da Rossano Giuppa | Mar 27, 2022
(Teatro India – Roma, 19/27 marzo 2022)
Un corpo di legno mutilato giace in proscenio mentre i suoi pezzi sono sparsi e in parte bruciati. La catarsi è dura e dolorosa: quale è il percorso per diventare essere umani? Una partitura di canto e suono dal vivo liberamente ispirata al burattino di Collodi è il nuovo lavoro del Teatro Valdoca in scena al teatro India di Roma dal 19 marzo, Enigma. Requiem per Pinocchio (foto Simona Diacci Trinity).
Un canto malinconico e una voce ancestrale guidano la riscrittura della vicenda di Pinocchio secondo i versi originali scritti da Mariangela Gualtieri, all’interno di un panorama onirico che vede al centro due attrici portentose nella loro bravura e particolarità, Silvia Calderoni e Chiara Bersani, alla quale la Gualtieri dal vivo presta la voce e il corpo espressivo, potente e leggero di Matteo Ramponi enfatizzato dal canto di Silvia Curreli ed Elena Griggio, e dal suono di Enrico Malatesta, Attila Faravelli, Ilaria Lemmo. Un’opera che Cesare Ronconi disegna alla perfezione su tutti gli interpreti, in totale armonia esaltandone le unicità.
Silvia Calderoni, straordinaria e sensibile interprete, è il burattino curioso e triste che deve percorrere il suo sentiero di crescita. Inoltre in scena c’è una fata totalmente fuori dagli schemi, Chiara Bersani e la sua fisicità poetica e c’è la forza gentile di Mangiafuoco, Matteo Ramponi.
Si affronta il tema dell’infanzia in cui la mente è brillantissima e pura ed il passaggio all’adolescenza, quando il corpo comincia ad avere una potenza sfrenata che si contrappone al senso.
Ma come si può fare per preservare l’essenza dell’infanzia? La strada forse è quella di seguire il mantra meditativo formulato dalla Fatina e dal suo femminile potente e magico, mentre un maschile ammutolito, forte come un Mangiafuoco, lo sostiene e lo diffonde nell’aria.
Pinocchio viene ad immunizzarci dalla paura della morte, ad insegnarci la speranza e la rinascita.
Ancora una volta il Teatro Valdoca ci sorprende per unicità ed attualità del suo messaggio, grazie al suo sguardo mai banale sul passato ed il futuro, sul senso della fisicità, sul valore della parola, del gesto, degli oggetti, della luce, sulla natura dell’uomo.
data di pubblicazione:27/03/2022
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Mar 25, 2022
Il lato oscuro del Mondo dell’Arte! Il “dietro le quinte” dell’incredibile storia del Salvator mundi: un quadro di Leonardo, oppure attribuibile a Leonardo, o alla sua Scuola, o una copia o, magari, un falso! Tutto e niente! Un’avventura che parte da New Orleans nel 2005 ove viene acquistato per poco più di 1000 dollari fino ad essere poi rivenduto da Christie’s nel 2017 a ben 450 milioni di dollari. Da allora è nuovamente scomparso nel nulla: forse nelle mani di un principe arabo, che, forse è l’erede al trono Saudita …
Presentato con positivi giudizi all’ultima Festa del Cinema di Roma, arriva finalmente sugli schermi cinematografici una storia che, se fosse stata inventata da uno sceneggiatore, potrebbe apparire eccessiva ed assurda, ma che, invece, racconta una vicenda tratta direttamente dalla realtà. Una storia che è un mix di dubbi ed intrighi che coinvolgono personaggi inverosimili: cacciatori d’opere d’arte, falsari, mercanti, restauratori, direttori di grandi musei, critici ed esperti, media internazionali, finanzieri, oligarchi russi e poi la politica internazionale. Giochi di Potere, geopolitica post petrolifera, orientamento delle masse e gli Arabi. Colpi di scena, doppi e tripli giochi, l’FBI ed anche la CIA.
Un affascinante ed insolito documentario girato dal danese Koefoed come fosse un vero film: un vero heist thriller movie che, al di là delle vicende narrate, vuole anche denunciare il cinismo di un potere che per i propri fini si avvale, ancora una volta, persino del bello, dell’arte, e della storia della nostra civiltà. Il film è un racconto vivo e coinvolgente che, come un lungo filo, parte da New Orleans e si snoda per New York, la National Gallery di Londra, passa per Parigi, Ginevra, di nuovo al Louvre, poi le più prestigiose Case d’Asta per perdersi infine … di nuovo nel buio … forse in un bunker, in un “porto franco”, forse in … un mare di dune di sabbia.
