(Teatro Quirino – Roma, 15 gennaio/3 febbraio 2019)

Come un teorema minuziosamente elaborato, dopo l’enunciato sono gli esempi a dare dimostrazione che quanto si afferma funziona. Così il professor Gennaro Bellavista torna in cattedra, questa volta da un palcoscenico, a dare lezione al suo pubblico di discepoli.

 

Non poteva che essere affidata che a Geppy Gleijeses la traduzione teatrale del romanzo e del più celebre film datato 1984 Così parlò Bellavista, secondo il parere del produttore Alessandro Siani. E ha avuto ben ragione perché dopo 34 anni lo spirito del professore partenopeo, interpretato all’epoca da Luciano De Crescenzo, rivive intatto e sempre brillante per merito non solo di un bravo attore come Gleijeses (che nel film originale era Giorgio), ma anche di una squadra di artisti eccezionali e ottimi caratteristi che sono stati testimoni oculari della creazione di questo cult anni ottanta. Benedetto Casillo primo fra tutti, ancora nei panni del vice sostituto portiere Salvatore, Marisa Laurito, storica amica di De Crescenzo che nella commedia è Maria Bellavista, moglie del professore, una straordinaria Nunzia Schiano nei panni della serva Rachelina, e poi ancora Salvatore Misticone, camaleontico istrione quasi sempre in scena per il folto numero di personaggi a lui affidati.

Lo spettacolo, presentato al San Carlo di Napoli proprio lo scorso settembre in occasione dei novant’anni di De Crescenzo, non è solo un omaggio al suo autore, ma all’intera città e ai suoi abitanti che a detta del regista è l’unica speranza che abbiamo per salvarci da un progresso che vuole omologare tutto e tutti. La filosofia del vivere napoletano, il modo di affrontare la vita e le sue delusioni, la positività che rimane in piedi nonostante le delusioni, la gioia di vivere e di far parte di una comunità caotica, forse invadente, ma tuttavia accogliente e calorosa, sono ancora insegnamenti che valgono per noi oggi.

A ben pensare non ci voleva poi molto per portare in scena questo grande affresco, poiché quello che rappresenta in fondo è Napoli, forse la città più teatrale al mondo. Casomai la difficoltà più grande stava nel ripetere l’elenco delle numerose scene che il film risolve con l’uso del montaggio. Qui la soluzione che si è trovata vede una scena fissa, il cortile del palazzo di via Foria famoso nella pellicola, e l’utilizzo di forme di cartone a indicare via via una macchina, un aereo, la famosa lavastoviglie o il busto di Socrate. Ma a teatro basta indicare, non rappresentare con perfezione di dettaglio la realtà, e allora l’esperimento è riuscito. D’altro canto Napoli non è una città da visitare e basta, ma va compresa, bisogna saperla vedere. Dietro i panni stesi, che a un occhio non consapevole suggeriscono solo caos e non curanza, si nasconde una sottile rete di relazioni e di legami tanto che, come istruisce Bellavista, se il Padreterno volesse sollevare una casa qualunque si accorgerebbe che appresso a lei si muoverebbero tutte le atre, insieme con i fili del bucato e tutti i panni. In questo mondo di amore, come lo chiama il professore, non c’è spazio per l’egoismo, per la violenza, per l’avidità e per la prepotenza. Ecco perché il colloquio di Bellavista con il guappo camorrista, in cui si denuncia l’aspetto più brutto della città, quello di chi vuole fare i soldi facili sfruttando la gente onesta, rimane il brano più coraggioso, significativo e purtroppo ancora attuale di tutta l’opera.

Per fortuna Napoli e la napolitanità è una componente dell’animo umano ravvisabile in tutte le persone e allora il mondo dell’amore, quello di chi ama fare il presepe a Natale e preferisce il bagno alla doccia perché permette di riflettere più a lungo sulle questioni della vita, è ancora possibile.

data di pubblicazione:19/01/2019

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