MADAME LE COMMISSAIRE E LA VENDETTA TARDIVA di Pierre Martin ed. Neri Pozza, 2022

MADAME LE COMMISSAIRE E LA VENDETTA TARDIVA di Pierre Martin ed. Neri Pozza, 2022

Lo sconosciuto autore tedesco che si firma con lo pseudonimo francese di Pierre Martin prosegue con le sue storie poliziesche ambientate nella francesissima Provenza. In Germania ove sono già usciti 10 volumi sulle indagini di Madame le Commissarie, i suoi libri sono ormai un caso letterario e commerciale di successo. In Italia, per ora, siamo solo al secondo romanzo della serie.

Sempre caratterizzato dalla stretta connessione con la realtà della Provenza, l’autore sviluppa ulteriormente il suo stile, le sue storie ed i suoi personaggi. La narrazione si fa infatti più ricca  e fluida rispetto al romanzo iniziale. La protagonista Isabelle Bonnet, i fatti ed il contesto sono ormai consolidati  e quindi i caratteri, gli aspetti psicologici e gli approcci polizieschi si delineano sempre meglio ed in maniera più reale e coerente. L’intrigo narrativo è ben congegnato e l’aspetto poliziesco diventa ora prevalente sugli elementi di mero colore e tutto l’insieme è quindi più vivace e ricco di colpi di scena ben calibrati che si susseguono con ritmo serrato.

Madame le Commissaire ha ormai assunto contorni ben definiti. E’una protagonista coraggiosa, e determinata che però si è concessa di riscoprire ed apprezzare anche il Tempo per se stessa: fa tardi la sera, ama dormire, chiacchierare con i compaesani, giocare alla pétanque con il Sindaco del paesino ed apprezzare i ritmi lenti della Regione. Con lei si definisce meglio anche il suo stravagante ma intelligente assistente.

Al centro del romanzo ci sono sempre i panorami e le atmosfere locali, e questa volta il Mistral. Il forte vento locale che fa impazzire, che genera insonnia e riflessioni anche alla ex Capo Squadra Antiterrorismo di Parigi che ha ormai deciso di restare nei luoghi della sua infanzia, nel paesino/rifugio dell’entroterra della Costa Azzurra senza rimpianti né per Parigi né per il precedente prestigioso ruolo. Si accontenterà dell’incarico (creato ad hoc per lei) di Commissario con Compiti Speciali per i casi insoluti della zona. Una carica che dice tutto e niente ma le consente di restare in servizio ed in Provenza. Impossibilitata a dormire a causa del Mistral, Isabelle scende fino alla Costa, va in spiaggia e passeggiando nella notte, scopre per caso un cadavere. Ci sono analogie con un omicidio insoluto di 10 anni prima, La Commissario cercherà di scoprire la Verità e contemporaneamente cercare anche di garantire la sicurezza di un testimone giudiziario che deve restare in incognito nel suo paesino.

Il nostro Autore ripropone brillantemente e scientemente atmosfere e situazioni tipiche dei “gialli classici” tutti centrati sulla capacità investigativa, con poca violenza ma molto lavoro di indagine sul campo e molto intuito. Il risultato (come per quelli assai simili di Bannalec) è un romanzo scorrevole e piacevole dotato di una trama semplice ma ben costruita e credibile, dallo stile chiaro e preciso. Un libro vivacemente ritmato con una tensione che regge fino alla fine.

