da Daniele Poto | Feb 25, 2019
(Teatro Quirino – Roma, 19 febbraio/3 marzo 2019)
Incandescente dramma in un interno. Una festa mal riuscita per colpa del nazismo che svela le crepe dei rapporti interni di un gruppo di presunti amici.
Un improvviso cambio di registro è la valvola della drammaturgia di uno spettacolo riuscito. L’ambientazione nei fondali della seconda guerra mondiale potrebbe sembrare un po’ retrò ma in realtà si rivela perfettamente funzionale a una situazione che potrebbe avere validità odierna come dimostrano il plot cinematografico di Perfetti sconosciuti o le stridenti storie di Yasmine Reza. L’innesco ricorda la tragedia delle Fosse Ardeatine. Un’ilare festa tra amici viene funestata dall’attentato che toglie la vita a due ufficiali tedeschi. La vendetta è raccapricciante: venti italiani, due per condominio dovranno pagare con la vita questo gesto di ribellione. E l’ufficiale nazista chiede al gruppo di famiglia e di amici in un interno di scegliere autonomamente i due virtuali condannati a morte. Il pretesto scenico è un’eccellente accensione. Come si può immaginare questa beffarda richiesta mette di fronte il gruppo alle proprie paure, a slanci di coraggio più spesso alternati a lampi di egoistica vigliaccheria. Nel contenitore dei due tempi le contraddizioni e i disvelamenti si sprecano. La moglie del padrone di casa si scoprirà poco virtuosa, il medico assai poco efficiente, persino barlumi di omosessualità trapeleranno dall’intreccio. Rari splendori e abbacinanti miserie spaccano i dialoghi. Non sveliamo il finale che non sarà necessariamente drammatico se non per le conseguenze dei rapporti tra i sette protagonisti, dilacerati per come hanno rivelato un fondo di umanità non proprio edificante, a parte qualche rara eccezione. Da sottolineare l’eccezionale omogeneità del cast tra cui spiccano la dolente debolezza del medico interpretato da Gianluca Ramazzotti, il piglio professorale e gassmanniano con cui Emanuele Salce tratteggia il personaggio di Vincenzo e la straordinaria bravura di Maurizio Donadoni alias Andrea. Il titolo sembra quanto mai appropriato a quanto si sviluppa in scena. Amici che si trasformano in belve.
data di pubblicazione:25/02/2019
Il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Feb 25, 2019
La notte degli Oscar 2019 non ha incoronato un vincitore che, da solo, si è imposto sugli altri per numero di statuette, ma i film che avevano maggiormente attirato l’attenzione di critica e pubblico si sono divisi equamente i riconoscimenti più prestigiosi.
Il trofeo del miglior film lo conquista Green Book, straordinaria commedia che, seguendo il sentiero del road movie, ha consegnato al grande schermo uno dei più potenti inni alla tolleranza degli ultimi anni. L’esclusione di Peter Farrelly dai candidati alla miglior regia si era fatta indubbiamente notare, ma la vittoria del suo film nella categoria più prestigiosa ristabilisce (almeno in parte) gli equilibri. Lo stesso Green Book, di cui proprio sulle pagine di Accreditati avevamo segnalato soprattutto la scrittura felice, ai aggiudica anche la statuetta per la migliore sceneggiatura originale. La miglior sceneggiatura non originale, invece, è quella di BlacKKKlansman, diretto da Spike Lee.
Il miglior regista è invece Alfonso Cuarón per Roma, elegante e potente affresco in bianco e nero di un’epoca intrisa di cambiamento e di coraggio. Roma si aggiudica anche il premio per il miglior film straniero e la migliore fotografia.
I due attori protagonisti incoronati da questa edizione degli Oscar sono Olivia Colman per lo spiazzante La favorita e Rami Malek per Bohemian Rhapsody, uno dei biopic più discussi del cinema recente. Peccato per Viggo Mortensen, che in Green Book ha probabilmente offerto una delle sue migliori prove di attore.
Per gli attori non protagonisti, invece, i premiati sono Regina King (Se la strada potesse parlare) e Mahershala Ali (Green Book).