Il ritmo narrativo usato dal regista è sempre incalzante, vivace, incisivo, mai tedioso o eccessivo. Riesce a tener viva la curiosità e il dubbio con continui colpi di scena narrativi, combinando sapientemente interviste, belle riprese originali e filmati d’epoca. Così facendo, l’autore esamina tutti i possibili punti di vista svelando le sfaccettature del mistero o della truffa. Il viaggio del Leonardo perduto subito dopo essere stato “ritrovato” diviene così un’interessante, emozionante odissea fra arte, commercio, mistificazione, avidità, finanza, speculazione e politica.
La fondatezza o meno dell’attribuzione, i misteriosi movimenti di denaro, sono misteri, dubbi affascinanti già di per se. Se poi si trovano combinati tra loro in un contesto ambiguo, attraversando una storia lunga 15 anni (dopo ben 600 anni di silenzio e buio assoluto), è evidente quanta abbondanza di materiale ci sia per dare spazio alle fantasie più fervide ed all’affascinazione filmica. Ne risulta, infatti, una buona realizzazione cinematografica, accattivante, ricca di suspense, interessante e coraggiosa, che combina intelligentemente ironia, sarcasmo e serietà. Una storia che coinvolge gli intervistati (liberi di essere se stessi) e gli spettatori (anche i più informati dei fatti).
Perché, alla fine, le persone credono perché hanno bisogno di credere che qualcosa sia vera! Il fatto he poi non lo sia, in fondo, non ha più alcuna importanza. L’evento diviene un Mito perché serve sempre un Mito!
data di pubblicazione: 25/03/2022
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Mar 25, 2022
Benedetta ha 15 anni: scontrosa, cicciona e piena di brufoli. Vive nella periferia romana, in una famiglia con tante aspirazioni fallite che la copre di attenzioni e dice di volerle bene, anche se tutto ciò ha il sapore di un atto dovuto. Un giorno conosce Amanda, trans che ufficialmente si guadagna la vita in un parco giochi ambulante. Da questo incontro casuale la ragazza inizierà a coltivare maggiore stima di sé e imparerà a emanciparsi, lasciandosi alle spalle un’adolescenza grigia e priva di qualsiasi prospettiva.
Chiara Bellosi con Calcinculo è al suo secondo lungometraggio dopo Palazzo di Giustizia, sua opera prima. Presentato all’ultima Berlinale, nella Sezione Panorama, il film già accolto favorevolmente in quella sede è arrivato finalmente in sala. Ci troviamo di fronte ad un vero e proprio percorso di formazione perché Benedetta, la protagonista, a seguito di un incontro fortuito con Amanda, si troverà repentinamente a passare da una fase adolescenziale a quello di una donna matura capace di guardare la propria fisicità con un tratto diverso, proiettandosi verso un futuro nuovo. La regista parla della vita vera utilizzando un linguaggio cinematografico asciutto, dove non c’è spazio per situazioni artificiose, costruite e prive di qualsiasi substrato reale.
L’incontro con Amanda, trans privo di qualsiasi retorica morale ma genuino nell’esprimere i propri sentimenti e le proprie emozioni, sarà determinante per la crescita della ragazza: Benedetta imparerà a guardarsi con un occhio diverso e soprattutto a capire da sé che anche lei può essere oggetto di attenzione, lasciandosi alle spalle la percezione di essere brutta e grassa a confronto delle sue due graziose sorelline e di quella madre, mancata ballerina, presenza ingombrante con cui è costretta a confrontarsi ogni giorno.
Il film riesce a trattare con raro equilibrio un tema che poteva risultare banale, evitando situazioni eccessive o compiacimenti morbosi, sussurrandoci all’orecchio cose vere e importanti in tono amichevole e confidenziale, senza note dissonanti o tragiche. L’esordiente Gaia Di Pietro (Benedetta) appare molto sicura nel suo ruolo accanto ad un bravissimo Andrea Carpenzano, diventato un attore molto conosciuto dal pubblico italiano che imparò ad apprezzarlo al suo esordio a Berlino nel 2018 come protagonista ne La terra dell’abbastanza dei fratelli D’Innocenzo.
