da Rossano Giuppa | Feb 15, 2019
(Teatro Argentina – Roma, 12/24 febbraio 2019)
Enrico IV è una pietra miliare del teatro pirandelliano e della sua intera poetica. L’opera, in calendario al Teatro Argentina dal 12 al 24 febbraio 2019 per la regia di Carlo Cecchi, porta in scena i grandi temi della maschera, dell’identità, della follia e del rapporto tra finzione e realtà attraverso le vicende di un uomo, un nobile dei primi del Novecento, che da vent’anni vive chiuso in casa vestendo i panni dell’imperatore Enrico IV di Germania (vissuto nell’XI secolo), prima per vera pazzia, poi per simulazione ed infine per costrizione. Ciò che va in scena è la follia del teatro, un teatro che guarda al reale svelando il suo gioco e gli inganni interiori. Il testo è alleggerito dall’originale in quanto i lunghi monologhi sono ridotti in maniera estrema, secondo un linguaggio contemporaneo in una messa in scena che alterna atmosfera di prove aperte e di rappresentazione e nella quale Carlo Cecchi sfodera ironia, sarcasmo ed intelligenti intuizioni fuori copione.
Il regista focalizza la sua attenzione su quell’uomo che decide di portare avanti la messinscena di Enrico IV in pellegrinaggio da Matilde di Canossa ben oltre gli effetti della caduta da cavallo. Per anni vive una vita patinata e fiabesca con l’aiuto di quattro uomini pagati per fingersi suoi consiglieri, ma a un certo punto riconquista la ragione e si rende conto che tutti lo prendono per pazzo. Allora capisce che esserlo gli conviene, permettendogli di osservare, da fuori, la grande sceneggiata predisposta per lui, che coinvolge anche la donna che amava, Matilde Spina, l’amante di lei Tito Belcredi, un dottore che vuole provocargli uno choc per farlo rinsavire. Cancella la propria vita per scegliere il teatro e per il teatro impazzisce e continua a fare quella recita che dapprima è una tragedia e poi diventa farsa.
Adattatore, regista e attore proprio nei panni del protagonista, Cecchi non si prende per niente sul serio e procede a una sforbiciata radicale del proprio personaggio riuscendo a usare finzione e umorismo ai fini di un gioco che spiazza e confonde lo spettatore: l’intreccio di normalità e follia, la perdita d’identità, il rapporto tra reale e maschere che indossiamo o che gli altri ci costringono a indossare, il fallimento della scienza, la rinuncia alla vita per non affrontare la sofferenza, la follia come fuga e rifugio – qui aleggiano la mascherata e il teatro nel teatro. A sostenere la struttura performativa alcuni bravi attori che fanno parte del vissuto di Cecchi: Angelica Ippolito, Gigio Morra, Roberto Tirifirò, insieme a Chiara Mancuso, Remo Stella.
Carlo Cecchi esaspera la finzione, dimostra la falsità di quella macchina teatrale che vive grazie a personaggi, che si nutre di gesti stereotipati non reali. E non è un caso che l’ultima battuta sia «Su, alzati, domani c’è un’altra replica», perché il Teatro offre la possibilità e la libertà di riprovare e rifare. La tragedia allora si trasforma in farsa e la macchina del teatro continua.
data di pubblicazione:15/02/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Feb 14, 2019
(69 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 7/17 Febbraio 2019)
Petrunya ha 31 anni ed è laureata in storia, ma non riesce a trovare lavoro perché nel piccolo villaggio della Macedonia, dove vive ancora con i genitori, a nessuno interessa quel titolo di studio e che ad averlo sia una donna. Il giorno dell’epifania è usanza che il prete ortodosso della comunità getti nelle acque gelide del fiume Vardar una croce di legno: tutti i ragazzi si tuffano per cercare il prezioso oggetto che, secondo la millenaria tradizione del luogo, gli assicurerà fortuna durante l’intero anno. Tornando a casa, dopo un ennesimo colloquio di lavoro fallito, Petrunya assiste alla cerimonia e, senza alcun indugio, si getta vestita e riesce a recuperare il crocifisso. Questo fatto renderà furiosi gli uomini del paese che da quel momento in poi non le daranno più pace.