Tra i “premi tecnici” svetta certamente Bohemian Rhapsody, con il miglior montaggio, il miglior editing sonoro e il miglior mix sonoro.
A Black Panther vanno gli Oscar per la miglior colonna sonora originale, la miglior scenografia e i miglior costume.
La miglior canzone originale non poteva essere che Shallow, di A Star is born, così come i migliori effetti speciali erano il premio “obbligato” per First Man, che ha aperto l’ultima edizione della Mostra d’arte cinematografica di Venezia.
La notte degli Oscar, come al solito, illude alcuni, delude altri, gratifica chi aveva visto giusto nei pronostici. Si tratta in ogni caso di un appassionante bilancio di un anno di cinema, che noi Accreditati, da Venezia e Roma, passando per Berlino, abbiamo cercato di seguire e condividere sulle nostre pagine telematiche con impegno, passione e dedizione.
Riportiamo qui di seguito l’elenco di tutte le candidature, con il film vincitore per ciascuna categoria.
Buon cinema a tutti!
Miglior film
Black Panther
BlacKkKlansman
Bohemian Rhapsody
La favorita
Green Book
Roma
A Star is Born
Vice
Miglior regia
Spike Lee, BlacKkKlansman
Paweł Pawlikowski, Cold War
Yorgos Lanthimos, La favorita
Alfonso Cuarón, Roma
Adam McKay, Vice
Miglior attrice protagonista
Yalitza Aparicio, Roma
Glenn Close, The Wife
Olivia Colman, La favorita
Lady Gaga, A Star Is Born
Melissa McCarthy, Copia originale
Miglior attrice non protagonista
Amy Adams, Vice
Marina de Tavira, Roma
Regina King, Se la strada potesse parlare
Emma Stone, La favorita
Rachel Weisz, La favorita
Miglior attore protagonista
Christian Bale, Vice
Bradley Cooper, A Star Is Born
Willem Dafoe, At Eternity’s Gate
Rami Malek, Bohemian Rhapsody
Viggo Mortensen, Green Book
Miglior attore non protagonista
Mahershala Ali, Green Book
Adam Driver, BlacKkKlansman
Sam Elliott, A Star Is Born
Richard E. Grant, Copia originale
Sam Rockwell, Vice
Miglior film straniero
Capernaum (Libano)
Cold War (Polonia)
Never Look Away (Germania)
Roma (Messico)
Shoplifters (Giappone)
Miglior film d’animazione
Gli Incredibili 2
Isle of Dogs
Mirai
Ralph Spacca-Internet
Spider-Man: Un nuovo universo
Miglior corto d’animazione
Animal Behavior
Bao
Late Afternoon
One Small Step
Weekends
Miglior sceneggiatura originale
La favorita
First Reformed
Green Book
Roma
Vice
Miglior sceneggiatura non originale
The Ballad of Buster Scruggs
BlacKkKlansman
Copia originale
Se la strada potesse parlare
A Star is Born
Miglior colonna sonora originale
Black Panther
BlacKkKlansman
Se la strada potesse parlare
Isle of Dogs
Il ritorno di Mary Poppins
Miglior canzone originale
All the Stars – Black Panther
I’ll Fight – RBG
The Place Where Lost Things Go – Il ritorno di Mary Poppins
Shallow – A Star is Born
When A Cowboy Trades His Spurs For Wings – Ballad of Buster Scruggs
Miglior montaggio
BlacKkKlansman
Bohemian Rhapsody
La favorita
Green Book
Vice
Miglior fotografia
Cold War
La favorita
Never Look Away
Roma
A Star is Born
Miglior scenografia
Black Panther
La favorita
First Man
Il ritorno di Mary Poppins
Roma
Miglior costumi
The Ballad of Buster Scruggs
Black Panther
La favorita
Il ritorno di Mary Poppins Returns
Maria Regina di Scozia
Miglior effetti speciali
Avengers: Infinity War
Christopher Robin
First Man
Ready Player One
Solo: A Star Wars Story
Miglior trucco
Border
Maria Regina di Scozia
Vice
Miglior editing sonoro
Black Panther
Bohemian Rhapsody
First Man
A Quiet Place
Roma
Miglior mix sonoro
Black Panther
Bohemian Rhapsody
First Man
Roma
A Star is Born
Miglior cortometraggio
Skin
Detainment
Fauve
Marguerite
Mother
Miglior corto documentario
Black Sheep
End Game
Lifeboat
A Night at the Garden
Period. End of Sentence
Miglior documentario
Free Solo
Hale County
This Morning, This Evening
Minding the Gap
Of Fathers and Sons
RBG
data di pubblicazione: 25/2/2019
da Rossano Giuppa | Feb 25, 2019
(Teatro della Cometa – Roma, 19 febbraio/3 marzo 2019)
Un delicato omaggio a Sergio Tofano autore, attore, regista, illustratore, scrittore, figura fondamentale del 900 e della storia culturale italiana, raccontato ed evocato da Pino Strabioli come solo lui potrebbe. Cavoli a merenda, un escursus leggero e senza tempo tra le opere di Tofano tra burattini e musica, in scena al Teatro della Cometa di Roma dal 19 febbraio al 3 marzo.
