Ritorna BORAT (Sacha Baron Cohen) l’esuberante reporter Kazako innamorato degli USA che, condannato per aver offuscato l’immagine del proprio Paese, per riscattarsi accetta di recarsi nuovamente in America con l’obiettivo di portare un dono al Vice Presidente degli Stati Uniti …

 

Con i cinema definitivamente chiusi non ci resta che lasciarci tentare da ciò che passano i “conventi”, cioè le varie piattaforme on line, e … si può allora cedere alla tentazione di vedere cosa abbia realizzato di nuovo un commediante geniale, sregolato e provocatorio come Sacha Baron Cohen, un artista che si può solo amare o disprezzare senza vie di mezzo. Il suo nuovo film (in onda su Amazon Prime Video) rimette in gioco il baffuto reporter kazako, ma, mentre il primo Borat nel lontano 2006, in piena epoca Bush, si avventava con ottimi risultati contro il politicamente corretto senza assolutamente curarsi dei danni collaterali, oggi, dopo ben 4 anni di Trump e per di più, schiacciati da una realtà infinitamente peggiore della più pessimistica delle possibili fantasie, le nuove provocazioni di Borat non producono effetti se non marginali. Allora si rideva di cuore davanti alle dissacranti provocazioni del commediante inglese, oggi purtroppo nulla ci può sorprendere, né ci possiamo meravigliare più di tanto delle reazioni dei soggetti presi di mira, né di quell’America profonda per cui i fatti e la realtà non sembrano avere la benché minima importanza. Più che un seguito effettivo del primo film ci troviamo quindi davanti ad un film politico, che cerca di essere il più attuale possibile fotografando la realtà sociale americana sotto tutti gli aspetti, ivi compresa la pandemia da Covid19 e con un occhio particolare anche alla tematica della condizione femminile. L’autore infatti, spregiudicato, dissacrante e volgare da par suo, gioca sul confronto fra le diversità di opinione, comportamento e bigottismo della “grande America” di Trump e del “rurale Kazakistan” al fine di poter mettere in luce tutte le contraddizioni antiche ed attuali, presenti ancora oggi.

Gli spettatori non “innamorati di Borat” potranno però restare delusi: la ricetta è sempre la stessa, una serie di sketch più o meno corrosivi su certi nostri comportamenti e su quelli degli Americani in particolare, ironizzando sul loro livello culturale e la loro mancanza di sensibilità, ma, questa volta, è troppo poco per poter soddisfare lo spettatore. Tutto è infatti meno buffo, meno brillante, meno dissacrante e pungente, meno originale del primo Borat, si è persa da allora tutta la novità, l’ironia e la genialità. C’è una sola piacevole e riuscita novità, l’indovinatissimo personaggio della figlia del giornalista (l’eccezionale Maria Bakalova) in attesa di essere donata all’amico di “Mc Donald” come “donna oggetto”, destinata a vivere in una gabbia dorata come “Melania” e che, per tutta la durata del viaggio, cerca di apprendere come riuscire a divenire da “donna Kazaka” una perfetta “donna Americana” nei modi e nel fisico. Un’invenzione esilarante e geniale che permette a Cohen/Borat di giocare a mettere in risalto il ruolo di poco conto o di semplice bell’oggetto che ha la donna ancora oggi. Ma non basta!

Per il resto appare infatti difficile credere ancora a quella apparente genuinità a quell’effetto happening reale che aveva positivamente caratterizzato il primo film. In conclusione, pur sapendo che il buon gusto non è mai stato di certo la prima preoccupazione dell’autore, resta solo un film difficile da seguire per le sue scene crude e comiche al tempo stesso. Un film che fa sì riflettere, ma dai tratti molto trash, molto provocatori, scandalosi e volgari senza più il guizzo qualificante della provocazione intelligente né la genialità innovativa e dissacrante. Pur prendendo Borat per quel che è, e pur sapendo quanto sia apprezzato fra la generazione dei millennials, va però detto che si tratta senza dubbio di uno dei film meno riusciti di Sacha Baron Cohen.

data di pubblicazione:05/11/2020


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