Teona Strugar Mitevska è una regista di Skopje al suo debutto qui alla Berlinale. Il suo film, presentato in concorso, è un’amara satira contro la sua società perché ci racconta della ribellione di una donna contro la rigida mentalità patriarcale ancora vigente in Macedonia. La pellicola se da un lato ha aspetti veramente divertenti e al limite del grottesco, d’altro lato invece induce ad una amara riflessione sull’atteggiamento machista di alcuni paesi come quello di questa storia. È pur vero che la ragazza ha infranto un’antica tradizione religiosa, in una competizione che vede la partecipazione solo di individui di sesso maschile, anche se di fatto le autorità non trovano alcuna legge dello stato che vieti espressamente ad una donna di partecipare. L’atto di ribellione, accompagnato dalla tenacia di resistere agli insulti e alle intimidazioni dell’intera comunità, si può certo considerare il primo tentativo di riscatto da parte di Petrunya che, in quel contesto, sembra non avere pari opportunità rispetto agli uomini. Anche in famiglia la donna non trova sostegno e comprensione da parte dei genitori che la considerano un peso inutile e che difficilmente troverà marito non essendo più giovanissima.
Tra il serio ed il faceto il film ci manda un preciso messaggio di emancipazione femminile che fa fatica a decollare. Il ruolo della protagonista è assegnato a Zorica Nusheva nei panni di una donna che oramai non crede più nelle leggi, civili o religiose che siano, né si aspetta alcun riconoscimento per quello che è e per quello che rappresenta. Una lode particolare però va alla regista per aver usato con ironia un linguaggio diretto che, senza tanti preamboli ,ridicolizza l’atteggiamento della chiesa ortodossa e delle pubbliche istituzioni che sembrerebbero quasi indurre alla misoginia.
Di fronte al caso divenuto di dominio pubblico, dove Petrunya rischia addirittura il linciaggio, interviene pure la giornalista Slavica (Labina Mitevska) che cerca in tutti i modi di far carriera sfruttando l’occasione con uno scoop sensazionale per la televisione; sagace l’osservazione di uno dei tanti intervistati: e se Dio fosse in realtà donna?
data di pubblicazione:14/02/2019

da Antonio Iraci | Feb 13, 2019
(69 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 7/17 Febbraio 2019)
Zum Goldenen Handschuh, che in italiano sarebbe ”al guanto d’oro”, era un localaccio malfamato molto frequentato negli anni settanta che si trovava nel famoso quartiere a luci rosse St. Pauli di Amburgo. In questo bar, luogo di ritrovo di ubriachi e di vecchie prostitute, Fritz Honka andava a reclutare le sue donne per portarsele a casa nel vano tentativo di possederle sessualmente. Al suo ennesimo fallimento scaricava la sua rabbia uccidendole per poi smembrare i loro corpi e nasconderli in un ripostiglio. Una misera storia con un misero epilogo.