Una narrazione garbata e raffinata, ironica e divertita per raccontare la personalità di Tofano, filastrocche di personaggi, giovincelli, venditori, portinaie, piccoli industriali, avvocati, un piccolo mondo che, dietro l’apparente allegria, nasconde i dolori e le difficoltà dell’Italia del ‘900. Tra ragazzini con difficoltà di lingua e l’inventore dell’attaccapanni, tra maldicenze gratuite e papere bianche e nere, per finire con il Signor Bonaventura, l’uomo baciato dalla fortuna in compagnia del mitico bassotto, che ha spronato alla lettura intere generazioni di ragazzini sulle pagine del Corriere dei piccoli. Piccole storie di vita più o meno quotidiana in compagnia di forme, marionette, figure ed il suono di una chitarra. Una passeggiata divertita nella sua scrittura, fra i personaggi folli e stralunati delle sue novelle grazie alla voce ed alla presenza di Pino Strabioli, un signore del nostro teatro, con il suo modo gentile e colto di affabulare.
Con la collaborazione di Andrea Calabretta (burattini, oggetti, ombre) e Dario Benedetti (chitarra), Pino Strabioli racconta il poliedrico Sto, lo pseudonimo con cui Tofano amava firmare i suoi racconti ed i suoi fumetti. Uno spettacolo nato dalla voglia di scavare nella memoria, nella cultura del novecento, nei ricordi delle generazioni che cresciute leggendo del Signor Bonaventura, per allontanare le sventure ed inseguire il sogno del milione.
data di pubblicazione:25/02/2019
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Feb 21, 2019
(OFF/OFF Theatre -Roma, 19/24 febbraio 2019)
I personaggi Gigi il Bullo, Salamini, la Sonnambula, Amleto, Nerone, Fortunello e Gastone, creati dal genio di Ettore Petrolini, rivivono sulla scena grazie all’ottima e attenta interpretazione di Dario Ballantini. Un’antologia precisa di memorabili scene legate al grande attore romano.
È fuori discussione che gran parte della comicità moderna sia profondamente debitrice del lavoro e dell’intuizione di Ettore Petrolini, nato in via Giulia a Roma, proprio dove ha sede la sala che ospita lo spettacolo di stasera. Molti attori del secolo scorso come Alberto Sordi, Nino Taranto, Macario e Nino Manfredi fino ad arrivare ai giorni nostri, penso a Gigi Proietti o a Carlo Verdone, hanno preso ispirazione da quei caratteri che il grande Petrolini aveva creato. Ballantini, profondamente riconoscente anche lui per questa ricchezza, ricostruisce con meticolosa precisione e straordinaria bravura un girotondo di personaggi appartenuti al repertorio del grande attore romano, tracciandone una sua personale biografia, sintesi di tante letture e studio (cita Antonucci e Jovinelli tra i tanti), intrecciandola con fatti autobiografici legati alla sua gavetta nel mondo dello spettacolo e ai suoi ricordi familiari. Ecco allora che i due personaggi, Ballantini e Petrolini, si dividono la scena esattamente come il titolo suggerisce.
