punire ed essere spietata. Leo Gullotta, catanese doc, ci parla di sé e della sua terra così ricca di cultura e di contraddizioni da secoli oggetto di conquista e di sfruttamento, ma dove ognuno si sente felice per come è, senza aspirare ad alcun miglioramento perché, usando una citazione del Principe di Salina, “i Siciliani non vorranno mai migliorare per la semplice ragione che credono di essere perfetti, la loro vanità è più forte della loro miseria”.

  

In una carrellata di immagini e di suoni, un bravissimo Leo Gullotta ci intrattiene sulla sua terrazza virtuale per introdurci in quel caos che è la Sicilia dove ancora oggi, dopo secoli di dominazioni, si respira un’aria di generale intorpidimento ma anche di fervore culturale. Un piccolo itinerario tra miti e leggende dove la storia di quest’isola baciata dal sole ci fa capire come sofferenza e rassegnazione cedono sovente il passo all’ottimismo e alla voglia di riscatto sociale. Varie le citazioni letterarie che si susseguono su uno sfondo dai colori abbaglianti dove con prepotenza si inseriscono coloro che, osando, hanno sfidato la società per affermare i propri principi di libertà e di giustizia. Un’antologia di personaggi quali Tomasi di Lampedusa, Luigi Pirandello, Luigi Capuana, Andrea Camilleri, tanto per citarne alcuni, che affiancano i nomi di coloro che, vittime di mafia, hanno lasciato un segno nella storia come i giudici Falcone e Borsellino o il giornalista Pippo Fava. Leo Gullotta dà nuovamente prova di essere un grande attore e riesce a cambiare continuamente registro sulla scena facendoci assaporare momenti di puro divertimento alternati a momenti di pesante sconforto. Attimi di riflessione che riguardano una Sicilia di ieri, che a stento riesce ad inserirsi nel contesto di un’Italia finalmente unificata, e una di oggi, al centro di una rivoluzione sociale causata dalla migrazione di migliaia di profughi prevalentemente africani. Le immagini che si alternano sulla scena, attraverso alcuni video realizzati da Mimmo Verdesca con l’accompagnamento musicale del maestro Germano Mazzocchetti, ci presentano volti e situazioni inediti ai più e ci rivelano una realtà forse troppo dura da digerire. Leo Gullotta si conferma artista di grande ingegno e sensibilità, con una naturalezza che ci prende e sorprende ad ogni parola, usando espressioni che arrivano dirette al cuore senza bisogno di traduzione o interpretazione grazie anche ad una lingua di Sicilia aspra e tenera allo stesso tempo, che ci affascina e ci conquista per lasciarci in bocca il sapore del buono.

data di pubblicazione:27/04/2019


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CAFARNAO – CAOS E MIRACOLI di Nadine Labaki, 2019

CAFARNAO – CAOS E MIRACOLI di Nadine Labaki, 2019

Il dodicenne Zain vive con la numerosa famiglia in una baraccopoli di Beirut, costretto a svolgere lavori pesanti per guadagnarsi da vivere. Dopo che una sorella viene costretta dai genitori a sposarsi a soli 11 anni, il bambino fugge da casa per affrontare una lotta ancora più dura in un contesto spietato dove riesce a barcamenarsi grazie all’aiuto di una immigrante irregolare etiope. Arrestato e condannato per aver pugnalato l’uomo che ha causato, sposandola, la morte della sorella, Zain cita in giudizio i genitori per averlo messo al mondo, consapevoli di non potergli garantire né protezione né tantomeno affetto.

Al momento di ricevere il Premio della Giuria a Cannes nel 2018, la regista e sceneggiatrice libanese Nadine Labaki afferma qualcosa di inconfutabile: il cinema non è solo un mezzo per far divertire il pubblico ma spesso serve a farci riflettere su una realtà che non conosciamo o, peggio, che inconsciamente ignoriamo.

Il protagonista Zain (il giovanissimo attore siriano Zain Al Rafeea), davanti al giudice che lo interroga, giustifica la propria colpa e afferma con risolutezza che nella sua vita ha sempre cercato di diventare un uomo onesto e rispettabile, ma Dio e il contesto di degrado in cui vive non glielo hanno mai permesso. Una denuncia, la sua, verso i genitori che lui stesso porta in tribunale per averlo fatto nascere, incapaci persino di dargli una identità sociale e di occuparsi di lui e dei suoi numerosi fratelli.

Un film fragile e potente nello stesso tempo, un pugno sullo stomaco per tutti coloro che sottovalutano i problemi di molti bambini, emarginati e sfruttati da una società cieca, perché non vuole vedere il loro disagio, e sorda, perché non vuole ascoltare la loro richiesta di aiuto. La regista si è soffermata su alcuni aspetti della vita reale del suo Paese, che vengono fuori dai frequenti primi piani dei protagonisti e da dove, senza enfatizzazione e retorica, emerge una estrema sensibilità che non può che colpire e conquistare il pubblico. Un tema certamente attuale che non riguarda solo la realtà libanese ma di tutti quei paesi da dove la gente scappa per trovare un futuro migliore, un fuggire dalla violenza e dallo sfruttamento per ricadere spesso in un contesto simile dove non è assicurato il tanto agognato benessere.