A parte il titolo poco felice che in realtà potrebbe indicare la giostra dove la ragazza inizia a prendere visione della vita o, metaforicamente, ci suggerisce che si cresce anche a calci nel sedere, Calcinculo merita sicuramente un’attenzione particolare e per questo se ne consiglia la visione.
data di pubblicazione:25/03/2022
Scopri con un click il nostro voto: 
da Daniele Poto | Mar 20, 2022
(Teatro Quirino Gassmann – Roma, 16/28 marzo 2022)
Farsa evergreen con efficace adattamento italiano. La Quattrini vicina agli 80 anni è il trait d’union con la gloriosa storia di uno degli spettacoli di punta della Premiata Ditta Garinei & Giovannini.
Immaginate una commedia di Feydeau riattualizzata per un pubblico borghese dei nostri tempi. Munitevi di una bacchetta magica e riesumate la pochade trenta o quaranta anni dopo i fasti della prima al Sistina. Funziona lo stesso e con vivacità scoppiettante. Tra giochi di porte, scambi di coppie, equivoci, l’ammiccamento al politicamente scorretto sui gay. E con palesi luoghi comuni (il politico con aspirazione all’adulterio, la bonona che non si fa troppi scrupoli, la moglie ancora vogliosa, il portaborse a tutto pronto) rivitalizzati dalla verve degli affiatatissimi attori tra cui non sfigura, nonostante chiari limiti, la stessa Barale. Catania si conosce: un gattone pronto a giocare di rimessa. Ramazzotti è un guastatore comico capace anche di notevoli contorsioni fisiche, vera anima dello spettacolo, oltre che abile manipolatore del progetto originale. E la Quattrini con la sua aria disincantata da oca giuliva (ma fino a un certo punto) che mette a segno zampate esulceranti. Così la mayonese non impazzisce ma si posa su un tessuto di spettacolo divertente e arioso con le brave caratterizzazioni di Marco Cavallaro e Alessandro D’Ambrosi. Contribuisce alla riuscita l’indefettibile scenografia. Un parallepipedo girevole che ci porta all’interno dell’intimità delle stanze da letto fino alla reception, nodo di snodo dei complessi intrighi della piece. La saga di questa commedia porta a raffronti generazionali. Il ruolo della Barale è stato sostenuto in passato da Gloria Guida e Anna Falchi e le motivazioni estetiche sono di facile decifrazione. Era dal 2000 che il progetto originario non veniva ripreso e il riprovarci più di venti anni dopo è segno di calcolato coraggio.
data di pubblicazione:20/03/2022
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Mar 19, 2022
1973, S. Fernando Valley, due adolescenti – Alana Kane (Alana Haim) e Gary Valentine (Cooper Hoffman, figlio del compianto Philip Seymour) – si incontrano il giorno della foto per l’annuario scolastico. Lontani per età e per carattere, si confrontano, si attraggono, si respingono, si sfuggono, si cercano. Corrono, corrono e si rincorrono, crescono muovendo i primi passi nel mondo degli adulti. Archetipi di vita, di bellezza e di libertà in un ricordo agrodolce…
Nuovamente candidato all’Oscar, questa volta con tre nomination (Miglior Film, Migliore Regia, Migliore Sceneggiatura Originale), P.T. Anderson, regista, sceneggiatore ed anche direttore della fotografia è, a poco più di 50 anni, un Maestro del Cinema. In assoluto uno dei migliori autori del “Nuovo Cinema Americano”: suoi Magnolia, Il Petroliere, The Master ed Il Filo Nascosto.
Questo suo 9° lungometraggio porta con sé il profumo, appena velato di nostalgia, della giovinezza. Nei suoi 25 anni di carriera e di successi il regista non ha mai cessato di diversificarsi e cimentarsi con nuovi temi, seri o leggeri che siano. Il filo nascosto della sua filmografia resta però pur sempre l’analisi dei sentimenti, la ricerca costante da parte dei suoi personaggi del senso del loro esistere e del doversi confrontare con “l’Altro” rispetto a se stessi.
Il piano sequenza iniziale cattura subito lo spettatore e dà immediatamente il tono e la misura di questo nuovo bel film. La cinepresa gioca con virtuosità attorno ai due ragazzi, li osserva, li scruta, si intreccia e li intreccia fra loro. Il regista fissa così l’istante, l’attimo atemporale in cui, fra esitazioni, silenzi e contraddizioni, tutto nasce e si determina così il Futuro. Un futuro di cui noi spettatori saremo di lì in poi osservatori privilegiati.