Attraverso un gioco di trasformazione sulla scena, reso misterioso dal controluce delle lampade dello specchio di un camerino a vista, il caleidoscopio di personaggi prende vita, ognuno introdotto dalle note della fisarmonica del maestro Marcello Fiorini, complice accompagnatore e co-narratore delle divertenti macchiette e cretinerie. Suoi sono gli arrangiamenti che ricreano un’atmosfera decisamente primonovecentesca da caffè concerto.
L’attore livornese dà nuovamente prova di essere un’artista polivalente, intelligente e perfetto imitatore.
data di pubblicazione:21/02/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Feb 19, 2019
Un gruppo di ragazzi, tutti minorenni, sfrecciano con i loro scooters per le vie del rione Sanità di Napoli. Il sogno della loro vita è quello di procurarsi con ogni mezzo tanti soldi, sufficienti a garantire loro l’ultimo modello di sneakers o altro capo d’abbigliamento super firmato. Usano e spacciano droga e non esitano un istante ad impugnare le armi per tenere sotto controllo il quartiere. Il loro leader è Nicola che conosce a fondo le regole del gioco e sa esattamente che per affermarsi dovrà contrastare i vecchi boss malavitosi che ora detengono il potere. Letizia, la sua ragazza, lo seguirà in questa escalation di criminalità, conquistata anche lei da una vita facile, piena di lusso e di divertimenti.
Presentato in prima mondiale nell’edizione della Berlinale appena conclusasi, La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano che ne ha curato la sceneggiatura insieme allo stesso regista e a Maurizio Braucci, ha meritatamente ottenuto l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura: la scrittura usata, senza troppi preamboli, ci porta nel cuore di una città dove anche un ragazzino inesperto può ambire a ricoprire un posto di rilievo nella malavita organizzata. Il termine paranza, indicato per un tipo di pesca che utilizza le reti a strascico, in gergo camorristico individua una piccola banda malavitosa formata da minorenni, ragazzi giovanissimi che hanno abbandonato la scuola e che hanno, come unico sogno, quello di entrare nella criminalità spicciola del quartiere in cui vivono. Per potersi imporre dovranno intanto avere una pistola, che non importa saperla maneggiare: con essa devono imparare a fronteggiare chi già detiene il potere, introducendosi nel traffico della droga che consente loro di procurarsi in breve tempo una grande quantità di denaro. Divenuti i capi indiscussi che controllano gli affari, di fronte alla loro ingenua sfrontatezza e, talvolta, efferatezza nell’usare le armi, anche i vecchi boss si arrendono e cedono il passo.
Il film di Giovannesi, regista molto sensibile verso i problemi dei giovani (ricordiamo Alì ha gli occhi azzurri del 2012 e Fiore del 2016), ha dichiarato di non volere assolutamente guadagnarsi una funziona pedagogica ma semmai illustrare una realtà, tutta napoletana, dove gli stessi giovani si sentono costretti ad una scelta criminale, per lo più inconsapevoli dei rischi e del prezzo molto alto che prima o poi dovranno pagare. Una decisione quindi determinata dalla contingenza di soddisfare per sé, e per la propria famiglia, dapprima dei bisogni primari per poi arrivare a comprarsi quei generi di lusso che rappresentano, ai loro giovani occhi, veri e propri status symbol del potere.
I due interpreti Francesco Di Napoli (Nicola) e Viviana Aprea (Letizia), così come tutti gli altri, sono attori non professionisti incredibilmente presi dalla strada e alla loro prima esperienza cinematografica.
A differenza di Gomorra di Matteo Garrone, anch’esso ispirato all’omonimo best seller di Saviano, La paranza dei bambini seppur in ambito camorristico ci mostra un aspetto un po’ diverso, quasi tenero, intriso di un realismo estremo che ci porta ad osservare la vita pulsante dei quartieri napoletani dove, nonostante le brutture che questi ragazzi vivono, aleggia una profonda umanità, sentimento che in fondo anima anche le loro giovani coscienze.