Fatih Akin, nato ad Amburgo da genitori turchi emigrati in Germania negli anni sessanta, è un regista e sceneggiatore oramai noto in campo internazionale dopo i successi ottenuti con La sposa turca che vinse nel 2004 l’Orso d’Oro qui a Berlino e l’European Film Award; successivamente con Ai confini del Paradiso fu premiato al 60esimo Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura mentre nel 2009 con Soul Kitchen ebbe a Venezia il Leone d’Argento, Gran premio della Giuria. Il film presentato in concorso in questa edizione della Berlinale è tratto da un fatto di cronaca vera che riguarda Fritz Honka, un serial killer la cui storia aveva ispirato nel 2016 Heinz Strunk a scrivere un romanzo subito considerato un interessante caso letterario. Colpito dalla vicenda criminale, che aveva scosso in quegli anni l’opinione pubblica tedesca, Fatih Akin porta ora sul grande schermo gli omicidi di Honka, facendo una minuziosa rappresentazione dei fatti, o meglio misfatti, dell’assassino. Lo spettatore viene quasi costretto a subire la scena in uno spazio claustrofobico dove oltre al feroce delitto dovrà pure assistere alla mutilazione del cadavere. Non certo di conforto è lo spettacolo dell’umanità che si incontra nel famoso locale di Amburgo: ubriachi senza fissa dimora e prostitute dai corpi informi avvolti in panni sudici e maleodoranti e la cui esistenza non interessa a nessuno. Nonostante la perfetta ricostruzione del singolare appartamento del serial killer e di ogni singolo dettaglio estetico, ci si chiede il perché di tutta questa messa in scena. Non sembra ravvisarsi una minima indagine psicologica della figura del protagonista e del suo background che possa in qualche modo dare una spiegazione circa gli efferati omicidi. Si nota però una certa rara convergenza tra ciò che Honka pensava delle donne e come in effetti vengono rappresentate nel film: solo carne da macello. Si tratta quindi di vedere l’umanità attraverso gli occhi di un individuo il quale patologicamente non ha più nulla di umano così come le vittime, private della vita prima ancora di essere uccise.
Ottima l’interpretazione dell’attore tedesco Jonas Dassler, che ricopre il ruolo del protagonista, veramente irriconoscibile per assomigliare il più possibile all’omicida. Ci si chiede se vale la pena di sottoporsi a questo film, a tratti decisamente disgustoso e con delle scene macabre che il regista avrebbe fatto bene ad evitarci. Pubblico in sala molto perplesso…
data di pubblicazione:13/02/2019

da T. Pica | Feb 13, 2019
(Sala Umberto – Roma,12/17 febbraio 2019)
Al “centro” della sagace Trilogia di Riccardo Rossi, tra lo spettacolo L’amore è un gambero e Viva le donne, ha esordito ieri al teatro Sala Umberto di Roma il “mediano” That’slife!
Se avete voglia di una serata diversa, all’insegna di momenti amarcord e, soprattutto, se siete travolti (e stravolti) dal caos metropolitano serve un po’ di sana condivisione e That’s life! è lo spettacolo che fa per voi. E già, perché lo spettacolo del mattatore Riccardo Rossi è un album di istantanee delle fasi della vita dove inesorabilmente tutti gli spettatori, anche quelli che come me stazionano nella fascia “35/45 l’età dei doveri”, ritrovano una serie di “foto” proprie o di un genitore o di un caro amico.
Si parte dalla fine con la “lapidaria” è fatta! per poi riprendere le fila dal primo gemito emesso nella sala parto: ecco che ha inizio lo spassoso viaggio dei momenti topici della vita di ognuno di noi. Con l’ausilio di alcune foto e delle incursioni musicali sapientemente inserite dal navigato e sopraffino intenditore di musica Riccardo Rossi, ci si ritrova a condividere, insieme alla signora sconosciuta che ci siede accanto e al signore della fila davanti, una serie di momenti cruciali, dolci e amari, che – anche grazie alla distanza segnata dal tempo o al fatto che per alcuni sono ancora momenti noti de relato – sono tutti indistintamente unici ed esilaranti.
La fase dell’incoscienza, quella degli ottantenni, la fatidica tappa dei 50 anni, il primo vero debutto in società che si manifesta a febbraio durante l’età dell’innocenza…e in effetti è proprio questa la vita! Ogni fase, ogni età ha i suoi momenti d’oro, le sue ossessioni e le priorità cambiano. Tuttavia, il mix di emozioni, obiettivi, entusiasmi che colorano le varie tappe ci rendono tutti delle irresistibili macchiette, ci rendono tutti uguali nelle nostre fragilità, ansie, paure e nei sentimenti avvicinandoci e abbattendo i muri delle differenze artefatte e dell’indifferenza perché ad ogni età il motto è uno soltanto: barcollo ma non mollo! Questa è la vita, fatta di musica – da Stevie Wonder, a Gloria Gainor fino agli inossidabili pimpanti Rolling Stones – gaffe, siparietti, voglia di correre e di non arrendersi mai, chiudendo ogni tanto un occhio sui segnali del tempo che passa.