Da quell’istante i due splendidi volti nuovi del cinema resteranno nel cuore della storia, perdendosi, ricercandosi e passandosi il centro della scena in un gioco alternato. Di lì in poi il regista, fra apparenti divagazioni bozzettistiche, procede in realtà dritto alla meta per elissi, con magistrali suggestioni in cui il non detto, il piccolo gesto, valgono più di grandi discorsi. In pochi secondi P.T. Anderson dice allo spettatore ciò che altri cineasti a malapena dicono in 90 minuti!Il risultato è un film di inaspettata delicatezza.
Il regista, si sa, ama gli Anni ‘70 ma questa volta, libero da influenze pregresse di altri grandi autori (Altman, Scorsese…), ci regala un innocente ricordo di un’epoca e di una certa America.
Una fotografia ultra sofisticata, un uso sapiente del colore, delle luci e delle inquadrature, ambientazioni e messe in scena perfette, giochi della cinepresa, ritmo e montaggio rapido delle sequenze, una splendida e coinvolgente colonna sonora, un casting perfetto, danno al lavoro uno spessore ammirevole di autenticità e di verità, ben lontano da ogni nostalgica rivisitazione.
Davvero un bel film!
Un film dolce e paradossale: dolce per la freschezza della storia, pulita, leggera, romantica e vintage; paradossale per la maestria del regista pur nella splendida semplicità del suo universo cinematografico.
La giovane coppia è un’assoluta rivelazione. Sotto la direzione di Anderson i due ragazzi diventano sempre più bravi con il procedere del film. Un’autentica sincerità recitativa al servizio assoluto della storia.
Il resto del casting ha, fra i secondi ruoli, anche stelle del calibro di Bradley Cooper, di Tom Waits e di Sean Penn, che ci restituiscono con sensibilità, pur nelle caratterizzazioni, squarci del mondo hollywoodiano degli anni ’70 e di un’America perpetuamente minacciata dalle nevrosi.
Licorice Pizza – dal nome di una catena di negozi di dischi, di moda all’epoca – è la sintesi dell’estetica visiva di Anderson ed è anche un film molto buono, appena mascherato da teen-movie. Un film solare e tenero, una delicata commedia che ci restituisce, nello spirito di quegli anni, l’innamoramento di una giovane coppia e, soprattutto, il saper fare Cinema.
Un film di un grande Autore, alla cui capacità narrativa dobbiamo abbandonarci, apprezzandone il risultato di alta qualità, portando poi con noi quella tonificante sensazione di energia giovanile, di libertà e di sogni che lo pervade tutto. Vero Cinema!
Potrebbe anche non entusiasmare tutti, ma ben vengano allora questi film che generano un costruttivo confronto di opinioni.
data di pubblicazione:19/03/2022
Scopri con un click il nostro voto: 
da Rossano Giuppa | Mar 18, 2022
(Auditorium Parco della Musica – Roma, 15/20 marzo 2022)
In scena alla Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica di Roma in prima nazionale L’attesa per la regia di Michela Cescon con in scena Anna Foglietta e Paola Minaccioni. Due donne, una nobildonna ed una domestica, Cornelia e Rosa, condividono una convivenza forzata ed indesiderata. La nobile deve nascondere agli occhi di tutti una gravidanza conseguenza di un rapporto occasionale, ha un matrimonio in vista, siamo nel ‘700, e non ha alternative. Anche la serva è nelle medesime condizioni ed ad entrambe tocca l’isolamento. La separazione dall’esterno è dura, il tempo è immobile, mentre i corpi si modificano.
Michela Cescon dopo essersi misurata nella sua prima regia teatrale con la trasposizione scenica dell’ultimo romanzo di Alberto Moravia La donna leopardo, sceglie di portare in scena L’Attesa di Remo Binosi, testo che ha fatto conoscere l’autore veneto al grande pubblico, permettendogli di conquistare il “Biglietto d’oro Agis” come migliore novità teatrale italiana nel 1994.
