BOHEMIAN RHAPSODY di Bryan Singer, 2018

BOHEMIAN RHAPSODY di Bryan Singer, 2018

A quasi due mesi dall’uscita nelle sale italiane, potevamo noi Accreditati non scrivere di uno dei film più acclamati degli ultimi anni? E già, a quanto pare, e la permanenza in sala la dice lunga, Bohemian Rhapsody del regista Bryan Singer è tra i film che ha più incassato negli ultimi 20 anni e la corsa al botteghino non pare destinata ad esaurirsi.

 

Il lungometraggio racconta la storia del leggendario gruppo rock pop dei Queen attraverso l’occhio del front man Freddie Mercury (Rami Malek). Freddie, così si faceva chiamare invece di Faruk, non si riconosce nei rigidi insegnamenti del padre e della sua famiglia persiana migrata in Inghilterra. In un clima di latente ribellione nei confronti degli schemi tradizionali e delle aspettative nutrite per lui dal padre, la musica è il cuore che pulsa dentro Freddie e lo spinge, come in una sorta di disegno divino già scritto, a conoscere, nella stessa serata, i 3 ragazzi che poi sarebbero diventati la sua “famiglia” dal nome Queen e l’amore della sua vita (“Love of my life” fu scritta per lei) Mary (Lucy Boynton). Siamo nel 1970 e Freddie, Brian May (un identico Gwilym Lee), Roger Taylor (Ben Hardy) e Jhon Deeacon (Joseph Mazzello) iniziano la loro inaspettata ascesa all’olimpo della musica mondiale. Come in tutte le favole però, il nostro eroe deve fare i conti con il successo, i suoi conflitti interiori mai del tutto risolti, la presa di coscienza della sua omosessualità concomitante con l’amore per Mary e i personaggi saprofiti che lo affiancheranno giocando sulle sue debolezze per trarne solo profitto, tra cui Paul Prenter (Allena Leech) che divorò Freddie portandolo a lasciare i Queen e a precipitare. Il film ben racconta l’esordio, l’ascesa, le frizioni, il momento buio del leader del gruppo, catapultando lo spettatore nel fenomenale tornado che rapì 4 giovani ragazzi, estremamente diversi tra loro ma uniti dalla passione sfrenata per la musica che ne curò la sofferenza per la comune appartenenza alla classe degli emarginati, degli incompresi invisibili della società di quegli anni.

E così, una dopo l’altra, assistiamo entusiasti alla nascita delle prime note, degli accordi e dei testi delle canzoni che poi sarebbero divenute leggenda segnando le tappe del successo dei Queen, tra cui la mitica Bhoemian Rhapsody che da il nome al film, fino al concerto Live Aid del 13 luglio 1985 che segnò il ritorno insieme dei Queen. Sul palco del Wembley Stadium di Londra Freddie ritornò sulle scene per beffare e ignorare il virus Hiv che ormai lo aveva colpito, continuando a fare quello per cui era nato: cantare e far toccare al pubblico, insieme alla sua famiglia Queen, il paradiso con un dito. Nonostante il Golden Globe recentemente vinto come “Migliore film drammatico”, Bohemian Rhapsody non spicca per particolare bravura degli attori – il protagonista Rami Malek vincitore del Golden Globe “migliore attore protagonista in un film drammatico” appare a tratti ridicolo. Infatti, la marcata ed eccessiva accentuazione dei denti incisivi sporgenti lo portano più ad assumere espressioni distorte e fuori luogo, penalizzandone sia la eventuale bravura recitativa, sia la somiglianza con il divino Freddie Mercury.

Diciamo che la forza travolgente, emozionante e commuovente del film, che nel complesso è piacevole e regge per l’intera durata, vince facile grazie al repertorio della band e alla magia della storia di questo gruppo unico nel suo genere. In ogni caso, per chi ancora fosse indeciso, un film da vedere per tornare ad appassionarsi o per conoscere meglio un pezzo di storia della musica mondiale.

data di pubblicazione:19/01/2019


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COSÌ PARLÒ BELLAVISTA di Luciano De Crescenzo, adattamento teatrale e regia di Geppy Gleijeses

COSÌ PARLÒ BELLAVISTA di Luciano De Crescenzo, adattamento teatrale e regia di Geppy Gleijeses

(Teatro Quirino – Roma, 15 gennaio/3 febbraio 2019)

Come un teorema minuziosamente elaborato, dopo l’enunciato sono gli esempi a dare dimostrazione che quanto si afferma funziona. Così il professor Gennaro Bellavista torna in cattedra, questa volta da un palcoscenico, a dare lezione al suo pubblico di discepoli.

