da Antonio Iraci | Mar 11, 2022
Luciano, reduce della grande guerra dalla quale è tornato quasi come un eroe e con una gamba irrimediabilmente compromessa, gestisce un ristorante proprio sulla piazza principale di Ascoli Piceno. Ci troviamo in piena ascesa della dittatura quando anche in Italia iniziano i rastrellamenti, da parte delle squadre d’azione, per individuare ebrei e oppositori al regime. Un giorno si presenta Anna a chiedere lavoro come cameriera tuttofare. Una volta entrata a far parte dello staff, la ragazza piano piano svelerà la sua vera identità e quasi fortuitamente sconvolgerà per sempre la vita dell’uomo che l’aveva assunta.
Giuseppe Piccioni, regista e sceneggiatore ascolano non è molto conosciuto al pubblico anche se ha firmato opere di un certo livello come Fuori dal mondo che nel ’99 vinse peraltro il David di Donatello come miglior film. In L’ombra del giorno ha scelto come protagonista Riccardo Scamarcio, ruolo che peraltro l’attore ricopre con grande professionalità e credibilità. Siamo ben lontani dall’immagine di quel ragazzo attraente che aveva subito conquistato chi lo avevano visto per la prima volta ne La meglio gioventù di Marco Tullio Giordana o, più recentemente, in Mine Vaganti, uno tra i film meglio riusciti di Ozpetek. Ora abbiamo di fronte un uomo maturo, sia pure ancora quarantenne, che imbolsito e claudicante riesce ancora a ipnotizzare e affascinare lo spettatore con il suo sguardo ammiccante e severo al tempo stesso. Ci troviamo in pieno periodo fascista: la voce reboante di Mussolini invade le piazze per annunciare l’ingresso dell’Italia in guerra accanto a Hitler, la gente si guarda sbalordita e non si azzarda a manifestare, sia pur con velati sottintesi, il proprio dissapore. La presenza di Anna (una brava Benedetta Porcaroli) diventa presto il punto focale della scena: docile ma determinata sarà proprio il suo ruolo a polarizzare l’attenzione e a coinvolgere emotivamente lo spettatore via via che si procede nella narrazione. Il film ci riporta, sia pur alla lontana, a Ettore Scola e al suo indiscusso capolavoro Una giornata particolare: stessa ambientazione storica e stesso pathos psicologico di chi deve vivere nell’ombra perché i tempi sono diventati duri e non è più possibile vivere la propria vita alla luce del giorno. Il regista ci offre un film sicuramente di alto spessore, con un cast di primissimo ordine e un’ambientazione tanto perfetta, sulla celebre piazza principale di Ascoli Piceno, da sembrare quasi un set cinematografico ben ricostruito. L’atmosfera che fa da sfondo alla storia è malinconica, quasi a rafforzare le incertezze di chi non crede più, o forse non ha mai veramente creduto, a quello che invece si impone come certezza o indiscussa verità. Il film sarebbe precipitato inevitabilmente nella banalità se non fosse stato supportato da un’ottima sceneggiatura, curata dallo stesso regista insieme a Gualtiero Rosella e Annick Emdin, e dalla recitazione di attori ben conosciuti in ambito teatrale quali Lino Musella, Vincenzo Nemolato e Antonio Salines, cui il film è dedicato perché venuto a mancare poco prima dell’uscita nelle sale. L’ombra del giorno è un lavoro da non sottovalutare che ci parla di un’epoca infelice della nostra storia, ma lo fa con consapevolezza e rigore proprio per non togliere drammaticità a quanto di fatto si stava vivendo in quegli anni, tra molte ombre e falsità.
data di pubblicazione:11/03/0222
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da Daniele Poto | Mar 9, 2022
(Teatro Argentina – Roma, 4 marzo/3 aprile 2022)
Ambiziosissimo tentativo di riassunto di un romanzo fluviale in trenta tableaux d’epoca. Scenografia senza risparmio con generosa prestazione di un irripetibile cast di 18 attori più una ventina di figuranti.