Il dramma è costruito attorno a due donne che vengono allontanate e rinchiuse per nove mesi per nascondere una gravidanza. Si racconta una clausura, un’impossibilità ad uscire e vivere, una condivisione non solo di spazi quasi claustrofobici, ma anche di dolori e sentimenti. In tale contesto il gioco isterico padrona serva non può reggere a lungo, gli equilibri pian piano si ribaltano, la debolezza e la forza si alternano e si annientano a vicenda mentre l’elaborazione del dolore condiviso diviene l’elemento che dà forza ad entrambe, soprattutto quando poi si scopre di essere molto più simili di quanto si potesse inizialmente immaginare. L’affetto che le lega allora diventa profondo.
Il testo di Binosi ha una grande forza drammatica e di coinvolgimento e nonostante l’azione sia ambientata in un’epoca lontana i temi e i contenuti sono estremamente attuali. La mano registica della Cescon segue con attenzione l’evoluzione del rapporto tra le due donne e la loro distanza sociale, lavora sulla diversa fisicità tra l’essere serva o padrona, ricostruisce la dignità delle due donne attraverso l’accettazione del dramma comune: il colpevole seduttore Casanova, la negazione e accettazione della maternità, la sofferenza del parto, il legame morboso che alla fine le unisce.
Le straordinarie Anna Foglietta e Paola Minaccioni sono semplicemente vere, emozionano. Il linguaggio è originale e sorprendente, desrammatico ma con naturali sprazzi di vis comica che coinvolgono.
Costumi, luci e allestimento enfatizzano ancora di più questo racconto tutto al femminile, un racconto sul corpo femminile e sulla punizione per il desiderio, un racconto sulla forza di scoprirsi madre, amica, complice, donna.
data di pubblicazione:18/03/2022
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Mar 15, 2022
Raf e Julie, dopo l’ennesimo litigio, decidono non di comune accordo di separarsi dopo anni di convivenza. Nel rincorrere per strada la compagna, Raf cade e si frattura un gomito. Ricoverata d’urgenza al pronto soccorso dovrà passarci tutta una notte prima di poter essere dimessa, mentre Parigi è invasa da un caos fuori controllo, sia all’interno della struttura ospedaliera sia fuori per le strade della città: i gilet gialli hanno trasformato una protesta contro la politica presidenziale in una vera e propria guerriglia urbana.
Nella vasta cinematografia di Catherine Corsini, punteggiata da film di notevole successo più volte premiati in festival internazionali, non manca mai un riferimento al sociale e alle problematiche di interesse comune, con particolare riferimento all’universo femminile. In Parigi, tutto in una notte (titolo originale La fracture perché in effetti di una frattura, soprattutto sociale, si parla) la regista francese cerca di riassumere, nell’arco temporale di una notte in un pronto soccorso di un ospedale parigino, i malesseri di una città, meglio ancora di una nazione, sull’orlo di una crisi economica e ideologica. Lo spettatore si trova così ad essere coinvolto, quasi in tempo reale, in un coacervo di situazioni che potrebbero sembrare paradossali ma che, ahimè, rispecchiano in toto il reale. Infermieri e medici costretti a turni massacranti per carenza di personale, gente ammassata nei corridoi che si contende una barella d’emergenza, farmaci esauriti… Questa la scena che viene rappresentata, mentre fuori i gilet gialli danno vita ad una vera e propria rivoluzione armata. E sullo sfondo della crisi sentimentale tra due donne, la regista affronta in maniera diretta ma con una buona dose di superficialità, tutta una serie di problemi che affliggono la Francia. Forse un pretesto per mettere in luce quanto c’è di contradditorio e di irrisolto nella società di oggi, dove i bei discorsi e le promesse dei politici non fanno più presa sulla gente costretta a guadagnarsi la vita con i lavori più stressanti. Valeria Bruni Tedeschi, oramai naturalizzata francese, interpreta in maniera perfetta la parte della squinternata Raf, isterica tanto quanto basta ma che in fondo, tra un delirio e l’altro, riesce anche a provare complicità, e non solo compassione, per l’umanità che la circonda. A lei, più che a Marina Foïs nel ruolo di Julie, si deve la discreta riuscita del film anche se talvolta la sua interpretazione eccede assumendo, forse volutamente, atteggiamenti sopra le righe al limite del caricaturale.
