da Antonietta DelMastro | Feb 4, 2019
Daniele Poto nella sua opera Lo sport tradito (37 storie in cui non ha vinto il migliore), compie una sorta di amaro percorso attraverso oltre un secolo di storie di tanti sport in cui lo spirito di De Coubertin è stato talora dimenticato per la slealtà umana, ma ancor più spesso calpestato per motivi politici e di bramosia di denaro e potere.
I valori di lealtà e sana concorrenza degli atleti e delle squadre in competizione nelle più diverse discipline sono ormai del tutto soverchiati dagli interessi economici imposti dagli sponsor, dai palinsesti televisivi, da influenze politiche, anche tramite corruzione e doping.
E se è certo che tali fenomeni si verificano con crescente frequenza e gravità, è allo stesso tempo vero che anche in passato, già nella seconda metà dello scorso secolo, si ricordano tanti episodi di “sport tradito”.
L’autore quindi, con grande dovizia di particolari, ci parla dei fenomeni di “doping di stato” delle mitiche nuotatrici della DDR negli anni ’70, più robuste dei nostri attuali campioni di nuoto, così come del fenomeno contemporaneo riguardante le più diverse discipline nella Russia di Putin, passando attraverso il periodo cinese.
Allo stesso tempo apprendiamo delle grandi manovre politiche degli organismi internazionali, a partire dal CIO e dalle Federazioni sportive internazionali, con esclusione di Paesi dai grandi eventi sportivi per fornire un’idea di pulizia, e dai ripescaggi in forma alternativa degli atleti per giungere a compromessi di natura politica e per non sminuire gli eventi televisivi.
Si passa poi alla rappresentazione della slealtà a tutti livelli, dai goal di mano di Maradona durante i Mondiali di Calcio, alla monetina che fa svenire Alemao, fino ai racconti di Mazzola che narra dei falliti tentativi di combine della Nazionale di Calcio, passando per i sorteggi truccati di Platini per favorire la propria nazionale francese.
Purtroppo la memoria del pubblico sportivo è assai corta, per cui si dimenticano tanti eventi che in realtà avrebbero dovuto far perdere ogni credibilità ad un sistema in cui tanti dei protagonisti, atleti, dirigenti ed arbitri, se non sono corrotti sono sleali.
Correttamente l’autore non vuole fornire un quadro completo dei tradimenti dei veri valori dello sport, ma solo rinfrescare la memoria del lettore per ricordare quanto di falso e fasullo ci sia in tante prestazioni ed episodi dello sport, che invece dovrebbe essere esempio di lealtà.
data di pubblicazione:04/02/2019
da Paolo Talone | Feb 2, 2019
(Teatro Vascello – Roma, 31 gennaio/10 febbraio 2019)
Un anziano regista, addormentato in mezzo a un mucchio di oggetti di scena, sogna le sue paure, le sue delusioni, i suoi drammi inconclusi e i suoi desideri. È anziano, ma ancora non troppo vecchio per fare bilanci definitivi e abbandonare tutto.