Un plauso al coraggio per il tentativo di un’opera difficilmente traducibile. Chi si tuffa nell’impresa va lodato, compresi gli spettatori per tre ore di messinscena con un secondo tempo decisamente più adrenalinico rispetto al primo di sostanziale preparazione. Gavetta, preparazione e presa del potere di Mussolini fino all’altezza del conflittuale assassinio di Matteotti che getta un’ombra pesante sulla sua legittimità. Quadri garbati e significativi di un’epoca con risorse a filmati, immagini, acute caratterizzazioni di D’Annunzio, Sarfatti, Balbo, Bombacci. Spettacolo che non può dire tutto ma fa scelte decise e riassunti con una capacità di captatio visiva notevole. Chiarito il contesto, inevitabile che predominino i sovratoni più che i dialoghi, l’assertività più che la dialettica tra i personaggi anche se il botta e risposta con Nenni è notevole. Però se il teatro è sviluppo di contraddizioni Popolizio non manca il bersaglio. Il suo Mussolini è più invasivo diretto, spietato rispetto alla relativa pacatezza del Duce di Ragno, più riflessivo, introiettato, incline alla malinconia. Popolizio restituisce la durezza e la crudeltà di un regime che, impostosi inizialmente per via elettorale, non tarda a confermarsi con violenze mortali e con scorciatoie umilianti, come l’utilizzo schernente dell’olio di ricino. Fuor di retorica la descrizione di un’Italia che fu, a tratti Italietta ma con un consenso inquietante. Quando c’è l’occasione per disarcionare Mussolini il Parlamento eloquentemente tace spalanco gli argini alle scelte al disastro che seguirà. Con le leggi razziali e l’adesione al diktat invasivo di Hitler.
data di pubblicazione:09/03/2022
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da Antonio Iraci | Mar 7, 2022
(Teatro Argentina – Roma, 6 febbraio/8 maggio 2022)
Massimiliano Ghilardi, specialista archeologo classico e direttore dell’Istituto Nazionale di Studi Romani, in questa rassegna di lezioni sulle civiltà del mondo antico, ha il compito di presentare i vari interventi fungendo, in maniera a volte ironica e divertente, anche da moderatore. L’incontro viene introdotto da Claudio Strinati che ha parlato dell’Ara Pacis Augustae, capolavoro della scultura romana costruito per celebrare il ritorno di Augusto dalle sue campagne in Spagna e in Gallia. Il monumento dopo vari restauri era stato protetto da una struttura, su progetto dell’Architetto Morpurgo, inaugurata da Mussolini nel 1938 a conclusione dell’anno augusteo. Nel 2000, in pieno giubileo, l’allora sindaco di Roma Rutelli affidò la progettazione di un vero e proprio museo, che dovesse contenere al suo interno l’Ara Pacis, allo studio di architettura statunitense Richard Meier & Partners Architects. Inaugurato il 21 aprile del 2006, suscitò subito grandi discussioni e critiche perché ritenuto troppo moderno e in contrasto con il contesto storico in cui è inserito. Il prof. Paolo Carafa, dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, ha parlato di Augusto, primo imperatore romano che dopo la sua morte fu subito considerato figlio di Dio. Per le sue riforme e per la cura che egli dedicò all’assetto urbanistico della città volle considerarsi, al pari di Romolo, come il fondatore di una nuova Roma e trasmettere così al mondo intero l’immagine di sé come figura fondamentale, a capo di un impero che avrebbe controllato il bacino del Mediterraneo e buona parte dell’Europa. A seguire l’intervento di Francesca Cenerini, dell’Università degli Studi di Bologna Alma Mater Studiorum, che ha parlato della posizione delle donne nel mondo classico romano e di come avessero guadagnato le loro prime conquiste sociali per il riconoscimento, al pari degli uomini, di poter possedere proprietà private e gestire vere e proprie attività commerciali. Tutto ciò si desume chiaramente da alcune iscrizioni su importanti monumenti dove viene indicato specificatamente che l’opera era stata edificata con il danaro privato di una matrona e quindi senza utilizzo di mezzi finanziari pubblici. Emanuela Prinizivalli, dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, ha invece intrattenuto il pubblico sulla funzione specifica delle donne all’interno del nascente cristianesimo. Secondo quanto si apprende dalle diverse lettere di San Paolo, la loro attività era molto importante per la evangelizzazione dei pagani e spesso ricoprivano anche la funzione di diaconus, al pari degli uomini, per la distribuzione dell’elemosina e per l’organizzazione spirituale generale delle prime forme di ecclesia, comunità seguaci di Gesù di Nazareth. La giornata si conclude con l’intervento di Andreas M. Steiner che ha ricordato la figura di Giacomo Boni, archeologo e architetto italiano nonché senatore del Regno d’Italia, al quale si deve tra l’altro la progettazione di Villa Blanc a Roma, oggi di proprietà della Libera Università Internazionale degli Studi Sociali Guido Carli (Luiss). Prossimo appuntamento per domenica 20 marzo dove si parlerà del Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento e dell’area di Paestum.