Il risultato ottenuto potrebbe lasciare perplessi: una accozzaglia di situazioni male assortite per denunciare tutto e nulla al tempo stesso. Il film, presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, è stato premiato ai Cesar ed ha ottenuto due candidature ai Lumiere Awards.
data di pubblicazione:15/03/2022
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Mar 15, 2022
Jean-Louis (Laurent Lafitte) avvocato parigino e sua moglie Valérie (Karin Viard) sono una coppia borghese benestante senza figli. Sposati da anni, lottano contro la routine della loro relazione. Un giorno il cuore di Jean-Louis cessa di battere, eppure lui è cosciente, parla, si muove. Né la moglie né il suo miglior amico Michel (Vincent Macaigne) sanno trovare una spiegazione. Solo la Guru/Maestra di Vita cui sua moglie si rivolge trova una soluzione per salvarlo: “risalire alle Origini! là da dove viene!… al sesso di sua madre!”…
Laurent Lafitte, attore ed umorista ben apprezzato in Francia, firma il suo debutto nella regia con questo suo audace film che è stato presentato a Cannes 2020 ma non è poi purtroppo uscito nelle nostre sale, a causa del Covid. Si tratta di una commedia adattata da una piéce teatrale di successo che trae spunto anche dal titolo dal celebre e discusso quadro di Courbet esposto al Museo d’Orsay di Parigi. Una commedia tanto provocante, scabrosa e graffiante quanto anche surrealista, buffa e tenera che si interroga sorridendo e ridendo su argomenti, pudori, tabù e segreti di famiglia.
Un film di sicuro abrasivo, provocante e controverso che affronta certi tabù nell’unico modo con cui possono essere affrontati: facendo ridere, fra lo chic ed il trash, con gags continue che divertono mentre toccano proprio gli angoli più oscuri della psiche umana.
Il regista è bravo a giocare ed a provocare senza mai però cadere nella volgarità, usando una buona dose di humour nero (quasi britannico) in salsa francese. Un film fatto su misura per turbare ridendo gli spettatori. Dopo un avvio forse un po’ troppo laborioso si succedono situazioni spassose, senza mai tempi morti, in un crescendo nell’assurdo e nel burlesco. Tutto il meccanismo del film è ben oliato, la sceneggiatura è ben scritta, buffa, incisiva e provocante senza però mai cadere nella grossolanità. La messa in scena è più che discreta, il ritmo sempre incalzante, i dialoghi sono gustosi ed irriverenti quanto basta, le situazioni assurde,sconcertanti ed esilaranti.
Quel che però fa poi la vera differenza di classe e di qualità è il trio di protagonisti. Un cast di attori brillanti che incarnano alla perfezione i loro ruoli sempre con eleganza e stravaganza. Ottime anche le coprotagoniste: l’anziana madre e Nicole Garcia nel cameo della psico/guru. Deliziose entrambe.
L’Origine du Monde è un film che si potrà apprezzare o che potrà forse anche lasciare sconcertati, ma ciò non di meno resta pur sempre un piccolo film che di sicuro farà ridere ed anche riflettere.
Una gradevole e vivace commedia, sicuramente audace ma non certo scandalosa, proprio come audace ma non certo scandaloso è il quadro di Courbet!
data di pubblicazione:15/03/2022
Scopri con un click il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Mar 12, 2022
Mary vive da anni con Ahmed, di origini pakistane, nei pressi di Dover sulla Manica. Per amore, prima di sposarsi, si è convertita all’Islam accettando con convinzione le regole e le tradizioni che la religione comporta. Dopo la morte improvvisa dell’uomo, Mary scopre per caso nel suo portafoglio il documento d’identità di una certa Genevieve che vive a Calais. Chi sarà mai questa donna francese a lei del tutto sconosciuta? Cosa ha a che fare con suo marito?
Nato e cresciuto in Inghilterra, Aleem Khan è uno scrittore e regista di estrazione anglo-pakistana. Con il suo film di esordio After love, si propone di risalire alle proprie origini religiose e culturali parlando dell’incontro-scontro tra due donne che si contendono lo stesso uomo musulmano. Dopo essersi conosciute, circostanza abilmente architettata dalla prima mentre ritenuta fortuita dall’altra, sarà un continuo rimbalzare di scoperte e di prese di coscienza. Il tutto per ricostruire la figura di un uomo che per anni era riuscito a vivere una doppia vita, anche se con una certa dose di onestà interiore. La sua morte improvvisa sarà motivo di sconforto per entrambe e soprattutto per il figlio, avuto con Genevieve che dimostra un grande attaccamento al padre ed una aperta dissonanza con la madre.
