da Rossano Giuppa | Mar 9, 2019
(Teatro India – Roma, 6/10 marzo 2019)
Quattro figure popolano lo spazio tra un fondale nero ed un termosifone bianco. Tagliarini inizia a narrare il suo sogno e il suo incontro con una Deflorian barbona e problematica e pian piano ognuno si piega alla propria esigenza di raccontare e raccontarsi. Si apre cosi Il cielo non è un fondale lo spettacolo di Daria Deflorian ed Antonio Tagliarini in scena al Teatro India di Roma dal 6 al 10 marzo 2019. Un racconto urbano basato sulle memorie che quattro voci intrecciano fra loro, creando strade, connessioni e incroci, un puzzle di monologhi interiori che vengono fuori intervallati al canto. Il recitato è spontaneo, privo di accessori, dosato e diretto. Le parole riflettono le esistenze all’interno di luoghi familiari e privati nei quali ognuno manifesta il proprio spazio intimo.
In una metropoli di tutti e di nessuno, appaiono e scompaiono le figure di Alom, il venditore di rose che un tempo era un generale nell’esercito del Bangladesh, di Mohamed il cuoco pakistano, della vera barbona incrociata nel giardino del sogno e che assomiglia a Daria, e poco importa se siano ricordi di autentici incontri o fantasmi rimasti impigliati. Una struttura estremamente semplice, una recitazione minimale e naturale, un testo equilibrato e profondamente ironico, capace di esasperare e celebrare ogni piccolo elemento o imprevisto quotidiano, la possibilità di far diventare assurdo ogni piccolo episodio trascorso e contemporaneamente di innalzarlo a situazione condivisa o condivisibile per la sua verità innegabile.
Così senza continuità e senza un apparente filo logico e narrativo si arriva alle riflessioni domestiche di Daria Deflorian ed il suo rapporto con il termosifone in ghisa alternato alla parodia con le proprie ambizioni di attrice, alle fughe notturne al supermercato, dosate con raffinata e consapevole comicità.
Uno spettacolo che restituisce un senso di familiarità al pubblico che si ritrova in quelle piccole confessioni sulle proprie abitudini che si scontrano con la realtà esterna e le sue tempistiche schizoidi, in uno stato di completo sfasamento con il circostante.
Un atto drammatico apparentemente “senza trama e senza finale” che parte dal sogno secondo una ritmica efficace di incontri e di confronti, di cadute e di incidenti, di parole e di canzoni. I quattro attori (i bravissimi Francesco Alberici, Daria Deflorian, Monica Demuru, Antonio Tagliarini) esplorano la nostra condizione urbana, aprendo un dialogo tra finzione e la realtà e finendo per popolare la scena di termosifoni bianchi di ghisa, unici elementi in grado di riscaldare le coscienze e diffondere calore.
data di pubblicazione:09/03/2019
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Mar 8, 2019
(Teatro Quirino – Roma, 5/17 marzo 2019)
Il potere della calunnia genera il dramma in casa Platania, dove un capofamiglia troppo moralista preferisce prendere le parti di una governante creduta da lui esempio ineccepibile di virtù. Ma la verità viene fuori e a morire per i sensi di colpa sarà proprio chi ha diffamato un’innocente cameriera.
Leopoldo Platania è un borghese siciliano che vive a Roma con tutta la sua famiglia. Alle spalle il doloroso ricordo della figlia adolescente, che si suicidò in seguito a un rimprovero dato con troppa forza. Si capisce immediatamente che un granitico moralismo impera nella sua mente, fino a renderlo cieco e sordo, incastrato nei pregiudizi delle regole dell’agire corretto. L’estrema adorazione per la governante francese appena assunta, che conquista immediatamente la stima dell’uomo per i suoi modi severi e rigidi, non gli fanno vedere la verità. Caterina Leher, questo il nome di lei, in realtà è una donna infelice che nasconde un tormento. Per un disegno vile e calcolatore accusa di omosessualità la povera cameriera Jana, che viene cacciata per questo a malo modo dalla casa e rispedita in Sicilia. In realtà è lei a vivere questa condizione di diversità e quando verrà scoperta sul fatto, perché la verità poi si manifesta sempre, supplicherà ipocritamente il perdono. Da esempio di perfezione assoluta si rivela così il prototipo dell’antieroina per eccellenza. La recitazione di Ornella Muti, nei panni della governante, conferisce al personaggio quel grado di colpevolezza e di punizione autoinflitta che lo distingue.