La giuria della Berlinale, che quest’anno è stata presieduta da Juliette Binoche, così come riferivano alcuni rumors che circolavano prima della premiazione, aveva mostrato grande apprezzamento per il film, la cui sceneggiatura risulta “impastata” di violenza e amore nel decrivere le vicende dei suoi protagonisti, verso un ineluttabile epilogo sul quale il regista si è volutamente astenuto dall’esprimere alcun giudizio morale.
Film decisamente da vedere.
data di pubblicazione:19/02/2019
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da Paolo Talone | Feb 18, 2019
(Teatro Vascello – Roma, 13/24 febbraio 2019)
Il tronco di un albero è piantato in mezzo alla scena, le sue radici sono forti. I tronchi sono sparsi a terra in attesa di essere ricongiunti al fusto, si spera che torni a dare nuovi frutti. È il centro indiscusso di tutta l’azione scenica, al quale si rivolgono strani personaggi, che incarnano con estremo coinvolgimento dello spettatore pezzi cruenti e storie atroci di cronaca che purtroppo sono accaduti, anche in tempi recenti.
La compagnia dell’Odin Teatret, creata dal talento e dalla passione di Eugenio Barba, compie quest’anno 55 anni e festeggia a Roma il suo compleanno con una serie di iniziative tra laboratori, incontri, mostre che dureranno ancora fino alla fine di febbraio. Per Accreditati.it abbiamo partecipato allo spettacolo che in questi giorni sta andando in scena al teatro Vascello, L’albero. Chi conosce la compagnia sa che il protagonista assoluto di tutta la performance è lo spazio, luogo di incontro tra lo spettatore e l’attore, entrambi chiusi in questo luogo a parte, creato a posta sul palcoscenico del Vascello, dove si entra con timore e rispetto, una specie di tempio sacro, per assistere non solo a uno spettacolo, ma a un evento, un’esperienza destinata a colpire la coscienza. La scenografia ci avvolge, ne siamo un elemento essenziale con la stessa dignità e partecipazione di cui ne fanno parte gli attori. Tra chi guarda lo spettacolo si crea un insolito legame, determinato dalla percezione, tutta fisica, di essere testimoni di qualcosa che ci sovrasta ma che pure ci riguarda, ci trascina, ci coinvolge. È un’esperienza del corpo, dell’anima e dei sensi. Il linguaggio della parola è solo uno tra i tanti linguaggi che si usano sulla scena, non è neanche il più importante forse. Gesti e azioni compiuti dagli attori travolgono emotivamente lo spettatore fino a comunicargli l’orrore, la sofferenza, la speranza che questo percorso fatto insieme vuole realizzare. Gli attori stessi della compagnia, composta da elementi di varia nazionalità, sono un concentrato di talento e bravura, ma anche di storia personale che si mischia a quella della cultura da dove provengono. Tutto di loro viene trasportato e donato sulla scena, lo si percepisce. Ogni loro attitudine artistica e umana è coinvolta in questo estenuante gioco creativo e reale che è il teatro.
L’albero è una metafora, rappresenta la vita degli uomini che viene calpestata da altri uomini, simili ai primi solo nell’aspetto. Ma rappresenta anche la speranza, quella che si nasconde nell’infinito delle cose, del potere creativo e magnanimo della natura, di un possibile dio. Intorno a questo albero girano due monaci yazidi, che lo coltivano e se ne prendono cura nonostante due signori della guerra, uno europeo e l’altro africano, tentano di seminargli intorno sofferenza e distruzione. Sperano che la pianta torni a essere ricca di frutti per sfamare quegli uccelli che un giorno sono fuggiti dalla sua sterilità. Due cantastorie presentano via via i personaggi di questa visione. Una madre urla il suo dolore per la figlia morta, della quale conserva la testa in una zucca che porta sempre con sé. Una bambina gioca tra i rami con le sue bambole sognando di volare con il padre che aveva piantato l’albero per lei quando era nata. Alla fine spuntano i frutti e gli uccelli tornano, è la festa del cuore, è la riconciliazione con il tutto che ci circonda.