 

Non poteva che essere affidata che a Geppy Gleijeses la traduzione teatrale del romanzo e del più celebre film datato 1984 Così parlò Bellavista, secondo il parere del produttore Alessandro Siani. E ha avuto ben ragione perché dopo 34 anni lo spirito del professore partenopeo, interpretato all’epoca da Luciano De Crescenzo, rivive intatto e sempre brillante per merito non solo di un bravo attore come Gleijeses (che nel film originale era Giorgio), ma anche di una squadra di artisti eccezionali e ottimi caratteristi che sono stati testimoni oculari della creazione di questo cult anni ottanta. Benedetto Casillo primo fra tutti, ancora nei panni del vice sostituto portiere Salvatore, Marisa Laurito, storica amica di De Crescenzo che nella commedia è Maria Bellavista, moglie del professore, una straordinaria Nunzia Schiano nei panni della serva Rachelina, e poi ancora Salvatore Misticone, camaleontico istrione quasi sempre in scena per il folto numero di personaggi a lui affidati.

Lo spettacolo, presentato al San Carlo di Napoli proprio lo scorso settembre in occasione dei novant’anni di De Crescenzo, non è solo un omaggio al suo autore, ma all’intera città e ai suoi abitanti che a detta del regista è l’unica speranza che abbiamo per salvarci da un progresso che vuole omologare tutto e tutti. La filosofia del vivere napoletano, il modo di affrontare la vita e le sue delusioni, la positività che rimane in piedi nonostante le delusioni, la gioia di vivere e di far parte di una comunità caotica, forse invadente, ma tuttavia accogliente e calorosa, sono ancora insegnamenti che valgono per noi oggi.

A ben pensare non ci voleva poi molto per portare in scena questo grande affresco, poiché quello che rappresenta in fondo è Napoli, forse la città più teatrale al mondo. Casomai la difficoltà più grande stava nel ripetere l’elenco delle numerose scene che il film risolve con l’uso del montaggio. Qui la soluzione che si è trovata vede una scena fissa, il cortile del palazzo di via Foria famoso nella pellicola, e l’utilizzo di forme di cartone a indicare via via una macchina, un aereo, la famosa lavastoviglie o il busto di Socrate. Ma a teatro basta indicare, non rappresentare con perfezione di dettaglio la realtà, e allora l’esperimento è riuscito. D’altro canto Napoli non è una città da visitare e basta, ma va compresa, bisogna saperla vedere. Dietro i panni stesi, che a un occhio non consapevole suggeriscono solo caos e non curanza, si nasconde una sottile rete di relazioni e di legami tanto che, come istruisce Bellavista, se il Padreterno volesse sollevare una casa qualunque si accorgerebbe che appresso a lei si muoverebbero tutte le atre, insieme con i fili del bucato e tutti i panni. In questo mondo di amore, come lo chiama il professore, non c’è spazio per l’egoismo, per la violenza, per l’avidità e per la prepotenza. Ecco perché il colloquio di Bellavista con il guappo camorrista, in cui si denuncia l’aspetto più brutto della città, quello di chi vuole fare i soldi facili sfruttando la gente onesta, rimane il brano più coraggioso, significativo e purtroppo ancora attuale di tutta l’opera.

Per fortuna Napoli e la napolitanità è una componente dell’animo umano ravvisabile in tutte le persone e allora il mondo dell’amore, quello di chi ama fare il presepe a Natale e preferisce il bagno alla doccia perché permette di riflettere più a lungo sulle questioni della vita, è ancora possibile.

data di pubblicazione:19/01/2019


Il nostro voto:

IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora – Biblioteca Neri Pozza, 2018

