PROGRAMMA ALICE NELLA CITTA’- FESTA CINEMA ROMA

PROGRAMMA ALICE NELLA CITTA’- FESTA CINEMA ROMA

Si svolgerà a Roma dal 15 al 25 ottobre 2020, nel quadro della Festa del Cinema, la XVIII edizione di Alice nella Città, la sezione autonoma dedicata alle giovani generazioni diretta da Gianluca Giannelli e Fabia Bettini e organizzata dall’Associazione Culturale PlayTown Roma. Quest’anno alle sale dell’Auditorium Parco della Musica e del Cinema Caravaggio, si aggiungerà l’Auditorium de La Nuvola di Fuksas all’EUR, che si aprirà per la prima volta al cinema.

Da sempre attenta ai temi legati alle giovani generazioni, Alice nella Città presenterà un programma di anteprime assolute, esordi alla regia e proposte originali. 11 + 1 le opere del Concorso Young Adult, 7 Eventi Speciali, mentre il Fuori Concorso raccoglie 5 film con una forte attenzione al cinema del reale. Novità di questa edizione la sezione Sintonie pensata in collaborazione con Venezia 77 che raccoglierà 6 film della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica 2020. 4 serie tv, 3 restauri e 26 cortometraggi (10 in concorso, 14 fuori concorso, 2 eventi speciali) selezionati in collaborazione con Premiere Film.

Saranno 11+1 (l’ultimo titolo verrà annunciato nel corso della conferenza stampa della Festa del Cinema di Roma) i film a partecipare al Concorso Young Adult, votati da una giuria composta da 15 ragazzi e ragazze selezionati su tutto il territorio nazionale.

I film in programma abbracciano generi e paesi d’origine diversi e spingono lo sguardo intorno al mondo, come il visionario Gagarine, l’opera prima di Fanny Liatard e Jérémy Trouilh che attraverso gli occhi di Yuri (l’esordiente Alseni Bathily) mette in scena, nella mente fantasiosa e libera di un adolescente delle banlieue parigine, l’Odissea nello spazio di un astronauta urbano che si oppone alla cancellazione del suo mondo e della sua comunità.

Uno spunto ideale anche per Francesca Mazzoleni che con il documentario Puntasacra svela l’incertezza, la speranza e il senso di appartenenza a una comunità che afferma il proprio diritto di vivere in un luogo abbandonato che tuttavia ama profondamente. Una frontiera dimenticata di Roma da sgomberare per fare spazio alle magnifiche sorti del Porto Turistico di Ostia. Semplice e commovente, la storia di Stray accompagna il pubblico in luoghi apparentemente impossibili, rimanendo fortemente radicata nella realtà. Ibrahim di Samir Guesmi, interpretato da Abdel Bendaher. mette in scena tutta la tenacia dell’innocenza attraverso l’immaginario di personaggi persi tra finzione e realtà, come nella favola noir Shadows di Carlo Lavagna che torna dietro la macchina da presa con una produzione italiana interamente girata in lingua inglese.

Felicità di Bruno Merle è una commedia vista attraverso gli occhi di una bambina (Chloe), interpretata da sua figlia Rita, ricca di dettagli vissuti che ruotano attorno a una relazione padre-figlia che diventa un’àncora di salvezza emotiva. Un lavoro di scavo sui rapporti familiari reso prezioso dal nuovo film di Miranda July Kajillionaire, con i codici della commedia dell’assurdo, tiene insieme cose tra loro altrimenti diverse: parla d’intimità e abbandono, di personaggi in cerca di una rotta. Scaccia la morale per cui nella famiglia si trova la soluzione di ogni problema e mette al centro il talento, tutto al femminile, di un cast d’eccezione (Debra Winger, Richard Jenkins, Evan Rachel Wood, Gina Rodriguez).

Rémy Chayé, dopo il successo di Sasha e il Polo Nord, torna con il film d’animazione Calamity, al racconto d’avventura e lo fa con una storia ispirata all’infanzia di Calamity Jane, pseudonimo di Martha Jane Cannary, un’avventuriera del selvaggio West che sfida le tradizioni conservatrici, mettendo a fuoco lo spirito di sopravvivenza di una ragazzina. In Slalom di Charlène Favier (interpretato da Jérémie Renier Noée Abita) lo sport diventa il mezzo per indagare un mondo di pulsioni, talvolta segreto e nascosto, che mostra tutte le ambivalenze e le ambiguità del mondo adulto; in Tigers di Ronnie Sandahl, tratto dal romanzo autobiografico In the Shadow of San Siro di Martin Bengtsson, il rigore, la disciplina, l’autodisciplina e il duro lavoro sono ostacolo alla libertà; nel film Nadia, butterfly di Pascal Plante emerge la necessità di abbandonare le richieste sociali, gli obblighi famigliari, i destini già decisi per essere se stessi. Un’indagine che sembra insistere su quel momento speciale in cui la mente e il corpo inizia a farsi contaminare da altre tracce.