Una leggera nube di fumo ci accoglie in teatro. Un sottile sipario lascia intravedere la scena, rimarrà giù per tutta la serata. È la barriera che divide il pubblico dal palco, luogo onirico, sospeso tra la realtà e la finzione. Gli oggetti di scena delle prove per Il sogno di Strindberg sono sparsi dappertutto, la prova si è conclusa da poco. A loro si sommano quelli di precedenti produzioni, il lavoro di una vita. Ugo Pagliai è Henrik Vogler, un regista affermato colto nel momento della riflessione, del pensiero, in un attimo creativo perenne, che rivive nella memoria i suoi tormenti e i suoi fallimenti. È a un passo dalla fine o al culmine più alto della sua espressione, come le foglie di autunno, che hanno visto una sfolgorante estate e ora si lasciano cadere a terra in una coloratissima danza finale. La regia di Daniele Salvo descrive così questa versione teatrale dell’opera di Bergman, nata inizialmente per la televisione e poi trasformata per il grande schermo nel 1984. Opera intima come solo quelle del regista svedese sanno essere, in cui il tempo è padrone e giudice spietato, scandito dai ricordi di un personaggio che sembra aver perso la partita con la vita. Un orologio sovrasta la scena sul lato sinistro del palco, è senza lancette, è lo scorrere infinito dei pensieri dell’uomo. Siamo fisicamente nella mente di Henrik. Due personaggi, due donne, simboli di paure e tormenti, desiderio e passione, presente e passato, appaiono e gli fanno visita. Sono incostistenti eppure reali, straordinariamente teatrali, ma stupendamente vere. Sono fantasmi che si muovono sulla scena, ombre di un’ossessione costante, consistenza di un pensiero incancellabile. Le due donne sono Anna, una giovane attrice interpretata da Arianna Di Stefano, alla quale è stata affidata una parte importante nel sogno e Rakel (Manuela Kustermann), sua madre, morta cinque anni prima di depressione e alcolismo, entrambe amanti in tempi diversi del regista, entrambe ferite dalle paure di quest’ultimo.
Una grande fortuna vedere recitare insieme sullo stesso palco due grandi interpreti come Pagliai e la Kustermann, premiati entrambi alla carriera la scorsa estate al Festival dei Due Mondi di Spoleto, testimoni di modi di fare teatro forse opposti, ma che si sposano benissimo in questo testo. Lei con il suo modo di fare surreale, estremo, provocatorio, non fa che esaltare di più la triste pazzia del suo personaggio; lui estremamente naturale, arreso al destino, incapace di abbracciare l’oltre che continua a spaventarlo e a tenerlo fermo.
Un testo filosoficamente complicato, che medita sul teatro e sulla vita, sul pensiero come luogo di incontro tra la finzione ostentata e la verità necessaria. Uno spettacolo da vedere.
data di pubblicazione:02/02/2019
Il nostro voto: 
da Antonella Massaro | Gen 30, 2019
Un uomo bianco e un uomo nero, due classi sociali differenti, due pianeti apparentemente distanti e incomunicabili, un viaggio insieme alla (ri)scoperta di se stessi. Green Book è un film che fa bene all’anima e al cinema, con un impareggiabile Viggo Mortensen a fare da protagonista.
Tony Vallelonga, detto Tony Lip (Viggo Mortensen), è un italoamericano che vive nel Bronx dei primi anni Sessanta. Lavora nei locali notturni come “uomo della sicurezza” e, giorno per giorno, cerca il modo di portare a casa quanto necessario ad assicurare a sua moglie Dolores (Linda Cardellini) e ai suoi figli una vita dignitosa: non importa se si tratta di ingurgitare hot dog, di guidare il camion della spazzatura o di “giocare” a dadi o a carte.
Una nuova opportunità di lavoro, però, lo mette di fronte a una scelta per niente scontata: fare da autista a Don Shirley (Mahershala Ali), uno dei pianisti più virtuosi della sua generazione, un uomo colto ed erudito, ma soprattutto un uomo di colore. Lo aspetta una tournée negli Stati del Sud, quelli dove gli avamposti del razzismo sono più difficili da violare: otto settimane lontano da casa, con un “capo nero” da cui prendere ordini, ma con una buona paga pronta a ricompensarlo se l’artista porterà a termine il suo viaggio senza problemi. Dopo qualche esitazione, i due partono a bordo di un’automobile color carta da zucchero, muniti dell’indispensabile “libro verde”: il green book è una sorta di guida turistica, molto diffusa all’epoca, in cui gli afroamericani potevano trovare l’elenco dei ristoranti e degli alberghi a loro “riservati”.
La diffidenza iniziale tra Tony e Shirley si trasforma progressivamente in empatia. Tony protegge Doc, mentre Doc insegna a Tony a scrivere delle lettere d’amore che non si riducano alla rassegna di quel che mangia a colazione o a pranzo.
