BERLINALE [7] – DER GOLDENE HANDSCHUH di Fatih Akin, 2019

(69 INTERNATIONALE FILMFESTSPIELE – Berlino, 7/17 Febbraio 2019)

Zum Goldenen Handschuh, che in italiano sarebbe ”al guanto d’oro”, era un localaccio malfamato molto frequentato negli anni settanta che si trovava nel famoso quartiere a luci rosse St. Pauli di Amburgo. In questo bar, luogo di ritrovo di ubriachi e di vecchie prostitute, Fritz Honka andava a reclutare le sue donne per portarsele a casa nel vano tentativo di possederle sessualmente. Al suo ennesimo fallimento scaricava la sua rabbia uccidendole per poi smembrare i loro corpi e nasconderli in un ripostiglio. Una misera storia con un misero epilogo.

 

  

Fatih Akin, nato ad Amburgo da genitori turchi emigrati in Germania negli anni sessanta, è un regista e sceneggiatore oramai noto in campo internazionale dopo i successi ottenuti con La sposa turca che vinse nel 2004 l’Orso d’Oro qui a Berlino e l’European Film Award; successivamente con Ai confini del Paradiso fu premiato al 60esimo Festival di Cannes per la migliore sceneggiatura mentre nel 2009 con Soul Kitchen ebbe a Venezia il Leone d’Argento, Gran premio della Giuria. Il film presentato in concorso in questa edizione della Berlinale è tratto da un fatto di cronaca vera che riguarda Fritz Honka, un serial killer la cui storia aveva ispirato nel 2016 Heinz Strunk a scrivere un romanzo subito considerato un interessante caso letterario. Colpito dalla vicenda criminale, che aveva scosso in quegli anni l’opinione pubblica tedesca, Fatih Akin porta ora sul grande schermo gli omicidi di Honka, facendo una minuziosa rappresentazione dei fatti, o meglio misfatti, dell’assassino. Lo spettatore viene quasi costretto a subire la scena in uno spazio claustrofobico dove oltre al feroce delitto dovrà pure assistere alla mutilazione del cadavere. Non certo di conforto è lo spettacolo dell’umanità che si incontra nel famoso locale di Amburgo: ubriachi senza fissa dimora e prostitute dai corpi informi avvolti in panni sudici e maleodoranti e la cui esistenza non interessa a nessuno. Nonostante la perfetta ricostruzione del singolare appartamento del serial killer e di ogni singolo dettaglio estetico, ci si chiede il perché di tutta questa messa in scena. Non sembra ravvisarsi una minima indagine psicologica della figura del protagonista e del suo background che possa in qualche modo dare una spiegazione circa gli efferati omicidi. Si nota però una certa rara convergenza tra ciò che Honka pensava delle donne e come in effetti vengono rappresentate nel film: solo carne da macello. Si tratta quindi di vedere l’umanità attraverso gli occhi di un individuo il quale patologicamente non ha più nulla di umano così come le vittime, private della vita prima ancora di essere uccise.

Ottima l’interpretazione dell’attore tedesco Jonas Dassler, che ricopre il ruolo del protagonista, veramente irriconoscibile per assomigliare il più possibile all’omicida. Ci si chiede se vale la pena di sottoporsi a questo film, a tratti decisamente disgustoso e con delle scene macabre che il regista avrebbe fatto bene ad evitarci. Pubblico in sala molto perplesso…

data di pubblicazione:13/02/2019 







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