da Antonio Iraci | Set 20, 2020
Arthur e César sono amici sin dai temi dell’infanzia quando frequentavano lo stesso rigidissimo collegio lontano da Parigi. Diversi caratterialmente e con un vissuto oramai alle spalle, i due si rincontrano dopo anni ed iniziano a rifrequentarsi assiduamente dividendo persino la casa. Motivo di questo inatteso avvicinamento: un malinteso per cui ognuno dei due è convinto che l’altro abbia un cancro incurabile e con pochi mesi ancora da vivere…
De La Patellière e Delaporte, coppia di registi ben affermata, da vent’anni firmano insieme commedie di grande successo, basti pensare a Cena tra amici del 2012 basata su una famosa pièce teatrale ripresa nel 2015 dalla nostra Francesca Archibugi che ne ha curato un adattamento ne Il nome del figlio. Presentato nel 2019 alla Festa del Cinema, Le meilleur reste à venir ben si inserisce in un filone di film francesi che caratterizzò la passata edizione della kermesse romana. Il film ha come ingrediente principale la leggerezza, un vero e proprio inno all’amicizia e a quanto la diversità ne sia un elemento indispensabile perché essa possa radicarsi. I due protagonisti Arthur e César (interpretati rispettivamente da Fabrice Luchini e Patrick Bruel) pur completamente opposti nella vita, rappresentano il classico esempio di una collaudata coppia di amici disposti a tutto pur di non mettere in discussione il sentimento che li unisce.
Nel film troviamo una serie di equivoci, a volte persino banali se non addirittura farseschi, trattati in maniera geniale e frutto di una sceneggiatura ben curata in ogni minimo dialogo/dettaglio. Il risultato ottenuto è stato quello di aver creato, da una storia scontata, una commedia brillante e divertente sia pur con una punta di amaro dovuta alla tematica di come affrontare una morte imminente, una sorta di prova generale su come ognuno dovrebbe vivere la propria vita considerando la morte come elemento che ne fa inevitabilmente parte. Un film dunque basato su una sequenza continua di situazioni tragicomiche, rese particolarmente divertenti grazie alla bravura indiscussa di Fabrice Luchini alla quale si aggiunge quella altrettanto valida di Patrick Bruel, attori oramai ben collaudati soprattutto nel genere della cosiddetta “commedia alla francese”. Una regia molto attenta, che riesce a raccontare la storia di un’amicizia vera, sincera, tra due persone caratterialmente opposte ma così indissolubilmente unite: due mondi eterogenei ma proprio per questo complementari, che riescono a dialogare seppur in situazioni drammatiche, in cui ognuno pensa alla morte dell’altro per rendere quei giorni passati insieme indimenticabili.
Inutile sottolineare come il cinema francese riesca oggi a confezionare dei piccoli gioielli cinematografici partendo da plot a volte quasi inconsistenti o, come in questo caso, non del tutto originali.
Se ne consiglia la visione.
data di pubblicazione:20/09/2020
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da Rossano Giuppa | Set 19, 2020
Presentato in concorso a Venezia 2020 ed in sala dal 10 settembre, Le sorelle Macaluso è la visione cinematografica della pluripremiata omonima pièce teatrale della stessa Emma Dante rappresentata a partire dal 2014. Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella: ovvero l’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia di cinque sorelle nate e cresciute in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina nella periferia di Palermo. Tre piani temporali per raccontare la storia di una famiglia e di una casa che porta i segni di chi ci è cresciuto, di chi ancora ci abita e di chi va via.
Le cinque sorelle già da bambine e adolescenti vivono senza genitori allevando colombe, che girano libere per casa e con cui vivono quasi in simbiosi. Un giorno, le sorelle si mettono in viaggio per andare al Charleston, famoso stabilimento balneare di Mondello in cui entrano di nascosto spesso e volentieri, non immaginando che quanto accadrà di lì a poco cambierà per sempre le loro vite.
Le ritroviamo adulte intente a cenare insieme sempre nella stessa casa, anche se una si è sposata, e poi ancora anziane al funerale di una di loro: flash di un racconto di vita che contempla inevitabilmente anche la morte, di cinque sentieri che si intrecciano e si contaminano a vicenda, tra scelte, rimpianti, sensi di colpa, affetti e legami indissolubili.
Difficile parlare del film senza avere a mente la rappresentazione teatrale. Per quanto differenti e distanti le due opere non possono essere separate, troppe le osmosi che le legano. Non si tratta infatti di un adattamento cinematografico dell’acclamato spettacolo di Emma Dante, ma di una dilatazione espressiva operata dalla regista che porta a salti temporali tra passato, presente e futuro raccontati nei momenti cruciali dell’esistenza delle sorelle, concentrandosi solo su alcuni personaggi del dramma (le sorelle sono cinque e non sette ed i genitori così come il nipote non sono menzionati nel film), con un netto cambio di luce portato sullo schermo rispetto alla lugubre atmosfera che caratterizza la rappresentazione teatrale e rappresentato idealmente da quel foro di luce che dall’inizio del film accompagna l’esistenza delle donne, anzi che dà loro la vita come la metaforica rappresentazione di un amplesso che all’improvviso “fa venire alla luce” le loro esistenze assieme agli oggetti, i sapori, l’aria, le danze, i trucchi e le risate, ed infine i ricordi, la polvere, le pareti scrostate. Particolari di una vita, dettagli nascosti, le parole non dette e la magia di Emma Dante accumulati ed evocati dalla credenza con il suo disegno tropicale ed i piatti buoni al suo interno, il pupo appeso, il clown e Satie, Pinocchio tra i colombi, le barrette Kinder, tanti feticci che si accumulano e seguono l’invecchiamento delle sorelle fino ad arrivare allo smantellamento finale, in cui anche i mobili lasciano una impronta sulle pareti ingiallite, come a dimostrare che anche le vite apparentemente più insignificanti lasciano un segno a questo mondo. Un inno alla vita, dunque, una esortazione a viverla.