Osservando Doc dallo specchietto retrovisore, Tony si accorge fin da subito che la mente del suo compagno di viaggio è affollata da molti pensieri: è quello che succede alle persone intelligenti, e chissà se poi è davvero così divertente essere intelligenti. Il genio e il talento, del resto, sono nulla senza il coraggio: il coraggio di dire no, di scendere dal palco quando le luci dei riflettori diventano dei fari che abbagliano le coscienze, di non rinnegare le proprie origini, ma anche di non lasciarsi ingabbiare dagli stereotipi che in quelle origini affondano le loro solide radici. Il coraggio di non perdere la dignità, di insistere, di resistere, di rinascere.
Ispirato alla storia vera di Tony Lip, padre di uno degli sceneggiatori del film (Nick Vallelunga), Green Book non lascia certo indifferenti. La ricetta del road movie è quella tradizionale: l’uomo bianco e l’uomo nero, il povero e il ricco, un viaggio insieme alla (ri)scoperta di se stessi, con l’immancabile osmosi di personalità tra due personaggi apparentemente agli antipodi. Gli ingredienti, però, sono di prima qualità e riescono a fare la differenza anche in una pellicola che, sulla carta, si candidava a divenire uno degli ennesimi esercizi di un genere cinematografico ormai (fin troppo?) collaudato. La sceneggiatura è coinvolgente e mai banale, i personaggi mostrano sfumature caratteriali indubbiamente interessanti, ma è Viggo Mortensen a rendere Green Book un autentico gioiello: grandioso nella sua interpretazione dell’ “uomo straordinariamente comune”, mai sopra le righe eppure capace di “bucare lo schermo”. Senza contare le battute recitate in italiano: meriterebbe un Oscar solo per quelle.
Con Green Book, insomma, si ride, si piange e si riflette, come nelle buone “commedie d’autore” che si rispettino.
data di pubblicazione: 31/1/2019
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da Paolo Talone | Gen 30, 2019
(Teatro Flaiano – Roma, 28 gennaio 2019)
La Marlene di Quince, questo il nome d’arte scelto da Castagnari per interpretare la diva, è una donna sulla cinquantina, consapevole del successo ottenuto in una vita straordinaria. Dentro i suoi vestiti, vista dalla platea, è intoccabile e irraggiungibile, ma anche drammaticamente sola.
Il teatro Flaiano, piccola sala nel centro storico di Roma carica di racconti e di personaggi che si sono esibiti sul suo palcoscenico (da Anna Magnani a Monica Vitti e Aldo Fabrizi, solo per citarne alcuni), apre le sue porte a noi di accreditati.it, invitandoci a una serata dove abbiamo assistito a un vero e proprio evento, molto più che a uno spettacolo. A tornare in scena è Riccardo Castagnari, con una performance che debuttò la sera di san Valentino di diciotto anni fa proprio qui, in questo teatro. La serata è memorabile, l’attore sta per portare in scena per l’ultima volta, sembra, questo personaggio che in tutti questi anni ha riscosso un grande successo sia nazionale che internazionale, con le sue edizioni in Messico e a Parigi, dove tra l’altro vinse il Premio Marius come miglior spettacolo musicale nel 2009. La sala è gremita di fans e amici, più della metà hanno già visto più volte Quince esibirsi nei costumi (perché panni sarebbe riduttivo) della grande Marlene Dietrich.
La sobrietà della scena non fa altro che risaltare ancora di più il personaggio. Parrucca bionda, piume, veste da camera, controluce: sulle note dell’illusione inizia il grande gioco del travestimento, ed è una sfilata continua di abiti e pungenti battute, capricci da diva e telefonate, fino al lento ma scintillante tramonto di questa straordinaria leggenda. Una drammaturgia costruita e sviluppata sulle notizie biografiche della diva, che ha appena lasciato il grande schermo per dedicarsi a una tournée musicale nei teatri più importanti del mondo. Ad accompagnarla al pianoforte il maestro Andrea Calvani, che nella pièce interpreta Burt Bacharach. Spazio anche all’improvvisazione in un divertente dialogo che coinvolge anche il pubblico.