data di pubblicazione:18/02/2019
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Feb 18, 2019
Un libro può contenere una vita? Domanda retorica ma che si pone misurando la vitalità di un giovane 83enne innamorato della stessa e del basket. Racconto di 70 anni di esistenza completamente votata a una professione che è anche una vocazione. Tonino Zorzi è stato prima un ragazzino molto vivace, poi un promettente cestista, quindi un capocannoniere scudettato, infine un coach che ha avuto anche missioni speciali nel guidare la nazionale italiana di pallacanestro. Non si sarebbe mai ritirato se le condizioni di salute non lo avessero costretto. E dunque in questo volume-confessione, totalmente affidato a inesistente velleità letterarie si rivela appieno: esuberante, eccessivo, sopra le righe. Non è un libro specialistico perché contiene un pezzo di trasformazione dell’Italia sportiva e non solo. Dall’oratorio all’americanizzazione spinta. Dunque di qui la libera scelta di non affidarsi a un ghost writer per tradurre in bella calligrafia i racconti sparsi di questa errabonda esistenza. Il volume è spartano e non curato, trabocca di ripetizioni e di refusi. Ma la voglia di raccontare di Zorzi erompe e scardina gli schemi e si fa perdonare la mancata revisione che avrebbe giovato alla migliore confezione e accessibilità del testo. L’anziano che affabula ha il viso dolce di un bambino che distilla dolci ricordi ad aneddoti, affogati in un mare magnum di amicizie. Si tratteggia il basket dei pionieri, della pallonessa, di quando le trasferte nell’Urss venivano ripagate con l’importazione di caviale barattato con le calze di seta. Ricordi vintage dell’epoca che fu, anche sotto canestro. Si espande la generosità di Zorzi nel lanciare giocatori d’avvenire e nell’innamorarsi delle piazze cestistiche che ha frequentato, entrate nel midollo come una seconda pelle. Zorzi ha attraversato tutta la penisola, mai negandosi un ingaggio: da Gorizia a Reggio Calabria, vivendo anni ricchi e anni grami, ma con intatto il sorriso e la soddisfazione di chi è pagato per fare nella vita il mestiere che più gli piace. Altro non avrebbe saputo scegliere né fare.
data di pubblicazione:18/02/2019
da Antonio Jacolina | Feb 18, 2019
Oltre e prima del Mito e della Leggenda, la storia realisticamente rivisitata di Remo e Romolo, il loro viaggio verso la libertà durante il quale gli Dei o il Fato faranno sì che uno di essi sarà il futuro re di Roma
Finalmente un film italiano ambizioso, spettacolare ed originale, lontano per contenuti e qualità dalla produzione corrente della nostra cinematografia. Matteo Rovere si è coraggiosamente assunto il compito di riscrivere la leggenda della fondazione di Roma con il supporto economico di una coproduzione Italo-Belga, il contributo storico-culturale di alcune prestigiose Università, di attori, maestranze, tecnici e troupe altamente professionali. Il risultato offertoci dal giovane regista è veramente apprezzabile, una storia originale e girata con il forte impegno di risultare la piú autentica e la piú veritiera possibile. Tutto è decisamente realistico: costumi ed ambientazioni, fino allo stesso linguaggio usato per gli scarsi dialoghi: il latino, o meglio, un corretto “ proto-latino” opportunamente sottotitolato. La cosa non disturba affatto, dopo poco lo spettatore è talmente preso dalla narrazione filmica e dall’intensità della recitazione dei protagonisti, che ci si scorda dei sottotitoli. Anzi … tutto sembra ancora più vero. La realizzazione può far ricordare film come Apocalypto di M. Gibson, ed il gioco dei rimandi non si ferma certo qui; il ruolo della natura cosi incombente ed immanente nelle sue valenze spirituali ci può certamente ricordare The New World di T. Malick, così come la lotta per la sopravvivenza fra boschi e paludi non può non ricordarci The Revenant di G. Iñarritu.