La seconda avventura di Madame le Commissaire è dunque un piccolo noir credibile ed efficace arricchito dal saporito contorno dei paesaggi, dei colori, delle atmosfere e dei cibi provenzali. Breve, rassicurante, coinvolgente e gratificante.

data di pubblicazione:03/06/2022

REGRESSUS di Pier Luigi D’Eredità – Mimesis editore – collana Eterotopie, 2021

REGRESSUS di Pier Luigi D’Eredità – Mimesis editore – collana Eterotopie, 2021

Si può anche leggere come un giallo il dotto saggio che valuta le influenze degenerative del progresso crollo dell’impero romano d’occidente. Con un linguaggio aperto anche ai non specialisti l’autore si apre a un gran ventaglio di potenziali cause della decadenza, misurando il limes, la vastità dei confini, il ruolo giocato dalle personalità imperiali, della burocrazie, alla corruzione, l’influenza religiosa nell’irrompere del Cristianesimo di Stato, la gestione della giurisprudenza. Fa opera di divulgazione approfondendo cause che possano avere attualità e riscontri ancora oggi vista la dipendenza antropologica da quel passato importante per la nostra civiltà. Quindi non semplice storia di sviluppo cronologico secondo un metodo di investigazione lineare ma una vera e proprio discesa approfondita nel cuore del problema e in base a un principio indiscutibile: ogni civiltà si porta sempre dietro le ragioni della sua nascita e, potremo aggiungere, della sua caduta. Una spiegazione monocausale espunge il necessario tema della complessità. Perché ascesa e declino partono da una valutazione complessiva il più ampia possibile. Dunque il metodo è cartina di tornasole tracciante. L’economia è al centro dell’esame in un affascinante caleidoscopio che ci riassume una forza vigorosa e poi una crescente debolezza. Spaccato suggestivo che ci restituisce un’epoca di lussi e conquiste, non prescindendo dall’incidenza nella storia delle storie, cioè delle biografie degli imperatori che si avvicendano nel proscenio di un territorio immenso. E fa effetto intuire che il centro dell’impero, all’apogeo del proprio sviluppo, non era Roma ma mete e obiettivi centrati sempre più a est. Su questo impero poi, in maniera deflagrante, si innestano le conseguenze delle invasioni barbariche, un altro elemento che ne determinerà la progressiva ancorché gloriosa fine. D’Eredità ha messo l’economia al centro della propria ricerca in altri due saggi pubblicati per lo stesso editore.

data di pubblicazione:01/06/2022

IL FILO DI MEZZOGIORNO regia di Mario Martone

IL FILO DI MEZZOGIORNO regia di Mario Martone

(Teatro Argentina 26 maggio/5 giugno 2022)

In scena al Teatro Argentina di Roma Il filo di mezzogiorno, romanzo autobiografico di Goliarda Sapienza nel riadattamento teatrale di Ippolita di Majo per la regia di Mario Martone, con Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco.

Un lavoro intenso e delicato al tempo stesso, che ci permette di entrare nel mondo di Goliarda Sapienza, raccontando l’esperienza psicoanalitica vissuta dall’autrice dopo il periodo di depressione, sfociato nel tentativo di suicidio. Un dialogo terapeutico, dilatato nel tempo, che si tramuta presto in uno scontro, quasi un corpo a corpo, in una riflessione acuta e sensibile sulla condizione femminile (foto di Mario Spada).

Goliarda Sapienza, donna fuori da tutti gli schemi e dalle ideologie politiche del suo tempo, ha combattuto le sue battaglie prima da partigiana, poi da femminista, sempre controcorrente, sempre contro il conformismo e con tutti i mezzi che aveva a disposizione, primo fra tutti la scrittura. Passionale e autentica, è stata ignorata in vita quanto celebrata oggi come una delle più interessanti autrici italiane. Gli elettroshock le hanno strappato via i ricordi. Uno psicanalista voluto dal compagno Cetto, crede che la memoria si possa recuperare parlando, raccontando, abbandonandosi. E così Goliarda si affida a lui quasi innamorandosene.

Attraverso le parole che la protagonista rivolge al suo medico, con cui instaurerà questo intimo rapporto coinvolgente e appassionato, si rivive tutto il suo doloroso percorso di vita: la partenza da casa, i corsi d’arte drammatica, la persecuzione fascista, la follia della madre, la difficoltà nei rapporti con l’altro sesso, l’amore devastante per Citto.