C’è dentro anche la carnalità e la fisicità, metafore del teatro Emma Dante. Le ragazze che ballano, trascinando nel ritmo i bagnanti della spiaggia, belle e giovani, con i corpi che progressivamente perdono vigore ed invecchiando diventano decadenti, flaccidi. Ed ancora il pesce finto di tonno e maionese che le sorelle servono a tavola, la vivisezione degli animali, il tutù da ballerina dell’adolescenza e il vassoietto di dolci siciliani coloratissimi, divorati e spappolati quando si sa di non poterne più mangiare.
Straordinarie le attrici protagoniste (dodici in tutto), bambine, ragazze, donne adulte e anziane, vincolate da legami fortissimi, affascinanti nel declino tra lutti, malattie, discussioni, frustrazioni assortite. In mezzo al caos e nel dolore, la bellezza assoluta della poesia e della musica tra la straordinaria versione di Inverno di De André nell’interpretazione struggente di Franco Battiato, la leggerezza di Sognare sognare di Gerardina Trovato e l’amore per gli animali nel testo di Le piccole persone di Anna Maria Ortese.
data di pubblicazione:19/09/2020
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da Rossano Giuppa | Set 16, 2020
Nella splendida cornice del terrazzo di Villa Medici lunedì 14 settembre 2020 alle ore 18.30 è stato presentato il programma della trentacinquesima edizione del Romaeuropa Festival, costruito in stretta aderenza alle direttive vigenti sul distanziamento in scena e in sala e nel pieno rispetto delle misure di sicurezza. Un invito a partecipare responsabilmente a circa due mesi di programma internazionale, dal 18 settembre al 15 novembre, in 14 spazi della capitale (Auditorium Parco della Musica, il Teatro Argentina e il Teatro India, Mattatoio, MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI Secolo, il Teatro Vascello, il Teatro Quarticciolo e Villa Medici – Accademia di Francia) e con parte della programmazione en plein air, per 64 eventi e 137 repliche in linea e in continuità con i consueti standard del REF arricchiti con le nuove attività di EXTRACT, l’inedita sezione online con 70 eventi (182 repliche) pensati in prima italiana o assoluta appositamente per il web.
Con un deciso sostegno alle compagnie e agli artisti indipendenti italiani e un importante sforzo per garantire una rilevante presenza internazionale, il REF2020 conferma la sua vocazione e rinnova la sua visione sul presente attraverso gli sguardi molteplici della creazione contemporanea, con un forte ricambio generazionale e il 70% degli artisti per la prima volta in programma. In questi tempi in cui le arti performative sono messe duramente alla prova, il festival presieduto da Guido Fabiani e diretto da Fabrizio Grifasi diviene, inoltre, ulteriore motivo per sottolineare la necessità del contatto ma che necessita oggi di nuove sensibilità. Le eccezionali misure di prevenzione attuate permetteranno di accogliere e condividere insieme l’incredibile spazio della creazione contemporanea, ma con tatto e nuova cura per il nostro presente.
L’ideazione dell’intero programma è stata possibile grazie al sostegno del MIBACT – Direzione Generale Spettacolo, di Roma Capitale e della Regione Lazio. Prosegue, inoltre, il rapporto con RAI che con i suoi canali dedicati alla cultura, all’approfondimento e allo spettacolo è Main Media Partner di questa trentacinquesima edizione ampliando l’offerta del festival anche sui canali radio, Tv e online e con uno spot creato appositamente dalla Direzione Creativa RAI per raccontare il festival che valorizza e interpreta il titolo della trentacinquesima edizione.
Dopo l’apertura affidata alla creazione in prima assoluta di Sasha Waltz, in programma dal 18 al 20 settembre, nella Cavea dell’Auditorium Parco della Musica si succederanno i grandi nomi del panorama musicale internazionale e italiano.
Il 22 settembre il celebre compositore Wim Mertens presenta, tra minimalismo, ambient e avant-garde, l’Inescapable Tour con il quale festeggia i quarant’anni della sua carriera musicale mentre il 27 settembre l’artista e ingegnere informatico Robert Henke porta in scena una speciale opera audio-video, CBM 8032, di cui sono protagonisti i primissimi modelli di personal computer degli anni Ottanta. Sono tre le corealizzazioni con Musica per Roma: il cantautore italiano Vasco Brondi, il 23 settembre con Talismani per tempi incerti, un progetto nato e ideato come risposta alla pandemia; il 26 settembre è la volta di Bryce Dessner, musicista e compositore fondatore dei The National che propone insieme al Parco della Musica Contemporanea Ensemble e la straordinaria partecipazione di Katia e Marielle Labèque alcune delle sue più importanti composizioni classiche. Ancora con la PMCE, Tonino Battista e Ascanio Celestini portano in scena, il 29 e il 30 settembre, Pierino e il Lupo di Sergej Prokof’ev e Pulcinella di Igor Stravinskij.
Altri appuntamenti musicali al Teatro Argentina il 5 ottobre con la compagnia Anagoor che presenta il progetto audio-video Mephistopheles e il 25 ottobre al Mattatoio con Fabrizio Ottaviucci che prosegue il suo percorso intorno alla monumentale Treatise di Cornelius Cardew in abbinamento a due composizioni per piano preparato di John Cage: Mysterious Adventure, Daughters Of The Lonesome Isle.
Novità assoluta del REF2020 è Sulla paura, speciale programma di lectures curato da Francesco Siciliano insieme con Francesca D’Aloja. Un ciclo di lectio magistralis dedicate all’emozione primaria, mai così attuale, della paura che, nella splendida cornice del piazzale di Villa Medici, proprio dove il festival è nato 35 anni fa, vedrà protagonisti dal 21 al 26 settembre, cinque grandi scrittori italiani: Sandro Veronesi, Edoardo Albinati, Melania Mazzucco, Michela Murgia e Alessandro Piperno.