Pur con tutti questi possibili rimandi, l’opera di Rovere è però originalissima e supportata da una fotografia più che eccellente, tutta in luci naturali, proprio per evidenziare il ruolo di coprotagonista della Natura, un mondo inospitale, selvaggio e ferino fatto di boschi oscuri e paludi, ove la storia ha il suo decorso naturale e lo stesso spettatore si trova immerso partecipe anche lui della lotta per la sopravvivenza.
Gli attori tutti sono bravi, in particolare sono poi eccellenti i due protagonisti Borghi (Remo) ed Alessio Lapice (Romolo). Certo il film è, a tratti, violento, ma la violenza era una realtà pervasiva di quei tempi, cosi come lo era l’influenza della superstizione o religione sulle azioni degli uomini. Siamo molto lontani dai kolossal in costume, dai peplum eleganti e finti di americana memoria o, dai “sandaloni” italiani con una Roma in cartapesta, siamo invece in un mondo arcaico, selvaggio e primitivo ma reale, fatto di fango, buio, paura e coraggio bestiale.
Una sfida vinta e vinta bene quella di Matteo Rovere. Un film lontanissimo dal banale, dall’ordinario e dalla mediocrità. Un film che, pur con qualche caduta di ritmo, forse troppo lungo e con un finale quasi retorico, avrà comunque un sicuro apprezzamento anche internazionale. Un film infine, da poter leggere anche con le chiavi di lettura attualissime del conflitto tutto umano fra realismo e rispetto del divino, vale a dire le vicende della condizione umana. Un cinema veramente coraggioso ed ambizioso! Ce ne fossero di film così.
data di pubblicazione:18/02/2019
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da Antonio Iraci | Feb 16, 2019
Seppur la critica internazionale presente a questa edizione della Berlinale abbia sin da subito accolto molto favorevolmente il film di Nadav Lapid, giovane regista e sceneggiatore di Tel Aviv, stupisce ugualmente l’assegnazione di un premio così importante come l’Orso d’Oro al suo Synonymes che, a parere di molti, è stato un po’ sopravvalutato. Il film narra delle vicende del giovane Yoav che decide di fuggire da Israele perché l’aria è diventata per lui irrespirabile, per trovare rifugio a Parigi dove cercherà in tutti i modi di integrarsi iniziando ossessivamente a perfezionare il suo francese. Sicuramente un film di valore interpretato in maniera mirabile dall’attore israeliano Tom Mercier, che ha saputo ben esprimere l’idea e lo spirito decisamente politici che il regista, in aperta polemica con il suo paese, ha voluto imprimere al suo film. Grande è stata poi la soddisfazione per il cinema italiano, dal momento che sono stati premiati ben due dei tre film presentati: Dafne di Federico Bondi come miglior film per la Sezione Panorama e La paranza dei bambini, in selezione ufficiale, che è stato premiato con l’Orso d’Argento per la migliore sceneggiatura. Entrambi, secondo chi scrive, hanno vinto meritatamente il premio, dimostrando ancora una volta che il cinema italiano, sovente così bistrattato in patria, riesce al contrario ad ottenere riconoscimenti nei più importanti festival internazionali come questa Berlinale appena conclusasi.
Ecco l’elenco completo dei premi assegnati ai film in concorso:
Orso d’Oro per il Miglior film a Synonymes di Nadav Lapid;
Orso d’Argento, Gran Premio della Giuria a Grâce à Dieu di François Ozon;
Orso d’Argento per il film che apre Nuove Prospettive a Syspemsprenger di Nora Fingscheidt;
Orso d’Argento per la Migliore Regia a Angela Schanelec per il film Ich war zuhause, aber;
Orso d’Argento per la Miglior Attrice a Yong Mei nel film cinese Di jiu tian chang;
Orso d’Argento per il Miglior Attore a Wang Jingchun sempre nel film cinese Di jiu tian chang;
Orso d’Argento per la Migliore Sceneggiatura a Giovannesi, Saviano e Braucci per La paranza dei bambini;
Orso d’Argento per il Miglior contributo artistico a Rasmus Videbaek per la fotografia in Out Stealing Horses.