Seduta dopo seduta, tra memorie, sensazioni e libere associazioni, Goliarda esplora il suo buio, i ripetuti elettroshock, per poi riemergere, provando a ritrovarsi.

Donatella Finocchiaro e Roberto De Francesco, ci guidano nel labirinto della mente, nell’unico luogo in cui è possibile accarezzare le ferite dei sogni. La scena è doppia, come riflessa in uno specchio aperto. Identici i divani, le poltrone, gli scrittoi, le librerie a muro, le fotografie. Potrebbe trattarsi del salotto di uno psicanalista o di un interno borghese o di entrambi.

Goliarda insegue la sua memoria, insegue i ricordi, le sensazioni, le libere associazioni, lo psicoanalista la guida, la accompagna, la segue, e riuscirà a condurre la scrittrice dalle tenebre alla luce della coscienza e al recupero della propria identità.

Una rappresentazione molto coinvolgente basata sulla relazione e dipendenza che lega i due personaggi, enfatizzata dall’alchimia generata dai due bravissimi interpreti, indispensabili l’uno all’altro nel sofisticato adattamento di Ippolita di Majo, che riesce in maniera intelligente a legare il racconto autobiografico, le vicende sociali, la componente terapeutica e scientifica, attraverso passaggi continui e fluidi grazie alla impeccabile regia di Mario Martone, in grado di miscelare il linguaggio filmico e quello teatrale, la vicenda e le intimità, i respiri e le emozioni.

data di pubblicazione:29/05/2022


Il nostro voto:

CONSTELLATIONS di Nick Payne, regia di Kim T. Sharp

CONSTELLATIONS di Nick Payne, regia di Kim T. Sharp

(Teatro Belli – Roma, 20/22 maggio 2022)
Marianne e Ronald vivono la loro relazione di coppia catapultati in infinite realtà possibili. Arriva a Roma direttamente da New York il testo recitato in lingua originale del drammaturgo inglese Nick Payne.

La straordinaria forza di Constellations di Nick Payne risiede certamente nell’idea di applicare un principio della fisica come il multiverso a un’ordinaria coppia di amanti molto diversi tra loro, ma attratti con passione l’uno dall’altra. L’ipotesi secondo la quale possano coesistere infinite possibilità di poter vivere la stessa realtà con sviluppi e esiti diversi – oltrepassando necessariamente il tradizionale concetto lineare di tempo – è la stabile impalcatura che sorregge la struttura drammaturgica.

Rappresentato la prima volta al Royal Court Upstairs di Londra nel 2012, il testo ha avuto molta fortuna e oggi arriva in lingua originale sul palco del teatro Belli di Roma – con date previste nei prossimi giorni anche a Genova e Torino – nella versione andata in scena al Gene Frankel Theatre di New York per la regia di Kim T. Sharp, con protagonisti Francesca Ravera e Michael Chinworth.

Non occorre essere esperti di fisica quantistica per apprezzare questo lavoro che la regia di Kim T. Sharp rende incredibilmente comprensibile. Tuttavia, proprio per questa caratteristica di mostrare la possibilità dell’esistenza di mondi paralleli, la storia non si può raccontare seguendo un limpido sviluppo narrativo. Quello che abbiamo davanti è un mosaico ricco di variabili e sfumature, che uno spettatore attento e libero da schemi è in grado di poter mettere insieme. È dato sapere solo che Marianne e Ronald sono due personaggi diametralmente opposti. Lei è una cosmologa, lui un apicoltore. Due mondi distanti e per molti aspetti contrastanti che si incontrano per la prima volta a un barbecue. Fanno amicizia, si piacciono e decidono di vivere insieme. Poi si lasciano e si rivedono di nuovo a una lezione di ballo, dove riprendono la loro relazione interrotta. Due personaggi visti come due particelle perse in un universo siderale, fatto di buio infinito e stelle. Due atomi che vanno a comporre una varietà incredibile di molecole, sospesi intorno a una pedana esagonale, che ricorda proprio il disegno di una formula chimica.