IL LIBRO DEGLI AMICI di Elio Pecora – Biblioteca Neri Pozza, 2018

Un meraviglioso excursus su una vita di poesia, di cultura, di intense frequentazioni letterarie. Elio Pecora, generoso ultra-ottantenne, uno dei capostipiti della poesia italiana (come autore ma anche come divulgatore e pubblicista) squaderna subito in copertina le sue relazioni più intense. E nella fotografia di gruppo c’è il Gotha del pensiero intellettuale italiano nella stagione più fervida per la lettura e l’affermazione della poesia (con tanti premi Nobel nostrani). C’è Alberto Moravia, c’è l’irrequieto Bellezza, c’è Elsa Morante. Pecora si racconta in prima persona. Il pubblico e il privato, il personale e il politico si armonizzano in un quadro di case, di interni, di discussioni, di ristoranti, a volte di feroci litigi e antipatie. Immaginare tutto questo oggi è impossibile. Perché non c’è più l’abitudine di ritrovarsi da Cesaretto o nella villa dei Moravia a Sabaudia. Non è solo una generazione di estinti, è il libro stesso che sembra destinato a sicura morte. Dunque quella di Pecora è una testimonianza ma in fondo anche un testamento di un’epoca felice. Pecora sembra aver vissuto tante vite mentre racconta la sua, unica e inimitabile. Il libro è anche la storia di un’irrequietudine di un ragazzo che trova il suo primo lavoro nella Libreria Bocca di Roma e da quel momento innesta una marcia superiore per stringere relazioni, amori, interessi. Pecora non guida la macchina ed è assai a disagio nel caos metropolitano della Roma attuale. Un disagio che registra la fine di quelle comunità e quelle intese che hanno segnato un periodo virale, immediatamente dopo la cosiddetta Dolce Vita. Italiani più poveri e più felici? Fuori dal quadretto oleografico si respirava altra aria e altra generosità anche se rivalità ed egoismi personali non mancavano alla società letterari dell’epoca. Era il mondo di fuori decisamente più permeabile e abbordabile. Pecora è una presenza, un trait d’union, un amico fidato o un appassionato confidente. Giocando questi ruoli diventa protagonista e s’insedia in un Gotha di belle teste e belle anime.

data di pubblicazione:16/01/2019

IL COLPO DI SCENA di e con Carlo Buccirosso

IL COLPO DI SCENA di e con Carlo Buccirosso

(Sala Umberto – Roma, 15 gennaio/3 febbraio 2019)

Carlo Buccirosso interpreta il vice questore Armando Piscitelli, onesto paladino della giustizia in un commissariato di provincia. E’ spalleggiato da validi e fedeli collaboratori nella lotta al crimine, “la barbarie di tutti i santi giorni”. Non tutto andrà liscio fino al sorprendente… colpo di scena.

 

Carlo Buccirosso, in questi ultimi anni, sta raggiungendo il successo che merita. Attore poliedrico, ma anche autore, si divide felicemente ed equamente fra cinema (ora fa il Boss, ora l’amico affidabile, ora il piccolo truffatore) e il teatro leggero. Nell’occasione, però, ha scritto e interpretato un testo che in qualche misura può spiazzare i suoi più tradizionali appassionati. Il Colpo di Scena, è infatti quello che potremmo definire un thriller o per certi versi un divertente noir viste le implicazioni sociali e una certa durezza della narrazione in alcuni frangenti. Diciamolo subito, non è, quindi, una commedia classica, naturalmente la cifra stilistica è “alla Buccirosso” (ritmo e battute in rapida successione) ma, l’architettura dello spettacolo e gli intenti del regista non sono solo quelli del puro divertimento. In alcuni momenti, infatti, il vice questore Piscitelli (Buccirosso) ci va giù pesante e, a modo suo, lancia invettive contro il potere statale, la violenza contro le donne, la stupidità dei giovani schiavi delle mode, trasformandosi in una sorta di missionario votato a ripulire la terra dalla barbarie… in buona sostanza strappando risate ma invitando anche a riflettere … Lo spettacolo si divide in due atti ben distinti fra loro, nel primo ci troviamo in un piccolo commissariato di provincia dove l’integerrimo vice questore tiene a rapporto la sua squadra: l’ispettore Murolo, da lui tartassato perché “lecchino”, i rampanti giovani poliziotti, Varriale e Di Lauro, la sovrintendente Signorelli (“la Tettona”), affidabile e innamorata da sempre del suo capo. A parte la triste routine offerta della delinquenza spicciola, il vero nemico del vice questore è un tale Michele Donnarumma, personaggio forse losco che assurge a capro espiatorio e vittima predestinata del rigore maniacale del Piscitelli. Nel secondo atto, la scena si trasferisce nella casa di montagna dove vive il genitore del Piscitelli, ex colonnello dell’esercito afflitto da Alzheimer con a seguito badante guarda caso rumena!) e neurologa di fiducia. In quel contesto, avverranno eventi tali da minare le tetragone certezze del vice questore fino all’atteso, ma imprevedibile…colpo di scena, che, ovviamente, non si anticipa ai lettori-spettatori. Scritto, diretto e interpretato da Carlo Buccirosso, Colpo di Scena, è uno spettacolo realizzato attraverso un’abile regia, scenografie di buon impatto teatrale, dialoghi e personaggi ben caratterizzati.