Uno spettacolo da non perdere per un momento di autentica condivisione esilarante!
data di pubblicazione:13/02/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Feb 12, 2019
(69 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 7/17 Febbraio 2019)
Un gruppo di ragazzi, tutti minorenni, sfrecciano con i loro scooters per le vie del rione Sanità di Napoli. Il sogno della loro vita è quello di procurarsi con ogni mezzo tanti soldi, sufficienti a garantire loro l’ultimo modello di sneakers o altro capo d’abbigliamento super firmato. Usano e spacciano droga e non esitano un istante ad impugnare le armi per tenere sotto controllo il quartiere. Il loro leader è Nicola che conosce a fondo le regole del gioco e sa esattamente che per affermarsi dovrà contrastare i vecchi boss malavitosi che ora detengono il potere. Letizia, la sua ragazza, lo seguirà in questa escalation di criminalità, anche lei è conquistata da una vita facile, piena di lusso e di divertimenti.
La paranza dei bambini, presentato oggi in concorso alla Berlinale, è un film di Claudio Giovannesi tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano che ne ha curato la sceneggiatura insieme allo stesso regista e a Maurizio Braucci. Il termine paranza non serve solo ad indicare un tipo di pesca che utilizza una rete a strascico, ma in gergo camorristico indica una piccola banda malavitosa formata da giovanissimi, ragazzi per lo più quindicenni che hanno abbandonato la scuola e che cercano di realizzare il loro unico sogno di entrare nella criminalità spicciola del quartiere in cui vivono. Per potersi imporre dovranno intanto avere una pistola per fronteggiare chi già detiene il potere, ed iniziare così a trafficare droga che consente loro di procurarsi in breve tempo una grande quantità di denaro. Divenuti i capi indiscussi che controllano gli affari, di fronte alla loro efferatezza nell’usare le armi anche i vecchi boss di una volta si arrendono e cedono il passo.
Giovannesi, regista molto sensibile verso i problemi dei giovani (ricordiamo Alì ha gli occhi azzurri del 2012 e Fiore del 2016), ha dichiarato di non volere assolutamente guadagnarsi una funziona pedagogica ma semmai illustrare una realtà, tutta napoletana, dove gli stessi giovani si trovano costretti ad una scelta criminale, per lo più inconsapevoli dei rischi e del prezzo molto alto che prima o poi dovranno pagare. Una decisione quindi determinata dalla contingenza di soddisfare per sé e per la propria famiglia dapprima dei bisogni primari, e poi per comprarsi generi di lusso veri e propri status symbol del potere. I due protagonisti Nicola (Francesco Di Napoli) e Letizia (Viviana Aprea) sono stati presi dalla strada così come tutti gli altri giovani interpreti, pure loro non professionisti, che nel quotidiano seguono per fortuna ideali ben diversi. A differenza di Gomorra di Matteo Garrone, anch’esso ispirato all’omonimo best seller di Saviano, La paranza dei bambini ci mostra un aspetto un po’ diverso, quasi tenero, intriso di un realismo estremo che ci porta ad osservare la vita pulsante dei quartieri napoletani dove nonostante tutto aleggia una profonda umanità, sentimento che in fondo anima la coscienza di questi ragazzi, cresciuti disgraziatamente in fretta.
È alta la curiosità nel vedere come la giuria valuterà questo film, in cui violenza e amore seguono le vicende degli attori verso un ineluttabile epilogo, e sui quali il regista si è astenuto volutamente dall’esprimere alcun giudizio né tantomeno dal condannare.
data di pubblicazione:12/02/2019

da Daniele Poto | Feb 12, 2019
(Teatro Rivellino di Tuscania – Viterbo, 10 febbraio 2019, poi in tournée in Italia)
Malinconico one man show di un attore fuori dalle quinte da molto tempo. Purtroppo si vede e si vede. Con grande rispetto per la perduta grandezza.
