LA CONSUETUDINE FRASTAGLIATA DELL’AVERTI ACCANTO di Marco Andreoli, con Claudia Vismara e Daniele Pili, con regia degli stessi attori

LA CONSUETUDINE FRASTAGLIATA DELL’AVERTI ACCANTO di Marco Andreoli, con Claudia Vismara e Daniele Pili, con regia degli stessi attori

(Teatro Vascello- Roma, 28/31 ottobre 2020)

La rarefazione estenuata dei rapporti di copia. La ripetizione come logoramento nella vita coniugale. Una complessa trama di abitudini, luoghi comuni, attese non corrisposte alleggerite da una colonna sonora orecchiabile e tratti da music hall.

Teatro a domicilio per 48 attenti spettatori davanti allo schermo di un computer. Spettacolo dal vivo che per non morire si offre gratuitamente. Gli applausi, risate e i rumori di fondo affidati alla regia. Ma il freddo delle circostanze viene riscaldato dal calore drammaturgico dell’opera. Un testo certo non facile su cui la mini-compagnia ha lavorato per due anni vedendo sfumare in extremis la soddisfazione del debutto bruciata da un impietoso decreto legge. Il lavoro degli attori-registi trae ispirazione dai Multiversi di Hugh Everett. Si avverte una forte suggestione di fondo che teorizza l’esistenza di consistenti universi fuori dalle nostre coordinare spazio tempo. La dimensione parallela si sviluppa nel dialogo stentato dei protagonisti. Nel fondale di una cucina simil Ikea, con un televisore quasi perennemente acceso, si assiste a lacerti di una vita di coppia sfilacciata, a tratti insensata, invano riscattata da affettuosi soprannomi, da rituali di abbraccio che non riescono a dissimulare la profonda mancanza di intesa. Vari piani non simmetrici di racconto in 75 minuti di sviluppo che appare piano in capo a ottanta minuti di felice esibizione. Le parole sembrano infingimenti per riempire il vuoto comunicazionale. Vite senza direzione né programma. Persino una zuppa di porri se preparata in un giorno diverso dal giovedì può provocare sconcerto. Eppure, sotto traccia, la vita cambia e fa da sé e certi passo si rivelano decisivi, quasi irreparabili. Il personaggio femminile, un po’ in disparte nella prima parte, nella seconda cresce di tono e prende il sopravvento con la propria feroce determinazione, decise a uscire dalla gabbia della sopraffazione.

data di pubblicazione:30/10/2020


Il nostro voto:

SLEEPLESS. TRE NOTTI INSONNI di Caryl Churchill, regia di Lorenzo Loris

SLEEPLESS. TRE NOTTI INSONNI di Caryl Churchill, regia di Lorenzo Loris

(Teatro Belli – Roma, 26/27 ottobre 2020)

Il punto di vista di una eccezionale drammaturga sul naufragio della coppia, così vero da lasciare sconcertati. Caryl Churchill e il problema della relazione nel secondo appuntamento – online! – per Trend.

 

 

 

Trend non si ferma e senza perdere tempo trascina la sua programmazione in streaming. La scena contemporanea – che sia inglese o di altra nazionalità – non deve arrestarsi in questo drammatico tempo di pandemia. Tuttavia ci auguriamo che il “contemporaneo” che viviamo passi velocemente e ci restituisca quello che ci sta portando via. Il teatro e la cultura vivono dell’incontro di persone. Eccoci così davanti allo schermo del nostro computer. La straordinaria e encomiabile serietà dello staff di Trend e del teatro Belli aprono il sipario virtuale: va in scena Sleepless. Tre notti insonni, un dramma che racconta in tre quadri la crisi di tre differenti coppie, colte nel punto più estremo della consunzione del loro rapporto. Il filo conduttore che le accomuna è il fallimento e la depressione. Caryl Churchill registra tutto adottando un linguaggio surreale e assurdo, fissando nella gabbia scura della notte il tempo dello sfogo delirante. Lo spazio è il letto, centrale nella scena, sotto una parete cieca che la regia di Lorenzo Loris vuole senza porte e senza finestre. Nessun luogo dove guardare altrove, nessuna via di uscita. Il muro è uno schermo dove si proietta solo l’immagine della morte, che porta a soluzione la sorda incomunicabilità dei personaggi. Così fra tradimenti e rinfacci, tra mugolii di dolore e inconsistenti racconti, ricatti mascherati dietro insicurezze e pentimenti le tre vicende si snodano in uno stringersi claustrofobico di lenzuola. Elena Callegari e Mario Sala sono gli attori che ricoprono tutte le parti. Insieme danno l’idea del peso degli anni che queste coppie hanno addosso. Non sono giovani, da mostrare gli entusiasmi dell’inizio, né sono troppo vecchi da rassegnarsi ancora a una piatta e tacita sopportazione. Per le loro doti interpretative e le loro caratteristiche fisiche e vocali, la scelta risulta azzeccata e contribuisce a dare risalto al grottesco e all’assurdo che sottende il dramma.