La commedia, che subì la censura proprio perché tratta anche il tema dell’omosessualità, nonostante sia stata scritta nel 1952, dimostra con sconcertante chiarezza di essere ancora attuale, non fosse altro che per il disorientamento che crea ancora la percezione della diversità e l’agghiacciante facilità con cui a volte si giudicano le vite altrui. Ecco giustificata allora una messa in scena del tutto fedele al testo, anche nelle didascalie. L’interpretazione naturalista si apprezza molto nella recitazione di Enrico Guarneri, nel ruolo di Leopoldo, ma si vede anche nella costruzione della scenografia, che ripropone esattamente l’interno di un appartamento borghese anni Cinquanta. Unico elemento simbolico le pareti, recise a salire come da un colpo di sciabola, che da una parte richiamano l’imperfezione della morale vigente sulla quale è costruita la società, dall’altra sono presagio dell’esistenza recisa della protagonista, che sul finale si toglierà la vita dopo aver appreso la notizia della morte di Jana.
data di pubblicazione:08/03/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Mar 6, 2019
L’istante in cui una coppia si spezza… Anna (Valeria Bruni Tedeschi) è stata lasciata dal compagno (Riccardo Scamarcio) appena pochi attimi prima che lei vada a richiedere un finanziamento per il suo nuovo film e si metta poi in viaggio per riunirsi, come tutte le estati, al resto della sua vasta famiglia nella grande casa in Costa Azzurra.
Anche questo quarto film della Bruni Tedeschi, presentato fuori concorso all’ultima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, ritorna, quasi riprendendo il filo interrotto nella sua precedente opera Un Castello in Italia del 2013, sul tema familiare e sulla figura del fratello scomparso nel 2006. L’artifizio è il classico film nel film. É difatti nella grande magione altoborghese di famiglia che Anna cerca, pur fra le variegate ed ingombranti presenze dei parenti: la figlia, la sorella con il marito, la madre, la zia, altri amici, segretarie e dame di compagnia, nonostante l’assenza del compagno il cui arrivo è costantemente sollecitato e sperato, prova, dicevamo, a ritrovare se stessa, ad uscire dalla sua confusione emotiva, affettiva e creativa, cercando una ispirazione per riuscire a scrivere la sceneggiatura del suo esile film autobiografico. Nella villa sono tanti, ai familiari si aggiungono ed intrecciano le storie della servitù, un incrocio di storie, di relazioni, fra i “piani alti” ed i “piani bassi”, quasi come in un film di Altman. Nonostante tutto questo cercarsi, parlarsi, incontrarsi, il vero elemento dominante in tutti i piani della villa è però la Solitudine. La solitudine delle occasioni perdute e sprecate e, con essa, la Paura e quindi le speranze residue, le illusioni, i desideri e gli amori tanto agognati quanto frustrati. Con tutto ciò il Tempo, quel tempo che inesorabilmente scorre e porta via i sogni ed infine la Morte che appare e scompare con il tempo stesso. La Bruni Tedeschi ha ormai un suo proprio stile sia come attrice sia come regista. Può essere tanto allegra, leggera, eterea, delicata, nevrotica, quasi evanescente, quanto anche precisa e tagliente. Questo suo film è ironico, tenero, ingenuo e paradossale, ma anche capace di far sorridere e commuovere senza cadere nella seriosità grazie al dono dell’autoironia con cui la regista descrive se stessa e quello che è stato, e forse ancora è, il suo ambiente familiare altoborghese franco-italiano. Il film ha un buon ritmo, soprattutto nella prima parte è molto gradevole ed elegante nell’alternarsi ed intrecciarsi ironico delle storie fra servitù e padroni, poi rallenta un po’ per tornare a recuperare brillantemente in un finale onirico-felliniano sincero ed appassionante.