Flavio Bucci, attore borderline, è stato un grande protagonista della scena italiana degli anni ’70 e ’80 occupando una pole position mediatica anche grazie ai grandi ascolti di fiction televisive come quella in cui impersonava Ligabue. Recitazione sopra le righe, altisonante e tonitruante, da mattatore, con il rischio del birignao dietro l’angolo. Poi ha accumulato il peso di vizi personali, dissipando un talento con passatempi costosi e distraenti. Alla metafora dell’attore che muore in scena ha preferito il saggio ventennale ritiro. Ora, per passione o necessità, è tornato a calcare i palcoscenici con l’amorevole contributo dell’amico regista Marco Mattolini che con pazienza ha cercato di scuoterne la pigrizia e la ruggine professionale. Dopo l’esordio al Belli di Roma ha in programma una vasta tournée in giro per l’Italia con uno spettacolo che non si può dire rodato. Il primo tempo scorre via tecnicamente disastroso. La piccola troupe ha ritardato l’inizio dello spettacolo arrivando all’ultimo momento dalla capitale e un sentore di improvvisazione si è respirato con continue ripetizioni e la scarsa sincronia tra il parlato di Bucci e le immagini che scorrevano sulla scena. Bucci non si abbandona al flusso degli aneddoti ma rimane nella medietà di una narrazione quieta e un po’ banale. Nel secondo tempo il regista Mattolini sembra intervenire in scena per raddrizzare la barca. S’improvvisa giornalista e stimola Bucci con domande appropriate. Il protagonista si scioglie e si anima, la tensione s’impenna, anche perché Bucci fa ricorso al bagaglio della memoria per restituire in scena, sia pure vestendo panni borghesi, le interpretazioni classiche che lo hanno reso famoso. L’attore è un atleta, se non si allena peggiora. L’augurio è che le repliche possano snellire e sciogliere un lungo strutturato monologo che ha bisogno di qualche guizzo e di una messa a punto omogenea.
data di pubblicazione:12/02/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Feb 12, 2019
Olivier (Romain Duris), caposquadra in un’azienda che ricorda tanto Amazon, è sempre pronto a battersi generosamente per i suoi colleghi, non coglie però i segnali di malessere di sua moglie che un giorno lo abbandona solo con i suoi due bambini. Olivier dovrà decidere per quali battaglie dovrà impegnarsi.
Ancora un film francese. Preceduto dall’eco di un discreto successo, giunge sui nostri schermi un altro film di oltr’Alpe che ci conferma la misura di quante e quali siano le differenze di qualità e di gusti fra le due cinematografie. Come andrà in Italia? Difficile fare previsioni, probabilmente otterrà gli apprezzamenti discreti di qualche critico e di alcuni spettatori e l’indifferenza dei tanti. Peccato! D’altra parte il mercato italiano si conferma tutto sui generis vista la tiepida accoglienza che il pubblico nostrano ha riservato ad un film come La Favorita, nonostante i premi già ottenuti, quelli previsti e gli entusiasmi con cui invece pubblico e critica lo avevano già accolto altrove.