Il programma del Fuori Concorso quest’anno punta sulla scoperta e sulla valorizzazione del giovane cinema italiano. Documentari, film mai usciti in sala per il grande pubblico o passati velocemente in un festival. Sono 5 i film che comporranno la selezione che presenta temi a contrasto, mostrando la forza di una realtà che non   è mai semplice spettacolo. Movida, opera prima di Alessandro Padovani è uno sguardo vitale e inedito sui giovani della provincia bellunese. Un docufilm di poche parole e molte suggestioni, reale e poetico allo stesso tempo. Filmati che con un montaggio veloce di volti, paesaggi, neve, tramonti, matrimoni, corse d’auto, bambini che giocano, persone che ridono, testimoniano con immediatezza e sincerità, e senza alcuna retorica, che in quei territori un tempo c’era una vita felice e piena. Un’autentica piccola sorpresa.

Concreto, fisico, corporeo il documentario di Michele Pennetta Il mio corpo, mentre c’è nella forza del racconto personale di Alexis, studente talentuoso e orgoglioso della National Ballet School di Cuba, in Cuban dancer di Roberto Salinas, un flusso energetico dirompente che tutto travolge.

Climbing Iran di Francesca Borghetti, offre una riflessione audace, anche se sottile, sull’esperienza delle donne nella società iraniana. Nasim, alpinista e free-climber, con mani molto forti e unghie dipinte di smalto rosa shocking, è capace di aprire nuove vie sulla roccia e sulle montagne culturali del suo Paese. C’è anche nel film di Chiara Bellosi, Palazzo di Giustizia, la voglia di andare oltre lo sguardo cinematografico delle inquadrature, per cercare quelli che rimangono fuori campo e all’esterno dell’aula, di cui il film racconta la solitudine. A prestare il volto ai vari protagonisti un cast formato da attori professionisti e non, in cui Daphne Scoccia (Fiore) e Andrea Lattanzi (Manuel) accompagnati dall’esordiente Sarah Short, ne sono l’anima.

Come di consueto tornano ad Alice le grandi anteprime. Ad aprire il programma degli Eventi Speciali sarà il film Trash, il cartoon tutto italiano di Luca della Grotta e Francesco Dafano che vuole unire divertimento ed educazione civica per far riflettere grandi e piccoli su un tema centrale per la salvaguardia del nostro pianeta: il corretto riciclo dei rifiuti. Il film uscirà in sala il 16 ottobre e sarà accompagnato dalle musiche di Raphael Gualazzi.

In The specials Éric Toledano e Olivier Nakache portano sul grande schermo una storia delicata e commovente, che dosa sapientemente risate e lacrime. I due protagonisti sono ispirati a due operatori realmente esistenti: Bruno è David Benhamou, direttore dell’associazione Le silence des Juste, mentre Malik è Daoud Tatou, direttore dell’associazione Le Relais Ile-de-France. Nel film Bruno ha il volto di Vincent Cassel, mentre Malik ha quello di Reda Kateb. Il film uscirà a fine ottobre.

Il futuro siamo noi, diretto da Gilles de Maistre (Mia e il leone bianco), è un documentario che racconta la storia di un gruppo di bambini, che insieme combattono per opporsi alla violenza. Sono José, Arthur, Aïssatou, Heena, Peter, Kevin e Jocelyn, tutti giovanissimi, eppure non troppo piccoli per reagire alle ingiustizie. Dimostrando il loro coraggio sono diventati un esempio per i loro coetanei, ai quali hanno raccontato il loro punto di vista sul lavoro minorile, sullo sfruttamento, sui matrimoni forzati, sui danni ambientali e sulla povertà nel mondo. Il film ha ottenuto il patrocinio di Unicef e uscirà nelle sale il 19 novembre in occasione della giornata mondiale dell’infanzia.

L’esordiente Alice Filippi presenterà Sul più bello il teen dramedy prodotto e distribuito da Eagle Pictures, con un cast di giovanissimi e promettenti attori italiani. Ad interpretare la protagonista Marta è la romana Ludovica Francesconi, al suo esordio al cinema dopo qualche esperienza in teatro. L’inarrivabile Arturo, invece, è Giuseppe Maggio, noto per il ruolo di Fiore nella serie TV di Netflix Baby. Il film, tratto dall’omonimo libro è stato adattato in sceneggiatura a Roberto Proia e Michela Straniero e sembra voler seguire la scia di un genere poco realizzato in Italia ma di gran successo in tutto il mondo. Il film uscirà nelle sale il 21 ottobre.

A chiudere la programmazione Family il nuovissimo cortometraggio dei Walt Disney Animation Studios, La storia di Olaf. Le origini di Olaf, l’innocente e profondo pupazzo di neve amante dell’estate che ha fatto sciogliere i cuori nel film di animazione premio Oscar del 2013 Frozen – Il Regno di Ghiaccio e nel suo acclamato sequel del 2019, vengono rivelate con le voci italiane di Enrico Brignano (Olaf), Serena Autieri (Elsa) Serena Rossi (Anna).

data di pubblicazione:14/10/2020

UNDINE – Un amore per sempre di Christian Petzold, 2020

UNDINE – Un amore per sempre di Christian Petzold, 2020

Undine è impiegata come guida presso un importante museo di Berlino e il suo lavoro consiste nell’illustrare ai turisti lo sviluppo urbano della città, a partire dalla sua fondazione e fino ai giorni nostri. Quando il suo fidanzato Johannes le comunica che si è innamorato di un’altra e sta per lasciarla, la ragazza risponde con la minaccia che, se verrà abbandonata, non esiterà ad ucciderlo.

