Presentato in concorso a Venezia 2020 ed in sala dal 10 settembre, Le sorelle Macaluso è la visione cinematografica della pluripremiata omonima pièce teatrale della stessa Emma Dante rappresentata a partire dal 2014. Maria, Pinuccia, Lia, Katia, Antonella: ovvero l’infanzia, l’età adulta e la vecchiaia di cinque sorelle nate e cresciute in un appartamento all’ultimo piano di una palazzina nella periferia di Palermo. Tre piani temporali per raccontare la storia di una famiglia e di una casa che porta i segni di chi ci è cresciuto, di chi ancora ci abita e di chi va via.

 

Le cinque sorelle già da bambine e adolescenti vivono senza genitori allevando colombe, che girano libere per casa e con cui vivono quasi in simbiosi. Un giorno, le sorelle si mettono in viaggio per andare al Charleston, famoso stabilimento balneare di Mondello in cui entrano di nascosto spesso e volentieri, non immaginando che quanto accadrà di lì a poco cambierà per sempre le loro vite.

Le ritroviamo adulte intente a cenare insieme sempre nella stessa casa, anche se una si è sposata, e poi ancora anziane al funerale di una di loro: flash di un racconto di vita che contempla inevitabilmente anche la morte, di cinque sentieri che si intrecciano e si contaminano a vicenda, tra scelte, rimpianti, sensi di colpa, affetti e legami indissolubili.

Difficile parlare del film senza avere a mente la rappresentazione teatrale. Per quanto differenti e distanti le due opere non possono essere separate, troppe le osmosi che le legano. Non si tratta infatti di un adattamento cinematografico dell’acclamato spettacolo di Emma Dante, ma di una dilatazione espressiva operata dalla regista che porta a salti temporali tra passato, presente e futuro raccontati nei momenti cruciali dell’esistenza delle sorelle, concentrandosi solo su alcuni personaggi del dramma (le sorelle sono cinque e non sette ed i genitori così come il nipote non sono menzionati nel film), con un netto cambio di luce portato sullo schermo rispetto alla lugubre atmosfera che caratterizza la rappresentazione teatrale e rappresentato idealmente da quel foro di luce che dall’inizio del film accompagna l’esistenza delle donne, anzi che dà loro la vita come la metaforica rappresentazione di un amplesso che all’improvviso “fa venire alla luce” le loro esistenze assieme agli oggetti, i sapori, l’aria, le danze, i trucchi e le risate, ed infine i ricordi, la polvere, le pareti scrostate. Particolari di una vita, dettagli nascosti, le parole non dette e la magia di Emma Dante accumulati ed evocati dalla credenza con il suo disegno tropicale ed i piatti buoni al suo interno, il pupo appeso, il clown e Satie, Pinocchio tra i colombi, le barrette Kinder, tanti feticci che si accumulano e seguono l’invecchiamento delle sorelle fino ad arrivare allo smantellamento finale, in cui anche i mobili lasciano una impronta sulle pareti ingiallite, come a dimostrare che anche le vite apparentemente più insignificanti lasciano un segno a questo mondo. Un inno alla vita, dunque, una esortazione a viverla.

C’è dentro anche la carnalità e la fisicità, metafore del teatro Emma Dante. Le ragazze che ballano, trascinando nel ritmo i bagnanti della spiaggia, belle e giovani, con i corpi che progressivamente perdono vigore ed invecchiando diventano decadenti, flaccidi. Ed ancora il pesce finto di tonno e maionese che le sorelle servono a tavola, la vivisezione degli animali, il tutù da ballerina dell’adolescenza e il vassoietto di dolci siciliani coloratissimi, divorati e spappolati quando si sa di non poterne più mangiare.

Straordinarie le attrici protagoniste (dodici in tutto), bambine, ragazze, donne adulte e anziane, vincolate da legami fortissimi, affascinanti nel declino tra lutti, malattie, discussioni, frustrazioni assortite. In mezzo al caos e nel dolore, la bellezza assoluta della poesia e della musica tra la straordinaria versione di Inverno di De André nell’interpretazione struggente di Franco Battiato, la leggerezza di Sognare sognare di Gerardina Trovato e l’amore per gli animali nel testo di Le piccole persone di Anna Maria Ortese.

data di pubblicazione:19/09/2020


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