Ci auguriamo di rivedere ancora sulla scena questa stupenda visione della Dietrich.
data di pubblicazione:30/01/2019
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da Daniele Poto | Gen 28, 2019
(Teatro di Carbognano – Viterbo, 27 gennaio 2019 e poi in tournée)
Una soap opera per soli uomini. Tra colpi di scena, malintendimenti sessuali, le consuete e note storie di corna. Si ride, a volte a crepapelle.
Una prima nazionale riuscita per un format che vive da almeno dieci anni ad attori cambiati con una scena funzionale, una succulenta torta di matrimonio girevole che mostra interno e esterno del claustrofobico luogo che racchiude le vicende di quattro single ai ferri corti con la vita. In coabitazione per difficoltà economiche, con problematici rapporti con l’altro sesso. 3 + 1 perché la variabile impazzita è l’arrivo in questo universo fatto di regole, di ordine e di apparente pulizia un vicino di casa in rotta con la moglie. Nicola Pistoia, il diversivo, è una presenza scenica importante ed è un po’ il centro dell’affabulazione con i suoi numeri istrioneschi che derapano dal copione e lo vivacizzano con tic, brusche svolte neuronali, cambiamenti di umore. Invano il trio preesistente cerca di assorbirlo e/o respingerlo. L’invasore s’insedia nei confini di casa e tracima di problemi irrisolti. Quando uno dei tre cercherà di convincere la moglie a riprenderselo si scatenerà la gag più farsesca delle due ore di commedia, spesso con grossa grana di comicità. Altro che persuasione, la moglie adirà a un secondo tradimento facendo saltare in aria tutte le finzioni e i buoni propositi. Lo spettacolo è godibile, in due tempi. Con un quartetto che promette di mettere a regime una buona coesione, recuperando qualche piccola incespicatura con il mestiere e una discreta dose di improvvisazione. Sta nel mestiere dell’attore sfruttare persino la balbuzie per far ridere il pubblico. Ora il cast girerà fino a tutto marzo battendo i luoghi della provincia italiana, sfruttando una formula convincente di teatro leggero. I movimenti di scena sono significativi. Una finestra è utile per un’idea di fiducia. Fuori c’è il mondo, spesso incomprensibile, se è mondo di donne per questi single allo sbando.
data di pubblicazione:28/01/2019
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Gen 25, 2019
Inghilterra XVIII secolo, gli Inglesi sono in guerra con la Francia. La regina Anna (Olivia Colman), donna fragile, malata e capricciosa, siede sul trono, ma, di fatto, governa per lei la sua favorita ed intima amica lady Sarah Churchill (Rachel Weisz) prendendosi cura sia del Regno sia della Regina stessa. L’equilibrio va in crisi quando lady Sarah concede generosamente di lavorare a corte alla sua lontana cugina, la giovane Abigail (Emma Stone). Costei, nobile decaduta e povera, dietro alla facciata di umiltà ed innocenza, cela in verità una subdola e fredda voglia di rivalsa e di potere. Tra dissimulazioni, intrighi, sotterfugi ed amori saffici si apre una lotta senza quartiere fra le due dame per le grazie della volubile regina e per il potere.
Già pluripremiato a Venezia, da dove nei suoi Appunti di viaggio ce ne aveva fornito alcuni accenni con la sua brillante sintesi ed acutezza di giudizio la nostra M. Letizia Panerai, arriva oggi sui nostri schermi, ricco di altri premi e di ben dieci nomination per i prossimi Oscar l’ultimo film di Lanthimos. Il giovane regista greco è uno dei cineasti più sorprendenti ed originali per la natura dei suoi lavori e per la traiettoria singolare che ha saputo costruirsi nel corso di un breve lasso di tempo. Gli sono bastati infatti appena un pugno di film per essere inserito dai critici nel gruppo dei pochi autori di valenza internazionale, grazie al suo talento artistico, al suo humour surreale e dissacrante ed al suo gusto per una satira sociale molto caustica e libera da ogni tabù.