 

Christian Petzold è un regista e sceneggiatore tedesco: ha alle spalle un discreto curriculum come cineasta ed è abbastanza noto anche nel nostro Paese, specie dopo che nel 2008 si distinse alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia con Jerichow. Nel 2012 vinse a Berlino l’Orso d’Argento per la miglior regia con il lungometraggio Barbara, mentre nell’ultima edizione della Berlinale ha presentato in concorso Undine ,di cui ne ha curato anche la sceneggiatura.

Il film trova ispirazione nel mito prettamente classico della ninfa Ondina, creatura leggendaria, acquatica e di natura normalmente benevola, incline a cambiare d’umore, divenendo implacabile, se tradita o umiliata. Questo è anche il caso della protagonista del film (Paula Beer, premiata per questo film con l’Orso d’Argento come migliore attrice), che una volta abbandonata dal suo ragazzo (Jacob Matschenz) dichiara apertamente che lo punirà con la morte. A distoglierla dal suo sciagurato intento appare inaspettatamente Christoph (Franz Rogowski): la ragazza sembra essere conquistata dal carattere mite e remissivo del giovane e tra i due inizia una relazione, semplice ma intensa.

Il film oscilla tra la fiaba e il thriller con elementi che via via ci portano al soprannaturale: quest’ultimo tratto non disturba affatto, anzi, sembra essenziale per catturare l’attenzione, contribuendo altresì a mostrare il talento del regista, che riesce a bilanciare i vari aspetti della storia, affrontando il rischio di raccontare una favola che trova fondamento nella mitologia greca. Il risultato ottenuto è sicuramente positivo e il film si lascia seguire con interesse, grazie anche ad interpreti d’eccezione.

Al di là di qualche piccola lungaggine, ci troviamo di fronte a un lavoro sicuramente ben confezionato, che segue una trama con un tocco di fiabesco sentimentalismo che tutto sommato non guasta, anche perché, in fondo, la storia raccontata trova fondamento nella reale vita quotidiana, fatta di amori che nascono per poi inevitabilmente morire.

data di pubblicazione:14/10/2020


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LE ESANGUI SCENEGGIATURE DEL CINEMA ITALIANO

LE ESANGUI SCENEGGIATURE DEL CINEMA ITALIANO

Una grande ricchezza di proposte, un’enorme povertà di idee. La commedia all’italiana, riveduta e corretta nel nuovo millennio sembra una pallidissima e banale imitazione di quella che fu l’epopea dei Monicelli, Comencini, Risi e del sottovalutato Salce. Sembra aver preso la piega del tanto criticato cinema dei fratelli Vanzina. E ora che Carlo Vanzina non c’è più gli epigoni si sprecano. Finirà che i Vanzina si fregeranno dell’epiteto di “maestri”. Del resto non abbiamo grandemente rivalutato Totò e persino Franco Franchi e Ciccio Ingrassia? In questa rivisitazione estetica che considera persino Ultimo tango a Zagarolo non troppo inferiore all’originale, persino geniale di suo. Dobbiamo persino difendere Enrico Vanzina, massacrato per avere fatto uscire un film nel settembre del 2020 (Lockdown all’italiana) incurante dei 36.000 morti italiani. La commedia italiana dei Sordi e dei Gasmmann non ha forse attinto a episodi di cronaca ancora più acri, tipo la seconda guerra mondiale?

Così dovremmo berci la favola della riappacificazione tra Christian De Sica e Massimo Boldi e la quieta accettazione della filosofia di Vacanze di Natale? Il tema stra-gettonato delle “vacanze” sembra qualcosa che si addice perfettamente all’indole italiana. Le vacanze di Pasqua? Durano al massimo due giorni reali: due giorni però combinabili con un week end e dunque si allargano a una settimana. Quelle di Natale? Paralisi assoluta e per un vasto arco di tempo. Scriviamo dal 20 dicembre al 10 gennaio dell’anno successivo stasi completa delle attività produttive. E le vacanze, per tornare al tema di partenza, sono il ricettacolo repertoriale del cinema. Basta inventarsi un Paese molto diverso dal nostro, che so io il Brasile o Cuba per far sfoggio di provincialismo esotico dove l’italianuzzo dovrebbe essere mostrato per quello che è, cioè mostrato nella sua meschinità. Il Paese chiude per ferie ad agosto e si gode le sue feste e il cinema va appresso a questa eterna vacanza, anche del necessario collegamento neuronale. Le sceneggiature vivono su idee che ormai tendono allo stanco stereotipo, a misura di attori che, forse, sono troppo allettati da un guadagno rapido e sicuro. Senza una sceneggiatura sufficientemente strutturata è difficile “aggiustare” un film, anche se puoi contare su nomi e cognomi come quelli di Alessandro Gassmann, Gianmarco Tognazzi e Marco Giallini. Nonostante critiche infauste, però, Non ci resta che il crimine ha avuto anche un sequel e con lo stesso cast, forse spinti dalla forza dei 4,7 milioni riscossi al box office al primo tentativo.