A conferma della vocazione all’innovazione e all’internazionalità del festival tante le prime nazionali del REF2020 che, insieme, restituiscono uno sguardo multiforme sulla complessità del nostro presente. Romaeuropa continua il percorso avviato con l’acclamato Milo Rau con la prima nazionale di Familie (co-produzione REF2020) lavoro incentrato sull’intimità di un dramma familiare e ultimo capitolo di una trilogia ideale dedicata ai crimini moderni, alla potenza della rappresentazione teatrale e al suo rapporto con la realtà, in scena in doppia replica il 19 settembre al Teatro Argentina.
Lo spettacolo segna l’apertura ideale di un percorso intorno al teatro contemporaneo internazionale di cui sono protagonisti: il regista di Haifa (Israele) Bashar Murkus con il suo Khashabi Theater in scena con il provocatorio e provocante rapporto tra un terrorista e il carceriere che lo accompagnerà verso la condanna a morte raccontato in The Museum (23 e 24 settembre Teatro Argentina) e con Hash, affondo claustrofobico sul tema della sorveglianza e della società dei consumi (in prima italiana al Mattatoio il 25 settembre); la regista greca Elli Papakonstantinou che tra palco reale e Zoom costruisce un affondo sull’identità femminile portando in scena Traces of Antigone dell’acclamata drammaturga Christina Ouzounidis (13 e 14 ottobre, Mattatoio); il duo iberico-sudamericano Azkona & Toloza che con Tierras del Sud dà vita a un affondo sugli effetti del colonialismo nella Patagonia argentina (17 e 18 ottobre, sempre al Mattatoio) e il visionario regista tedesco Ersan Mondtag che, in De Living, trasforma in immagini ipnotiche e potenti le ultime ore di vita di una donna (7 e 8 novembre Teatro Vascello).
Tante anche le novità nell’ambito della danza internazionale. Approda per la prima volta al festival (in scena il 29 settembre al Teatro Argentina) la coreografa tedesca ma di origini greche Kat Valastur che in Rasp your soul costruisce un affondo dal sapore concettuale sul rapporto tra corpo e ambiente politico e tecnologico. Differente il segno della pluripremiata compagnia franco catalana Baro d’Evel presente per la prima volta al festival, in corealizzazione con Teatro di Roma, con lo spettacolo Là: un’ipnotica e poetica danza di un piccolo nucleo familiare per ritrarre la fragilità e i delicati equilibri delle relazioni umane e le loro tracce nello spazio e nel tempo (in scena dal 7 al 10 ottobre). In coda alla trentacinquesima edizione del festival, presentato in corealizzazione con Teatro Biblioteca Quarticciolo e SpellBound Produzioni, infine, il coreografo e regista bielorusso di acquisizione israeliana Arkadi Zaides che al Teatro Quarticciolo il 13 e il 15 novembre si concentra, con Necropolis e Talos su alcuni temi centrali del nostro presente, tra migrazioni e nuove difese dei confini.
Tanti gli artisti italiani che tornano al festival. Portavoce della grande danza sono Virgilio Sieni in dialogo con il musicista Andrea Rabaudengo nel suo Solo Goldberg Variations (in scena l’1 e il 2 ottobre al Teatro Argentina) ed Enzo Cosimi che con la prima assoluta di Coefore Rock & Roll trasforma in una debordante visione glam rock il mito di Oreste e gli spazi del Mattatoio di Roma (24 e 25 ottobre). Se al il 26 e il 27 settembre Filippo Andretta prosegue il suo percorso sul rapporto tra paesaggio naturale e umano con 19 Luglio 1989 – una tragedia alpina (al Teatro Argentina), il 3 e il 4 ottobre sarà il MAXXI ad ospitare la prima nazionale di Rompere il Ghiaccio (in coproduzione con il MAXXI – Museo nazionale delle arti del XXI secolo), nuova produzione della sua compagnia OHT – OFFICE FOR A HUMAN THEATRE. Sono realizzati con Teatro di Roma i nuovi lavori di Daniele Timpano ed Elvira Frosini – al debutto assoluto (dal 28 ottobre al 1 novembre) con Ottantanove, cinico affondo sull’eredità della rivoluzione francese – e di Muta Imago che nel loro Sonora Desert accompagnati dalle musiche di Alvin Curran invitano ad un percorso percettivo centrato sul rapporto con il tempo e con la memoria.
Con Rumori, un concerto poetico realizzato in dialogo con il musicista Samovar (Samuele Cestola) e pensato come risposta ai giorni del lockdown, è proprio Martina Badiluzzi a fungere da ponte ideale con la sezione Anni Luce, curata da Maura Teofili e dedicata alla scena teatrale italiana. Dall’8 all’11 ottobre il programma della sezione propone in prima assoluta gli spettacoli Diario di un dolore di Francesco Alberici e No Land Lady di Camilla Brison e implementa la sua attenzione alla valorizzazione della creazione emergente e Under35 facendosi culla di nuove progettualità. Curato da Tindaro Granata in collaborazione con Ugo Fiore e Carlo Guasconi, Situazione Drammatica approda a Roma nell’ambito di Anni Luce per mettere in rete i più prestigiosi premi nazionali dedicati alla nuova drammaturgia. Realizzato in collaborazione con Rai Radio 3 nell’ambito di Tutto Esaurito! – Il Mese del Teatro; un ciclo di letture che coinvolge attori professionisti e gli allievi attori del biennio di specializzazione dell’Accademia Nazionale d’arte Drammatica Silvio d’Amico – rende protagonisti gli autori vincitori dei premi Biennale College Teatro 2019 – Autori Under 40, Premio Riccione per il Teatro 2019 e Premio Hystrio – Scritture di Scena 2019: rispettivamente Caroline Baglioni, Tatjana Motta e Fabio Pisano. Powered by REf è invece il nome di un nuovo percorso di tutoraggio e residenza dedicato alla generazione dei ventenni e costruito in collaborazione con Carrozzerie N.O.T.,369Gradi. Teatro Biblioteca Quarticciolo, ATCL Lazio e il Centro Unico Regionale delle Residenze del Lazio a cui partecipano i progetti selezionati tramite bando di Claudio Lenna, Secteurin.Verso e Andrea Dante Bennazzo accompagnati rispettivamente dai tutor scelti dal REF: Biagio Caravano, Daria Deflorian eValentino Villa. Al Mattatoio REF Kids & Family a cura di Stefania Lo Giudice rinnova l’attenzione alla creazione italiana per l’infanzia in un programma ricco e variegato articolato negli spazi del Mattatoio tra teatro, danza, musica e nuovo circo con un’ulteriore riduzione dei posti per accogliere in piena sicurezza i bambini e i loro genitori. Infine, continua la sua ricognizione delle espressioni artistiche nell’ambito delle culture digitali la sezione Digitalive a cura di Federica Patti: un programma dedicato alle creazioni più cross-over tra musica elettronica, performance, video e opere in AR e VR con Lorem (a cura di Re:humanism), Salò, Massimo Pupillo e Stefano Pilia, il visual live di Quayola al Teatro Argentina e l’installazione realizzata dagli studenti del MAD in “Multimedia Arts& Design” di RUFA – Rome University of Fine Arts.