Non serve neanche essere madrelingua inglese per seguire lo spettacolo. Anzi, si apprezza maggiormente il contesto culturale e sociale a cui il linguaggio fa riferimento e che una traduzione inevitabilmente potrebbe ingannare. L’ostacolo della lingua è superato non solo grazie ai soprattitoli, ma anche per merito della regia e della recitazione realistica e misurata dei due attori. Basta un breve movimento, un repentino cambio di luce o il suono di due note al pianoforte per trasportare lo spettatore su altre realtà del tutto logiche e credibili.

Sul palco, Francesca Ravera e Michael Chinworth sono veri nelle emozioni, veloci e cadenzati con il ritmo di una partitura registica esigente, ma chiara e pulita. Il perfetto equilibrio di una formula chimica.

data di pubblicazione:22/05/2022

 


Il nostro voto:

 

SETTEMBRE di Giulia Steigerwalt, 2022

SETTEMBRE di Giulia Steigerwalt, 2022

Un originale tentativo di uscire dai talvolta ristretti canoni di genere del cinema italiano grazie a una sceneggiatura vivace e alla perfetta scelta di un cast di attori, magnificamente incastonati nei propri ruoli. Meno nuova e più battuta (vedi anche Tre Piani) la scelta programmata di far interagire le storie. Fatta salva questa chiave però il quadro d’assieme tiene e il finale aperto è un barlume di intelligenza registica.

 

Una sorte di settembre dell’anima, una mezza stagione autunnale. Una ricerca della felicità declinata meno banalmente che nei film di Muccino. Tre storie molto italiane, molto romane, molto vere, con una stratificazione generazionale varia e un approccio non convenzionale ai sentimenti e al sesso. C’è un Bentivoglio più stazzonato che mai, dove il sale e pepe di una volta è diventato, puro sale, abile nel designare un personaggio demotivato e a disagio nella vita. C’è la giovane e misteriosa prostituta dell’est che aspira a qualcosa di diverso. Ci sono soprattutto due donne amiche, profondamente divise dai propri uomini che non le ascoltano, che non le curano, alla stessa maniera se giocano a poker o le tradiscono con un’altra donna. Poi adolescenti molto credibili ai primi passi nella conoscenza dell’altro. Era da tempo che non vedevamo resi così credibilmente adolescenti sullo scherma in virtù di una recitazione semplice e naturale che non è pura immedesimazione. Escono male, molto male gli uomini da queste storia, disegnando un possibile mondo futuro salvato dalle donne. Sartoretti è bravo nel definire l’assoluta insipienza di un personaggio vuoto e negativo, incapace di ogni reazione emotiva. E Barbara Ronchi forse è all’interpretazione di una carriera, quella che rimane. Tutto questo a merito di una regista evidentemente poco nota che ma padroneggia con piglio eccellente la materia filmica. Opera di respiro, di futuro, di valori montanti.

data di pubblicazione:18/05/2022


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L’ARMA DELL’INGANNO – OPERATION MINCEMEAT di John Madden – 2022

L’ARMA DELL’INGANNO – OPERATION MINCEMEAT di John Madden – 2022

Basato su fatti reali: una delle più singolari operazioni di disinformazione e manipolazione della II Guerra Mondiale. Siamo nel 1943, pochi mesi prima dello sbarco dal Nordafrica nel sud dell’Europa (Grecia? Sardegna? Sicilia? Provenza?) gli Alleati devono depistare i Tedeschi dalla scelta più probabile. Due ufficiali dei Servizi britannici – Colin Firth e Matthew MacFadyen – malgrado le perplessità dei superiori propongono la più improbabile delle macchinazioni…

 