La Tedeschi è aiutata e circondata dai suoi veri familiari: la madre, la zia e la figlia ed anche da un affiatato gruppo di attori: l’ottima ed asciutta Valeria Golino nei panni della sorella, l’esperto P. Arditì perfetto nel ruolo del cognato ed inoltre uno stuolo di ottimi, direi magnifici, caratteristi francesi. Un piccolo ma gradevole film, una piacevole e garbata conferma da parte della Tedeschi, Forse la vita privata della privilegiata famiglia della Tedeschi potrà non interessare e probabilmente potrà anche infastidire, ma… se fosse tutto immaginario sarebbe un bel soggetto cinematografico.
data di pubblicazione:06/03/2019
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da Antonio Iraci | Mar 6, 2019
Silvia, anche se deve ancora compiere undici anni, dimostra una certa maturità: è molto brava a scuola e sa cavarsela in tutte le situazioni che la vedono impegnata in prima persona. Suo malgrado vive in una situazione familiare molto pesante, con una madre perennemente depressa e un padre che cerca di barcamenarsi in casa tenendo per quanto possibile la famiglia unita. La bambina, che vive a Pistoia, ha il grande desiderio di visitare Roma ma, nonostante le reiterate promesse dei genitori, non riesce ad esaudire questo desiderio fino al giorno in cui decide di partire da sola, con il coraggio e la determinazione che la contraddistinguono. L’incontro sul treno con Emina, ragazza rom, le aprirà un mondo finora a lei sconosciuto dove lo spirito di sopravvivenza e l’affetto daranno origine a situazioni contraddittorie seppur pregne di una profonda umanità.
Selezionato e premiato in vari festival internazionali, finalmente approda nelle sale italiane La fuga di Sandra Vannucchi, al suo esordio per la regia. Il film trova ispirazione da un’avventura realmente vissuta dalla regista quando a dieci anni decise di fuggire di casa per recarsi da sola a Roma e visitare la città all’insaputa dei suoi genitori. La storia raccontata nel film, tuttavia, prende una piega diversa perché la protagonista fugge da una situazione familiare disastrosa con una madre in totale stato depressivo ed un padre tutto impegnato a tenere unito un menage familiare che va letteralmente a pezzi. Ancora una volta ritorna sul grande schermo – basti pensare al tema principale sul quale si è basata l’ultima edizione della Berlinale – la famiglia come specchio della società e il disagio che i minori, in alcune situazioni di particolare indifferenza genitoriale, devono sostenere e sopportare. Ci si trova di fronte a una totale assenza di dialogo e di interesse verso le reali esigenze affettive, surrogate spesso con oggetti quali playstation, telefonini o zainetti alla moda. La fuga di Silvia non nasce solo come atto di ribellione per attirare l’attenzione su di sé, ma si trasforma nel desiderio di scoprire un mondo nuovo che le possa aprire prospettive di crescita. Determinante l’incontro con una coetanea rom: tra di loro, così diverse per estrazione sociale e cultura, nascerà un’amicizia profonda e un reciproco aiuto.
La fuga racconta una storia delicata che ci emoziona profondamente per la sua semplicità e che ci permette di sondare la sensibilità di una bambina che soffre per il rifiuto di essere ascoltata. Film indipendente, low budget, girato tra la Toscana e Roma, ha come protagonisti Donatella Finocchiaro e Filippo Nigro nel ruolo dei genitori di Silvia, interpretata dalla giovanissima Lisa Ruth Andreozzi, che per questo ruolo ha già ottenuto una menzione speciale al Festival di Woodstock, alla sua seconda esperienza cinematografica dopo aver interpretato nel 2015 il ruolo di Martina ne Il professor Cenerentolo di Leonardo Pieraccioni.
Bravi anche gli altri attori non professionisti provenienti da un campo nomadi romano dove sono state girate alcune riprese del film che mostrano la condizione disumana in cui i rom sono costretti a vivere.