Veramente toccante la recitazione dei vari personaggi coinvolti nella storia come quella di Yordanos Shiferaw nella parte dell’etiope Rahil e soprattutto quella del vero protagonista Zain, il cui volto riesce veramente ad esprimere la fierezza e la sofferenza di un bambino costretto dalle circostanze a diventare troppo presto un vero uomo, responsabile delle proprie scelte. Ambientazione molto accurata di un contesto suburbano, dove la gente è costretta a vivere in alloggi di fortuna tra sporcizia e malaffare, senza alcuna possibilità di riscatto per assicurarsi un’esistenza umana.

Dopo L’insulto del regista Ziad Doueiri del 2018, anche il libanese Cafarnao ha ottenuto quest’anno la nomination come miglior film straniero agli Oscar confermando a Nadine Labaki, al suo terzo film come regista dopo Caramel e E ora dove andiamo?, un meritato successo tanto da essere nominata Presidente della Giuria della Sezione Un Certain Reguard alla prossima edizione del Festival di Cannes 2019.

data di pubblicazione: 25/04/2019


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RIEN NE VA PLUS di Antonio Manzini – Sellerio Editore, 2019

RIEN NE VA PLUS di Antonio Manzini – Sellerio Editore, 2019

Tutt’altro che distolto dal successo, anche televisivo, Antonio Manzini dal proprio eremo in Tuscia, continua a dispensare gialli all’altezza. Ma la definizione di genere ormai è limitativa per questo scrittore la cui più fortunata creazione, quel Rocco Schiavone che, filmicamente, sembra fondersi perfettamente con Marco Giallini, sembra evadere dal clichè del personaggio eternamente vincente per approdare alla perfetta sintesi tra vita di tutti i giorni e modello alternativo da adottare in caso di investigazioni.

La storia che si dipana attorno al Casino di Saint Vincent è estremamente complicata da seguire anche per un lettore attento, visto il gran numero di protagonisti, di omicidi, di vicende che si intrecciano ma la godibilità nel seguirne i flussi è ormai squisitamente letteraria. La popolarità acquisita con le prove precedenti permette a Manzini di osare anche linguisticamente e di dedicarsi all’abile e ironico tratteggio anche di figure minori, come i sottoposti di Schiavone, incompresi del suo mondo ma pronti a saccheggiarne il cassetto per assaggiare, forse per la prima volta, uno spinello. Trattasi di un mondo abbondantemente connesso alla figura femminile. Rocco, fuori di ogni metafora, è anche uno spregiudicato sciupafemmine, e, pur vivendo nel ricordo adorante della moglie, non trascura, secondo inveterate abitudini maschili, di goderne i piaceri, sia pure per una sola notte. La scena come al solito si svolge tra Roma e Aosta.

Il fascino del giallo valdostano ha una sua unicità che lo distingue dalle altre regionalità diffuse in editoria. Tutto ruota attorno ai soldi in un crescendo di colpi di scena che attizzano curiosità verso il finale. Ma il libro ha una sua validità che prescinde dalla verosimiglianza dello sviluppo. Il fascino ferino del personaggio-Rocco è un appeal che sovrasta i cerchi concentrici della storia, un piccolo classico anti-istituzionale che trascina e convince anche quando le sue maniere sono poco edificanti e il suo stile di vice-questore borderline rispetto alla pretta legalità.

data di pubblicazione: 23/4/2019

LA TEORIA DEL ROSPO da un’idea di Monica Maffei e Emiliano De Magistris

LA TEORIA DEL ROSPO da un’idea di Monica Maffei e Emiliano De Magistris

(Teatro Trastevere – Roma, 16/20 aprile 2019)

Capita che la vita si stalli in situazioni di apparente sicurezza e un appartamento può diventare la scusa per non scegliere e diventare finalmente grandi.

 Il principio della rana bollita del filosofo statunitense Noam Chomsky, secondo il quale un individuo può rimane per spirito di adattamento e abitudine in situazioni scomode e dannose senza mai reagire se non quando ormai è troppo tardi – come una rana che perde la capacità di saltare lasciata nuotare in una pentola sotto la quale si è acceso un bel fuoco che lentamente manda in ebollizione l’acqua – è la metafora, chiara nel titolo, dalla quale prende spunto questa divertente pièce teatrale.