Tra virtuale e reale si svolge anche EXTRACT, il nuovo progetto del REF per l’online. Interamente gratuita, la sezione inaugura il 17 settembre fino al 15 novembre con Table Top Shakespeare: Quarantine Edition Of The Complete Works della compagnia inglese Forced Entertainment che mette in scena online tutta l’opera teatrale del “bardo” attraverso pièce in streaming live 4 volte a settimana per 9 settimane realizzate con oggetti di uso quotidiano e utensili da cucina. Tra avant-pop e vaporwave si situano anche il live concert dell’avatar LaTurboAvedon in dialogo con l’artista Myriam Bleau e gli interventi multimediali di Mara Oscar Cassiani, mentre la compagnia Shonen costruisce una tavola rotonda virtuale intorno al proprio Phoenix tra Italia e Palestina.
data di pubblicazione:16/09/2020
da Giovanni M. Ripoli | Set 11, 2020
In un Auditorium, necessariamente a ranghi ridotti, ma alla presenza di un pubblico competente e caloroso, lo scorso 6 settembre ci è stato regalato un riuscito mix di parole&canzoni&musica&poesia con l’idea di partenza del treno, chiara metafora delle tante facce degli USA.
A guidare il simpatico drappello Alessandro Portelli, americanista, profondo conoscitore e da anni frequentatore della letteratura e della tradizione musicale americana. Così, in poco meno di due ore, partendo da un evento storico, la costruzione delle ferrovie, che avrebbe cambiato le sorti del paese e di tante persone (i capitalisti ,gli operai, i neri, gli indiani) e attraverso la mediazione di letture (Whitman, Emerson, Thoreau, Tom DeLillo) e canzoni (i gospels, i blues, le ballate di Woody Guthrie, Johnny Cash, ma anche Elvis, Springsteen e Tom Waits) i “nostri” hanno deliziato e incuriosito la platea. Una lezione di storia in musica, promossa dalla casa editrice Laterza con la collaborazione del Circolo Gianni Bosio, affidata a collaudati interpreti e giovani talentuosi. Un viaggio che ci ha condotto nei paesaggi western dell’America di metà’800, con il treno che si fa strada portando con sé lo sfruttamento e la sofferenza degli operai della ferrovia, il viaggio dei tanti hobos alla ricerca della “promised land”, la rivoluzione industriale e la nascita del grande capitalismo, ma anche il declino del treno a vantaggio dei trucks e di quelli che noi chiamiamo Pullman. Così, le parole di Alessandro Portelli, hanno trovato eco nelle letture di brani di importanti scrittori, ben interpretate da Margherita Laterza e nelle canzoni magistralmente cantate da Gabriele Amalfitano ben spalleggiato ancora da Margherita (sorprendente voce soprano) e dal puntuale Matteo Portelli, efficace poli strumentista. Dunque, con il treno a far da filo conduttore tante cose accadono durante, Mistery Train e sulla scena tutto fila a meraviglia, fra nostalgia, rabbia, mito di un paese che non è solo quello che appare, ma che ha a che fare con l’immaginario di ciascuno di noi. Lo spettacolo verrà replicato in diverse città ed è comunque ascoltabile gratuitamente su molte piattaforme di streaming. Vale la pena recuperarlo.
data di pubblicazione:11/09/2020
da Paolo Talone | Set 9, 2020
Il Teatro Quirino festeggia i suoi centocinquant’anni dalla fondazione. Coraggio, esistenza, battaglia sono le parole chiave della stagione che si appresta a ripartire.
Il 14 luglio scorso, alla presenza di un folto ben distanziato pubblico di affezionati e molti fra attori e compagnie che appaiono in cartellone nella prossima stagione, il direttivo del teatro, nelle persone di Geppy Glejieses, Guglielmo Ferro e Rosario Coppolino, ha presentato la stagione teatrale 2020/2021.
Sono trascorsi mesi di buio e solitudine, come racconta Rosario Coppolino, amministratore delegato del teatro. Vedere la sala vuota e silenziosa è un colpo al cuore. Ma ora è necessario riprendere, nel pieno rispetto delle regole anti-contagio, e il centocinquantesimo anniversario del Quirino – che verrà celebrato con una mostra e il volume Un viaggio d’amore per la scena e lo spettacolo, curato da Elisabetta Centore – è l’occasione giusta per festeggiare e per dire alle autorità politiche e culturali che il teatro è presente, esiste!, nonostante tutti i protocolli che vietano a questa realtà di esprimersi. L’assenza delle istituzioni desta sgomento a tal proposito: neanche il conforto di una parola ma solo silenzio, come sottolinea il regista Guglielmo Ferro.
