(Teatro Vascello – Roma, 31 gennaio/10 febbraio 2019)

Un anziano regista, addormentato in mezzo a un mucchio di oggetti di scena, sogna le sue paure, le sue delusioni, i suoi drammi inconclusi e i suoi desideri. È anziano, ma ancora non troppo vecchio per fare bilanci definitivi e abbandonare tutto.

 

Una leggera nube di fumo ci accoglie in teatro. Un sottile sipario lascia intravedere la scena, rimarrà giù per tutta la serata. È la barriera che divide il pubblico dal palco, luogo onirico, sospeso tra la realtà e la finzione. Gli oggetti di scena delle prove per Il sogno di Strindberg sono sparsi dappertutto, la prova si è conclusa da poco. A loro si sommano quelli di precedenti produzioni, il lavoro di una vita. Ugo Pagliai è Henrik Vogler, un regista affermato colto nel momento della riflessione, del pensiero, in un attimo creativo perenne, che rivive nella memoria i suoi tormenti e i suoi fallimenti. È a un passo dalla fine o al culmine più alto della sua espressione, come le foglie di autunno, che hanno visto una sfolgorante estate e ora si lasciano cadere a terra in una coloratissima danza finale. La regia di Daniele Salvo descrive così questa versione teatrale dell’opera di Bergman, nata inizialmente per la televisione e poi trasformata per il grande schermo nel 1984. Opera intima come solo quelle del regista svedese sanno essere, in cui il tempo è padrone e giudice spietato, scandito dai ricordi di un personaggio che sembra aver perso la partita con la vita. Un orologio sovrasta la scena sul lato sinistro del palco, è senza lancette, è lo scorrere infinito dei pensieri dell’uomo. Siamo fisicamente nella mente di Henrik. Due personaggi, due donne, simboli di paure e tormenti, desiderio e passione, presente e passato, appaiono e gli fanno visita. Sono incostistenti eppure reali, straordinariamente teatrali, ma stupendamente vere. Sono fantasmi che si muovono sulla scena, ombre di un’ossessione costante, consistenza di un pensiero incancellabile. Le due donne sono Anna, una giovane attrice interpretata da Arianna Di Stefano, alla quale è stata affidata una parte importante nel sogno e Rakel (Manuela Kustermann), sua madre, morta cinque anni prima di depressione e alcolismo, entrambe amanti in tempi diversi del regista, entrambe ferite dalle paure di quest’ultimo.

Una grande fortuna vedere recitare insieme sullo stesso palco due grandi interpreti come Pagliai e la Kustermann, premiati entrambi alla carriera la scorsa estate al Festival dei Due Mondi di Spoleto, testimoni di modi di fare teatro forse opposti, ma che si sposano benissimo in questo testo. Lei con il suo modo di fare surreale, estremo, provocatorio, non fa che esaltare di più la triste pazzia del suo personaggio; lui estremamente naturale, arreso al destino, incapace di abbracciare l’oltre che continua a spaventarlo e a tenerlo fermo.

Un testo filosoficamente complicato, che medita sul teatro e sulla vita, sul pensiero come luogo di incontro tra la finzione ostentata e la verità necessaria. Uno spettacolo da vedere.

data di pubblicazione:02/02/2019

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