Ancora un testo in cui a essere drammatizzato con sorprendente arte è il vuoto del quotidiano, l’ordinario delle nostre esistenze. Aspettiamo il prossimo appuntamento, Home, I’m darling di Laura Wade per la regia di Luchino Giordana e Ester Tatangelo (biglietti acquistabili sul sito www.teatrobelli.it ).

data di pubblicazione:29/10/2020


Il nostro voto:

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO di Gail Honeyman – ed. GARZANTI 2020

ELEANOR OLIPHANT STA BENISSIMO di Gail Honeyman – ed. GARZANTI 2020

Romanzo di esordio della quarantenne scrittrice scozzese, Eleanor Oliphant è stato un clamoroso successo editoriale fin dalla sua prima uscita nel 2018/19, e viene ora riproposto anche in edizione economica, un’opportunità per tutti coloro che non lo avessero ancora letto. Si tratta di un libro molto sensibile e divertente e, al tempo stesso, anche potente, un piccolo bijou, una piacevole sorpresa, toccante e vibrante di Verità, una brillante ed intrigante combinazione in cui è bello immergersi. Un libro facile a leggersi ed ottimista senza però essere l’ennesimo “feel good book”. Tutt’altro, è invece un libro sulla solitudine, i traumi della psiche, la follia, l’amicizia, la sofferenza e la diversità.

Eleanor ha 30 anni, lavora come contabile, le sue giornate seguono lo stesso ritmo sempre eguale: lavora e mangia da sola per tornare poi nel suo piccolo e spoglio appartamento ove vive da sola, conversa con una pianta sempre verde, il week end cede al conforto della vodka ed il mercoledì parla al telefono con la madre “lontana”. La ragazza ha una storia molto particolare dietro di sé ed ha dovuto costruirsi, per proteggersi e sopravvivere, un proprio piccolo mondo con il poco che ha ricevuto, riuscendo forse a colmare i propri bisogni primari, ma non certo quelli psichici ed affettivi. Eleanor, nonostante la sua asocialità, il suo parlare troppo franco e diretto, la sua logica atipica … sta bene , o … pensa di stare benissimo. In effetti è una ragazza un bel po’ “particolare”, il suo modo di vedere il mondo è gustoso e le sue riflessioni sono tanto originali quanto anche altamente precise ed intelligenti. La sua routine tranquilla ma alienata ed alienante salta però per una serie di fatti fra loro concatenati che le sconvolgono la vita, anche se non nel senso da lei inizialmente sperato.

Un libro molto più profondo di quanto possa apparire a prima vista seguendo la vita quotidiana del personaggio. Un romanzo buffo e commovente, leggero e profondo, luminoso e cupo che ci restituisce il ritratto toccante e complesso di una giovane donna ferita fin dalla sua prima infanzia.

L’autrice ci svela il suo personaggio, la sua “antieroina” tramite piccoli dettagli, con piccoli tocchi leggeri, un lavoro di cesello pieno di tanti piccoli messaggi e significati che fanno ridere e piangere fra momenti bizzarri e momenti toccanti. Piano, piano il lettore entra nel piccolo mondo di Eleanor e resta legato a questa strana, folle e lucida “eroina”.

La scrittura è semplice e fluida, lo humour è altamente British ed aiuta a sdrammatizzare le situazioni. Il ritmo è intrigante ed una volta immersi nelle digressioni stravaganti, allucinate ed allucinanti di questo estroso romanzo si rimane veramente magnetizzati dalla storia, ma, soprattutto da come essa viene raccontata da un “io narrante” tanto strambo quanto originale.