Madden è un regista cinematografico e televisivo britannico. Fortunato premio Oscar per la regia di Shakespeare in Love (1998), ha firmato fra i tanti anche i due film su Marigold Hotel. Oggi, a 73 anni, è ormai un egregio artigiano del Cinema ma non certo un Autore. Sul modello del filone tutto inglese di film come Il Discorso del Re, Imitation Game, L’ora più buia e Dunkirk che trovano motivo di interesse nel fatto che sono ispirati da “una storia vera”, il nostro cineasta prova a far rivivere l’epopea dei film di spionaggio. Non si tratta però di una spy-story alla James Bond o di un film d’azione, tutt’altro! È solo un film di genere spionistico, molto classico, quasi un’opera all’antica, alla cui base sono lo stile, le ambientazioni, i costumi ed un leggerissimo, vago sense of humour. Madden vorrebbe poter così illustrare il “dietro le quinte” di un’abile macchinazione dei Servizi britannici e la capacità di manipolazione della Verità. Il risultato, però, è sì un film molto british ma, ahinoi, un film troppo rallentato da una sceneggiatura convenzionale, troppo appesantito da una messinscena accademica, da un eccesso di dialoghi, da una mancanza d’azione, da un ritmo troppo teatrale e, per di più, girato quasi totalmente in interni. Siamo quindi molto lontani dall’immaginifico del mondo dello spionaggio e dalla vivacità del Genere. La narrazione si perde infatti in sottostorie e intrighi paralleli che nulla aggiungono ma molto appesantiscono, in una messinscena priva di ritmo che sembra girare in tondo senza mai veramente appassionare, dare brividi di tensione e di suspense, né riuscire ad evitare che, a tratti, si insinui la noia.

Il casting è discreto e professionale quanto basta. I due protagonisti sono corretti senza però fare scintille. Fra loro, si insinua la brava Kelly MacDonald. I secondi ruoli sono affidati a collaudati attori televisivi inglesi.

E proprio di Televisione si dovrebbe piuttosto dover parlare! Madden, infatti, usa un linguaggio, una tecnica e ritmi molto più televisivi che cinematografici. L’Arma dell’Inganno ha infatti ben pochi elementi sul piano cinematografico e sembra essere proprio un film Tv di lusso, prodotto dalla BBC, che procede in modo molto convenzionale e lentamente su binari previsti e prevedibili.

Un film che potrà essere “Buono” o “Discreto” a seconda della propensione televisiva o cinematografica del singolo spettatore. La vera domanda, semmai, è perché il film sia sugli schermi cinematografici, quando invece alcune vere pepite di cinema sono confinate solo sulle piattaforme.

data di pubblicazione:14/05/2022


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GLORY WALL di e con Leonardo Manzan e Rocco Placidi, e con Paola Giannini, Giulia Mancini e Alessandro Bay Rossi, regia di Leonardo Manzan

GLORY WALL di e con Leonardo Manzan e Rocco Placidi, e con Paola Giannini, Giulia Mancini e Alessandro Bay Rossi, regia di Leonardo Manzan

(Teatro Vascello – Roma, 10/15 maggio 2022)

Torna in scena al Vascello lo spettacolo vincitore della Biennale Teatro 2020. Un’ironica, intelligente e originale riflessione sul senso della censura nell’arte e la dimostrazione dell’abilità creativa di un giovane talento della scena italiana contemporanea.

 

 

 

Giudicato dalla critica internazionale miglior spettacolo alla Biennale di Venezia Teatro nel 2020, Glory Wall di Leonardo Manzan è la prova tangibile delle infinite possibilità creative del teatro, della bellezza del gioco e del coraggio di giovani artisti, capaci di misurarsi con esperimenti non convenzionali, abili nell’uso dei molteplici linguaggi della scena.