Tre amici intorno alla trentina condividono da dieci anni lo stesso appartamento e per certi aspetti la stessa insoddisfazione e inabilità alla vita. Mauro è un intellettuale che non è riuscito a concludere il suo romanzo, fermo a pagina 27 da anni; Andrea è confuso e indeciso, di lavori ne ha provati molti ma senza raggiungere mai un soddisfacente obiettivo; Carlo è un autista di autobus nel trasporto pubblico, deluso dall’amore in perenne ricerca di donne. Caos, polvere e disordine abitano il loro alloggio nel pieno rispetto delle regole di un’abitazione condivisa. Anche la tavola è perennemente apparecchiata da un mucchio di cose e foto sbiadite sul muro raccontano un tempo che è stato e che non tornerà più.

L’appartamento è il contenitore claustrofobico e soffocante dove i tre amici sguazzano tiepidi e  inconsapevoli, fino a quando la fiamma che porterà a bollire l’acqua non viene accesa dal padrone di casa che improvvisamente decide di vendere tutto e di mandarli via. Un mese di tempo per traslocare altrove. Inizia una ricerca ansiosa su internet delle varie possibilità abitative nella speranza di trovarne una che abbia le stesse caratteristiche di quella che si accingono a lasciare, ma nessuna di queste sembra soddisfare le aspettative. In realtà manca la voglia di cambiare e di crescere e così si finisce per rimanere dove si è senza compiere atti catartici di coraggio e di riscatto.

La scrittura drammaturgica soffre nel linguaggio e nella struttura dell’imitazione di tanti numerosi sketch, anche divertenti, che ci appaiono in video quotidianamente sui social. Tuttavia il gruppo di attori dimostra di avere un’ottima complicità e buon affiatamento sulla scena, merito forse anche di una reale amicizia tra loro. Il risultato nella sua leggerezza è divertente.

data di pubblicazione: 19/04/2019


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IL TALENTO DI MR. RIPLEY di Anthony Minghella, 1999

IL TALENTO DI MR. RIPLEY di Anthony Minghella, 1999

Tom Ripley è un giovane fascinoso americano di modesta estrazione sociale che sa suonare molto bene il piano e che riesce a conquistarsi la simpatia di tutti. Un giorno, dopo essere stato ingaggiato come pianista ad una festa di gente molto facoltosa, viene contattato da un ricco armatore che gli propone, dietro lauto compenso, di andare alla ricerca del figlio Dickie, che vive da un po’ di tempo in Italia, e convincerlo a tornare negli Stati Uniti. Tom accetta e riesce a contattare il giovane a Ischia dove sta passando un incantevole soggiorno insieme alla fidanzata Marge. Affascinato da questo mondo fatto di lusso e di divertimenti, Tom riesce a conquistarsi l’amicizia di Dickie del quale è anche segretamente attratto. Dickie, infastidito dalla presenza costante di Tom che nel frattempo si è mostrato anche un po’ troppo invadente nel rapporto tra lui e la sua ragazza, cerca di troncare questa frequentazione: purtroppo durante una gita in barca a Sanremo, in seguito ad una violenta discussione, verrà ucciso da Tom. Questi, abituatosi oramai a quella vita così agiata, decide di assumere l’identità dell’amico morto. Di lì a poco sarà proprio Marge a nutrire i primi sospetti ed anche la polizia inizia a svolgere le proprie indagini.

Il talento di Mr. Ripley ebbe un discerto successo ed ottenne diverse nomination, soprattutto grazie ai due protagonisti: Matt Damon, nella parte di Tom, che riesce a riscattare il proprio complesso di inferiorità sociale attraverso un’attrazione omoerotica verso Dickie, e Jude Law che, con la sua naturale bellezza, veste la parte del rampollo ricco, bello e viziato, superficiale anche nei rapporti affettivi a cominciare da quello verso la fidanzata Marge, interpretata da una giovanissima Gwynet Paltrow. La storia, tratta dal romanzo thriller di Patricia Highsmith, fu portata per la prima volta sul grande schermo da René Clément nel 1960 con il titolo Delitto in pieno sole e vantava tra gli interpreti Alain Delon.

Il film di Anthony Minghella, girato prevalentemente tra Napoli, Ischia e la Penisola sorrentina, ci suggerisce una ricetta tipica del luogo, di facile realizzazione: maccheroni cacio e uova.

INGREDIENTI (per quattro persone): 350 grammi di maccheroni (rigatoni, penne, mezzemaniche), 4 uova, 50 grammi di pecorino romano, 100 grammi di parmigiano, 50 grammi di capocollo di maiale, 1 cipolla, olio extravergine di oliva, sale e pepe q.b.

PROCEDIMENTO: Tagliare il capocollo a cubetti e farlo soffriggere in olio insieme alla cipolla tritata. Appena imbiondito aggiungere un mestolo d’acqua e spegnere il fuoco. Sbattere le uova e aggiungere i due formaggi grattugiati fino ad ottenere una crema. Lessare la pasta al dente e mantecarla a fuoco moderato insieme al capocollo. Versare le crema di uova e formaggio e mescolare bene fino ad ottenere una stracciatella. Servire ben caldo con pepe a piacere.