Tra tutte le attività che hanno subito danni con la pandemia, il settore dello spettacolo dal vivo è certamente quello che più di tutti ha sofferto. Tra i primi a chiudere, i teatri saranno anche gli ultimi a riaprire. Le imprese private poi – come il Quirino – devono farcela da sole. Necessario è il sostegno del pubblico, poiché i fondi stanziati dal FUS, di cui una minima parte spetta ai teatri e alle compagnie private, non bastano a pagare gli stipendi del personale del teatro per un solo mese. È comprensibile allora la polemica alla direzione dell’Eliseo, a cui si contesta la pervicacia a “raccattare” denaro pubblico ingiustamente. Ed è lodevole invece la battaglia che stanno combattendo i grandi teatri italiani privati, tra cui il Quirino – costituiti di recente in un’associazione, l’ATIP –, perché impegnati ad affrontare con spirito solidale di squadra questo difficile momento di crisi.
Ora però è tempo di ripartire, come dicevamo, e il Quirino lo fa in una maniera creativa, insolita e coraggiosa. Prima di riaprire la bellissima sala il 22 dicembre prossimo con il Malato immaginario di Molière, una serie di dieci appuntamenti verrà ospitato nella stupenda cornice liberty di Galleria Sciarra. Solitamente utilizzato come passaggio pedonale, lo spazio della galleria (fatta costruire per volere del principe Meffeo Barberini Colonna di Sciarra, lo stesso che commissionò la costruzione del teatro) sarà adibito a sala per concerti, letture teatrali, spettacoli di prosa e di danza. Ogni evento verrà offerto in abbinamento a scelta con un cocktail o una cena, nel rigoroso rispetto delle normative sanitarie. Un modo originale per riprendere confidenza, in sicurezza, con la ricchezza dello spettacolo dal vivo.
Di seguito l’elenco completo degli spettacoli in Galleria e della prossima stagione teatrale:
5 settembre MUSICALMENTE LIBERTY concerto lirico ispirato allo stile decorativo della Galleria Sciarra con Cristina Piperno (soprano) Francesca Salvatorelli (soprano) Matteo Mezzaro (tenore) e con il Maestro Mirco Roverelli (pianoforte)
12 settembre UN TÈ PER DUE REGINE. L’incontro tra Peggy Guggenheim e Palma Bucarelli con Caterina Casini e Marilù Prati regia di Francesco Suriano
19 settembre CHIAMATEMI MIMÌ monologo musicale di Paolo Logli con Claudia Campagnola e Marco Morandi
26 settembre FINO ALLE STELLE omaggio ad Alberto Sordi nel centenario della nascita liberamente ispirato a “Polvere di stelle” di e con Tiziano Caputo e Agnese Fallongo regia di Raffaele Latagliata
3 ottobre IL BIANCO E IL NERO dal Ragtime di Joplin alle prime incisioni di “Jass” concerto jazz con l’Alexander’s Ragtime Band di Alessandro Panatteri
10 ottobre QUARTETTO D’ARCHI SINCRONIE con musiche di Beethoven, Mozart e Maderna
17 ottobre VIAGGIO IN EUROPA – Percorso musicale per voce e chitarra attraverso i secoli
con Sabrina Cortese (soprano) e Flavio Nati (chitarra) musiche di Handel, Giuliani, Carulli, Schubert
24 ottobre FRANCESCO CENTARRÌ QUARTET “Jazz tra America e Italia” con Francesco Centarrì (voce) Luccio Nicolosi (pianoforte) Salvo Beffumo (contrabbasso) Angelo Celso (batteria)
25 ottobre GABER DIVISO 2 omaggio al teatro-canzone di Gaber Luporini co Piji (canzoni) e Simone Colombari (monologhi)
31 ottobre SONORITÀ ARGENTINE TRA TANGO E FOLKLORE esibizione di Tango e musica dal vivo
La stagione 2020/2021
22 dicembre – 10 gennaio
Emilio Solfrizzi in
IL MALATO IMMAGINARIO di Molière
Costumi di Santuzza Calì
Adattamento e regia di Guglielmo Ferro
12 – 17 gennaio
Mariangela D’Abbraccio e Daniele Pecci in
UN TRAM CHE SI CHIAMA DESIDERIO di Tennesse Williams
Regia e scene di Pier Luigi Pizzi
(recupero di stagione 2019-2020)
19 – 31 gennaio
Pippo Pattavina e Marianella Bargilli in
UNO, NESSUNO E CENTOMILA di Luigi Pirandello
Regia di Antonello Capodici
2 – 7 febbraio
Giuseppe Cederna, Vanessa Gravina e Roberto Valerio in
TARTUFO di Molière
Adattamento e regia di Roberto Valerio
9 – 14 febbraio
Enrico Guarneri in
L’ARIA DEL CONTINENTE di Nino Martoglio
Regia di Enrico Guarneri
16 – 21 febbraio
Manuela Mandracchia e Giovanni Crippa in
LA PAZZA DI CHAILLOT di Jean Giraudoux
Regia di Franco Però
23 – 28 febbraio
Elisabetta Pozzi in
TROIANE di Euripide
Regia di Andrea Chiodi
2 – 14 marzo
Geppy Gleijeses, Maurizio Micheli e Lucia Poli in
SERVO DI SCENA di Ronald Harwood
Regia di Guglielmo Ferro
16 – 28 marzo
Antonio Catania e Gianluca Ramazzotti e con Paola Quattrini
SE DEVI DIRE UNA BUGIA DILLA GROSSA di Ray Cooney
Versione italiana di Iaia Fiastri, regia originale di Pietro Garinei, nuova messa in scena di Luigi Russo
30 marzo – 4 aprile
Paolo Bonacelli e Marilù Prati
PROCESSO A GESÙ di Diego Fabbri
Regia di Geppy Gleijeses
(recupero di stagione 2019-2020)
6 – 11 aprile
Marco Paolini
NEL TEMPO DEGLI DEI – il calzolaio di Ulisse, di Marco Paolini e Francesco Niccolini
Regia di Gabriele Vacis
13 – 18 aprile
Claudio Casadio, Andrea Paolotti e Brenno Placido in
LA CLASSE di Vincenzo Manna
Regia di Giuseppe Marini
(recupero di stagione 2019-2020)
20 aprile – 2 maggio
Alessandro Haber e Alvia Reale in
MORTE DI UN COMMESSO VIAGGIATORE di Arthur Miller
Regia di Leo Muscato
4 – 9 maggio
Leo Gullotta in
BARTLEBY LO SCRIVANO di Francesco Niccolini
(liberamente ispirato al racconto di Herman Melville)
Regia di Emanuele Gamba
(recupero di stagione 2019-2020)
11 – 23 maggio
Gabriele Lavia e Federica Di Martino in
LE LEGGI DELLA GRAVITÀ dal romanzo di Jean Teulé “Les lois de la gravité”
Adattamento e regia di Gabriele Lavia
25 – 30 maggio
MUSICANTI – Pino Daniele in musical
Una commedia con le canzoni di Pino Daniele scritta da Urbano Lione e Alessandra Della Guardia, con la partecipazione straordinaria e la regia di Maurizio Casagrande.