data di pubblicazione:07/03/2022
da Daniele Poto | Mar 5, 2022
(Teatro Vascello – Roma, 1/6 marzo 2022)
Uno Ionesco a torto considerato minore, che marca la differenza con Beckett. Assurdo? Fino a un certo punto. Splendida coppia di attori e scenografia agghiacciante e impattante.
Se ci fosse un Oscar per la migliore stagione teatrale nel secondo anno di pandemia avremo pochi dubbi su a chi attribuirlo per densità di spettacoli, qualità e quantità. Non era in partenza seducente la sfida al botteghino nel nome di Ionesco ma è stata una scommessa vinta a giudicare dai minuti di applausi nella rodata replica a cui abbiamo assistito, con la fantastica coppia di interpreti quasi a celiare con il pubblico in nome di un idillio e di un’empatia stabilita fin dalla prime battute. Eppure al primo apparire sembravano due mostri artefatti i coniugi che si presentavano in un orizzonte spettrale con decine di sedie disposte in precario equilibrio. Poi si stabilisce la sintonia con il pubblico e la scena ci arricchisce, grazie alla loro recitazione ma anche grazie all’evocazione di personaggi inesistenti che fanno, se possibile, vivacemente salotto e amplificano la dialettica del duetto. Il salto nel vuoto finale è spettacolare e sancisce la perfetta rispondenza della recitazione con luci e suoni all’interno di uno spettacolo. Crudele meccanismo teatrale rappresentante la solitudine, la minorità sociale anti-convenzionale e, in definitiva, di marchio anti-borghese. Ionesco squassa i luoghi comuni con la forza di un argomentare semplice e pacato. Non è un caso che Federica Fracassi abbia vinto il premio “Le maschere del teatro italiano” per questa interpretazione in combinato disposto per la scenografia con Nicolas Bovery. I protagonisti potrebbero essere nostri anonimi vicina di casa, fuori dalla storia e da ogni possibilità di contare nonostante la costante allusione a un discorso che potrebbe avere la virtù di cambiare il mondo. Metafisica di un grande disperante vuoto da riempire.
data di pubblicazione:05/03/2022
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da Paolo Talone | Mar 5, 2022
(Teatro Lo Spazio – Roma, 3/6 marzo 2022)
In scena al teatro Lo Spazio un lavoro che punta lo sguardo su un giovane Hitler, sulla sua follia annunciata. Gli occhi che lo osservano sono quelli dell’amico Gustav e quelli della signora Zakreys, la padrona della stanza dove i due sono in affitto. Una fredda analisi del dittatore che cambiò tragicamente il mondo, che ancora oggi lascia muti e sconcertati.
Purtroppo è una storia vera quella raccontata da Antonio Mocciola, al debutto romano con Adolf prima di Hitler, tratta dal romanzo biografico di Gustav Kubizek Il giovane Hitler che conobbi. Il racconto si concentra sul periodo in cui Hitler non era ancora diventato il dittatore che conosciamo, sugli anni della giovinezza e della formazione. Gustav Kubizek (Francesco Barra) è uno spettatore inerme e inconsapevole del delirio di potere che lentamente fa breccia nell’animo dell’amico. Ha le idee chiare sul suo futuro (si affermerà come direttore d’orchestra) ma sarà anche il testimone che racconterà la genesi di un personaggio dai tratti diabolici e inquietanti, ambigui e contraddittori di cui è anche preda e cavia. La sua attenzione è puntata con apprensione su Adolf Hitler, interpretato da Vincenzo Coppola, la cui fisicità definisce in maniera impressionante il racconto.