Si chiude infine il libro con un sorriso, un po’ di speranza ed ottimismo e … di certo … non ci fa affatto male di questi tempi!!

data di pubblicazione:28/10/2020

I PREDATORI di Pietro Castellitto, 2020

I PREDATORI di Pietro Castellitto, 2020

Famiglia ricca snob contro famiglia cheap e malavitosa. Materia già vista con Virzì e ben più efficacemente trattata dal regista livornese. Opera prima supervalutata proveniente da Venezia. Castellitto jr. osa, esagera, strafà. Regista e anche interprete. Ma non è Woody Allen e l’eccentricità non deflagra in una trama coerente in una pellicola sfilacciata e davvero un po’ presuntuosa.

 

Opera prima che denota l’acerba immaturità del regista. Nella sua freschezza dovrebbe risultare un film con guizzi incoerenti ma la noia è in agguato nell’andamento circolare di un film in cui il personaggio di partenza (Marchioni) deve chiudere un finale tutt’altro che happy. Nel secondo tempo (difetto di montaggio?) il regista non sembra sapere dove collocare la macchina da ripresa e la pellicola gira a vuoto con dialoghi di rara banalità. Spiace trovare impegnati (e sprecati) nell’impresa Massimo Popolizio, il miglior attore di teatro nostrano al momento, e Dario Cassini comico reinventato in un improbabile ruolo grottesco. Molto meglio se la cava Manuela Mandracchia nella parte della regista virago assillata da mille turbe e da violenti scatti d’ira. Il film rimane un ibrido tra la commedia all’italiana e la ricerca di originalità a tutti i costi nella trama e nelle situazioni. Troppa carne al fuoco non governata con materia centrifuga. Il giovane regista-attore si ritaglia una parte distopica che però non emoziona né tanto meno strega. Un’altra occasione perduta dal cinema italiano in un’annata davvero grama, soprattutto se a confronto con la cinematografia d’oltre oceano. Anche in questo caso il trailer illude e rimane una delle cose migliori come condensato di un film con troppe vie di fuga da uno sviluppo coerentemente lineare. Naturalmente la critica embedded (controllare sul web) mostrerà di aver visto un altro film, complice l’effetto-Venezia, a volte miracoloso.

data di pubblicazione:26/10/2020


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WALL di David Hare, cura e interpretazione di Valter Malosti

WALL di David Hare, cura e interpretazione di Valter Malosti

(Teatro Belli – Roma, 23 ottobre 2020)

Spettacolo di debutto della 19ª edizione di TREND – nuove frontiere della scena britannica, in scena al Teatro Belli di Trastevere per un calendario di 14 appuntamenti da qui a dicembre, Wall di David Hare, nella versione di Valter Malosti, traccia fin da subito il percorso tematico del festival edizione 2020 a cura di Rodolfo Di Giammarco: il muro come concetto divisivo, fisico mentale e sociale, che separa gli individui, come noi spettatori tenuti in platea a giusta distanza di sicurezza.

 

L’idea di alzare un muro per dividere Israele dai territori palestinesi sorse in seguito agli attacchi terroristici, diventati ormai frequenti durante la seconda intifada. In particolare la bomba esplosa il 1° giugno 2001 nella discoteca Dolphinarium di Tel Aviv, che causò la morte di una ventina di giovani e il ferimento di oltre un centinaio, fu l’evento detonatore che portò alla costruzione della barriera/argine tra Israele e Palestina. Più di 4/5 della popolazione israeliana era a favore di questa costruzione. Ma se per la parte israeliana il muro rappresenta un recinto di separazione ovvero una barriera di difesa, che ristabilisce una presunta normalità nella vita della popolazione al riparo dalle incursioni terroristiche, per la parte palestinese questo è un muro di segregazione raziale, che impedisce di spostarsi liberamente e in qualche punto di non poter più vedere il mare. David Hare scrive un monologo adattato a racconto teatrale di questa contradditoria realtà. Come afferma infatti lo scrittore David Grossman, incontrato dall’autore a Gerusalemme durante la scrittura della pièce, se da un lato il muro mostra al mondo tutta l’arrogante potenza israeliana, dall’altro ne rivela tristemente la sua debolezza e la sua fragilità: Israele non è ancora una casa sicura, la gente non vive ma sopravvive. Il reportage di Hare – messo in scena da lui stesso a Londra la prima volta – è chiaro e dettagliato, una fotografia esatta della situazione politica e sociale in questo fazzoletto di terra di dieci anni fa. Il racconto non esibisce pareri o preferenze, né cerca di dare soluzioni. Il punto di vista di Hare è equilibrato, in altre parole non sceglie di stare né da una parte né dall’altra del muro. Vi passa però attraverso, tra le centinaia di checkpoints dislocati lungo il percorso, per cercare di capirne le ragioni e i limiti. Valter Malosti, affezionato amico e immancabile presenza a Trend, ne propone un adattamento asciutto, crudo, essenziale. Fa suo un racconto estremamente soggettivo, che restituisce con forza e convinzione. Il teatro si conferma nuovamente come lo spazio necessario e insostituibile per la diffusione della conoscenza, della cultura e della crescita umana.