La Favorita, dopo The Lobster ed Il Sacrificio del cervo sacro, film entrambi, a dir poco, spiazzanti, è difatti il suo terzo progetto internazionale ed il primo di cui si limita alla sola regia. E che regia! Il film non delude nessuna delle attese che lo precedevano perché assistiamo al risultato di un lavoro prodigioso e riuscito sulle forme del cinema spettacolare e commerciale attuale. Il regista infatti si impadronisce e si diverte con i codici e le convenzioni dei film storici, dei drammi in costume e dei biopic, e, con ingegnosità ed audacia li fa propri, ne cambia radicalmente il registro e ne rende un insieme amalgamato che, nel contempo, è però radicalmente nuovo e del tutto originale. Può sembrarci un film apparentemente semplice, ma, in realtà è ben più complesso ed affascinante di tutte le precedenti realizzazioni dell’autore. Un film che dovrà essere rivisto per meglio coglierne tutti i vari piani di lettura. Pur uscendo dall’astrazione dei suoi pregressi lavori, il regista ama infatti continuare a sorprendere e spiazzare lo spettatore proprio mentre sembra avergli offerto un modo ed una prospettiva concreta, sia pur insolita e corrosiva, per leggere la storia che viene narrata.
Il film non è assolutamente il remake di un qualcosa già visto, al contrario è un’opera in tutto e per tutto originalissima e, se proprio vogliamo cedere al gioco dei rimandi, un qualche richiamo si può provare a fare solo al grande Kubrick di Barry Lyndon od anche al Greenaway di Compton House per alcuni tocchi scenici e per alcune riprese a lume di candela per restituire le atmosfere cupe dell’epoca.
Fra costumi sontuosi ed arredi di interni fastosi, l’autore ci racconta dunque di un intrigante gioco di amore e potere che vede coinvolte tre donne con pochi scrupoli, quale mero spunto per poi fare una amara e durissima riflessione sull’arrivismo, sull’egoismo, sul potere e, soprattutto sul desiderio del potere fine a se stesso, costi quel che costi pur di primeggiare sugli altri. Contemporaneamente il regista ci regala anche uno studio sulle rivalità al femminile, ove invidie, gelosie, competizione, manipolazione, uso della forza della bellezza o sfruttamento della debolezza psicofisica, dei sentimenti e del bisogno di affetti divengono tutte armi da usare, con pari cinismo e crudeltà, come armi vere, ed allora sesso e potere divengono ben presto lame pericolose e a doppio taglio. Pur cambiando il contesto narrativo, per Lanthimos resta sempre costante elemento distintivo della sua narrazione filmica la condanna inesorabile dell’animo umano ad essere sempre corrotto dal potere, dall’avidità e dalle sue debolezze nascoste. Per raccontarci tutto ciò l’autore mette in scena un mondo di immagini lussuose, un perfezionismo fastoso di ambientazioni, arredi ed acconciature, ripreso spesso, ma senza infastidire però troppo lo spettatore, con inquadrature in fish-eye o con primi piani o grand’angoli, per sottolineare così che l’immagine è al servizio della narrazione e rendere altrettanto palese allo spettatore che la storia e la realtà raccontate sono parzialmente finte e deformate, rendendo in tal modo il tutto molto più moderno.
Una regia quella di Lanthimos sempre dinamica e creativa ma mai eccessiva, una direzione che con ritmo incalzante tiene lo spettatore incollato allo schermo per seguire gli sviluppi narrativi dei complotti e dei giochi delle tre donne. Sono proprio le tre attrici protagoniste che danno con la loro recitazione un qualche cosa di intrigante ed interessante in più al film che lo rende alla fine quasi perfetto. Sono loro che tengono la ribalta e reggono tutte le scene in un film in cui non c’è spazio reale per gli uomini. La recitazione del Trio è veramente a livelli elevati, difficile dire chi interpreti meglio il suo personaggio. Di sicuro la Colman rende in modo perfetto tutto il disagio psicofisico della sovrana, ma non le son da meno le altre due alle prese entrambe con personaggi dalle molteplici sfaccettature. Lanthimos ha dunque superato la sfida con brio squisito ed audacia e si conferma un autore non semplice e nemmeno leggero, ma , di sicuro, geniale e di innegabile talento, capace di raccontare il passato giocando con elementi contemporanei ed in modo moderno.