Adolf appare infatti come un ragazzo dalla corporatura minuta e dalla salute cagionevole, ossessionato dai suoi stessi incubi. A nulla servono i tentativi di Gustav di lenire i tormenti dell’amico. Egli odia prima di tutto sé stesso. Nel gioco di sguardi che il testo più volte fa emergere, i suoi occhi sono puntati sul vuoto contenuto in una cornice sospesa sulla scena. La regia di Diego Sommaripa si sposa perfettamente al testo. Lungi dall’essere un foglio bianco sul quale tracciare opere di bellezza, quello spazio nero incorniciato nel nulla diventa la proiezione di una mente oscurata dall’odio, dalla frustrazione, nel quale si riversano gli ideali di illusoria perfezione che tormentano un uomo già da subito spietato, rude e sadicamente dominante. Vuole piegare la società alla sua perversa visione e per questo è ossessionato dal voler capire. Riprogetta ponti e strade per un ipotetico Reich, frequenta i luoghi di aggregazione delle persone per intercettarne i disagi. Osserva da fuori i palazzi del potere politico con il desiderio di impadronirsene, e quelli religiosi, come la sinagoga e le chiese, con il desiderio di distruggerli.
Tuttavia, è la stessa società in cui vive a nutrirlo. Ne è espressione un altro personaggio, la signora Zakreys (Chiara Cavalieri), l’affittuaria che non vuole ebrei nella sua casa, troppo tardi pentita di non aver saputo aiutare Gustav a fermare la follia di Adolf. La stanza che i due amici hanno affittato nell’appartamento della signora è il contenitore di una bomba destinata a esplodere. L’azione sembra ferma, si limita alla descrizione di ricordi che tornano alla mente, ma allo stesso tempo si avverte la pressione di un’esistenza avvelenata pronta a incendiare tutto con il suo rancore. Il peso della coscienza che tormentata Adolf è perfino visibile nel suo corpo, esplicitamente nudo sulla scena, gravato dalla sua stessa persona.
Il racconto di Antonio Mocciola lascia sgomenti e sconcertati, soprattutto perché certi avvenimenti si sarebbero potuti evitare se solo un gesto coraggioso o una parola avessero potuto impedire lo scatenarsi della pazzia di un simile individuo. E lo sconcerto si amplifica se si guarda quello che sta accadendo in questi giorni ai confini dell’Europa, dove qualcuno sta riportando il mondo ottant’anni indietro, fatalmente vicino al momento della nostra narrazione.
data di pubblicazione:05/03/2022
Il nostro voto: 
da Daniele Poto | Mar 4, 2022
Teatro Anfitrione – Roma, 19 febbraio/13 marzo 2022)
Deliziosa farsa vintage di quella che non si tentano più con tanti attori, tanti costumi con un profumo irresistibile di vaudeville e di passatismo nel teatro giusto per la rappresentazione. E un abbondante pizzico di nostalgia.