data di pubblicazione:09/09/2020
da Daniele Poto | Set 6, 2020
Un progetto di emancipazione in Arabia Saudita. Con le ovvie complicazioni del caso. Primi ciak con la protagonista protetta dal velo musulmano, finale progressista-liberatorio. Uno sviluppo un po’ troppo veloce in meno di due ore in una società che cambia lentamente e in cui la resistenza alle pari opportunità è secolare. Si svelano esteticamente ed emotivamente bei profili di donne di fronte a cui i personaggi maschili vistosamente sfigurano.
Con anno di ritardo approda nella sale italiane (non troppe in verità e per chissà quanti giorni!) un film presentato alla 76esima Mostra Internazionale d’arte cinematografica a Venezia nel 2019. Ma un anno cambia poco per l’immutabile scenario della sottovalutazione della donna in un continente che ancora non ha conosciuto il femminismo. Il progetto di candidatura nella comunità locale, maturato casualmente per la mancata partecipazione a un importante congresso, scatena nel medico stimato, un’ansia di rivalsa che è la molla del film. Una sorta di corto circuito che movimenta i rapporti con i pazienti, i familiari, l’ambiente circostante. Ci sono infermi maschi che non vogliono sapere di farsi visitare da una donna e che progressivamente si sciolgono e ne riconoscono l’abilità. E la candidatura è il grimaldello per cambiare e invertire rapporti basati sul pregiudizio e su una malintesa soggezione. La decisione della protagonista riesce a trasformare una sconfitta elettorale di misura in un grandioso successo, stante anche il chiaro riavvicinamento al padre, scettico ma alla fine solidale. Assistiamo all’evoluzione di una famiglia benestante che ha le chiavi per il cambiamento. Filmicamente la pellicola risulta un po’ ferma e priva di guizzi, soprattutto nel finale condividendo una narrazione lineare ma carente come mordente. Lo spettatore assiste a una sorta di didattica dell’emancipazione ma senza un reale salto di qualità estetico. In definitiva una prova di buona volontà, non assistita però da adeguato talento. I 104 minuti della co-produzione arabo-tedesca alla fine risultano persino troppo lunghi per la prevedibile dimostrazione a tesi che il regista si è proposto sin dalle prime inquadrature.
data di pubblicazione:06/09/2020
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da Daniele Poto | Set 4, 2020
Una pellicola distopica e maniacale. Puro cinema adrenalico mantenuto su livelli inestricabili di una trama quasi non riassumibile. Efficacemente un critico nostrano ha osservato che per decifrarla occorrerebbe una specializzazione aggiuntiva al corso di laurea in fisica nucleare. Fotogrammi dell’eccesso per una produzione senza limiti di spesa con le chicche aggiuntive di due presenze di spicco, un Michal Caine più british che mai e un Kenneth Branagh trasformato in intelligente russo cattivo. Omaggio alla co-produzione britannica.
Dieci anni di riflessioni e di rimaneggiamenti, cinque anni per scrivere la sceneggiatura. Ovvio che per Christopher Nolan, il regista di Interstellar, questo sia il film della vita e della carriera. Ma glien’è incolto con il coronavirus anche se l’imponente distribuzione in Italia ha propiziato lusinghieri incassi iniziali. Per entrare nel linguaggio specifico di Tenet bisogna essere un po’ esoterici senza trascurare James Bond perché l’esplosività della violenza è un diversivo per tenere alta la tensione in un film esageratamente lungo (147 minuti) con scene che si ripetono per il tema dell’inversione e del continuo rimpallo simbolico tra presente e passato. Un gioco a tratti raffinato, a tratti troppo scoperto per essere convenientemente fruito dallo spettatore. Il genere con cui viene catalogato il film è ibrido: c’è’ azione (un po’ di James Bond, anche), c’è fantascienza, c’è spionaggio, c’è thriller. C’è un po’ troppo nell’ansia di abbracciare e miscelare il cocktail con un sottofondo fondamentale: salvare l’umanità. Che non sembra perlomeno il principale scopo istituzionale della CIA, del KGB e del Mossad. Il protagonista principale, John David Washington, figlio di Denzell, non sembra dotato di una gamma espressiva troppo vasta e sembra un eroe solitario più che un dipendente di una grande agenzia di intelligence. Tante scene sono di difficile collegabilità e la presenza di nazioni outsider nel grande scacchiere internazionale (l’Ucraina a esempio) sembrano puramente accessorie. Per dire della grandeur che ispira l’operazione basti osservare il piccolo giro del mondo delle riprese: Danimarca, Estonia, India, Italia, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti. Ma nella geografia variopinta e globalizzata inevitabile che ogni tanto la trama ristagni e soffochi, distillata in un succo di cartolina patinata. Il costo finale del film (205 milioni di dollari) vale più o meno quanto il possibile risparmio con il dimagrimento dei due rami del Parlamento Italiano. Riuscirà a ripagarli tutti? Scommessa davvero molto difficile.