Con l’augurio di poter vedere concludersi questa rassegna di spettacoli senza ulteriori limitazioni dovute alla pandemia in corso, ricordiamo che lunedì 26 e martedì 27 ottobre andrà in scena Sleepless / Tre notti insonni di Caryl Churchill per la regia di Lorenzo Loris. Ringraziamo tutto lo staff del Belli per la calda e sicura accoglienza e tutta la squadra organizzativa di Trend, che anche in quest’anno difficile ci ha voluto come spettatori.

data di pubblicazione:24/10/2020


Il nostro voto:

L’ULTIMO PROCESSO di Scott Turow – ed. MONDADORI 2020

L’ULTIMO PROCESSO di Scott Turow – ed. MONDADORI 2020

Fin dal suo folgorante debutto nel 1987 con Presunto Innocente fu evidente che con Scott Turow era arrivato sulla scena letteraria un vero Maestro del genere poliziesco, o, meglio ancora, il vero padre del sottogenere del “Legal Thriller” colui che ha definito le regole del “Giallo Giudiziario”, vale a dire di quel tipo di romanzi che, come i suoi, possedevano un sottotono cupo e malinconico, un plot intrigante, un coinvolgente mistero centrale, notevole suspense e, soprattutto, elettrizzanti e coinvolgenti scene di dibattimento in aula di tribunale. Storie di uomini e di donne le cui vite sono segnate dal loro affidarsi alla Legge ed al dibattimento giudiziario tra incerte verità ed incerti valori morali nella ricerca della Giustizia, sempre ed inevitabilmente imperfetta.

La quasi immediata trasposizione sugli schermi del suo primo libro con un film di grande successo con Harison Ford e la splendida Greta Scacchi, contribuì, da subito, a dare al nostro scrittore una popolarità definitiva.

Sulla sua scia, nel “legal thriller” si sono poi infilati, senza mai però superarlo, emuli di successo come John Grisham, Michael Connely, Steve Martini e Richard N. Patterson, autori tutti con diversa prolificità, diversi ritmi e vivacità e con storie molto più dinamiche e variegate, ma, al contempo, anche autori con una qualità ed una capacità di scrittura molto più incostante di quella di Turow. Quest’ultimo infatti, in quasi 40 anni ha scritto solo dieci romanzi e, più che alla dinamicità delle sue storie ha centrato tutto il suo talento nella profondità dell’analisi introspettiva dei suoi personaggi e nella veridicità e nello sviluppo del plot e soprattutto dei dibattimenti in aula.

L’ultimo processo è ambientato, ancora una volta, nell’immaginaria Kindle County e segue il ritorno ed al tempo stesso il commiato dell’avv. penalista Sandy Stern che, quasi come un alter ego o proiezione letteraria dell’autore stesso, è stato sempre presente fin dal primo romanzo, a volte in ruoli marginali, a volte in ruoli più significativi. Questa volta è invece al centro della scena, in un processo non facile che sarà il suo addio alla professione perché ha ormai 85 anni, due volte vedovo e sopravvissuto ad un cancro. L’avvocato scende in campo a difesa di un amico di famiglia (medico, ricercatore, e premio Nobel per la sua scoperta sul cancro) accusato di omicidio, frode ed insider trading. Turow con la sua talentuosa capacità ci racconta una storia di debolezza umana, di avidità, di rivalsa, di disonestà intellettuale, di invecchiamento. Un romanzo sulla complessità e difficoltà di arrivare a formulare un giudizio alla ricerca della Verità e della Giustizia. Nessuno come l’autore ha saputo e sa infatti illuminare il lato umano sottostante l’applicazione della Legge.