Seppure un po’ schiacciati da un Buccirosso, autentico mattatore in scena, sono tutti bravi tutti gli interpreti, ottimi comprimari, tra gli altri : Gennaro Silvestro (il truce Michele Donnarumma), già ammirato nella fiction I Bastardi di Pizzo Falcone, Gino Monteleone (il tartassato ispettore Murolo), Elvira Zingone (la badante Gina), ma tutti e undici gli attori in scena, applauditi dal pubblico della Sala Umberto, in occasione della prima del 15 gennaio, hanno dato vita a un interessante progetto di teatro leggero, quindi popolare, ma al tempo stesso in grado di coinvolgere e far pensare a temi meno frivoli. Consigliato!

data di pubblicazione:16/01/2019


Il nostro voto:

MARE MATER, LA NAVE DEI BAMBINI di Fabio Cocifoglia, con Manuela Mandracchia

MARE MATER, LA NAVE DEI BAMBINI di Fabio Cocifoglia, con Manuela Mandracchia

(Teatro Vascello – Roma, 14/16 gennaio 2019)

Mare Mater, la nave dei bambini è un racconto meraviglioso e straordinario, come solo le storie vere sanno essere. L’opera di Fabio Cocifoglia con Manuela Mandracchia, Luca Iervolino, Giampiero Schiano, insieme ai Ciprix, una compagnia di musical composta interamente da ragazzi, in scena al Teatro Vascello dal 14 al 16 gennaio 2019, è il frutto di un complesso lavoro di scrittura realizzato grazie all’importante contributo archivistico del Museo del Mare di Napoli.

 

E’ la storia della Nave-Asilo “Caracciolo”, una corvetta non più utilizzata, che tra il 1913 e il 1928 pose Napoli al centro dell’interesse pedagogico internazionale. Si stava portando avanti un esperimento educativo straordinario, pensato e voluto dalla signora Giulia Civita Franceschi e che aveva accolto a bordo della nave circa 750 bambini e ragazzi detti “i caracciolini”, provenienti soprattutto dai quartieri spagnoli e recuperati da una condizione di abbandono per insegnare loro i valori ed i mestieri del mare e garantirgli una prospettiva di vita decorosa. E il mare restituisce la dignità a questi ragazzi; non più figli di nessuno, non più esseri dimenticati e sbandati nella città di Napoli, ma finalmente futuri uomini e donne strappati alla miseria ed educati al lavoro e alla vita.

In scena, un’istitutrice (Manuela Mandracchia) ed il suo bagaglio di ricordi che riaffiorano assieme a due ex caracciolini ora uomini (Luca Iervolino e Giampiero Schiano) che identificano l’inquieta consapevolezza di un passato lontano ma anche il tormento per aver fatto il possibile ma forse non il massimo per non averli potuti salvare tutti.

Pezzo dopo pezzo in scena prendono vita i ricordi, l’esperienza umana e formativa in grado di restituire ai destinati all’oblio una rinnovata dignità umana. La sveglia, la colazione, la cura personale, la scuola, il pranzo, il riposo, le attività di pesca. La giornata, all’interno della nave scuola, viene ricordata nei minimi dettagli a comporre un puzzle perso nel tempo.

Ma l’apparizione del gerarca fascista incaricato di sollevare la signorina Giulia Civita Franceschini dal suo incarico, stroncherà ogni tentativo di consolazione lasciando la protagonista con la cupa sensazione che alla fine non si era fatto abbastanza.

Educatrice ma anche madre premurosa, Manuela Mandracchia domina la scena e ci conduce attraverso la propria coscienza seguendone il ritmo attraverso immagini vive e forti, ricordi la cui apparizione reca con sé, nello stesso tempo, gioia e dolore. Dolore di una perdita ed incapacità di abbandonarsi alla rassegnazione e, soprattutto, concedersi il perdono.

Un lavoro profondo e intenso condotto da Fabio Cocifoglia su una donna in bilico tra tenerezza e coraggio nell’affrontare scelte difficili per quel periodo storico. Un racconto che diventa poesia e che incanta.

data di pubblicazione:16/01/2019


Il nostro voto:

QUALCHE PAGINA PER GLI AMICI di Augusto Frasca- Futura editore, 2018

QUALCHE PAGINA PER GLI AMICI di Augusto Frasca- Futura editore, 2018

Un prezioso volumetto in edizione limitata che sin dal titolo pattuisce una sorta di profilo basso. Ci vuole coraggio per scegliere un’etichetta così vaga e generica. Ma l’obiezione formale (la cornice) è presto superata per il valore prezioso dei contenuti che distillano sessanta anni di esperienza del giornalista, del curatore di pubbliche relazioni, capace di documentare con lingua impeccabile la fitta trama di incontri importanti vissuti in prima persona, a volte in trincea, nel passato millennio. Frasca confessa che ha vissuto intensamente e regala ai suoi lettori perle di un’animata autobiografia personale e/o professionale. La maggior parte degli ambiti è sportiva ma non solo. Si svaria da Vittorio Pozzo a Gianni Agnelli, in un’ampia sintesi cronologica, passando per le due fondamentali esperienze formative dei mondiali di atletica del 1987 e dei mondiali di calcio del 1990. Sono medaglioni icastici con grande controllo di scrittura tra cui trapela il rispetto per i miti, l’ammirazione per personaggi che hanno fatto grande l’Italia e qualche idiosincrasia. Il senso critico porta Frasca a uscire dal coro degli indiscriminati ammiratori di Mennea. Un campione olimpico discusso come Schwazer è messo all’indice col riscontro di fatti obiettivi. Saggistica polifonica aperta al cinema, al teatro e alle arti alla luce dei mille interessi dell’autore. Un libro abbagliante che non lascia indifferenti e che apre con abile sintesi spiragli di approfondimento possibili per i tanti personaggi sbozzati alla luce di un incontro, di un’esperienza personale. Un testo difficilmente catalogabile ma di grande fascino. Gli amici potranno capirlo anche nel senso di una nostalgia comune per un’Italia che non c’è più. Una generazione potrà riconoscersi nei “migliori anni della nostra vita”. Oggi l’incanto sembra sparito: nella fretta, nel consumismo, nell’ansia di divorare gli attimi. Frasca prova a restituire senso e memoria al nostro passato indicando una possibile direzione per il futuro, in chiara controtendenza rispetto al mainstream. I libri come si sa, servono anche a questo. A disegnare nuovi percorsi e altre vite.

data di pubblicazione:15/01/2019

INTERVISTA A CHIARA CAVALIERI

INTERVISTA A CHIARA CAVALIERI

Roma, giovedì 10 gennaio 2019

Torna dal 16 al 20 gennaio al teatro India, dopo essere stato presentato proprio qui a giugno dell’anno scorso in occasione del festival Roma Città Mondo, Famiglia scritto e diretto da Valentina Esposito per la compagnia Fort Apache Cinema Teatro, con Alessandro Bernardini, Christian Cavorso, Chiara Cavalieri, Matteo Cateni, Viola Centi, Alessandro Forcinelli, Gabriella Indolfi, Piero Piccinin, Giancarlo Porcacchia, Fabio Rizzuto, Edoardo Timmi, Cristina Vagnoli e con Marcello Fonte.

Per l’occasione abbiamo incontrato Chiara Cavalieri, una degli interpreti del lavoro, e abbiamo chiesto a lei qualche cosa sullo spettacolo, rubandole qualche minuto prima delle prove.

Iniziamo dalla compagnia: Fort Apache Cinema Teatro.

La compagnia Fort Apache nasce nel 2014 per volontà della regista, Valentina Esposito, che più di dieci anni fa aveva iniziato un percorso di teatro all’interno del Carcere di Roma Rebibbia N.C.. Il suo desiderio fu poi quello di continuare a lavorare con gli ex detenuti fuori dal carcere, inserendoli in un vero e proprio meccanismo lavorativo all’interno del mondo dello spettacolo tramite collaborazioni tra Fort Apache e agenzie di spettacolo, casting e registi. Questa è la conferma di come il teatro possa essere un sistema di reinserimento sociale e professionale. La compagnia è formata quindi da tutti attori professionisti, detenuti in misura alternativa, ex detenuti e non. Il laboratorio inoltre collabora in maniera attiva con l’Università La Sapienza di Roma.

Nella tua carriera hai fatto chiaramente tanti tipi di spettacoli dal teatro classico al contemporaneo, ma hai lavorato anche con migranti, richiedenti asilo, con persone disabili. In questo caso come sei entrata a far parte della compagnia?

Ci sono capitata un po’ per caso, anche se sono convinta che le esperienze non capitano a caso nella vita. Col tempo ho imparato che se ti arriva un’esperienza o un personaggio in un dato momento è perché ti deve arrivare. Quando mi è arrivata la proposta di questo progetto mi sono subito entusiasmata e ora mi ci ritrovo dentro in pieno. Famiglia è il nome dello spettacolo e “famiglia” a tutti gli effetti è diventata questa compagnia per me. D’altronde si lavora insieme e si cresce insieme grazie al lavoro di Valentina che come regista ci da tanto campo libero per la ricerca emotiva del personaggio e dei rapporti che li legano agli altri. È un lavoro di condivisione, e questa è una cosa preziosa. È la prima volta che partecipo a un progetto con ex detenuti e sia umanamente che artisticamente continuo a crescere.