Ottima la fotografia di Vladan Radovic, già vincitore del David di Donatello nel 2015 con il film Anime Nere di Francesco Munzi.
data di pubblicazione:06/03/2019
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da Daniele Poto | Mar 5, 2019
Autore maledetto = libro maledetto? Il maestro letterario del politicamente scorretto, atteso puntualmente al varco dalla critica, permea una storia discontinua con l’assunzione del captorix, un medicinale che sembra far cambiare direzione alla vita, riuscendo a tenere sotto controllo la depressione. La vicenda di un funzionario del Ministero dell’Agricoltura sembra il parto della biografia del contestatissimo autore francese. Non si risparmiano rapporti sessualmente scabrosi, incroci pedofili, robusti dosi di cinismo sparse sul sale e il pepe della vita. Il libro si apprezza abbandonandosi al flusso della prosa, senza troppo disquisire sulla credibilità del contesto della provincia francese. Le donne del romanzo forse sono troppe come gli eccessi. L’autore sembra indulgere nel mini-racconto che però non sfocia in una narrazione coerente. Il libro sembra nascere dal rispetto di un’esigenza contrattuale vista la meritata fama di altre opere. Eppure nella nota di copertina viene definito il capolavoro: serrato lirico, a tratti umoristico, crudele, chirurgico, profetico. Davvero troppo ricco soprattutto di pagine e di devianze, di piccoli trucchi del mestiere letterario. Su tutto si stampa un’aria di malinconia e di distacco dalla vita, di uno snobistico vivere di rendita. Che sembra farlo apposta ad auto-appiccicarsi l’etichetta di antipatico. A volte funziona, a volte no perché il ricadere nella parte precostituita appare a volte stucchevole. La vita mediata da un medicinale sembra un pretesto un po’ datato anche se una generazione di americani ha fatto i conti con un prozac che ha modificato profondamente la percezione e lo stile di vita. Sullo sfondo una società liquida, eppure vitale, che l’autore sembra a tratti amare, a tratti detestare. Il mondo che gira attorno a una compressa è la metafora dell’effimero e del transeunte. Per rendere sopportabile un’esistenza che non lo è. Fino all’ultimo capolinea, inevitabilmente la morte.
data di pubblicazione:05/03/2019
da Rossano Giuppa | Mar 3, 2019
(OFF/OFF Theatre – Roma, 26 febbraio/3 marzo 2019)
Maratona di New York di Edoardo Erba uno dei testi teatrali contemporanei più rappresentati al mondo, è in scena all’OFF/OFF Theatre di Roma dal 26 febbraio al 3 marzo 2019. Un progetto rappresentato da oltre vent’anni che è anche una prova fisica di resistenza con gli attori impegnati a correre per l’intera durata della pièce. Il nuovo allestimento, proposto da Andrea Bruno Savelli, presenta una nuova sfida in quanto le protagoniste sono due donne.
Da una parte c’è una leader, nella corsa così come nella vita, una donna determinata, forte e sicura (interpretata da Fiona May) e dall’altra la sua amica, più insicura, incerta, fortemente legata ad un passato dal quale non riesce a separarsi (interpretata da Luisa Cattaneo). Le due donne devono allenarsi tutti i giorni per prepararsi alla maratona di New York. Inizia l’allenamento ed inizia il dialogo tra le due, con un incedere progressivo anche verbale che scandisce i ritmi e delinea lo stato d’animo di entrambe. Aumenta la velocità ed aumentano i battiti e le emozioni, si inizia a definire un orizzonte difficilmente percepibile ad inizio dell’allenamento. Per tutta la durata dello spettacolo le due donne sviluppano una vera corsa, che cresce insieme all’enfasi per una vicenda che pian piano comincia a rivelarsi in tutta la sua drammaticità. D’un tratto i riferimenti, la strada, le chiavi della macchina, il contesto, i ricordi cominciano a sbiadirsi ed appare quella che è la vera meta. Un’affannata corsa fisica ed emotiva nel profondo delle loro esistenze.