Sergio Ammirata a 85 anni non si è stancato di animare la compagnia La Plautina che per quasi un mese intero (fatto più unico che raro) tiene banco nell’abituale parterre casalingo del teatrino di San Saba. Calore e partecipazione meritata per un testo che viene da lontano, addirittura da due secoli fa. E brava la compagnia a approfondire uno spunto da barzelletta per 80 minuti di rappresentazione. La coloritura e gli eccessi sono all’ordine del giorno in questa pochade in cui ovviamente l’ importante è calcare la mano. Si rappresenta una morte scomoda. Tutti i variegati personaggi si sono abituati alla morte dell’amico, ora non più così amico da morto. Così il ritorno in scena è una parentesi scomoda e imbarazzante. Meglio il ritorno a miglior vita, un ritorno al passato che fa comodo a tutti. Ovviamente l’innesco è propedeutico a una riflessione pessimistica sullo stato dei rapporti tra gli esseri umani, improntati a una finta solidarietà che si scioglie per incanto di fronte alla straordinari emergenza. Ammirata non gigioneggia ma trasmette un solido mestiere alla compagnia in cui, incredibile dictu, ricompare Mirella Banti, apprezzata attrice di cinema alla prese con un’inaspettata riconversione. E poi ad animare la serata la coda di canzoni napoletane chiamando sul palcoscenico a viva forza anche spettatori più o meno intonati per una proposta decisione riuscita. La dedica di fine recita è ovviamente nel segno di Patrizia Parisi, animatrice in loco di tanti spettacoli oltre che fedele partner di Ammirata.
data di pubblicazione:04/02/2022
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da Antonio Jacolina | Mar 4, 2022
Inghilterra 1961: Campton Bonton (Jim Broadbent), sessantenne tassista a Newcastle, è un iperattivo protestatario per ogni causa sociale e … riesce a “rubare” il quadro di Goya del Duca di Wellington appena acquisito dalla National Gallery di Londra. Un’azione eclatante, tutta e solo politica, volta essenzialmente – prima con le condizioni per il riscatto, poi, una volta arrestato, durante il processo – a richiamare l’attenzione a sostegno della sua iniziativa per l’esenzione degli anziani dall’obbligo di pagare il canone per la BBC…
Giunge finalmente sui nostri schermi la commedia sociale di Roger Michell (regista di Notting Hill, scomparso nel 2021) che, realizzata nel 2020 e presentata con successo fuori concorso a Venezia 77, era poi rimasta bloccata a causa del Covid.
Il Ritratto del Duca è una commedia agrodolce, con un significativo sottofondo umano e sociale, permeata di quell’impareggiabile British humour che rende gli inglesi maestri nel realizzare commedie di genere molto gradite a chi va al cinema per vedere qualcosa di intelligente che faccia sorridere e nel contempo riflettere. Una storia realmente avvenuta, uno spaccato della working class e dei problemi di una certa Inghilterra che sarebbe molto piaciuto a Ken Loach ma che Michell rivisita, centrandone ed esaltandone con un velo di malinconia gli aspetti ironici senza trascurare i risvolti che sottostanno alla vicenda. Il tutto in buon equilibrio tra leggerezza e drammi individuali e collettivi.
Un film “vecchia maniera” ma comunque interessante. Il regista, da maestro qual era, gioca infatti abilmente con un’estetica visiva Anni ’60, utilizzando colore e diversi tipi di inquadrature. La sua direzione è contenuta e delicata, sempre supportata da una buona sceneggiatura e da dialoghi intelligenti. Il ritmo è talora discontinuo e varia molto fra prima e seconda parte. Forse qualche minuto in più dedicato a meglio delineare i contesti familiari dei protagonisti avrebbe giovato ad una maggiore comprensione dei loro comportamenti e del colpo di scena finale.
Il punto di forza del film è un cast delizioso, caratteristi e secondi ruoli compresi. Su tutti primeggia Jim Broadbent, al suo meglio con il suo talento ed il suo capitale di simpatia, malizioso, stravagante e capace di adattarsi alle tante sfaccettature del personaggio genera immediatamente empatia nello spettatore. Accanto a lui Helen Mirren, fantastica nel ruolo che fa da controcampo razionale agli ardori protestatari e velleitari del coniuge.
Il Ritratto del Duca è un film che palati molto raffinati o molto esigenti potrebbero anche giudicare solo come “cinema popolare o superficiale”. Non direi! È piuttosto un piccolo film che di certo punta ad intrattenere ma che ha anche un suo cuore con delle verità profonde. Un piccolo film senza grandi ambizioni ma pur sempre un film gradevole, tenero e molto ben interpretato. Un film molto inglese, in cui le emozioni sono tutte molto contenute ma arrivano a toccare lo spettatore.