La Favorita è un film autoriale pienamente riuscito che piacerà al grande pubblico ed ai cinefili.
data di pubblicazione:25/01/2019
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da Daniele Poto | Gen 24, 2019
Una guida didattica, una cartolina dall’Italia o un caleidoscopio dei meravigliosi borghi non conosciuti di quello che una volta era definito il Bel Paese? Il sottotitolo è illuminante:“più di venti ragioni per visitare venti regioni”. Gioco di parole a parte questo è un libro da sfogliare e da centellinare in occasioni di viaggio perché per ogni regione italiana offre luoghi inconsueti e poco frequentati, ricette abbastanza misteriose, curiosità e folclore. Di tutto un po’ all’insegna della divulgazione della ricerca di conoscenza senza particolare ambizioni intellettualistiche. Il gran formato è adiuvante per l’estetica delle foto. L’impaginazione è spartanamente schematica ma il valore aggiunto sono le testimonianze di cittadini del luogo (scrittori, entusiasti archeologi) che spendono un eloquente biglietto da visita per la propria terra. L’Italia è l’unico Paese europeo con 100 città (circa) da 100.000 abitanti e oltre. E ciascuna con una propria specificità e un rigoglioso patrimonio culturale. Non a caso nell’anagrafe dei luoghi tutelati dall’Unesco l’Italia è saldamente al primo posto con un 6% di presenze. Purtroppo a questa materia prima estetica non corrisponde un analogo primato del turismo. In questo settore addirittura l’Italia è scivolata giù dal podio occupando al momento il quarto posto, superata persino dalla lontana Cina. Il manuale regionale tocca luoghi impensati e impensabili compresa quella regione su cui si fa spesso ironia:“Ma il Molise esiste?” La chiarezza espositiva ne fa un gradevole compendio scolastico, strumento per non specialisti appartenendo in modi molto estensivi al repertorio della letteratura da viaggio.
Un originale capitolo a parte è dedicato alle feste tradizionali e qui si immerge in un mondo ancora per molti versi inesplorato la cui ricerca a suo tempo fu innescata dagli studi sulle tradizioni popolari di De Martino e Carpitella. Italia unica, diseguale, contraddittoria, ricca di fascino e purtroppo anche di una natura spesso devastata colpevolmente dall’uomo.
data di pubblicazione:24/01/2018
da Maria Letizia Panerai | Gen 24, 2019
Una romantica storia d’amore che diviene struggente perché conosce la tristezza della separazione, ma che invece di spegnersi si autoalimenta. E così l’amore diviene strumento per difendersi dalle ingiustizie e dal dolore, quell’amore che rende forti se viene instillato sin da bambini, come cura per affrontare le brutture del mondo.
Siamo nel quartiere di Harlem a Manhattan negli anni ’70. Tish ha appena diciannove anni ed ama profondamente Alonzo, detto Fonny, che ne ha ventidue: i due sono cresciuti insieme, inseparabili sin dalla tenera età e, seppur giovanissimi, il loro è un legame profondo. I genitori di lei ne sono perfettamente consapevoli, forse perché anche loro si amano ancora molto, mentre quelli di Fonny, perennemente in lite, non vedono di buon occhio la ragazza. Queste diverse vedute non impediscono alla coppia di progettare un futuro insieme e l’improvvisa gravidanza di Tish consolida quel legame già così stretto. Ma i loro romantici progetti di una felice vita in comune s’interrompono allorquando Fonny viene accusato di un reato che non ha commesso.