data di pubblicazione:04/09/2020
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da Antonio Jacolina | Ago 30, 2020
… Una casa di riposo (per il Presente), la II Guerra Mondiale (per il Passato), sono elementi perfetti per un possibile polpettone melodrammatico pieno di cliché, tutti elementi per dissuadere a priori dalla lettura di questo romanzo…
Gli ingredienti per una storia banale e scontata ci sono proprio tutti, poteva uscirne un libro stile Harmony e, invece, come sanno fare solo i veri cuochi ed i veri talenti letterari, Valérie Perrin pur usando una serie di ingredienti normalissimi, riesce a calibrarne le dosi ed a fermarsi al punto giusto e a giocare con i sentimenti senza compiacimenti, regalandoci con una scrittura sensibile un racconto bello, delicato, commuovente, profondo e poetico e, a tratti, divertente.
Solo due libri al suo attivo, entrambi due piccole pepite d’oro.
Non c’è dubbio alcuno, la Perrin è brava e talentuosa! Non c’è da meravigliarsi del suo legame con Claude Lelouch e che sia la sua Musa ed anche la cosceneggiatrice dei suoi ultimi film. Nella messa in scena di questo libro, agli appassionati di Cinema sembrerà infatti di veder scorrere proprio le immagini di un film del grande regista francese: un romanzo corale, flashbacks, storie solide, la forza delle emozioni e dei sentimenti, l’amore fra un uomo ed una donna…
Gli elementi che abbiamo già trovato in Cambiare l’acqua ai fiori, opera seconda della scrittrice, il libro che ha prima affascinato i lettori e poi conquistato anche la critica, li ritroviamo anche in questo suo romanzo di esordio (2016): una ragazza speciale ma un po’ ai margini della Società, un amore ferito, il dolore, una pseudo inchiesta, delle piccole storie ben orchestrate che si ricollegano tutte fra di loro… Justine, 21 anni, lavora in una casa di riposo per anziani, Hélène ci vive anche se passa le sue giornate attendendo colui che esiste solo nei suoi ricordi. Justine parla con gli anziani, i “dimenticati della domenica” (questo il giusto e delicato titolo originale del libro), ascolta le loro confidenze e le riunisce poi in un quaderno blu, tante piccole storie deliziose, come piccoli romanzi nel romanzo.
Il libro della Perrin è un libro sull’importanza della memoria e della trasmissione dei ricordi, sulle relazioni familiari e transgenerazionali, sulle radici, sulla vecchiaia e sulla gioventù, il dolore, gli affetti mancati ed i “non detti”, senza essere mai assolutamente lagrimevole. Due vite che si rispecchiano per drammaticità ed intensità, personaggi principali e collaterali sempre descritti con sensibilità ed autenticità in una narrazione che dopo un avvio un po’ lento prende il suo ritmo alternando riflessioni divertenti a passaggi più seri a volte poetici e romantici. Si farebbe torto definire superficialmente il libro solo come un feel good book. Certo l’autrice ci invita a riflettere su emozioni e sentimenti e può sembrare solo un “balsamo per i cuori”, ebbene che c’è di male? Soprattutto se questo “balsamo” è scritto bene, in modo fluido, moderno e ricco di poesia, a volte buffo, a volte triste ma che sa commuovere ed appassionare. Dunque: una lettura piacevole da gustare, positiva ed ottimista, un racconto di rara bellezza, appassionante e pieno di umanità che ci resterà dentro un bel po’, piacevolmente.
data di pubblicazione:30/08/2020
da Antonio Jacolina | Ago 24, 2020
“… pochi Imperi nella Storia hanno conseguito sia la dimensione geografica sia la capacità di integrazione del “commonwealth” romano. Nessuno come i Romani ha saputo combinare fra loro le dimensioni territoriali, l’unità dello Stato e la sua longevità ultramillenaria…”.
Siamo forse davanti all’ennesima analisi sul declino e sulla caduta dell’Impero Romano?
Niente affatto! Finora hanno sempre dominato come cause: fattori politici, militari, economici, demografici… il libro di Harper è invece uno studio acuto, ben articolato e documentato che offre una chiave di lettura del tutto nuova e stimolante su temi che, a torto, si suppone spesso di conoscere già a sufficienza. Un libro che ci permette di vedere un periodo complesso sotto un punto di vista spesso tralasciato o, del tutto sottovalutato da parte degli storici. Il lavoro dello studioso americano ha infatti l’originalità e l’intuizione di esaminare gli eventi dei secoli cruciali per Roma sotto l’ottica ecosistemica, climatologica ed epidemiologica. Oggi le competenze e le risorse scientifiche dell’Archeobotanica e dell’Archeomedicina consentono cose che fino a 15 o 20 anni fa non si potevano nemmeno immaginare: si può sequenziare il DNA di resti umani e non, ritrovati negli scavi e poi risalire con quasi certezza alle situazioni climatiche, alimentari, sociali e sanitarie e scoprire anche i percorsi e le evoluzioni genetiche di quel nemico occulto del genere Umano che sono stati e sono i Virus Letali. La Storia non è più quindi solo la sequenza di fatti ed azioni compiute dagli uomini in un contesto in cui l’ambiente faceva solo da sfondo stabile ed inerte allo sviluppo storico, ma è invece anche l’insieme di eventi naturali mutevoli, di cicli solari, di eruzioni vulcaniche, di instabilità climatiche, di pandemie devastanti che hanno influenzato e spesso deciso la Storia. La Storia va quindi riscritta e riletta in modo nuovo.