La Maratona di New York è un inno all’amicizia al femminile, uno spettacolo forte e moderno che si estende a qualsiasi idea di vicinanza umana. Un confronto tra due donne tra determinazione e insicurezza, tra passato e futuro che è anche un incontro fra due amiche, che si confidano dubbi, paure e incertezze, cadendo e ferendosi proprio come accade in una corsa reale, che questa volta è, un’estrema ultima volata. Una drammaturgia dallo straordinario impatto emotivo dove il gesto sportivo diventa una metafora del percorso della vita. Un percorso immaginario che, tra ostacoli, fatica, sudore, ricordi, tempo e spazio sospesi, celebra la storia di un’amicizia sincera e fraterna.
data di pubblicazione:03/03/2019
Il nostro voto: 
da T. Pica | Mar 1, 2019
(Sala Umberto – Roma,26 febbraio/ 3 marzo 2019)
La Trilogia di Riccardo Rossi in scena al Teatro Sala Umberto si chiude con un vero e proprio manifesto e inno alle donne.
Con W le donne lo spumeggiante Riccardo Rossi porta in scena un omaggio alla figura femminile partendo da una certezza inconfutabile: la donna è brava, lo sa ed è superiore all’uomo. Non a caso, partendo dal dato scientifico dell’analisi dei cromosomi, è sempre stato evidente che l’uomo altro non è che un errore umano “uno scherzo della natura” e difatti – citando Groucho Marx – “Gli uomini sono donne che non ce l’hanno fatta”.
Riccardo – ormai mi prendo la confidenza di parlarne come di un amico, uno di famiglia perché così non può che essere dopo la condivisione di ricordi, episodi, pezzi di vita così vicini e familiari a me come al resto del pubblico – racconta, con il suo tono canzonatorio, burlesco e a tratti irreverente, come la vita dell’“errore umano”, alias l’uomo, sia fin dal primo gemito soggetta/sottomessa alla presenza forte, a tratti “manesca” e devastante della donna: dall’ostetrica, alla madre, passando per la maestra, la sorella, la migliore amica, la prima, seconda e forse la terza moglie, la suocera, l’amante, la nonna fino all’esilarante e incredibile momento di “umiliazione” e terrore con la moglie del portiere! Ciascuno di noi, uomo o donna che sia, può ritrovarsi e riconoscersi in questi piccoli affreschi colorati dalla “chiamata in causa” come esempi concreti di personaggi noti come Mina e Madonna Ciccone. W le donne, però, non regala solo perle di intelligente ironia e ilarità, perché Riccardo al cospetto dell’universale potenza e superiorità della donna, vuole anche raccontarci piccole ansie, imbarazzi, emozioni e sentimenti dell’uomo che, al nostro cospetto, spesso può trovarsi travolto e inciampare sulle sue paure o emozioni. E così, quando legge la lettera scritta da un padre per la figlia – unica “vestale” dell’amore più profondo e infinito che un uomo potrà mai provare e dimostrare per una donna – ti ritrovi emozionata come una bambina. Poi per fortuna irrompe la musica ritmata degli Wham!, asciughi gli occhi lucidi, e si riprende il viaggio tra i “volti” femminili che, con toni e ruoli diversi, accompagnano e accompagneranno per sempre ogni maschio.
Lo spettacolo volge poi al termine con una riflessione verissima che trae spunto da una frase con cui la madre di Riccardo gli ricorda che le generazioni nate dopo di lei, classe 1933, sono vissute – ancora oggi vivono – nell’“ovatta”. Partendo da questo incipit – che ci fa capire e comprendere alcuni atteggiamenti dei nostri genitori che nel quotidiano invece talvolta ci spiazzano o irritano – si snoda una parentesi dolce, vera e poetica dedicata dal protagonista a sua madre che si chiude con il fil rouge dello spettacolo: qualunque ruolo assuma nell’arco della sua vita – madre, sorella, fidanzata, figlia, moglie, suocera – la donna dovrà sempre avere rispetto!
Uno spettacolo arguto da vedere per ridere, sorridere e, soprattutto, emozionarsi!
data di pubblicazione:01/03/2019
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da Antonio Jacolina | Mar 1, 2019
Ispirato alla storia vera del Numero Uno di Peugeot-Citroen, il film racconta di Alain (Fabrice Luchini) Direttore di Impresa, docente universitario, oratore brillante, uomo iperattivo ed egocentrico, con una vita pressata fra mille impegni fino al giorno in cui un ictus lo colpisce menomandolo nella memoria e nell’eloquio. Alain è così costretto ad avviare un percorso di rieducazione che lo porta a riscoprire i veri valori della vita ed a ricostruire relazioni ed affetti prima trascurati.