Le nostre Battaglie, selezionato nella Settimana della Critica nell’ultimo Festival di Cannes, è l’opera seconda del regista franco-belga Senez che conferma il suo talento nell’affrontare temi sociali e che, riprendendo un tema a lui caro: quello della paternità, ci racconta con tenerezza una storia intimista e sociale al tempo stesso, trovando il tono giusto per parlarci di rapporti umani, di lavoro, di famiglia, di paternità, di responsabilità … in breve della vita. Una “cronaca familiare” di un uomo, di un padre impegnato, troppo impegnato sul lavoro, tutto intento a combattere le ingiustizie sociali, che, dopo la sparizione della moglie, è costretto a prendere coscienza di ben altre battaglie: delle sue responsabilità familiari, dei suoi due bambini, e dei cambiamenti che questa presa di coscienza può comportare nella vita di un uomo. Una storia quotidiana quasi banale, un tema già affrontato in tanti film, che sulla carta non aveva nulla di eccitante e che ben pochi autori sono riusciti ad affrontare senza note false o lacrimevoli. Il nostro regista sa invece evitare, con abilità, di cadere nella trappola, ed ecco allora renderci, senza alcuna commiserazione, alcun manicheismo, al contrario con brevi tocchi realistici ed efficaci, una storia in perfetto equilibrio fra il dramma intimo e la cronaca sociale. L’autore infatti, senza alcune eccesso descrittivo, ci fa condividere i dubbi, le delusioni, le rabbie, ma anche le tenerezze e l’impegno dei suoi personaggi, tutti toccanti ed umanissimi, restituendoci con precisione e discrezione tutte le incertezze della vita umana e la complessità del mondo. Al centro del film, lontano dai suoi personaggi abituali, in un ruolo magnifico, tipico di attori del calibro di V. Lindon, c’è R. Duris, che il regista è riuscito con successo a trasformare facendogli perdere la sua maschera di charmeur dal sorriso automatico. L’attore, con un’interpretazione matura, ci regala un “padre-coraggio” intenso, vero e commovente. Un padre pronto a lottare su tutti i fronti pur di non tradire né il proprio impegno familiare né tantomeno il proprio impegno sociale, cercando di definire per quali battaglie valga ancora la pena di continuare a battersi ed a quale prezzo. Lo circondano in splendidi ruoli secondari un coro di attrici di grande capacità recitativa per spontaneità, intensità e presenza scenica.
Un film dunque alla maniera dei migliori Fratelli Dardenne, ma con un tocco in più di sensibilità e grazia che consente al regista di giocare brillantemente su due registri: quello intimo e quello sociale, alternando tratti drammatici a tratti leggeri, con una direzione fluida e senza sforzi apparenti e con risultati così buoni da far sembrare tutto come naturale. Come nella migliore tradizione del cinema francese, Le nostre Battaglie è un film di attori. Un cinema semplice, di sentimenti, ma un cinema bello e sincero che esamina l’uomo quotidiano senza mai giudicarlo. Un film di rara finezza, diretto con sensibilità ma senza sentimentalismi.
data di pubblicazione:12/02/2019
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Feb 11, 2019
(69 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 7/17 Febbraio 2019)
Dopo l’improvvisa morte della madre, Dafne, nata con la sindrome di Down, dovrà occuparsi energicamente del padre che sta lottando contro una forte depressione. Ma Dafne dovrà anche pensare a riorganizzare la sua vita rielaborando il lutto dentro di sé: di contro troverà, nel supermercato dove lavora, un clima di affetto tra i colleghi e gli stessi clienti, che la circondano d’affetto disinteressatamente. Nonostante la giovane età, sarà lei che prenderà in casa le redini della situazione e, con l’ottimismo che la contraddistingue, sarà capace di superare i momenti tristi e trovare la forza di andare avanti per la sua strada.
Federico Bondi è un giovane regista e sceneggiatore italiano che si è fatto già conoscere dalla critica e dal pubblico con il suo primo lungometraggio Mar Nero, più volte premiato nel 2008 al Festival di Locarno. Questo suo secondo lavoro Dafne, presentato nella Sezione Panaroma della Berlinale, è un progetto nato quasi per caso, come ha dichiarato il regista, osservando un giorno per strada un signore che teneva per mano una ragazza “Down”. Ripensando a quella scena non esitò a scrivere un soggetto che, dopo l’incontro con la protagonista Carolina Raspanti, diventerà una vera e propria sceneggiatura. Il film sin da subito colpisce proprio per la sua interpretazione, perché si percepisce che la giovane non recita alcun copione ma sé stessa, così com’è realmente nella vita. In sostanza riesce perfettamente a trasmettere la sue verve e il suo modo coraggioso di affrontare il quotidiano. Come da lei stessa affermato, le disgrazie bisogna buttarsele dietro le spalle e andare avanti perché, comunque sia, la vita è bella per quello che è e per come noi stessi vogliamo costruircela.