In effetti la risposta a come sia stato possibile il crollo dell’Impero Romano dipende dal maggior o minor grado di focalizzazione dello storico. Su piccole scale: le scelte umane potrebbero sembrare aver avuto un valore dominante, soprattutto se giudicate a posteriori. Su un quadro di maggiori dimensioni: si potrebbero individuare nell’Impero alcuni difetti strutturali (guerre civili, peso fiscale, pressioni sulle frontiere da parte di popoli invidiosi od affamati). Passando ad una visione più ampia ancora: si potrebbe anche definire la caduta di Roma come l’inevitabile destino di ogni impero. Ogni umana creazione è destinata a perire! Tutte cose contemporaneamente vere ma non determinanti in assoluto. In realtà, per l’autore, l’elemento che su tutte è veramente determinante è il trionfo della Natura sulle realtà umane. L’Impero Romano era un impero grandioso ed urbanizzato con ampie reti commerciali che aveva realizzato una sorta di miniglobalizzazione ante litteram. Proprio questa sua ampiezza ha poi aperto le sue porte anche al flusso di elementi patogeni divenuti pandemici e devastanti, provenienti, allora come anche oggi, dall’Asia. La Natura con le sue forze evolutive od involutive era ed è in grado di cambiare il mondo.
Harper è bravo nel documentare con rigore scientifico ricco di riferimenti la sua tesi intrecciando i fatti storici con le ultime scoperte in campo climatico e genetico: basti pensare alle siccità impreviste e soprattutto alle ondate pandemiche virali che scossero l’Impero arrestandone prima la crescita ed il benessere, poi le reazioni e la ripresa sociale ed infine, con la Peste Bubbonica, tagliando definitivamente ogni sua capacità demografica, economica e militare.
Il Destino di Roma è un libro interessante, scritto con prosa scorrevole che genererà polemiche fra gli storici e affascinerà gli appassionati, regalando uno scorcio di visuale del tutto nuovo sul nostro passato che dovrebbe però farci anche molto riflettere sulle analogie con il nostro fragile Presente ed il nostro incerto Futuro.
data di pubblicazione: 24/08/2020
da Antonio Jacolina | Ago 11, 2020
Una piacevole scoperta! Valérie Perrin sa veramente costruire e raccontare le sue Storie in un progressivo crescendo di interesse e coinvolgimento del lettore, è innegabile! Non scrive delle semplici parole o frasi, ma scrive delle emozioni. La sua è una scrittura sensibile e realista, sensuale ed intimista, moderna, essenziale e delicata, viva e toccante, a tratti sentimentale senza però essere sdolcinata, a tratti triste senza mai essere desolata o lagrimosa, spesso con tocchi di humour e momenti di poesia. Una scrittura che coglie gli istanti e va dritta al cuore dei lettori tutti, siano essi donne, siano essi uomini. Cambiare l’acqua ai fiori è giustamente il libro più letto degli ultimi mesi, un meritato successo, un successo reale, autentico, fatto con il “passaparola” dei lettori colpiti da questo bel libro uscito nel luglio 2019 e che proprio grazie al “passaparola” ha progressivamente scalato le classifiche italiane ed occupa ormai da settimane i primi posti fra i più venduti e, soprattutto, fra i più apprezzati. E’ un’opera seconda che conferma il talento di Valérie Perrin, (da anni attiva nel mondo del cinema francese come fotografa di scena, partner dal 2006 del grande regista Claude Lelouch ed anche cosceneggiatrice dei suoi ultimi film) che ha esordito con successo in Francia nel 2016 con “Il quaderno dell’amore perduto” di cui è ovviamente già in corso, in Italia, la ripubblicazione.
Questa volta la scrittrice ci regala un romanzo al cui centro è Violette (guardiana di un cimitero in una piccola città della Borgogna): un personaggio straordinario, una donna semplice, enigmatica e coraggiosa, rivolta verso la Vita nonostante tutto e tutti; una donna che ha conosciuto le durezze della Vita, il rifiuto, il lutto, il silenzio, un’infanzia segnata dall’abbandono, un matrimonio segnato dalla disillusione, un amore materno distrutto. Una donna che veste i colori dell’Inverno ma sotto porta però i colori ed il sapore dell’Estate. Attorno a lei, come dei satelliti o piccoli pianeti, gravitano tanti piccoli splendidi personaggi, uno spaccato di umanità, ognuno con le sue piccole storie, piccole cose della Vita, quelle tante sfaccettature della Vita che scorre intorno a noi. La tristezza, la gioia, la vita , la morte, le Estati, gli Inverni, le amicizie, l’Amore, gli amori mancati, gli amori persi, l’odio, il rancore e l’ostinazione perché nulla è mai veramente perduto…la resilienza…il possibile. Una moltitudine di emozioni: storie di vivi, di ricordi, di rimpianti, di speranze, di andate e ritorni nel passato e dal passato, in un intreccio di piani temporali e di Vite diverse tutte ben legate fra loro. Un equilibrio perfetto ed in armonia con i vari personaggi, tutti assolutamente autentici. Un intreccio in cui non ci si perde, che non ci lascia indifferenti, ma semmai, ci fa riflettere, piangere, ridere. Una storia ben articolata ed a tratti poetica che si fa quasi subito accettare ed amare e che tiene il lettore avvinghiato fino all’ultima pagina perché è una scoperta progressiva di elementi, di dettagli e di indizi.
Cambiare l’acqua ai fiori è una lettura da raccomandare, semplice ma autentica, un romanzo di fattura classica che si gusta con piacere: toccante e resiliente, una scrittura sensibile, poetica ed intimista. Un libro da non classificare assolutamente solo come un feel good book perché sarebbe banale, non corretto e riduttivo, al contrario, è un bel libro, vero ed autentico, di una scrittrice che usa magnificamente il Semplice ed il Bello. Un vero piacere!
data di pubblicazione:11/08/2020
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