Ce ne fossero di piccoli film così!
data di pubblicazione:04/03/2022
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da Giovanni M. Ripoli | Mar 2, 2022
C’è del marcio a Gotham City e di questo Bruce Wayne ne è ben conscio, anche se è solo da due anni che veste i panni di Batman. Si trova comunque ad affrontare un pericoloso serial killer, l’Enigmista anche lui a caccia di influenti concittadini di Wayne (corrotti?). Qualcuno, nuovi e vecchi alleati, gli darà una mano a scoperchiare la rete di corruzione che attanaglia la città.
La sceneggiatura di The Batman si basa originariamente sui fumetti di Bob Kane, ma lo stile del regista Matt Reeves (Cloverfield, Il Pianeta delle Scimmie) che l’ha scritta insieme a Peter Craig (Hunger Games), sembra attingere più a quello del miglior Frank Miller di Sin City . Questo per restare nel campo dei cultori dei comics. Fortunatamente, questo The Batman, ennesimo episodio di un super eroe già visto n volte sugli schermi con esiti non sempre memorabili (a parte la notevole trilogia di Nolan, s’intende) ambisce ad entrare nel grande cinema tout court, attraverso una pellicola ricca e sfaccettata di grande impatto visivo ed emotivo.
Uno spettacolo che abbraccia più generi e che non si sottrae nell’affrontare problematiche anche scomode (la povertà diffusa, la corruzione dilagante, il razzismo sociale) amalgamandole all’interno di un tessuto “noir” quando non “horror”. Sin dalle prime immagini il film si preannuncia dark: atmosfere cupe che riportano al miglior Blade Runner, una Gotham City post- industriale ripresa , non a caso, sulle note di, Something in The Way dei Nirvana. In quel contesto fa la sua apparizione il nuovo Cavaliere Oscuro che in sella alla sua bat-moto, sussurra: Io sono la vendetta! suggerendo il filo conduttore della trama.
Se si mettono da parte pregiudizi sul genere (ma quale nella circostanza?) ci si trova a cospetto di una pellicola di tre ore girata con grande mestiere, pregna di invenzioni e soluzioni visive altamente coinvolgenti, con un quadro psicologico quantomai attento ai vissuti dei protagonisti. Oltre il fumetto dunque, seppure con la stessa accurata ricerca dei particolari e dell’estetismo dei migliori disegnatori, ma con scelte cromatiche, colonna sonora, sensazioni più dei dialoghi, personaggi, anche colpi di scena, in grado di creare/ricreare nello spettatore atmosfere che bene rappresentano lo spirito di Gotham City, una città che vive di notte e con la pioggia, ricettacolo di criminali e corruzione. In questo mondo batte il cuore di Wayne/Batman, il più “nero” dei Batman mai visti al cinema, un personaggio dilaniato perché sin da ragazzo, costretto a fare i conti con un passato avvolto nel mistero. Robert Pattison, con ciuffo nero e occhi diabolici incarna bene il nostro eroe, accanto a lui un cast eccezionale in cui ritroviamo, Paul Dano (già apprezzato in 12 Anni Schiavo) nel ruolo dell’Enigmista, Zoe Kravitz (Big Little Lies) l’alleata enigmatica Catwoman, il misurato Jeffrey Wright (No Time to Die) nei panni del tenente Gordon e ancora John Turturro, il mafioso Carmine, Falcone, Colin Farrell, il Pinguino e Andy Serkis, l’affezionato maggiordomo Alfred.
Nel nostro caso e in conclusione, si può affermare che la vera grande protagonista è la città, non la Napoli o la Roma di Sorrentino, ma un’ immaginaria Gotham City che sembra esistere solo nella pioggia e nella notte come e più della Los Angeles di Ridley Scott, e nel ricordo degli spettatori.
data di pubblicazione:02/03/2022
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da Daniele Poto | Mar 2, 2022
Un mockmuntary italiano in piena regola con la descrizione della vita immaginaria di un’attrice che però percorre passi e stralci di una vita reale. Con realtà e finzione continuamente alternatesi su un piano di interessante sintesi per lo spettatore. Il capolinea con un suicidio che avviene in una squallida stanza d’albergo nello stesso giorno in cui muore Enrico Berlinguer. 38 anni fa.
