(Teatro Quirino – Roma, 12/17 aprile 2022)
Tutte le sere un gruppo di attori ebrei si riunisce per stabilire a processo se l’imputato Gesù di Nazareth sia colpevole o no secondo la legge giudaica. Capolavoro dimenticato di Diego Fabbri, proposto nel cartellone del teatro Quirino di Roma, per la regia di Geppy Gleijeses e l’interpretazione dello stesso (in sostituzione dell’impossibilitato Paolo Bonacelli), insieme a un folto numero di artisti tra cui Marco Cavalcoli, Daniela Giovanetti e Giovanna Bozzolo.

È innegabile che la figura di Gesù abbia destato nel tempo molti interrogativi. Giudicato ora scomodo, ora sobillatore dell’ordine costituito, uomo o dio si pensa a lui come a un personaggio straordinario, i cui insegnamenti hanno rivoluzionato il mondo. Alcuni lo credono una favola, uno scandalo, un racconto ben orchestrato davanti al quale è inutile ogni tentativo di spiegazione razionale. Che si abbia fede o meno, è una figura davanti alla quale ci si pone delle domande e contemporaneamente non si può esprimere giudizio che non possa essere confutato.
Gesù è la pietra di inciampo che genera l’azione drammatica. La sala si riempie così di accusatori e difensori. Viene sorteggiato tra gli attori chi dovrà prendere le difese di Caifa, Pilato e Gesù stesso, e così anche l’accusatore. Un giudice anziano e saggio è al centro della scena. I testimoni sono gli apostoli Pietro, Tommaso e Giovanni, ma per volere di una delle attrici, vengono invitati a dare la loro testimonianza anche altri interlocutori: Maria, la madre di Gesù, Giuseppe, il padre putativo, la Maddalena e Giuda, il traditore. La prima parte del dramma scompone e ricompone così i fatti noti che conosciamo già dai Vangeli, soprattutto quello di Giovanni, ritenuto il più vicino alla realtà dei fatti e insieme quello più spirituale. Il linguaggio è filosofico, giuridico, impone concentrazione per essere seguito. Ma è nella seconda parte della vicenda che tutto si fa più vicino alla nostra condizione, più umano. Dalla platea prendono parola altri personaggi che via via offrono la loro testimonianza, ora favorevole ora contraria, ma sempre legata a un’esperienza concreta nella quale, per qualche aspetto, ci si riconosce. Il ragazzo scappato di casa, la prostituta irrequieta, il prete e l’ex seminarista, fino alla commovente storia della donna delle pulizie che lavora in teatro: tutti depongono la propria testimonianza.
Ciò che pone in evidenza Diego Fabbri in Processo a Gesù è proprio questa molteplicità di visioni e prospettive, che discutono tra loro in un interminabile e acceso confronto. Autore scomodo anche lui, che nella letteratura teatrale e nella proposta sul palcoscenico non gode di molta fortuna. Senza contare che riproporre questo suo capolavoro implica un notevole sforzo di risorse e un consistente numero di attori, ben diciannove in questa versione, tutti con un proprio stile recitativo e una preparazione artistica che non deve essere stato facile accordare.
È al regista allora che va il merito di aver compiuto il gesto coraggioso di rimettere in scena questo testo, di aver riesumato un autore dimenticato e poco conosciuto. La sua regia si affida
totalmente alla parola scritta. Non ci sono orpelli scenografici a contestualizzare la vicenda. Tutto si svolge come in un’aula di tribunale appunto, approntata alla meglio nello spazio libero da quinte e fondali del teatro. Non c’è finzione, ma la cruda realtà resa ancora più manifesta dalla presenza degli attori tra il pubblico. Un espediente forse non più di moda, ma necessario al testo, poiché avvicina la domanda a chi assiste in platea. Il processo tocca inevitabilmente quelle questioni che tutti nella nostra vita ci siamo posti. Si rimane così confutati o chiariti nella nostra personale idea di Cristo e della cristianità. Il caso è appassionante.
Certo, il pubblico in sala non è lo stesso del 1955, anno in cui vide la luce l’opera. Allora ci si stava riprendendo da una guerra, ci si riteneva protagonisti di una ricostruzione. Esprimere la propria opinione in pubblico e discuterne era un gesto di responsabilità politica, nel significato di presa di posizione davanti a una questione. Oggi forse non è più così. Oggi chi va a teatro vuole essere intrattenuto, provare piacere per lo spettacolo, emozionarsi insieme a un personaggio. Almeno così è per molti. Ma quella di vedere rappresentato un testo come questo rimane un’occasione unica – non a caso proprio nei giorni in cui si celebra la Pasqua – un’opportunità che difficilmente avremmo modo di rivedere proposta.

 

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