(Teatro Vascello – Roma, 6/11 ottobre 2020)

Il mito di Medea valica i limiti del tempo e arriva fino ai giorni nostri. La tragedia si risolve in un dramma familiare a due voci.

 

La Medea di Gabriele Lavia veste panni moderni. È una donna distrutta dal tradimento dell’uomo per il quale ha sacrificato tutto: affetti, patria, la vita intera. A fatica trascina la sua carcassa umana, la sua misera esistenza, svuotata di ogni senso e prospettiva. Giasone ha sposato la figlia del re Creonte e a lei è stato dato ordine di andare in esilio via da Corinto. La scena – un luogo non luogo in un tempo che è il nostro – esprime tutta la desolazione di cui è vittima Medea. Un’immensa distesa sabbiosa dice tutto del suo isolamento. È un pugno di polvere quello che le rimane tra le mani. Il suo trascinarsi sull’arena lascia delle tracce indelebili della sua fatica e del suo disonore, arranca sotto il peso della disperazione lasciando sulla sabbia orme di aspide avvelenata. Non così la falcata di Giasone, sicuro e arrogante, opportunista e sbeffeggiatore. La sua unica ragione è la ricchezza, quella sola che il nuovo matrimonio può dargli. Che ne è dell’eroe che ha conquistato il vello d’oro? Non ha dignità né ragione, non conosce rispetto e non ha memoria del passato. Giasone è un interlocutore dalle parole inconsistenti, che presenta giustificazioni inutili. La vera protagonista è Medea. È lei l’indiscussa regina dall’intelligenza sottile. Federica Di Martino (Medea) e Simone Toni (Giasone) rendono con chiarezza le sfumature dei loro personaggi e sono una coppia perfetta e ben pesata, per stile e interpretazione.

I caratteri greci della tragedia scompaiono. Se non fosse per i riferimenti al mondo classico contenuti nel testo euripideo – mantenuto nella sua struttura poetica – quello che abbiamo davanti potrebbe essere visto come un racconto di cronaca nera, come se ne sentono ormai tanti. La grandezza di Euripide sta anche in questa capacità di scavare nell’animo umano e di coglierne l’universalità. Gabriele Lavia ne esalta magnificamente il senso.

A sparire è principalmente il coro, che nel testo originale ha un grande peso anche nell’azione. Di esso rimane solo un suono, languido e mesto, espresso con poche note suonate sulle corde di un violoncello. La musica è protagonista in questo scontro, e si fa ritmica e incalzante quando Medea, nella solitudine della scena, medita il suo piano ultimo: uccidere i figli avuti da Giasone insieme alla donna che questi ha sposato – che ancora non gli ha dato discendenza – per infliggere la più acuta sofferenza all’uomo che l’ha tradita. È questo il momento più alto dello spettacolo. Medea raccoglie le sue ultime forze e in preda al delirio partorisce il suo disegno di vendetta e castigo. Tesse così la sua trama sanguinaria, in una danza di aracnide calpestata ma non ancora uccisa.

Il finale è un impasto di polvere e sangue. Tutto si tinge di rosso. La colpa è indelebile e la macchia ematica è così estesa e copiosa che la sabbia su cui cade non può berla tutta.

data di pubblicazione:09/10/2020


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