Tuttavia qualcosa non va, forse anche l’autore come il suo avvocato sta perdendo smalto e lucidità! Turow, pur continuando a scrivere, come sempre, con mano esperta, sembra aver perso la connessione con i suoi lettori. La storia principale ahinoi è purtroppo prevedibilmente scontata, poco avvincente e tirata un po’ troppo per le lunghe e così anche le due/tre sottostorie di supporto. I personaggi sono freddi, privi di vitalità e passione e poco coinvolgenti. E’ pur vero che si tratta di un giallo atipico da aula giudiziaria, incentrato, salvo qualche raro momento, solo su ciò che avviene durante il dibattimento davanti al giudice e quasi nessuno spazio è lasciato a ciò che precede ed accompagna il processo, ma questa volta manca del tutto la suspense ed ogni effetto avvincente. Il risultato è un romanzo che è schiacciato da un eccesso di tecnicismi, di norme procedurali, di verbosità e di dettagli che rallentano il ritmo, distraggono e annoiano nella loro ripetitività i lettori, anche quelli esperti od appassionati di procedure legali.

Il “legalese” ha forse preso la mano all’autore ed a tratti la vicenda sembra arrancare e si stenta parecchio a riconoscere il Turow che ci si attendeva o che si desiderava.

data di pubblicazione:24/10/2020

UOMO SENZA META di Giacomo Bisordi /Arne Lygre, regia di Giacomo Bisordi

UOMO SENZA META di Giacomo Bisordi /Arne Lygre, regia di Giacomo Bisordi

(Teatro Argentina – Roma, 17/25 ottobre 2020)

Scrittura norvegese fedelmente riportata su un palcoscenico italiano. Sentore di Ibsen in dialoghi sempre spezzati, allusivi e metaforici. Largo uso degli spazi e degli oggetti. Un esperimento che attizza la curiosità anche se non centra un risultato pieno e indiscutibile.

Nella strana stagione dei teatri quello di Roma si cimenta con un assemblaggio che potremo definire sperimentale. Forse in altri tempi, di maggiori certezze, una proposta come quella di Lygre, mediata da Bisordi, non sarebbe arrivata in cartellone. Novanta minuti per un tentativo tutt’altro che facile e di difficile metabolizzazione. La roba, i soldi, la materialità sembrano circoscrivere un mondo abbandonato dal protagonista che ha varato una città modello e dopo trent’anni di creazione e gestione, muore lasciando conflitti insanabili tra il fratello. La misteriosa sorella (solo di lui), l’ex moglie e una figlia venuta dal nulla. I personaggi si agitano, si spogliano e si rivestono e sono disposti a qualunque compromesso pur di non rinnegarsi. Non a caso l’ex consorte è disponibile a una allusiva fellatio finale pur di conquistare buste di denaro. C’è un gioco di inscatolamento del teatro dentro il teatro. Perché tutti potrebbero essere delle figurine messe in mostra dall’architetto solo apparentemente deceduto. Non a caso la battuta che ricorre più frequentemente in scena e: “Non sto recitando!”. Come si intuisce non è facile la metabolizzazione di una possibile storia lineare perché qui domina l’ambiguità e la ferinità dei comportamenti. Il pubblico, tutt’altro che numeroso, sembra sommamente gradire. C’è il disegno dell’’utopia e c’è anche il misterioso destino di esseri umani che sembrano aver delegato il proprio senso nel mondo a qualche altro. Lygre fa uso di una scrittura minimalista e graffiante. Un’occasione per scoprire al suo meglio un autore molto rappresentato nei teatri europei.

data di pubblicazione:21/10/2020


Il nostro voto:

PADRE NOSTRO di Claudio Noce, 2020

PADRE NOSTRO di Claudio Noce, 2020

Un dramma vissuto direttamente ma attraverso la coscienza del fratello. Un laborioso e travagliato parto di sceneggiatura per una mayonese finale discretamente impazzita. Il terrorismo latita sullo sfondo come una scheggia ondivaga e senza credibili motivazioni. E lo sguardo dell’adolescente è un po’ troppo soggettivo per restituire un film equilibrato, maturo e coerente

