Una pellicola distopica e maniacale. Puro cinema adrenalico mantenuto su livelli inestricabili di una trama quasi non riassumibile. Efficacemente un critico nostrano ha osservato che per decifrarla occorrerebbe una specializzazione aggiuntiva al corso di laurea in fisica nucleare. Fotogrammi dell’eccesso per una produzione senza limiti di spesa con le chicche aggiuntive di due presenze di spicco, un Michal Caine più british che mai e un Kenneth Branagh trasformato in intelligente russo cattivo. Omaggio alla co-produzione britannica.

Dieci anni di riflessioni e di rimaneggiamenti, cinque anni per scrivere la sceneggiatura. Ovvio che per Christopher Nolan, il regista di Interstellar, questo sia il film della vita e della carriera. Ma glien’è incolto con il coronavirus anche se l’imponente distribuzione in Italia ha propiziato lusinghieri incassi iniziali. Per entrare nel linguaggio specifico di Tenet bisogna essere un po’ esoterici senza trascurare James Bond perché l’esplosività della violenza è un diversivo per tenere alta la tensione in un film esageratamente lungo (147 minuti) con scene che si ripetono per il tema dell’inversione e del continuo rimpallo simbolico tra presente e passato. Un gioco a tratti raffinato, a tratti troppo scoperto per essere convenientemente fruito dallo spettatore. Il genere con cui viene catalogato il film è ibrido: c’è’ azione (un po’ di James Bond, anche), c’è fantascienza, c’è spionaggio, c’è thriller. C’è un po’ troppo nell’ansia di abbracciare e miscelare il cocktail con un sottofondo fondamentale: salvare l’umanità. Che non sembra perlomeno il principale scopo istituzionale della CIA, del KGB e del Mossad. Il protagonista principale, John David Washington, figlio di Denzell, non sembra dotato di una gamma espressiva troppo vasta e sembra un eroe solitario più che un dipendente di una grande agenzia di intelligence. Tante scene sono di difficile collegabilità e la presenza di nazioni outsider nel grande scacchiere internazionale (l’Ucraina a esempio) sembrano puramente accessorie. Per dire della grandeur che ispira l’operazione basti osservare il piccolo giro del mondo delle riprese: Danimarca, Estonia, India, Italia, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti. Ma nella geografia variopinta e globalizzata inevitabile che ogni tanto la trama ristagni e soffochi, distillata in un succo di cartolina patinata. Il costo finale del film (205 milioni di dollari) vale più o meno quanto il possibile risparmio con il dimagrimento dei due rami del Parlamento Italiano. Riuscirà a ripagarli tutti? Scommessa davvero molto difficile.

data di pubblicazione:04/09/2020


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