Il cinema americano beninteso ha altri difetti, ma può appagarti per il budget, la spettacolarità, le musiche, gli ingredienti di una grande industria che può spendere e che prescinde da quel ristretto manipoli di sceneggiatori (sempre gli stessi) al servizio del botteghino. Non stiamo parlando di arte, ma già un efficiente artigiano sarebbe gradito.

Prendiamo Tiramisù con Fabio De Luigi uno e trino, nel ruolo di attore protagonista, regista e sceneggiatore. Il plot, come suggerito dal titolo, ruota attorno al tiramisù: un film con questa trama potrebbe bellamente trasmigrare in uno dei tanti programmi gastronomici dell’ex Belpaese. In Dieci giorni senza mamma lo stesso De Luigi è costretto a fare il papà a pieno tempo perché la moglie (bontà sua) ha improvvisamente deciso di concedersi una vacanza a Cuba con la sorella. Due ore di film per un’idea povera. Il Corriere della Sera commenta nella mini recensione: “Un film che gira a vuoto col pilota automatico inseguendo un copioncino smilzo, prevedibile, da sbadiglio”. Il bello è che la sceneggiatura non è neanche originale perché mutuata da un film argentino. Dunque si può essere banali anche copiando. A tre settimane dall’uscita Dieci giorni senza mamma va in testa al box office con un incasso parziale di 6,2 milioni e si prende un pezzo della fetta dei successi del Di Luigi che in 14 anni ha fatto incassare ai produttori 200 milioni di euro.

Claudio Bisio in due pellicole successive viene costretto a indossare i panni del Presidente della Repubblica prima e del Presidente del Consiglio dopo, mutuando una realtà che è molto più farsesca della pellicola stessa visto che le scialbe imitazioni di Mattarella, Salvini e Di Maio non valgono certo gli originali. In Benvenuto presidente è vano lo sforzo di vivacizzare l’assurdo sviluppo della story con un montaggio demenziale e con musiche esasperate. Peccato che si prestino all’accozzaglia Massimo Popolizio e Antonio Petrocelli, stimati attori di teatro che probabilmente per una piccola parte guadagnano come in sei mesi in giro per i palcoscenici italiani. Pensavamo comunque che i vertici di banalità delle sceneggiature a misura di De Luigi fossero inarrivabili, ed invece ci colpisce ancora di più la sinossi narrativa de La scuola più bella del mondo con Christian De Sica e Rocco Papaleo (il regista non vale neanche la pena di citarlo). “Il preside di una scuola media toscana pensa di invitare una classe del Ghana per uno scambio culturale; ma il bidello confonde la città di Accra con Acerra e così invita gli alunni di una disastrata scuola media campana con il loro bizzarro insegnante”: questo banale spunto diventa il pretesto per un film di 90 minuti. Una replica del “fatale errore” si ritrova in Sotto mentite spoglie dove già il titolo è un elogio del trash rispetto a una sinossi del plot che suona così: “Tommaso (Vincenzo Salemme) è un quarantenne napoletano felicemente sposato con Chicca (Lucrezia Lante della Rovere). Un giorno decide di mandarle un focoso sms che, per errore, arriva a Chiara (Luisa Ranieri), la moglie del suo migliore amico (Giorgio Panariello) che gli si butta tra le braccia”. Così una gag di cinque minuti da giocarsi in televisione tramuta in pellicola.

Il cinema italiano in quanto a mancanza di fantasia con uso e abuso dei format fa pari con la televisione. Il programma di Maurizio Crozza fa certamente ridere. Però quando leggi nei titoli di coda che le sue battute sono frutto del lavoro di sette autori (vale lo stesso per Fazio) l’ammirazione si auto-ridimensiona in un giudizio più sfumato e critico. Una battuta per uno degli autori per costruire una gag? Purtroppo anche attori di gran peso cadono nella tagliola di sceneggiature insipide. Leggete la sinossi di Moglie e marito, film in cui Pierfrancesco Favino: “Un neurochirurgo e una conduttrice televisiva sono sposati da dieci anni ma il loro matrimonio è in piena crisi e i due pensano di divorziare. Un giorno, in seguito a un esperimento scientifico, si ritrovano improvvisamente l’uno nel corpo dell’altro”. Sceneggiatura? Plot per una barzelletta piuttosto, al di là di ogni credibilità scientifica, estetica e narrativa. Persino la stimata Paola Cortellesi si erge a protagonista principale di Ma cosa ci dice il cervello firmato dal marito Riccardo Milani (“Matrimonio, ah quanti peccati cinematografici nel tuo nome”), che certo non è all’altezza della sue prove più riuscite. “L’attrice ha il ruolo di una grigia impiegata ministeriale che nasconde una doppia vita: è una superspia che attiva i propri poteri per vendicare le vittime di bulli, cafoni, prepotenti, interpretati da Stefano Fresi, Claudia Pandolfi, Paola Minaccioni, Remo Girone, Lucia Mascino, Vinicio Marchioni”. Un argomento banale, con la Cortellesi nelle vesti di angelo vendicatore senza essere L’Angelo vendicatore di Bunuel. Anche qui siamo lontani da una sceneggiatura degna di questo nome, attivando un cinema di serie B senza dignità, non scrivo di arte ma neanche di sufficiente artigianato. Povero quel cinema in cui il regista cerca di valorizzare la moglie (la compagna) dandole un ruolo a metà da 007 a metà tra Sean Connery e Lando Buzzanca. Qui la Cortellesi in effetti non è né carne né pesce. Non fa ridere e non emoziona, a metà strada tra trama e farsa in un crescendo di azioni improbabili. Come un gatto in tangenziale appare un gigante da Oscar rispetto a quest’ultima prova.