Dopo il successo nel 2011 di Quasi Amici, sembra ormai essere divenuta una peculiarità, quasi un “filone” della cinematografia francese affrontare il tema dell’incontro con la disabilità o l’handicap, di volta in volta, con i giusti toni di tenerezza, delicatezza o anche scherzosità. Abbiamo apprezzato, tanto per citarne alcuni, La Famiglia Bélier (2014) e Tutti in Piedi (2018), ed oggi è il turno di Parlami di Te. Con il suo film il cineasta francese Mimran ci parla della caduta e ricostruzione di un uomo e si propone di offrirci anche lo spunto per una riflessione sulla fragilità della Vita e l’occasione per criticare la perdita di relazioni umane in una Società sempre più pressata dall’urgenza e dai ritmi del lavoro, ricordandoci che invece occorrerebbe piuttosto ritrovare il tempo e l’attenzione per se stessi ed i propri affetti.
Visto il garbo ed il successo dei film precedenti ed ancor più anche la presenza di un grande attore come Luchini, ci si attendeva di sicuro un altro film francese gradevole. Ahinoi, anche le ciambelle francesi a volte escono insipide! E questa è veramente sciapa, stucchevole e priva di originalità!
Intenzioni e presupposti ammirevoli ci sono, ma manca purtroppo un risultato adeguato. Il tema e gli interpreti davano infatti al film un buon potenziale, ma, dopo un inizio promettente il regista perde il ritmo narrativo, cade di tono e di inventiva e la storia, priva di una solida sceneggiatura, inizia a girare a vuoto, avvitandosi su se stessa in ripetizioni e disperdendosi in lungaggini ed in storie secondarie inutili. Il risultato è che si accumulano così le ripetizioni senza mai riuscire a decollare, perdendo tutto il brio, la poeticità ed il potenziale narrativo che si era intravisto. La linea scelta dal regista sembra infatti privilegiare un intrattenimento privo di sottigliezza e delicatezza, spesso poi anche prevedibile, se non anche banale.
Prova a salvare, o meglio, a reggere tutto il film la prestazione di Luchini (un grande attore apprezzato soprattutto per le sue capacità recitative), con il suo spaesamento fisico, con i suoi farfugliamenti ed i suoi giochi di parole deformate per effetto dei problemi cognitivi. Giochi di parole che, a volte, riescono ad essere anche divertenti malgrado la loro ripetitività e la notevole perdita di ambiguità lessicale nel doppiaggio in italiano. Ma è veramente un po’ poco! Mancano del tutto quella tenerezza, quel garbo e quell’emozione che il tema o le intenzioni avrebbero potuto apportare con un po’ più di semplicità narrativa e senza inutili ingombri. Volendo forse fare troppo il film diviene progressivamente irritante per la sua banalizzazione del tutto incoerente poi rispetto al personaggio ed all’argomento affrontato.
Alla fine ne risulta un film convenzionale, prevedibile e senza originalità che non trova la sua giusta dimensione, cui non sempre basta un bravo Luchini per dare spessore al quasi nulla. Anzi, lo stesso Luchini corre sovente il rischio di confondersi e farsi travolgere dal nulla. Peccato!
Orario di punta, cinema ai Parioli, e… solo 4 persone in sala!!
data di pubblicazione:01/03/2019
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da Paolo Talone | Feb 28, 2019
(Teatro India – Roma, 26/28 febbraio 2019)
Luciano è un uomo ormai invecchiato. Catturato nella sconcertante solitudine della sua esistenza, racconta confuso brandelli di storia passata, popolata di scene e personaggi, fantasmi di avventure che riprendono vita davanti ai suoi occhi.