If Beale Street Could Talk di James Baldwin è il romanzo da cui Barry Jenkins ha tratto ispirazione per il suo Se la strada potesse parlare. Presentato con successo durante l’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma, la pellicola riesce a mescolare, fedele al racconto, romanticismo e tristezza, melanconia e dolcezza, rabbia e dolore. “Beale Street è una strada di New Orleans, dove sono nati mio padre, Louis Armstrong e il jazz. Ogni afroamericano nato negli Stati Uniti è nato a Beale Street, è nato nel quartiere nero di qualche città americana, sia esso a Jackson, in Mississippi, o a New York. Beale Street è la nostra eredità. Questo romanzo parla dell’impossibilità e della possibilità, della necessità assoluta, per dare espressione a questo lascito…”
Il tema principale del film è l’amore, coniugato attraverso l’indissolubile legame di coppia dei due giovani protagonisti e l’altrettanto indissolubile legame di loro con le famiglie di appartenenza, legame di cui fanno parte anche le amicizie del quartiere in cui Fonny e Tish sono nati e diventati grandi, attraverso un codice sacro non scritto tramandato in tutte le famiglie afroamericane. E così, quando il più naturale dei progetti naufraga in seguito ad un’ingiustizia, l’amore instillato sin da piccoli rende forti e pronti a sopportare anche la più dura delle prove.
Barry Jenkins, premio Oscar per il bellissimo Moonlight e di fresca nomination ai prossimi Oscar per la sceneggiatura non originale di questo film – a cui si aggiunono le nomination a Regina King come attrice non protagonista e alla colonna sonora – è riuscito a trasferire sullo schermo non solo il poetico romanticismo ma soprattutto la forza inscalfibile dell’amore di cui parla Baldwin, che nasce da un “contagio” che si eredita in famiglia e che riesce a coinvolgere emotivamente anche lo spettatore.
data di pubblicazione:24/01/2019
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da Antonio Jacolina | Gen 22, 2019
Ancora una volta torna al cinema la tragica vicenda umana e politica di Maria Stuarda (Saoirse Ronan) giovane vedova del Re di Francia, Regina di Scozia nonché pretendente al trono d’Inghilterra in contrasto con la cugina Elisabetta I (Margot Robbie). Una rivalità fra donne e regine e, nello sfondo, il più ampio conflitto fra le fazioni cattoliche e protestanti sia inglesi che scozzesi nella seconda metà del 1500.
In attesa dell’ormai prossima uscita dell’attesissimo La Favorita del geniale ed irriverente Y. Lanthimos, grande favorito ai prossimi Oscar, complice anche un pomeriggio di pioggia, non abbiamo saputo resistere alla fascinazione di questo classico che non tramonta mai ed alla voglia di pregustare il sapore degli intrighi delle corti e dei palazzi reali, scozzesi od inglesi che siano.
La quarantenne J. Rourke apprezzata regista teatrale inglese, debutta oggi dietro la cinepresa affrontando coraggiosamente e con maestria un tema ed una storia già portata sugli schermi cinematografici per ben 8 volte. Restando fedele alle sue origini ed avvalendosi di un buon adattamento curato da B. Willimon, l’autore di House of cards, la regista costruisce un dramma molto classico che, oltre che sul conflitto di potere fra due regine, si centra soprattutto sul confronto fra due donne, due donne autorevoli in un universo però dominato dal maschile e dal patriarcale. L’autrice, adattando la storia ai nostri tempi, quasi una metafora dell’attuale, si focalizza essenzialmente, in una loro contrapposizione costante, sul diverso ruolo delle Regine e delle donne nelle due diverse corti reali e nella Società dell’epoca in genere. E’ la storia di due donne forti ed indipendenti che cercano, al loro meglio, di gestire e mantenere il loro potere, incapaci però di conciliare le proprie personali discordie con le strategie, gli intrighi politici che le circondano.
La regia segue con fluidità e giusto ritmo narrativo la vicenda delle due sovrane, quasi in parallelo, in una continua lotta a distanza fatta tutta di congiure e tradimenti, allorchè poi la narrazione diviene troppo ricca concorrono a farle da valido sostegno le ottime interpretazioni delle due protagoniste, fino al culmine narrativo del loro faccia a faccia finale fra rivalità ed affascinazione reciproca di vere combattenti. Un incontro questo mai avvenuto nella realtà, ma un “falso” ormai diventato “storico” in tutte le trasposizioni, per accentuare la tensione drammatica del racconto.