E così questa 69esima edizione della Berlinale si è conclusa in maniera non proprio soddisfacente, a detta di molti. Nella cerimonia di chiusura si è voluto più volte ringraziare il contributo di Dieter Kosslick che ha diretto la Berlinale per ben diciotto anni. L’anno prossimo la direzione passerà a Carlo Chatrian, attualmente responsabile artistico del Locarno Film Festival.
La 70esima edizione avrà luogo dal 20 Febbraio al 1 marzo 2020 e noi di Accreditati ci auguriamo di essere ancora una volta presenti, con l’impegno e l’amore per il cinema che da sempre ci caratterizzano.
data di pubblicazione:16/02/2019
da Antonio Iraci | Feb 15, 2019
(69 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 7/17 Febbraio 2019)
È il 1889: siamo in un piccolo paese della Galizia in Spagna. Elisa e Marcela frequentano la stessa scuola cattolica presso un convento di suore. Sin dal primo incontro nasce tra di loro una immediata empatia che in poco tempo si trasformerà in una passionale relazione. Divenute entrambe maestre, decidono di vivere la loro relazione, comportamento scandaloso non tollerato tra gli abitanti del luogo. Nell’estate del 1901 Elisa decide di prendere l’identità del defunto cugino Mario e così, raggirando il parroco, potrà sposare regolarmente in chiesa l’amata Marcela e vivere come una coppia etero. L’inganno verrà scoperto e da quel momento inizierà per loro un periodo molto triste e pieno di insidie.
La regista catalana Isabel Coixet ha ottenuto un discreto successo nel 2005 con il film La vita segreta delle parole, presentato al Festival di Venezia nella Sezione Orizzonti e premiato in patria con ben quattro premi Goya, tra cui quelli per il miglior film e la migliore regia. A Berlino si era fatta già notare nel 2003 con La mia vita senza me e lo scorso anno con The Bookshop, pellicole che hanno ottenuto ampi consensi da parte del pubblico e della critica.
La Coixet sembra prediligere nei suoi lavori tematiche al femminile, come anche in questo suo ultimo lavoro presentato in concorso alla Berlinale, in cui viene affrontata una relazione tra due donne in un tempo in cui era intollerabile. Le immagini in bianco e nero trovano ispirazione da una vera foto che ritrae Marcela e Elisa, quest’ultima in sembianze maschili, il giorno delle loro nozze. Le inquadrature indugiano molto sulle protagoniste come per dare più risalto alla vicenda che le coinvolge, in una spirale sempre più drammatica, entrambe vittime di un contesto che non può accettare la loro unione sentimentale. La regista è molto brava nel voler sottolineare il coraggio dimostrato dalle due donne e la determinazione nel voler a tutti costi salvare il loro amore. Molto singolare è il fatto che il matrimonio non fu mai annullato anche se aspramente condannato, in un paese come la Spagna che passerà attraverso una dittatura di molti anni e che nel 2005 fu uno dei primi paesi democratici europei a legalizzare l’unione tra due individui dello stesso sesso.
L’unica critica al film è forse quella di voler indugiare troppo sull’intimità delle due donne, egregiamente interpretate da Natalia de Molina (Elisa) e Greta Fernàndez (Marcela), con delle semi-soggettive che di proposito allungano esageratamente i tempi di ripresa, anche se l’effetto ottenuto è funzionale alla storia che si articola in un periodo a cavallo tra la fine dell’ottocento e gli inizi del novecento, in cui le apparizioni in pubblico per le donne di un certo contesto sociale erano contenute e limitate. La pellicola prodotta da Netflix, presente per la prima volta a Berlino, non è stata accolta favorevolmente da tutta la critica presente alla Berlinale: si spera comunque che venga distribuito nelle sale cinematografiche italiane così come è avvenuto per Roma, premiato quest’anno a Venezia con il Leone d’Oro e in odore di Oscar.
data di pubblicazione:15/02/2019

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