Tutto parte dalla richiesta di Antonio Latella – allora direttore del Festival – di creare uno spettacolo che avesse per tema la censura. Il titolo che aveva dato alla Biennale 2020, Nascondi(no), ragionava appunto sui criteri e le regole che stabiliscono ciò che deve essere visto e ciò che invece deve rimanere nascosto, in particolare sulla mancata visibilità che hanno gli artisti del nostro teatro, in Italia e all’estero. La richiesta del direttore al giovane regista suonava però paradossale e provocatoria: “fai uno spettacolo sulla censura. Sentiti libero!” Libertà di espressione e censura non sono compagne ed è proprio sull’assurdità di questo assunto che nasce Glory Wall.

Un muro bianco copre per intero tutta la scena, impedendo allo spettatore di vedere oltre, di vedere il palcoscenico. Parafrasando sul glory hole (la pratica che permette a due persone di incontrarsi per compiere atti sessuali, mantenendo l’anonimato grazie a dei fori praticati nella parete), questa barriera mette in relazione in modo insolito pubblico e artisti. La forma della platea disposta a gradoni davanti all’arco scenico del teatro Vascello (il cui Centro di Produzione teatrale La Fabbrica dell’Attore ha prodotto lo spettacolo) non fa che rendere ancora più diretta e coinvolgente l’interazione fra i due soggetti. Da una parte gli attori non visti recitano mostrando solo le braccia, compiendo azioni dai buchi praticati nel muro. Dall’altra il pubblico, invitato da una voce fuori campo a partecipare attivamente all’azione. Si crea così un gioco divertente che riflette sul senso della censura e dell’autocensura nel gesto creativo, su quello che è lecito dire o tacere, su quello che si può mostrare o velare. Si citano pensatori come Pier Paolo Pasolini, il marchese De Sade, Giordano Bruno, ma anche artisti come Magritte, Jacques-Louis David, Michelangelo o i più recenti Cattelan e Bansky, colpiti in vario modo dalla censura. Per poi arrivare a sentire le ragioni stesse del regista, che in fondo afferma l’inutilità stessa della censura lì dove il prodotto – in questo caso il teatro – non interessa e non sconvolge più nessuno ed è per questo condannato a rimanere nascosto come da un grande muro, che non si sposta e non crolla.

data di pubblicazione:13/05/2022


Il nostro voto:

LA TEMPESTA di William Shakespeare, regia di Alessandro Serra

LA TEMPESTA di William Shakespeare, regia di Alessandro Serra

(Teatro Argentina – Roma, 28 aprile/15 maggio 2022)

La Tempesta, dramma che segnò l’addio alle scene di William Shakespeare e universalmente riconosciuto quale potente riflessione sulla libertà di scegliere se vendicarsi o perdonare, è il nuovo atteso spettacolo di Alessandro Serra in scena al Teatro Argentina di Roma (foto di Alessandro Serra).

 

La Tempesta di Shakespeare è uno dei grandi classici del teatro, un viaggio burrascoso nei sentimenti e nel sovrannaturale, nei territori del potere e dell’odio, ma anche nei lidi del perdono e della rinascita. Il dramma, ambientato su di un’isola imprecisata del Mediterraneo, racconta le vicende di Prospero, il vero duca di Milano, che vive in esilio e che trama per riportare sua figlia Miranda al posto che le spetta, utilizzando illusioni e manipolazioni magiche. Mentre suo fratello Antonio e il suo complice, il re di Napoli Alonso, stanno navigando sul mare di ritorno da Cartagine, il mago invoca una tempesta che rovescia gli incolumi passeggeri sull’isola. Attraverso la magia e con l’aiuto del suo servo Ariel, uno spirito dell’aria, Prospero riesce a rivelare la vera natura di Antonio, a riscattare il re e a far innamorare e sposare sua figlia con il principe di Napoli, Ferdinando.

La vicenda complessa e articolata è tutta incentrata sulla figura di Prospero, il quale, con la sua arte, tesse trame con cui costringe gli altri personaggi a muoversi secondo il proprio volere.

Alessandro Serra realizza una perfetta macchina teatrale, che esalta le scelte registiche, la gestione dello spazio scenico, le relazioni attori ambienti. Un quadrato di legno definisce l’essenza di tutta la vicenda e gestisce e coordina tutte le azioni e tutti i personaggi.