Possiamo chiamarlo teatro sociale?

Possiamo chiamarlo come vuoi… ma il teatro è teatro! Qualsiasi aggettivo ci si metta dopo. Il termine “sociale” nell’accezione più formale è quando il fare teatro viene attuato con un obiettivo “educativo”. In questo caso possiamo chiamarlo sociale perché parte da un gruppo di persone che hanno affrontato esperienze di detenzione. Proprio ieri sentivo un’intervista di Valentina Esposito circa la tematica teatro e carcere e sono rimasta affascinata da questa cosa: il teatro nelle carceri fa diminuire in maniera drastica la recidiva dal 65% al 6% tra coloro che partecipano all’attività artistica e questo è un dato straordinario.

Per questo lo spettacolo viene proposto anche ai ragazzi delle scuole superiori. Nonostante affronti tematiche forti la risposta dei ragazzi è sorprendente, sono attenti e si emozionano. La risposta positiva dei ragazzi si vede anche dai messaggi e dalle richieste di amicizia che ci arrivano sui social dopo lo spettacolo, segno che ciò che volevamo dire è stato da loro recepito.

Andiamo allo spettacolo. Di cosa parla Famiglia?

Parla di rapporti familiari esplorando tutte le sfaccettature tra padre e madre, madre e figlio, fratelli, il conflitto generazionale padre-figlio soprattutto, sulle colpe dei padri che si ripercuotono sui figli e sui figli dei figli. L’occasione per far incontrare tutti è un matrimonio, al quale partecipano anche coloro che sono morti, perché anche loro continuano a essere presenti nella vita familiare. Anzi, forse sono proprio quelli che comandano sulle azioni dei vivi.

Si parla quindi di un concetto universale come la famiglia e quindi non ci si può non riconoscere almeno un po’. E se ne parla alternando momenti di leggerezza e ilarità, momenti di confronto acceso tra i vari personaggi e momenti di assoluta intimità.

Il tuo ruolo?

Io interpreto Filomena, una donna del sud sopraffatta dal contesto sociale e patriarcale che era tipico del secolo scorso (il personaggio appartiene al passato, si parla di almeno di 3 generazioni fa) e che insieme alle altre donne presenti in scena tenta di ricucire ciò che è stato disgregato. Non voglio svelare oltre altrimenti come si dice nel gergo moderno “spoilero” troppo.

Nella compagnia anche Marcello Fonte, premio EFA e Palma d’oro a Cannes 2018 come miglior attore per Dogman di Matteo Garrone. Sarà un vero piacere vederlo in scena con la compagnia con la quale ha sempre lavorato fin da quando si è formata.

Come dice Chiara, che salutiamo e ringraziamo, serve il teatro per tornare a riflettere. Sedersi a teatro e uscire con qualcosa che ti tocca nel profondo è una possibilità che, considerando che tutti siamo vittime della fretta, dell’indifferenza e dell’eccessiva tecnologia, raramente ci è data.

STREMATE, ULTIMO ATTO di Giulia Ricciardi, con Federica Cifola, Beatrice Fazi e Ludovica Di Donato

STREMATE, ULTIMO ATTO di Giulia Ricciardi, con Federica Cifola, Beatrice Fazi e Ludovica Di Donato

(Teatro di Carbognano, 13 gennaio 2019; Teatro Sette – Roma, 15 gennaio/10 febbraio 2019)

La saga della Stremate colpisce ancora. Una nemesi che si ripercuote sui loro destini trent’anni dopo. Un piccolo giallo di famiglia.