Suscita compassione e commozione il personaggio creato da Danio Manfredini, un disabile psichico, inconsapevolmente ironico per un pubblico che si lascia sorprendere ancora dalla diversità, omosessuale, ossessionato da ricordi dolorosi e storie di personaggi che vivono a margine della società. Fasci di luce sulle tavole del palco illuminano sentieri che ripercorre claudicante e dal buio, improvvisamente, prendono forma i suoi deliri e le voci che sente nella mente. Sono luoghi notturni della periferia di una Milano anni ’70 o ’80, battuage all’aperto di un bosco o al chiuso di una latrina della Stazione Centrale, come anche un cinema a luci rosse e un cruising bar. Popolati da personaggi che hanno tutti un nome, un’identità, e quindi una storia. Hanno maschere che rendono inespressivi i loro volti e di conseguenza invisibile il loro dolore o la loro rabbia. Sono gli abitanti di un mondo dimenticato da tutto e da tutti, dove la prostituzione e i furti prolificano e diventano lo scopo del contatto tra esistenze lacere e consumate. Luciano è il poeta che da voce a tutto questo, attraverso un lirico monologo che echeggia e rimpasta una personale antologia fatta versi illustri appartenuti a Dante Alighieri, Alessandro Manzoni, Grazia Deledda. Tra filastrocche e poesiole lo spettatore è trascinato nello spazio mentale del protagonista e da lì ne esce come triturato e pestato. Ogni esistenza è un raggio di sole, ma la vita in fondo cos’è?
Danio Manfredini sarà impegnato fino a domenica al Teatro India con lo spettacolo Al presente, seconda parte del dittico aperto con Luciano, e poi ancora dal 22 al 24 marzo al Teatro Biblioteca Quarticciolo con Vocazione.
data di pubblicazione:28/02/2019
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da Paolo Talone | Feb 25, 2019
(Teatro Piccolo Eliseo Roma, 21 febbraio/3 marzo 2019)
È notte sulla spiaggia di Posillipo. Una luce lunare illumina appena il corpo di Desiderio, un attore appena ritornato dall’Inghilterra, dove con molta probabilità ha avuto modo di recitare al Globe con la compagnia dello stesso Shakespeare. A dare ascolto ai suoi racconti un amico, Zoroastro, presunto alchimista.
Il testo di Ruggero Cappuccio celebra i suoi venticinque anni sui palcoscenici italiani e esteri. La coppia di attori Claudio De Palma (Desiderio) e Ciro Damiano (Zoroastro) dimostra con bravura artigiana di essere affiatata sulle tavole di questa scena seicentesca. Il testo è scritto in un napoletano antico, il lessico è di difficile comprensione, ma la bravura degli interpreti restituisce un ritmo e una musicalità alla quale l’orecchio dello spettatore, superata l’incomprensione iniziale, si abitua. E avviene allora che come in un sogno, di cui non si ricordano tutti i particolari, le immagini cominciano ad apparire nella mente e si montano da sole, tra le suggestioni della lingua e i piani di comprensione aperti da altri fattori significanti.
Desiderio sembra un attore rotolato giù rovinosamente da un palco di tavole da Commedia dell’Arte. Il suo racconto parla di un’avventura a Londra. Una sera di carnevale, durante un ballo a palazzo, si imbatte in una maschera. Pensando inizialmente di trovarsi davanti al viceré scopre invece che davanti a lui c’è proprio William Shakespeare. Nel titolo della pièce si gioca con il nome del bardo inglese, che per il dialettale fenomeno dell’apocope perde la sillaba finale, la quale diventa invece l’appellativo principale che lo innalza a viceré della città partenopea, almeno per una notte, quella durante la quale si svolge il ballo di carnevale. Da qui il viaggio verso l’Inghilterra e l’ingaggio presso il grande teatro inglese. Ad ascoltare le sue storie il vecchio amico di un tempo, Zoroastro, che di storie ne ha anche lui da raccontare, in una Napoli dove non è facile cavarsela per vivere.
Nell’impianto scenico domina la notte, con la simbologia ad essa connessa di morte e sogno. Ed è proprio della morte che i personaggi prendono coscienza nello svolgersi dei fatti. Le luci sono impostate secondo una chiara ispirazione caravaggesca. Le forme dei corpi prendono vita dal buio che li circonda, come fossero partoriti dal misterioso fondale. Nulla si conosce del contesto che li abbraccia. È lo spazio della mente. Esistono solo i due guitti e lo stridere musicale delle loro esistenze.
data di pubblicazione:25/02/2019
Il nostro voto: 
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