Una storia semplice dunque, ma che ci diverte e commuove al tempo stesso, perché tocca quanto di più genuino si possa rappresentare. Man mano che la narrazione va avanti non ci si accorge neppure della disabilità di Dafne, perché la sua diversità è al contrario ciò che rende noi diversi, incapaci di percepire e di godere “del qui ed ora”. Il padre, che per tre giorni dalla nascita non ebbe il coraggio di guardare la figlia nella culla, se ne fece poi una ragione ed ora la osserva quasi con ammirato stupore perché è proprio lei che gli procura la forza di sopravvivere al dolore per la perdita della moglie.
Quello che il film nella sua semplicità vuole dirci è che nella vita sostanzialmente non ha importanza chi riesce a dare e chi invece riceve, ciò che conta è restare uniti per superare insieme con un sorriso quello che verrà.
Un plauso va a questo giovane regista che con la sua spontaneità è riuscito a creare un gioiello cinematografico e a dare un messaggio forte al pubblico, che in sala lo ha ringraziato con un lungo e caloroso applauso.
data di pubblicazione:11/02/2019

da Antonio Iraci | Feb 10, 2019
(69 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 7/17 Febbraio 2019)
Bernadette, o Benni come lei preferisce farsi chiamare, è una bambina di nove anni dall’aspetto delicato ma dotata di una terribile energia distruttiva verso tutto ciò che la circonda. La si può definire una “system crasher” termine che viene usato per descrivere quei soggetti che rifiutano qualsiasi tipo di regola e che pertanto sono destinati a essere rinchiusi in centri sociali speciali. Ma in famiglia o, peggio ancora, nei vari centri di accoglienza in cui è stata ospitata, non si riesce a calmare la sua rabbia e a infonderle quel sentimento di fiducia verso coloro che tutto sommato le vogliono bene e che si prendono con impegno cura di lei. L’unica cosa che consentirebbe a Benni di comportarsi in maniera normale sarebbe la possibilità di tornare a vivere con la madre e suoi fratellini.
A Berlino con il suo primo lungometraggio, la regista tedesca Nora Fingscheidt si occupa di una bambina a dir poco problematica, in quanto Benni (egregiamente interpretata dalla bravissima Helena Zengel) non solo è iperattiva ma è anche dotata di una incredibile dose di violenza che non esita a manifestare verso tutti coloro che la circondano, grandi e piccoli. Il film è un piccolo dramma con al centro della scena la giovane protagonista che riesce a coinvolgere il pubblico che non può che seguire con una certa apprensione tutta la sua odissea, che si svolge tra un istituto e una casa di accoglienza, in cui nessun metodo adottato riesce ad aver presa su di lei. Allo stesso tempo la storia è anche una disperata dichiarazione d’amore che la piccola tenta in ogni maniera di far giungere alla madre, donna debole ma anche l’unica che potrebbe salvarla e che, al contrario, si rifiuta di accoglierla in famiglia in quanto la ritiene pericolosa e di cattivo esempio per i suoi fratelli. Quando vediamo la bambina sottoposta ad ogni tipo di accertamento medico per scoprire quale malattia nervosa possa causare i suoi comportamenti fuori controllo, scopriamo un corpo pieno di ferite che farebbero pensare ad abusi sulla sua persona, ma che al contrario sono l’espressione concreta, tangibile, di un senso di colpa che la piccola prova e che sconta sul proprio corpo perché si ritiene incapace di conquistarsi l’affetto della madre, unica persona a cui lei tiene veramente. E così quella violenza indiscriminata verso tutti “gli altri”, è un modo per mascherare tanta infelicità e disperazione per non riuscire a tornare nella sua casa.
Systemsprenger è un film delicato, una eccellente prova registica di sensibilità verso l’infanzia calpestata, poco rispettata, alla quale non si riesce a dare attenzione e affetto necessari per una vita dignitosa.