Un altro esempio di questa degenerata e residuale commedia all’italiana è I compromessi sposi, sequela di luoghi comuni e di stereotipate antinomie (nord-sud, destra-sinistra, proletariato-borghesia) scritta da Miccichè e contando sull’appeal dei due interpreti Salemme e Abatantuono. Tra cui, attorialmente, non c’è alcuna empatia. Eravamo già ben cosci del “buttarsi via” commercialmente di Salemme, speravamo invano in un guizzo d’orgoglio di Abatantuono, addirittura più vero quando interpretava il “terrunciello”.

Quanto a copiature di gag e batture, uno degli esempi più evidenti è offerto, ancora una volta, dalla televisione. Selvaggia Lucarelli ha mostrato con riferimenti e puntute pezze d’appoggio che praticamente tutti gli sketch imbastiti da Bisio-Raffaele-Baglioni in Sanremo 2019 sono stati ripresi da gag preesistenti, saccheggiando persino mister Bean e la satira americana. Qui- credo- che la Siae sia impotente. Eppure si tratta di Sanremo. Parliamo del più importante investimento della Rai nel corso di un anno. Parliamo di una Rai che ha sul groppone 24.000 dipendenti per una spesa via aziendale che sfiora il miliardo. No, non è la BBC, in quanto a qualità. I De Luigi e i Volo sono fenomeni di moda perché con i tanti (troppi) comici in circolazione l’arte del riciclo, aggiustando una battuta o i suoi tempi è un ricalco abituale, tanto che alla fine non sai più se la battuta originale sia di Brignano, Battista, Perroni, Giusti, Giuliani. Alla fine per saturazione non vedremo più neanche i film con Giallini e Gassmann. Se il primo per la regia del semisconosciuto Simone Spada si cimenta in Domani è un altro giorno, remake senza idee e guizzi di un fortunato film argentino. E se il secondo viene invalvolato in una relazione omosessuale con Fabrizio Bentivoglio nel solito scipito contrasto acculturato-ignorante. Derive che fanno persino rimpiangere i film delle Archibugi e delle Comencini o Ferie D’Agosto di Virzì. C’è però il lieto fine. Come tutte le coppie borghesi gli omosessuali impersonati da Gassmann e Bentivoglio si sposano e si baciano persino in bocca. Questo è l’edificante ed il politicamente corretto dei nostri tempi.

data di pubblicazione:14/10/2020

UN DIVANO A TUNISI di  Manele Labidi Labbè, 2020

UN DIVANO A TUNISI di Manele Labidi Labbè, 2020

Psicanalisi da altro continente. Un film che si riassume in un trailer come un libro non può tradursi in una barzelletta. Plot un po’ avaro. Le gag sopraffanno l’impianto complessivo del film la cui sceneggiatura risulta striminzita e un po’ monca. Sciupato un atout che avrebbe meritato più salda mano registica.

 

Opera prima che denota tutta l’inesperienza della regista in una pellicola di chiara impronta femminile. La restrittiva società tunisina fa fatica ad accettare il ritorno dalla Francia della trentenne psicanalista che apre un improvvisato studio nella capitale cercando di sbarcare il lunario. Trovando l’ostilità della famiglia e della burocrazia ma un gran numero di clienti. Interessante l’idea di trapiantare la scienza di Jung e Freud in un contesto chiaramente poco adatto ad accettarla ma è la resa che è carente. Il plot si sviluppa un po’ a tentoni con alcuni punti morti e troppi personaggi non perfettamente caratterizzati. Insomma manca un unificante punto di vista complessivo. E la psicanalisi, nonostante l’intreccio, è la parente povera del film perché solo accennata e mai illustrata coerentemente. Per dirla in romanesco si ha l’impressione che a volte la regista, non sapendo come andare avanti, “la butta in caciara” e giri un po’ a vuoto. Con questa debolezza strutturale l’attrice principale, Golshifteh Farahani, non è in grado di restituire credito all’opera con un proprio significativo valore aggiunto. La gamma delle sue espressioni, anche facendo credito al doppiaggio di un significativo handicap, è limitata. La conclusione che non spoileremo oltre che sorprendente è anche ingiustificata se non per la necessità di un consolatorio happy end. In definitiva un’occasione sprecata. Ci viene però restituita l’idea del lassismo un po’ pigro della socialità tunisina se non un brillante affresco della città che compare sullo sfondo e mai pienamente illustrata. I climi tesi della Primavera araba sono lontani dalle intenzioni brillanti di un film che va visto senza grandi aspettative. Billy Wilder ancora non ha degni epigoni in Tunisia.

data di pubblicazione:13/10/2020


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ROUBAIX, una luce di Arnaud Desplechin, 2020

ROUBAIX, una luce di Arnaud Desplechin, 2020

Un film dall’atmosfera simenoniana con una fotografia sporca, scura. Con la maggiore parte delle scene che si svolgono di notte, mostrando il vero volto di una banlieu. Una pellicola che non è un giallo né un noir ma filtra un pezzo di antropologia delle tecniche investigative transalpine. Tenuto in frigo per il coronavirus ed ora coraggiosamente riproposto nelle sale italiane.