Serra poi riesce a creare con i giochi di luce, una serie di spazi fisici e concettuali con l’ausilio anche di enormi pannelli scorrevoli sul fondale che evocano retropensieri paralleli e sovrapposti un po’ come tutte le figure della tragedia shakespeariana che ruotano attorno alla figura ed alle arti magiche di Prospero, affidato alla solida interpretazione di Marco Sgrosso.

Gioca un ruolo decisivo anche la danza, che scandisce i passaggi della trama, attraverso la figura – forse la più forte dell’intero spettacolo – dello spirito Ariel, interpretato da Chiara Michelini. Tutte interessanti le altre interpretazioni dei naufraghi, alle prese con brame di potere e paure e pentimenti, la figura di Calibano e dei suoi compari.

A tratti lo spettacolo sembra quasi non prendere troppo sul serio l’evoluzione degli eventi, esaltando il lato leggero delle cose. La sensazione è che ciò che conta e che lascia il segno in questa Tempesta stia oltre il teatro, oltre il dialogo in una dimensione più grande, quella, per citare ancora Ariel, dello spirito del teatro.

Alla fine resta, naturalmente, anche il messaggio morale dello spettacolo, ovvero la rinuncia di Prospero alla vendetta. Con la vita che va avanti e l’amore di Miranda e Ferdinando che rigenera e promana fiducia al nuovo corso delle cose.

data di pubblicazione:08/05/2022


Il nostro voto:

OVVI DESTINI, drammaturgia e regia di Filippo Gili, con Vanessa Scalera, Anna Ferzetti, Daniela Marra, Pier Giorgio Bellocchio

OVVI DESTINI, drammaturgia e regia di Filippo Gili, con Vanessa Scalera, Anna Ferzetti, Daniela Marra, Pier Giorgio Bellocchio

(Teatro Sala Umberto – Roma, 4/15 maggio 2022)

Partita a quattro con un progetto didascalico e sorpresa finale che non spoileremo. Spettacolo collaudato con qualche difetto strutturale di fondo.

Tre sorelle come in Cechov. Ma una in carrozzella. Per colpa di un’altra. Ma due del quadrettto di famiglia non sanno, anche se sembrano intuire. Poi compare in scena l’unico uomo, una sorta di potenziale angelo vendicatore buneliano. Con un’oscura missione che potrebbe sembrare un ricatto. In ballo un premio definito immeritato, a scelta della sorella colpevole. Ma l’alternativa del potenziale miracolo sarà restituire la piena mobilità alla parente in carrozzella, ricompensare con la vita i due bambini periti per l’incidente da lei stessa provocato oppure soddisfare la propria malattia patologica con una colossale vincita al Superenalotto? Su questo pratico materiale dilemma, un po’ onirico, un po’ reale, si dipana la trama in una scena spoglia dove la disabilità è incarnata dai movimenti della carrozzella. In un coro di chiara fama (la Ferzetti è la moglie di Favino, la Scalera è stata Imma Tataranni, Bellocchio è discendente di illustre famiglia) la rivelazione è proprio la più giovane e meno conosciuta Marra che incarna la disabile. Convincenti i suoi toni rispetto ai momenti di disagio, rispetto al testo, degli altri interpreti. In effetti la drammaturgia si auto-battezza da sola in un crescendo largamente prevedibile, riscattata dalla imprevedibile fuga finale. Spettacolo su inguaribili sensi di colpa, una tragedia italiana con tanti risvolti. Metafisica la possibilità di riscatto dalla colpa. Dialoghi con ampi momenti di vuoto con la pretesa di rendere significativi silenzio e pause. La conferma che alla nuova drammaturgia italiana, volenterosa, manca sempre qualcosa per un pieno e realizzato approdo al un teatro di serie A.

data di pubblicazione:05/05/2022


Il nostro voto:

MADAME LE COMMISSAIRE E L’INGLESE SCOMPARSO di  Pierre Martin – ed. Neri Pozza   2022

MADAME LE COMMISSAIRE E L’INGLESE SCOMPARSO di Pierre Martin – ed. Neri Pozza 2022

Si preannuncia una nuova serie di polizieschi ambientati in Francia a firma di Pierre Martin. Dietro questo nome che più “francese” non può essere, si cela in realtà ancora una volta, un autore tedesco che con questo pseudonimo ha già firmato dieci gialli di gran successo in Germania. Tutti ruotano attorno alla figura di Madame le Commissaire, il Commissario Isabelle Bonnet, alla Provenza, alla Costa Azzurra ed alle indagini. Il vero “giallo” sarebbe in realtà poter scoprire se questo nuovo “nom de plume” nasconda sempre lo stesso scrittore tedesco che firmandosi Jean Luc Bannalec ha già inanellato successi e successi con le inchieste del Commissario Dupin in terra di Bretagna e di cui abbiamo già recensiti i primi tre volumi. Le affinità narrative sono veramente tante ed è quindi facile pensare a lui come primo sospettato, potrebbe però anche essere sua moglie che sviluppa il coté femminile di una ricetta vincente. Oppure un’altra scrittrice che si è inserita nel ricco filone? Vedremo. Sia quel che sia, la ricetta “indagini poliziesche, contesti ed atmosfere incantevoli e poi cucina e colore locale”, vale a dire “mistero e turismo” funzionano ancora molto bene, soprattutto se lo sfondo è quello francese, la Provenza in particolare, se le trame sono poi anche costruite con garbo, intelligenza, vivacità ed ironia e se ancor più l’io narrante ed indagante è una donna.

Al centro di questo primo romanzo (dei due appena pubblicati in italiano) è, per l’appunto, Isabelle Bonnet ex capo della squadra antiterrorismo di Parigi che, costretta ad un periodo di riposo per ritemprarsi dopo le ferite riportate nello sventato attentato al Presidente Francese, torna in un delizioso paesino provenzale, nell’entroterra della Costa Azzurra. Invece che riposarsi, si trova, per ordini superiori, coinvolta nelle indagini su un delitto avvenuto proprio nella piccola cittadina. Abituata a ben altro, sembrerebbe una temporanea sinecura per un banale delitto di provincia. La realtà si scopre essere ben diversa e l’inchiesta si fa intrigata e coinvolgente.

Questo primo capitolo ci presenta una protagonista tanto insolita e riluttante quanto altresì interessante e ben caratterizzata nelle sue sfaccettature e psicologie. Un’ancor giovane donna “vissuta”, brillante, volitiva e disinibita. Il libro ha il leggero fascino del poliziesco classico basato sul ragionamento investigativo piuttosto che sull’azione o sull’intreccio. Quasi un’inchiesta vecchia maniera ove l’interesse è tutto sui fatti, sulle deduzioni, sulle indagini e sui luoghi … la Provenza.

Come dicevo il “rimando” ai libri di Bannalec ed al suo commissario Dupin sorge spontaneo, stesso stile da buon vecchio giallo, indagine e lento processo di disvelamento della realtà frutto di logica ed intuizione. Però tanto il commissario Dupin è “maigrettianamente” serio e rigido, tanto è invece dinamica, duttile, intuitiva ed ironica madame le commissaire Bonnet.

Dunque un gradevole poliziesco con personaggi tutti ben caratterizzati e reali nelle loro sfaccettature ed azioni, un buon intrigo ed un’ottima ambientazione. Un piccolo polar ben scritto, un romanzo di puro intrattenimento a tratti anche ironico e dal ritmo pacato che, senza pretese particolari, mantiene le sue promesse: agganciare il lettore fino al finale brillante e non scontato ed offrire qualche ora di svago. Sarà interessante vedere come evolverà Madame le Commissaire.

data di pubblicazione:05/05/2022