 

Prima nazionale in Tuscia, verso dell’approdo nel piccolo feudo teatrale capitolino di Michele La Ginestra nell’occasione co-regista dell’operazione. Questa volta la saga delle Stremate arriva alla tapa conclusiva. Perché il trio è confinato in una casa di riposo da cui sembra destinato a non uscirne più. I nodi delle puntate precedenti si sciolgono in un giallo di famiglia forse un po’ macchinoso per chi non è al corrente degli sviluppi delle precedenti puntate. Ma più del risultato finale contano le tappe intermedie di una scoppiettante machina di comicità. Un teatro leggero che assolve però piacevolmente e senza volgarità il proprio compito: l’intrattenimento. La maggiore età porta a vuoti di memoria, a fenomeni di sordità. I difetti abbondano nelle simpatiche vecchiette con ampie storie alle spalle. Pastiche per sole donne che godono di una formidabile sinergia interpretativa in una macchina oleata a dovere. L’interazione dei dialoghi è praticamente perfetta e qualche movimento di scena, relativa alla scarsa mobilità del trio anziano, vivacizza l’andamento.  In provincia lo spettacolo funziona a dovere con la collaborazione di un pubblico che quasi anticipa le battute e i tic delle invecchiate ragazze in scena. Il dispiacere è per il capolinea della vicenda ma non si può escludere un ultimo guizzo di classe considerando le capacità di recupero affabulativo del collettivo muliebre. Sinceri applausi a scena aperta con Federica Cifola che piazza le battute più mordaci. Come anticipato meno ci interessa lo scioglimento che appare piano e un po’ frettoloso in capo a ottanta minuti di felice esibizione. Non era sicuramente il giallo e la ricerca del colpevole il focus dell’operazione teatrale.

data di pubblicazione:14/01/2019


Il nostro voto:

BIG NIGHT di Stanley Tucci e Campbell Scott, 1996

BIG NIGHT di Stanley Tucci e Campbell Scott, 1996

Big Night è un film del 1996 co-diretto da Campbell Scott e Stanley Tucci, che ne ha curato anche la sceneggiatura assieme a Joseph Troiano, e narra delle vicende di due fratelli italiani di origini abruzzesi, Primo (Tony Shalhoub) e Secondo (Stanley Tucci) Pilaggi, emigrati come ristoratori sulla costa del New Jersey. I due hanno profonde diversità di vedute nella gestione del loro ristorante: Primo (il maggiore) è uno chef caparbiamente legato alla tradizione della cucina italiana e non vuole saperne di accettare compromessi, mentre Secondo cerca di accontentare i gusti della sparuta clientela che frequenta ancora il loro locale seppur con un’idea distorta di quella che è la tradizione culinaria italiana. Sull’orlo del fallimento per i loro disaccordi, i Pilaggi subiscono anche la concorrenza spietata di Pascal, un altro emigrato titolare di un ristorante italiano di grido sempre pieno, dove però la cucina tricolore viene reinventata secondo degli stereotipi, molto americani, che fanno inorridire Primo. Pascal, pur stimando Primo come chef, rifiuta a Secondo un prestito che potrebbe risollevare le loro sorti, ricorrendo anche ad un inganno per dare la spallata finale all’attività dei due fratelli: li convince ad organizzare una sontuosa cena alla quale invitare il famoso cantante italoamericano Luis Prime, costringendoli a dare fondo alle loro ultime risorse economiche per un banchetto degno del personaggio la cui presenza, da un punto di vista pubblicitario, avrebbe finalmente risollevato la loro attività di ristorazione.

Di Big Night, gustosa commedia amara a sfondo gastronomico ambientata negli anni Cinquanta, si apprezza come scena migliore proprio la cronaca della cena e della sua preparazione. Il piatto forte della cena, decisiva per il rilancio del ristorante dei fratelli Pilaggi, è rappresentato dal timballo di ziti di cui, nel film, ne vengono enfatizzate le difficoltà di esecuzione. Piatto unico della cucina centro-meridionale, il timballo si cuoce in uno stampo a forma di campana rovesciata e pare che il suo nome derivi proprio da questo tipo di recipiente di cottura che assomiglia ad un ”tamburo”: da qui “timballo”. Diverso negli ingredienti, il timballo è un piatto molto ricco ed in uso nelle feste e nelle grandi occasioni, tipico non solo della cucina abruzzese ma anche campana e siciliana, i cui ingredienti sono i più disparati: dalla pasta al riso, alla carne sia in forma di ragù che in polpettine, le uova sode, scamorza o mozzarella, salumi, affettati o anche verdure, il più delle volte fritte. Deve essere preparato per tempo e calma, aggiungendo via via gli ingredienti che spesso sono cotti separatamente e poi assemblati: una volta cotto, deve “riposare” per compattarsi bene.

Eccovi la ricetta di mia nonna Romilda, abruzzese doc, del suo timballo di ziti con polpettine, che ricorda moltissimo il timballo dei fratelli Pilaggi.

 

INGREDIENTI: ½ kg di ziti da spezzare a mano – 6 etti di macinato di vitella – 3 scamorze appassite non molto asciutte – 2 etti di parmigiano grattugiato – passata di pomodoro – 4 uova – olio extravergine d’oliva q.b. –– sale e pepe q.b.- pangrattato q.b. – noce moscata q.b. – 3 uova sode facoltative.