Quello che rende il film un piccolo capolavoro è proprio l’equilibro perfetto che si viene a creare nel contrapporre due donne abituate a vivere realtà completamente diverse in mondi tradizionalmente opposti. Mary, dopo la morte del marito, inizia ad esplorare la propria identità costruita sulla base di proprie scelte che aveva fatto per amore: è sicuramente una donna europea in tutto ma che si converte per essere accettata dall’entourage del proprio uomo. Diventando un’altra persona, ora come potrà affrontare da sola un’esistenza che in fondo non le appartiene per natura ma solo per scelta? Nello scoprire il lato oscuro di suo marito dovrà imparare, suo malgrado, ad accettare l’altra donna ed entrare in sintonia con quel figlio che lei stessa non era stata capace di dargli. Altro elemento fondamentale della scena riguarda le famose bianche scogliere di Dover, elemento catalizzante che riesce a unire due sponde contrapposte ma paradossalmente vicine. Mary e Genevieve, come Dover e Calais, appartengono a due realtà apparentemente diverse: entrambe hanno in comune l’elaborazione di un lutto al quale erano del tutto impreparate. Joanna Scanlan interpreta egregiamente il ruolo di Mary, anche con il proprio corpo, non dovendo ricorrere spesso alle parole esprimendosi solo con piccoli gesti e con uno sguardo dolce e triste al tempo stesso. Nathalie Richard è invece Genevieve, donna nervosa e impulsiva che invano cerca di conquistare l’affetto del figlio adolescente Solomon (Talid Ariss), anche lui alla scoperta di una propria identità religiosa, oltre che sessuale.
Già da qualche tempo nelle sale, sarà difficile recuperare After love: in un plot di poche pretese si ritrovano un’eleganza e un rigore cinematografici che oggi solo poche pellicole possiedono
data di pubblicazione:12/03/2022
Scopri con un click il nostro voto: 
da Daniele Poto | Mar 12, 2022
(Teatro Il Parioli – Roma, 4/13 marzo 2022)
Pièce piena di colpi di scena da non rivelare in un continuo accendersi di spoiler e di rivolgimenti di realtà. Dato che il teatro è anche artificio tutto è concesso all’autore!
A 92 anni Glauco Mauri, il più anziano attore italiano sulla scena (ma potrebbe anche essere un record mondiale di longevità attoriale, chi può dirlo?) non ha paura di cimentarsi con la nuova drammaturgia contemporanea, ben in linea con la nuova linea impressa al teatro di Roma Nord da Piero Maccarinelli. Meno De Filippo, meno Pirandello, più spazio all’eterogeneità. Non c’è da tuffarsi sulla trama che è un continuo florilegio di sorprese rispetto alla quieta apparenza del primo tempo. In avvio lo sviluppo sembra lineare. Un cronista non di primo pelo ha avuto l’onore di vedersi concessa un’intervista da un Premio Nobel nell’eremo della propria isola. Conversazione continuamente interrotta tra i dissapori dei due affabulatori. Persino inframmezzata da qualche colpo di pistola. Il dialogo non procede se non tra sussulti, equivoci e incomprensioni. Ma le parole con cui si chiude la prima scansione sono propedeutiche alla forte accensione e ripartenza della seconda. L’affiatato connubio Mauri-Sturno mette in campo tutta la propria sinergia empatico-mimetica e il dramma deflagra. Ci basti dire che sullo sfondo c’è l’ologramma di una donna misteriosa, sospesa tra i due, a vario titolo. Una seducente esplosione di virtualità campeggia accanto al reale e all’esistente vibrante della discussione. Sprazzi di volgarità, di solidarietà, con qualche intemperanza verbale. I due alla fine non saranno mai stati così unito e, contemporaneamente divisi. Chi vedrà lo spettacolo potrà capirci. E il titolo, che corrisponde al plot, è un riff musicale che ogni tanto viene acceso e riprodotto in scena. I giochi a due sono i preferiti di Schmitt anche se questa volta i protagonisti sono uomini e la comparsa sullo sfondo la donna che è il tramite della coppia, peraltro non sospetta di pulsioni omosessuali.
data di pubblicazione:12/03/2022
Il nostro voto: 
Gli ultimi commenti…