Fin dal suo folgorante debutto nel 1987 con Presunto Innocente fu evidente che con Scott Turow era arrivato sulla scena letteraria un vero Maestro del genere poliziesco, o, meglio ancora, il vero padre del sottogenere del “Legal Thriller” colui che ha definito le regole del “Giallo Giudiziario”, vale a dire di quel tipo di romanzi che, come i suoi, possedevano un sottotono cupo e malinconico, un plot intrigante, un coinvolgente mistero centrale, notevole suspense e, soprattutto, elettrizzanti e coinvolgenti scene di dibattimento in aula di tribunale. Storie di uomini e di donne le cui vite sono segnate dal loro affidarsi alla Legge ed al dibattimento giudiziario tra incerte verità ed incerti valori morali nella ricerca della Giustizia, sempre ed inevitabilmente imperfetta.

La quasi immediata trasposizione sugli schermi del suo primo libro con un film di grande successo con Harison Ford e la splendida Greta Scacchi, contribuì, da subito, a dare al nostro scrittore una popolarità definitiva.

Sulla sua scia, nel “legal thriller” si sono poi infilati, senza mai però superarlo, emuli di successo come John Grisham, Michael Connely, Steve Martini e Richard N. Patterson, autori tutti con diversa prolificità, diversi ritmi e vivacità e con storie molto più dinamiche e variegate, ma, al contempo, anche autori con una qualità ed una capacità di scrittura molto più incostante di quella di Turow. Quest’ultimo infatti, in quasi 40 anni ha scritto solo dieci romanzi e, più che alla dinamicità delle sue storie ha centrato tutto il suo talento nella profondità dell’analisi introspettiva dei suoi personaggi e nella veridicità e nello sviluppo del plot e soprattutto dei dibattimenti in aula.

L’ultimo processo è ambientato, ancora una volta, nell’immaginaria Kindle County e segue il ritorno ed al tempo stesso il commiato dell’avv. penalista Sandy Stern che, quasi come un alter ego o proiezione letteraria dell’autore stesso, è stato sempre presente fin dal primo romanzo, a volte in ruoli marginali, a volte in ruoli più significativi. Questa volta è invece al centro della scena, in un processo non facile che sarà il suo addio alla professione perché ha ormai 85 anni, due volte vedovo e sopravvissuto ad un cancro. L’avvocato scende in campo a difesa di un amico di famiglia (medico, ricercatore, e premio Nobel per la sua scoperta sul cancro) accusato di omicidio, frode ed insider trading. Turow con la sua talentuosa capacità ci racconta una storia di debolezza umana, di avidità, di rivalsa, di disonestà intellettuale, di invecchiamento. Un romanzo sulla complessità e difficoltà di arrivare a formulare un giudizio alla ricerca della Verità e della Giustizia. Nessuno come l’autore ha saputo e sa infatti illuminare il lato umano sottostante l’applicazione della Legge.

Tuttavia qualcosa non va, forse anche l’autore come il suo avvocato sta perdendo smalto e lucidità! Turow, pur continuando a scrivere, come sempre, con mano esperta, sembra aver perso la connessione con i suoi lettori. La storia principale ahinoi è purtroppo prevedibilmente scontata, poco avvincente e tirata un po’ troppo per le lunghe e così anche le due/tre sottostorie di supporto. I personaggi sono freddi, privi di vitalità e passione e poco coinvolgenti. E’ pur vero che si tratta di un giallo atipico da aula giudiziaria, incentrato, salvo qualche raro momento, solo su ciò che avviene durante il dibattimento davanti al giudice e quasi nessuno spazio è lasciato a ciò che precede ed accompagna il processo, ma questa volta manca del tutto la suspense ed ogni effetto avvincente. Il risultato è un romanzo che è schiacciato da un eccesso di tecnicismi, di norme procedurali, di verbosità e di dettagli che rallentano il ritmo, distraggono e annoiano nella loro ripetitività i lettori, anche quelli esperti od appassionati di procedure legali.

Il “legalese” ha forse preso la mano all’autore ed a tratti la vicenda sembra arrancare e si stenta parecchio a riconoscere il Turow che ci si attendeva o che si desiderava.

data di pubblicazione:24/10/2020

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