PROCEDIMENTO:

Usare metà del macinato di vitella per fare un sugo con pomodoro e basilico, non troppo ristretto. L’altra metà del macinato servirà per fare, con un po’ di pazienza, delle polpettine aggiungendo semplicemente sale, pepe e una grattatina di noce moscata e soffriggendole a fuoco lento in olio extravergine d’oliva, facendo prima riscaldare appena l’olio e buttandocele dentro.Spezzare le zite a mano in modo irregolare e lessarle con poco sale e molto molto al dente; in una grande ciotola sbattere le uova con un po’ di sale, versarci gli ziti appena scolati e mescolare (rigorosamente con le mani) sino a quando le uova si saranno amalgamate con gli ziti. Quindi, ungere bene una teglia tonda con i bordi molto alti (possibilmente di rame fuori ed alluminio nell’interno) con burro o olio, aiutandosi sempre con le mani, e facendoci poi aderire bene del pangrattato; a questo punto cominciare a fare gli strati ma non più di tre: sugo-parmigiano-pasta-polpettine-parmigiano-scamorza tagliata a dadini-pasta-sugo e così via. Terminati i tre starti di pasta completi di tutti gli ingredienti, ai quali si possono aggiungere facoltative delle uova sode a pezzetti, e facendo in modo di terminare con il sugo su cui mettere parmigiano e scamorza a dadini e polpettine, mettere in forno preriscaldato a 180° fissi per 30/40 minuti; passato il tempo, vedere se sopra il timballo si è creata la crosticina, in caso contrario accendere per 5 minuti il grill.

Tirare fuori dal forno il timballo e farlo riposare per almeno 20/30 minuti, coperto con un canovaccio di lino: l’attesa garantirà che si compatti bene permettendo così di tagliare le porzioni facendo prima un cerchio nella parte centrale, in caso si usi il tegame tondo come da tradizione. Si mangia tiepido, per gustarne tutti i profumi. Emozionante!

 

ER NASO DE GOGOLLE testo e regia di Pierpaolo Palladino, con Francesco Acquaroli

ER NASO DE GOGOLLE testo e regia di Pierpaolo Palladino, con Francesco Acquaroli

(Teatro della Cometa – Roma, 8/20 gennaio 2019)

Una rivisitazione gogoliana in salsa romanesca. Un monologo multi voci che sarebbe piaciuto a Luigi Magni, omogeneo all’atmosfera dei Papa.

 

Ci stupisce Francesco Acquaroli che il grande pubblico ha conosciuto per le grandi caratterizzate parti di cattivo in Suburra e in Rocco Schiavone. Non è Samurai e non è Samuele a teatro dove riacquista i panni del protagonista assoluto in una prova d’attore lunga sessanta minuti, con ampio uso del romanesco ottocentesco. Mutuando Gogol e la perdita di un naso che sembra equivalere a una penosa perdita dell’identità per il protagonista che una mattina si risveglia senza naso e vaga per la città alla ricerca di questo fondamentale sporgente attributo che è anche un modo per farsi riconoscere ed accettare in società. E’ un innesco kafkiano che permette all’attore di mutuare tante voci, persino quelle femminili, Il tema affronta il pregiudizio sociale sulla presunta anormalità. L’uomo senza naso si dibatte in una Roma popolaresca, dominata dalla curia e dalla voglia di sopravvivenza, una jungla dove la sua ricerca si fa quasi disperata. Perché il naso trovato inizialmente non calza e dunque il volto non è più quello di prima. E un uomo senza naso che uomo è? Grande è il suo sollievo quando dopo la discesa agli inferi riacquista questo pezzo fondamentale che è vita, olfatto, riconoscimento sociale. L’alter ego del Kovalev gogoliano ci fa scoprire la Roma sparita, il porto di Ripetta, Trastevere d’antan e si avvale del prezioso sottofondo sonoro e creativo delle musiche originali di Pino Cangialosi, suonate dagli altri componenti della famiglia, cioè Flavio Cangialosi e Livia Cangialosi mentre Alessia Sambrini ha molte parti in commedia occupandosi di scene, costumi, disegno, luci e aiuto regia. Uno spettacolo gradevole nei limiti spettacolari del piano A di partenza. Un monologo dai colori cangianti in cui Acquaroli non straripa ma spazia su vari registri tutti molto coerenti e omogenei.

data di pubblicazione:12/01/2019


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