Entrambe le attrici sono vincenti. La Ronan si consacra definitivamente come ottima attrice, capace di esprimere con naturalezza affascinante tutti i sentimenti e la sensualità della regina di Scozia. Alla sua altezza è la Robbie che dopo l’exploit di Tonya si conferma come un sicuro talento.
Di contro la regista, pur senza essere innovativa, dimostra di avere una buona mano, la messa in scena è elegante, ma talora l’approccio è solo estetico, un po’ freddo e senza coinvolgimento, quasi didascalico, ed allora il ritmo narrativo diviene incostante. Nuoce soprattutto al film, quasi snaturandolo oltre misura, l’insistenza di voler rendere troppo moderna la vicenda, finendo così con il darci più un ritratto emotivo che non un ritratto storico dei rapporti fra le due regine. Di qui poi una serie di forzature, di libertà ed inaccuratezze storiche ed anacronismi eccessivi che a nulla giovano e che invece sicuramente deluderanno ed irriteranno gli appassionati di Storia o della Verità storica. Viste le precedenti celebri trasposizioni e interpretazioni sarebbe ben difficile per il nostro film distinguersi, per cui dovendo escludere, gioco forza, ogni confronto, Maria Regina di Scozia, va visto non certo come un capolavoro, ma solo come un film più che onesto, ben curato, elegante e ben recitato. Un film con alcuni difetti, ma comunque un film da poter senz’altro vedere, apprezzare e godere per poi passare oltre, in attesa, fra qualche anno, di una nuova trasposizione.
data di pubblicazione:22/01/2019
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da Rossano Giuppa | Gen 19, 2019
(Teatro India – Roma, 16 /20 gennaio 2019)
Dal 16 al 20 gennaio 2019 al Teatro India, torna lo spettacolo Famiglia, della drammaturga e regista Valentina Esposito, fondatrice della factory Fort Apache Cinema Teatro, un progetto teatrale rivolto a detenuti ed ex detenuti per il loro inserimento nel sistema spettacolo.
Intenso e coinvolgente, Famiglia è un’antica ma non sbiadita fotografia di una famiglia in cui, nonostante le concordanze apparenti, ciascuno “tira dritto per una strada”, tutti provvisoriamente riuniti, tre generazioni tra vivi e morti, il giorno del matrimonio dell’ultima e unica figlia femmina: una cerimonia apparentemente tradizionale in cui si cannibalizzano e si divorano i sentimenti e gli affetti; una polveriera carica di amore e odio che sta per esplodere.
Essenziale ed evocativo, dotato di elementi figurativi spogli, Famiglia è testimonianza di un’umanità marginale, perdente, cruda per un racconto che è poesia amarissima e profonda.
Essenza del manifesto di attività che FACT (Fort Apache Cinema Teatro) esplicita sin dalla sua costituzione nel gennaio 2014 per volontà di Valentina Esposito, autrice e regista impegnata per oltre un decennio nelle attività teatrali all’interno del Carcere di Roma Rebibbia.
Insieme a Marcello Fonte, tanti attori straordinari (ex detenuti e non) che danno vita al dramma: uno spettacolo che prova a scandagliare l’anima dei personaggi facendo perno anche sulla sofferenza legata ai lunghi anni di reclusione affrontata da molti di loro. Ecco allora che il matrimonio dell’ultima e unica figlia femmina di una numerosa famiglia tutta al maschile, diventa pretesto per riunire tre generazioni di persone legate da antichi dolori e incomprensioni, per rimettere sullo stesso tavolo i padri dei padri e i figli dei figli, e consumare una vicenda d’amore e d’odio, di affetti e violenza, di solitudine. Un teatro dal sapore antico, da primo Nekrosius, fatto di oggetti ripescati nel quotidiano, di nenie e di veli da spose, di bianco, di nero e di rosso, forte di una coralità estrema, di fotogrammi intensissimi, pittorico ed esteticamente sofisticato nella essenzialità.
data di pubblicazione:19/01/2019
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