Marianne si è da poco trasferita a Caen in Normandia ed è in cerca di una occupazione. Non sembra molto preoccupata che il lavoro sia esclusivamente a tempo determinato perché lei è disposta a fare anche le pulizie sulle navi, pur di lavorare. Durante i colloqui presso l’ufficio di collocamento conosce Christelle, madre single di tre bambini, e Marilou, giovane donna che vorrebbe sposarsi e scappare con il suo amato lontano da quella triste realtà: le due donne le mostreranno solidarietà e, pur lavorando a ritmi serrati e per paghe davvero irrisorie, troveranno il tempo di insegnarle i “trucchi” del mestiere per ottenere il miglior risultato nel più breve tempo possibile.

 

 

Tra loro si stabilisce immediatamente un legame empatico che Mariane sembra apprezzare molto e che parrebbe il preludio di una bella amicizia, cementato dalla condivisione di un lavoro duro e dalle comuni difficoltà economiche. La donna (interpretata da una bravissima Juliette Binoche), nonostante dichiari di essere separata e di non possedere una automobile, non sembra preoccuparsi troppo della precarietà di quel lavoro in cui comunque mette tutto il suo impegno ma che di certo non le garantisce una vita agiata. Ma Mariane ha il raro dono di saper ascoltare i racconti di Marilou e di entrare in sintonia con Christelle, ma ha anche qualcosa che la differenzia da esse, qualcosa che sin dall’inizio ci fa intuire che nasconda una verità che via via si fa più inconfessabile.

Emmanuel Carrère scrive e dirige Tra due mondi ispirandosi ad un racconto autobiografico della giornalista Florence Aubenas che, per descrivere le condizioni lavorative del personale addetto alle pulizie – in prevalenza donne – delle cabine nei traghetti che attraversano la Manica, molti anni fa si fece assumere fingendosi una di loro allo scopo di raccontare in un libro-inchiesta quella dura realtà in “presa diretta”. Ma il film di Carrère, con la sua poetica incentrata sull’introspezione dei personaggi, non sembra avere la cifra da film di denuncia alla Ken Loach o uno stile assimilabile a quello dei fratelli Dardenne, pur essendo improntato sulla contrapposizione tra Marianne, che esercita un mestiere intellettuale sotto mentite spoglie, ed un gruppo di donne (tutte non attrici) che si vedono costrette ad accettare un lavoro pesante e mal retribuito non avendo altra scelta. In realtà, seppur da infiltrata, Marianne entra in contatto con la parte più profonda di alcune delle sue colleghe, con il loro sentire, con la fiducia che sgorga dal cuore di alcune di loro e che si manifesta con una incondizionata solidarietà.

Forse una chiave di lettura possibile è sicuramente nel titolo: lo scrittore Carrère, alla sua terza opera da regista, vuole forse dirci che due mondi paralleli possono osservarsi, studiarsi, comprendersi, adattarsi a fare tutto e a crederci pure, senza tuttavia mai incontrarsi veramente; si può accettare anche una vita che non è la propria se poi si torna ad essere quello che si è, cioè al punto di partenza. L’amicizia secondo Carrère è qualcosa di talmente profondo ed intimo che richiede lealtà e sincerità e non può essere ingannata, ed anche se si agisce con le migliori intenzioni possibili, essa ci fa restare su binari paralleli se le differenze sono talmente evidenti da essere un ostacolo. Ed il livello culturale non basta a comprendere il senso di tradimento che prova chi viene ingannato, sentimento che a volte non sceglie la sponda più colta per palesarsi.

Film profondo, sensibile, poetico, magnificamente interpretato, sicuramente da vedere.

data di pubblicazione:18/04/2022


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