 

Non basta la favorevole esposizione a una Mostra d’arte cinematografica, l’interpretazione del riconosciuto maggiore interprete del cinema italiano (Pier Francesco Favino si divide la leadership con Elio Germano e si cimenta anche come produttore, credendo nel progetto) per elevare il film alla dignità che l’incerta regia non si merita attraverso l’accatastamento di troppi materiali (familiari, generazionali) e con un margine di libertà che rende evanescente un pur minimo rispetto di una storia inevitabilmente dolorosa. Una pellicola con troppi buchi neri per essere giudicata favorevolmente. Che si distingue perché nella scena più drammatica della sparatoria piazza incongruamente la colonna sonora di Buonanotte fiorellino di De Gregori, un segno di rottura che disturba anche se introdotto come provocazione. Nel secondo tempo incongruamente lungo (circa un’ora e mezzo) la location si sposta in Calabria e regala maggiore vivacità tra bei scenari, la recita in dialetto di alcuni comprimari e l’evoluzione della storia. Che peraltro ha il merito di un ricongiungimento finale che sa di parziale riappacificazione con il passato. Noce non prova ad osare nel totale rivolgimento della storia che gli appartiene (il padre fu vittima di un attentato) e dunque rimane a mezza strada tra il film onesto e genuino e quello traviato da manipolazioni necessarie per un buon sviluppo di biglietteria. Molto del successo è caricato sulle spalle di Favino che non può fare il miracolo di salvare un’opera prima che ha tutti i difetti di un debutto. Chi maneggia il terrorismo senza un chiaro obiettivo finale rischia un deja vu, visti gli illustri precedenti, diremo soprattutto i film sul tema di Marco Bellocchio.

data di pubblicazione:19/10/2020


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EMILY IN PARIS di Darren Star – Netflix 2020

EMILY IN PARIS di Darren Star – Netflix 2020

La giovane Emily (Lily Collins), quintessenza dell’americana media, affettivamente appagata, entusiasta caratterialmente ed impegnata a far carriera in una società di marketing di Chicago, a seguito di fortuite circostanze è inviata a Parigi presso un’agenzia francese appena acquisita per fornire indirizzi ed indicazioni secondo il punto di vista americano. La candida fanciulla che non sa una parola di francese sfiderà la Francia ed i Parigini in un confronto/scontro di culture fra stereotipi zuccherosi ma mai stucchevoli.

Darren Star sceneggiatore e regista dal tocco magico, creatore di serie di successo come Beverly Hills (1990-2000) e Sex and the City (1998-2004), mischia abilmente un po’ di Sex and the City con un po’ di Il Diavolo veste Prada, un pochino di Amélie e tanta Aria di Parigi ed ecco che ci regala una gentile commedia romantica, leggera, leggera che si basa soprattutto su un confronto di culture, fatto di cliché sui pregiudizi che gli americani hanno sui francesi ed i parigini in particolare e sugli europei in generale. Il Vecchio Continente in contrasto con la frizzante giovane americana, il buon gusto e la raffinatezza che si scontrano con il cattivo gusto e la “simplicity girl”.

Forse i permalosi e suscettibili parigini possono aver ragione ad essere irritati nel vedersi descritti in modo quasi caricaturale: seduttori ed infedeli seriali, poco puliti, inaffidabili, ritardatari … ma, di contro, gli americani appaiono: egocentrici, sempliciotti, arroganti, ignoranti e dediti maniacalmente al lavoro. Una volta tanto fuori dal mirino delle critiche, per noi italiani il giochino di osservare e ridere dei difetti altrui può essere assai divertente.

Le produzioni di Darren Star possono certamente essere accusate di essere solo confezioni spumeggianti ed intercambiabili con un’immagine banale della femminilità moderna e del sesso, può pure darsi, ma, di sicuro, non sono mai noiose. Quest’ultima serie articolata in 10 episodi di soli 30 minuti, pur non avendo il mordente e l’irriverenza delle precedenti è però tecnicamente ben fatta, ben interpretata ed interamente girata a Parigi. Star astutamente usa infatti tutto il fascino di Parigi, bella quanto mai, come vera coprotagonista accanto ad una Lilly Collins che con la sua freschezza ed il suo fascino sbarazzino rende tutto lo spirito frivolo di questa piccola commedia che si può gustare con piacere così come si possono gustare con piacere un buon caffè ed un croissant seduti in un caffè all’aperto di Montmartre o sui Grands Boulevards.