L’aplomb magnetico del principale interprete Roschdy Zem è un bel collante per un film che vive di atmosfere e che consolida un crescendo emotivo e drammatico scena dopo scena per accumulo. Merito di un regista che ha mietuto segnalazioni per il Premio Lumiére. Nella prima parte si delineano casi (un incendio doloso, uno stupro, una ragazza fugggita di casa poi un assassinio) che vengono risolti nella seconda. Non si prescinde dalla location, la squallida Roubaix, ai tifosi italiani più che altro nota come capolinea d’arrivo per una classica del ciclismo che parte da Parigi e che nel 2020 è stata annullata per il coronavirus. Il commissario di origine maghrebina tira i fili di varie indagini con la collaborazione dei uomini rodati e di un pivello a cui insegna il mestiere, in primis la tecnica di un interrogatorio. Condendo decisionismo e psicologia appare evidente la sua abilità nello sciogliere gli enigmi ricorrendo al martellamento dei possibili colpevoli, in particolare di un paio di donne che si rimpallano la responsabilità del delitto più grave. Un commissario che è un uomo vistosamente solo, che passa le sue serate nei bar e si appassiona solo alla crescita di un cavallo. Racconto in progress sigillato dalla chiusura, il fermo immagine di una corsa ippica a cui prende parte il suo preferito. Il giudizio è sospeso, senza moralismi, di una storia aperta in cui viene mostrato il duro lavoro di poliziotti duri ma tutt’altro che sprovvisti di umanità. Curatissimi i dialoghi e i particolari di un film che mantiene più di quello che prometta in partenza, rifuggendo da una qualunque seduzione commerciale.

data di pubblicazione:12/10/2020


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LACCI di Daniele Luchetti, 2020

LACCI di Daniele Luchetti, 2020

Di Starnone non si butta via niente. Paragone irriguardoso, come per il maiale. Un romanzo, uno spettacolo teatrale, un film, mancherebbe solo una serie a puntate su Netflix, un prequel o un sequel. Ma il prodotto cinematografico seppure non originale è di prima qualità con un regista che non ha mai banalizzato un testo

 

Un plot quasi bergmaniano. Storia di un tradimento che spacca una vita e una famiglia. Fantasmi che ritornano nel continuo avvicendamento tra presente e passato. Il gioco a quattro degli attori richiede un po’ di comprensione e di sensibilità. Per immaginare che la Rohrwacher diventi la Morante e Lo Cascio mutui nei panni di Orlando. Concessa questa licenza cinematografica comunque ci si emoziona per vicende in cui tutti sono passati e che il regista manovra con mano necessariamente drammaticamente pesante stante la delicatezza dei sentimenti e i traumi dell’addio. Più facile il riconoscimento dei figli quaranta anni dopo. Si fa però fatica a riconoscere Giovanna Mezzogiorno, vistosamente ingrassata anche in viso, sorella di Adriano Giannini, autrice di uno strappo violento con i genitori. A distanza di troppo tempo? La base di Starnone è un confortevole punto di partenza per una sceneggiatura che ha buon gioco ad appoggiarsi a duetti di stampo teatrale grazie anche alla felice vena sinergica degli interpreti. Si rimane un po’ con l’amaro in bocca ma l’happy end non è più di moda. E si riconferma l’adagio che tutte le famiglie sono infelici ma ciascuna a suo originale modo. Felice la ricostruzione dell’ambiente intellettualino che ruota attorno a Rai Tre e al suo particolare mood. Le donne sono fisionomie azzeccate forse più degli uomini anche se gli autori sono tutti al maschile. Tra Roma e Napoli viaggiano umori ma soprattutto dissapori che a tratti si manifestano con violenza. Ma più sottile è ancora la violenza psicologica alla fine di un matrimonio che si riversa nella difficile gestione dei figli.

data di pubblicazione:11/10/2020


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ANNETTE E LA SIGNORA BIONDA e altri racconti di Georges Simenon – ed. GLI ADELPHI 2020

ANNETTE E LA SIGNORA BIONDA e altri racconti di Georges Simenon – ed. GLI ADELPHI 2020

Citando l’ottimo Daniele Poto dicevamo che “Di un grande scrittore non si butta via niente …”, anzi aggiungevamo, a proposito di un autore prolifico fin quasi alla patologia quale è Simenon, che: ”Di Simenon non si può buttare via proprio nulla!”, questa volta dovremmo addirittura dire:”Ma proprio nulla di nulla, nemmeno le briciole…”.

Pur essendo per noi, per gli appassionati e per i cultori dello scrittore belga qualsiasi sua uscita editoriale sempre una Festa, davanti a quest’ultima pubblicazione di un “Simenon minore” potremmo però essere tentati di domandare alla pur meritoria Casa Editrice quale debba essere mai il limite delle “briciole” da voler pubblicare.