L’interpretazione di Helena Zengel è di altissimo livello come quella dell’intero cast che ruota intorno alle vicende della piccola Benni: una storia terribilmente vera che lascia la sensazione di un vuoto inconsolabile.
data di pubblicazione:10/02/2019

da Giovanni M. Ripoli | Feb 10, 2019
Tratto da un articolo comparso sul New York Times, la storia è quella di Earl Stone, anziano floricoltore in disgrazia che, cooptato da un cartello di trafficanti, in virtù della sua abilità nella guida del suo pick-up (con cui ha raggiunto 41 stati su 50 senza mai prendere una contravvenzione e senza essere mai fermato dalla polizia), diviene un corriere della droga. Ovviamente ci saranno problemi…
È una storia vera e paradossale, trattata alla maniera dell’ultimo Eastwood, questo gigante della cinematografia, in grado a quasi novant’anni(è del 1930) di sfornare film e interpretazioni di costante altissimo livello. Da quando Sergio Leone lo scherniva dicendo che aveva solo due espressioni da attore “una col cappello e una senza”, l’affascinante cowboy nato nella serie tv Rawhide e assurto alla fama con i western all’italiana dello stesso Leone, ne ha fatta di strada raggiungendo vette autoriali e interpretative, assolute. Regista onnivoro, conservatore in politica, ma capace di trattare temi scomodi a livello sociale come neanche Dalton Trumbo, negli ultimi anni, Clint Eastwood, ha sfornato, da regista, autentici capolavori, cito a caso, le due pellicole su Iwo Jima, Gli Spietati, Mystic River e Gran Torino con il quale, idealmente, si collega il film in questione. The Mule, infatti, al di là della trama apparentemente “nera” (in fondo tratta di attività illegali) è una commedia o se preferite una tenera ballata e il vecchio Earl ricorda moltissimo l’anziano burbero di Gran Torino, questa volta, però, in salsa “light”. I toni prevalenti del film sono infatti leggeri, Clint/Stone, attempato floricoltore dell’Illinois, è una simpatica vecchia canaglia, innamorata più dei suoi fiori che della sua famiglia, ascolta musica country, la canticchia, fa il cascamorto con le donne a prescindere dall’età (sua e delle donne), appena può balla, scherza e gigioneggia. Non è però un personaggio positivo a tutto tondo: è egoista, un po’ vanesio, a volte cinico, e, torto più grave, nella sua lunga vita sa di essersi sistematicamente dimenticato di tutti gli eventi importanti di figli, nipoti e specialmente della devota moglie. Perchè parlare, allora, di commedia o di una ballata sentimentale e non di un noir, perché ad una lettura più attenta sono i temi drammatici a inserirsi in quelli soft della commedia e non il contrario. Anzi, se proprio vogliamo evidenziare difetti, in una pellicola che scorre fluida e leggera per buona parte della durata, questi sono legati alle virate sulle parti drammatiche o su quelle esageratamente “buoniste” (vedi l’incontro con l’agente della DEA o quello al capezzale della moglie morente), forse un logico dazio pagato alla non più giovane età del protagonista e francamente distonico rispetto all’andamento complessivo della pellicola, una sorta di tardiva redenzione …
La storia non è nuova, altri film e fiction (su tutte Breaking Bad) hanno affrontato storie vere e paradossali enfatizzandone il senso grottesco, ma la grandezza di Eastwood sta nell’apparente normalità con cui tratta un tema rischioso e in realtà drammatico come quello della droga e dei suoi cartelli. Ma lo fa, da par suo, con una leggerezza e un’ironia capaci ancora una volta di lasciare il segno. Il Corriere, forse non è un capolavoro, ma certamente un’occasione da non perdere per lo spettatore/trice anche e/o soprattutto perché la sola ingombrante figura del protagonista, alto, ancora bello, elegante, onesto nel non voler nascondere i segni del tempo, in termini di mera presenza scenica, sovrasta gli altri bravi comprimari, tra cui un asciutto Bradley Cooper (l’agente DEA) e una intensa Dianne Wiest (la trascurata moglie).
data di pubblicazione:10/02/2019
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