Direi non poco, riuscire a distrarsi con stile ed eleganza in un anno come il 2020!

data di pubblicazione:17/10/2020

BANKSY – l’arte della ribellione di Elio Espana

BANKSY – l’arte della ribellione di Elio Espana

Una ricostruzione, sia pur frammentaria, della vita e della carriera artistica di Banksy, uomo di strada che fa arte come atto di ribellione contro l’establishment in generale e, più in particolare, contro ogni forma di cultura preconfezionata per una ristretta élite di (pseudo)intenditori. Un documentario in cui vari street artist spiegano come da una espressione artistica spontanea, ai limiti della legalità, possa nascere un movimento mainstream che ha letteralmente sovvertito il concetto stesso di arte, così come finora lo avevamo concepito.

 

Per chi desidera avvicinarsi a Banksy, prima come uomo e successivamente come artista, è certamente impresa non facile visto che nessuno, a parte i suoi amici e collaboratori più stretti, conosce la sua vera o presunta identità. Di lui si sa poco e precisamente che si è formato sulla scena underground di Bristol dove verso la fine degli anni Novanta era attivo, insieme ad altri, nella realizzazione di graffiti. Questi disegni, realizzati per lo più con bombolette spray, erano ritenuti illegali perché invadevano e imbrattavano i muri cittadini con raffigurazioni e slogan spesso a sfondo satirico o di rivolta contro la politica e ogni altra forma di potere istituzionalizzato. I cosiddetti “artisti di strada” mettevano a disposizione di tutti il proprio talento senza chiedere o pretendere un riconoscimento sociale, regalavano praticamente una forma di cultura popolare: un’immagine accessibile anche ai meno colti, fruibile in ogni momento perché la si trovava per strada mentre ci si avviava a lavoro o si andava a fare la spesa. Un’arte quindi che non necessitava di un contenitore museale per farsi riconoscere, che era a portata di tutti e che rigettava qualsiasi etichetta che ne potesse in qualche modo definire o limitare la portata sovversiva. Attraverso la testimonianza diretta di alcuni amici di Banksy, tra i quali Steve Lazarides, suo braccio destro e promotore, e Ben Eine, suo diretto collaboratore, vediamo come nasce e si sviluppa il suo percorso artistico partendo dai graffiti ed evolvendosi poi in altre forme di pop art, soprattutto mediante l’uso dello stencil e la realizzazione di sculture in resina polimerica dipinta o in bronzo verniciato. Dalla sua formazione di base, Banksy intende portare avanti un messaggio di giustizia e di libertà sociale, proprio nel contesto di oggi in cui tutto è sacrificato dall’attività dei magnati dell’economia e da politici corrotti. Famose le figure dei suoi ratti, grandi topi neri che invadono le strade proprio per indicare che una massa di artisti, appartenenti ad una certa sottocultura proletaria, sta per emergere per dire la sua contro ogni forma di manipolazione intellettuale. Il fenomeno oggi è inarrestabile: le opere di Banksy non le troviamo nei musei ma hanno assunto quotazioni stellari e vengono battute da Sotheby’s a Londra anche un milione di sterline. In ogni parte del mondo vengono organizzate mostre con opere sue che, inserite in contesti particolari, costituiscono per i visitatori dei veri e propri happening dove si possono anche visionare animali viventi di tutti i generi dipinti con colori psichedelici. Un atto trasgressivo? Intanto limitiamoci ad osservare il fenomeno mentre lui, l’artista ignoto più famoso del mondo, si diverte probabilmente alle spalle di una umanità ingenua, disposta ad investire acquistando a caro prezzo i suoi lavori. Per chi volesse approfondire, si segnala che è in corso una sua personale al Chiostro del Bramante a Roma fino all’11 aprile 2021. Il film-evento invece, prodotto da Spiritlevel Cinema, studio indipendente fondato da Tom O’Dell e dallo stesso regista Elio Espana, è distribuito da Adler Entertainment ed andrà nelle sale il 26, 27 e 28 ottobre.

data di pubblicazione:16/10/2020