Si tratta, come per i recenti La Cattiva Stella e Le Linee del Deserto di una raccolta di brevi raccontini, non più però appunti di viaggio o appunti di vicende poliziesche, ma, al contrario, piccole storie scritte, quasi “a tempo perso”, fra il 1939 ed il 1941 appositamente per il settimanale politico-letterario Gringoire, fatta eccezione per il più articolato racconto che dà il titolo alla raccolta, apparso invece a puntate sul settimanale Pour Elle.

Sono brevi storie, dei bozzetti, quadretti di vita che possono sembrare, a prima vista, semplici, poveri e banali, quasi di maniera: mogli, mariti, amanti, tradimenti, personaggi che si muovono ai margini della Società fra caffè fumosi impregnati dall’odore di Calvados e di abiti bagnati, fra piccole pensioni o sotto il sole della Costa Azzurra o sotto quello equatoriale. Una umanità piccola, piccola con le sue meschinerie, le umane miserie, illusioni, delusioni e, su tutto e tutti, l’eterna assurdità del Destino e del Caso. Pochi tratti veloci, poche righe … ecco però un lampo di eccellenza, un guizzo … ecco allora il grande Simenon che riesce subito a catturare il lettore, che riesce con nulla a ricreare atmosfere ed a portare alla luce i vari infiniti ed eterni risvolti umani e psicologici dei suoi personaggi, le illusioni, le debolezze, gli angoli oscuri dell’animo, il Fato.

Intrigante ed affascinante come sempre!! Ed ecco allora la risposta alla domanda se e perché anche le “briciole” di un grande scrittore possono essere pubblicate!

La lettura è ovviamente leggera e piacevole, Simenon da par suo, porta il lettore dove vuole lui, con una scrittura asciutta, fluida e veloce senza alcuna pretesa letteraria e con un taglio molto giornalistico, pur restando magistrale nell’inventare e disegnare vicende umane in modo nitido, efficace ed esaustivo e nel saper cogliere e rendere i comportamenti osservati nel suo continuo scrutare i propri simili ed i loro animi.

data di pubblicazione:10/10/2020

MAURIZIO IV di Edoardo Erba, con Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia, regia di Gianluca Guidi

MAURIZIO IV di Edoardo Erba, con Gianluca Guidi e Giampiero Ingrassia, regia di Gianluca Guidi

(Teatro Sala Umberto, Roma, 9/25 ottobre 2020)

Un duello in palcoscenico, una commedia a brillante che vira in dramma pulp e tutto nell’arco di un’ora per un sapiente gioco teatrale orchestrata da uno dei più prolifici e brillanti autori del panorama contemporaneo.

Riparte faticosamente una stagione con uno spettacolo recuperato dal programma 2019-2020 e già collaudato a Napoli. Capienza nel rispetto delle norme con una prima che è quasi una festa per la presenza di tanti colleghi anche inattivi e con difficoltà organizzativa non da poco vista la volontà ma anche la difficoltà di mantenere le distanze. Ma il gioco vale la candela perché c’è un’ora abbondante di succoso teatro tra due attori che mettono in opera una collaudata sinergia e un’intesa con un scambio emotivo che diventa anche inversione di gerarchie. L’apparentemente sprovveduto tecnico della luci gradatamente prende il sopravvento sul presuntuoso regista che lo tratta come un proletario da strapazzo. E i due attori sono bravi a propiziare questa trasmissione di tensione minuto dopo minuto. Testo da non spoilerare evidentemente che contiene un risvolto finale di grande presa. E c’è teatro nel teatro perché il testo base è quello di un Pirandello adattato goffamente all’attualità. E si ride volentieri per il Pirandello manipolato secondo moduli alla Tarantino. Niente è come sembra nel gioco dei ruoli. La dannazione del teatro sembra al centro della scena dominata da una scala che nessuno salirà in fondo. S’intravede lo scambio comunicazionale tra due attori che si conoscono dal 1992. Guidi dimostra di saper uscire dal profilo alto costruitosi negli anni con i ruoli comici. Nei mesi del coronavirus il modello teatro per due attori mostra ancora una volta la propria funzionalità, al di là dei ruoli mono-dimensionali del reading e dell’one man show. Peraltro la stagione del teatro romano è ancora un punto interrogativo anche se questo spettacolo è un incoraggiante punto di svolta per tutto il settore, non solo capitolino.

data di pubblicazione:10/10/2020


Il nostro voto:

MEDEA di Euripide, adattamento e regia di Gabriele Lavia

MEDEA di Euripide, adattamento e regia di Gabriele Lavia

(Teatro Vascello – Roma, 6/11 ottobre 2020)

Il mito di Medea valica i limiti del tempo e arriva fino ai giorni nostri. La tragedia si risolve in un dramma familiare a due voci.

 

La Medea di Gabriele Lavia veste panni moderni. È una donna distrutta dal tradimento dell’uomo per il quale ha sacrificato tutto: affetti, patria, la vita intera. A fatica trascina la sua carcassa umana, la sua misera esistenza, svuotata di ogni senso e prospettiva. Giasone ha sposato la figlia del re Creonte e a lei è stato dato ordine di andare in esilio via da Corinto. La scena – un luogo non luogo in un tempo che è il nostro – esprime tutta la desolazione di cui è vittima Medea. Un’immensa distesa sabbiosa dice tutto del suo isolamento. È un pugno di polvere quello che le rimane tra le mani. Il suo trascinarsi sull’arena lascia delle tracce indelebili della sua fatica e del suo disonore, arranca sotto il peso della disperazione lasciando sulla sabbia orme di aspide avvelenata. Non così la falcata di Giasone, sicuro e arrogante, opportunista e sbeffeggiatore. La sua unica ragione è la ricchezza, quella sola che il nuovo matrimonio può dargli. Che ne è dell’eroe che ha conquistato il vello d’oro? Non ha dignità né ragione, non conosce rispetto e non ha memoria del passato. Giasone è un interlocutore dalle parole inconsistenti, che presenta giustificazioni inutili. La vera protagonista è Medea. È lei l’indiscussa regina dall’intelligenza sottile. Federica Di Martino (Medea) e Simone Toni (Giasone) rendono con chiarezza le sfumature dei loro personaggi e sono una coppia perfetta e ben pesata, per stile e interpretazione.

I caratteri greci della tragedia scompaiono. Se non fosse per i riferimenti al mondo classico contenuti nel testo euripideo – mantenuto nella sua struttura poetica – quello che abbiamo davanti potrebbe essere visto come un racconto di cronaca nera, come se ne sentono ormai tanti. La grandezza di Euripide sta anche in questa capacità di scavare nell’animo umano e di coglierne l’universalità. Gabriele Lavia ne esalta magnificamente il senso.

A sparire è principalmente il coro, che nel testo originale ha un grande peso anche nell’azione. Di esso rimane solo un suono, languido e mesto, espresso con poche note suonate sulle corde di un violoncello. La musica è protagonista in questo scontro, e si fa ritmica e incalzante quando Medea, nella solitudine della scena, medita il suo piano ultimo: uccidere i figli avuti da Giasone insieme alla donna che questi ha sposato – che ancora non gli ha dato discendenza – per infliggere la più acuta sofferenza all’uomo che l’ha tradita. È questo il momento più alto dello spettacolo. Medea raccoglie le sue ultime forze e in preda al delirio partorisce il suo disegno di vendetta e castigo. Tesse così la sua trama sanguinaria, in una danza di aracnide calpestata ma non ancora uccisa.

Il finale è un impasto di polvere e sangue. Tutto si tinge di rosso. La colpa è indelebile e la macchia ematica è così estesa e copiosa che la sabbia su cui cade non può berla tutta.

data di pubblicazione:09/10/2020


Il nostro voto:

LA PRIMA DONNA di Tony Saccucci, 2020

LA PRIMA DONNA di Tony Saccucci, 2020

Ascesa e caduta di una pro-femminista del passato secolo. Cantante lirica affermatasi in giovane età, poi soprattutto per quindici anni primo gestore del teatro dell’Opera di Roma, vivendo in prima persona un’epopea gloriosa della scena classica italiana, dialogando e litigando con Toscanini e Mascagni. Complici le difficoltà economiche e una notevole idiosincrasia per il fascismo viene gradatamente epurata e costretta a liberarsi della sua creatura. Morirà in un incidente d’auto nel 1928 quando la sua parabola si è interamente consumata..

 

Torna nelle sale come evento speciale un piccolo gioiello d’autore che, beffardamente, doveva uscire l’8 marzo, proprio il giorno più critico della prima ondata di coronavirus. Ed è un gioiellino cinefilo, un prodotto ibrido che si avvale di documentazione d’epoca (diversi i contributi) e della recitazione di Licia Maglietta che, anche in base a una notevole somiglianza, interpreta gioie e dolori di questa figura affascinante di impresaria che, in tempi non sospetti, si batte per le donne e con un piglio decisionista alimenta la stagione del Teatro dell’Opera senza eccessivi personalismi. Interverrà solo una volta in prima persona ricordandosi delle proprio non trascurabili dote canore. Un omaggio che ha il pregio di un’accurata sceneggiatura dividendo in capitolo un’esistenza che milioni donne vorrebbero avere la fortuna di poter vivere. Tacciata di un brutto carattere, di una dipendenza dalla cocaina, la Carelli precipiterà in un gorgo di diffidenza, alimentata anche dal Duce che pure venne omaggiato e riverito nel suo primo affacciarsi al teatro Costanzi. In 90’ si dipana una storia affascinante in cui si affacciano D’Annunzio, Caruso e il marito della Carelli, il disinvolto impresario Mocchi che, contestualmente, tiene banco tra Argentina e Brasile, tenendo vivo un doppio binario organizzativo, marito assente e spesso traditore. Risalta nella Carelli la personalità e una grana voglia di indipendenza. Bene ricordare che le donne italiane parteciparono al suffragio universale solo nel 1946. Dunque negli anni della Carelli e del fascismo la donna come prima missione doveva far figli, baionette per la patria. Bene, non dimenticarlo.

data di pubblicazione:08/10/2020


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