Affascinante nel giorno dell’anteprima constatare la passione con cui la coppia Angeli-Bonifazi ha perseguito il completamento e la definitiva uscita di una pellicola che, tra vari intervalli, ha portato via un bel pezzo dei tredici anni di vita della coppia. Anzi, il plot ha una genesi ancora più antica dato che segue, con un grosso taglio di scrittura, un omologo spettacolo teatrale che debuttò nel 2001 con musiche originali abbondantemente utilizzate nel movie odierno. C’è tanta storia d’Italia nelle immagini di repertorio. Tra terrorismo, complottismo, gavetta e prime esperienze di un’attrice immaginaria che parte dal Mandrione pasoliniano con tante speranze di carriera che si perdono tra particine, provini umilianti e l’ingresso nel cinema porno, mallevadore di tante scene di sesso. Così con continui salti cronologici il presente è un meditato suicidio in una stanza di un albergo equivoco dove vengono sparse sul letto tutti i memorabilia di un’esistenza. Luisa Bonfanti ci ha fatto vivere la propria storia e esce di scena a 36 anni con tante vite vissute e tante storie inespresse non vissute. La vicenda circoscrive la propria forbice temporale tra il 1980 e il 1984 e gioca sulla continua schizofrenia dei piani aristotelici predisponendo a varie letture e a un gioco assortito di fruizioni. Livia Bonifazi asseconda l’ambizioso progetto artistico del marito-regista con assoluta credibilità e un notevole coraggio anche per la scabrosità di molte scene. Grazie anche a un volto e a un corpo oggi senza età.
data di pubblicazione:02/03/2022
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da Paolo Talone | Mar 1, 2022
(Teatro Vascello – Roma, 22/27 febbraio 2022)
Leonardo Lidi interpreta Lo zoo di vetro di Tennessee Williams usando la metafora come principale strumento di comunicazione e ponte per l’immaginazione. La famiglia Wingfield è una compagnia di clown che fa esercizi su una pista di sconvolgente tenerezza.
Chi ha mai affrontato un trasloco sa che per trasportare oggetti fragili è necessario fare molta attenzione. Se poi sono fatti di vetro il lavoro è ancora più delicato. Sarà per questo che la scena di Nicolas Bovey è cosparsa interamente di morbidi fiocchi di polistirolo, per attutire almeno un poco quello che vi cade sopra: corpi esistenze e alla fine l’intera casa della famiglia Wingfield, una grossa scatola di cartone rosa. È il contenitore nel quale Tom, il personaggio che narra la storia, chiude i suoi ricordi. Sua madre Amanda (Mariangela Granelli) è una sposa abbandonata dal marito tanto tempo prima. Cammina in equilibrio sulla vita, attenta a non inciampare con le sue lunghe scarpe da pagliaccio, nel tentativo di tracciare una strada sicura dove far passare i suoi due figli, in un contesto sociale impoverito di un’America in piena depressione. Il sorriso di questa madre dalla corporatura robusta, e quindi goffa e impacciata – i costumi sono di Aurora Damanti –, non va mai via dalle sue labbra. Il merito però è del trucco che maschera all’esterno la fatica e la preoccupazione per una vita precaria che non regala nulla. Tom (Tindaro Granata) è il figlio minore, costretto a prendere sulle spalle la responsabilità della famiglia. Svolge con fatica un lavoro che non è il suo e va tutte le sere al cinematografo per nutrire la sua anima di sognatore. La sua volontà lo porterebbe altrove, lontano, magari anche sulla luna, a cui guarda nascosto nei panni di un malinconico Pierrot. È preoccupato per la sorella Laura (Anahì Traversi) che la zoppia a una gamba ha reso fragile e insicura. Nell’immaginazione del regista il personaggio diventa un mimo dalle movenze leggere, capace di comunicare con sottile dolcezza la sua paura per la vita. Serve un matrimonio per garantire un futuro sereno alla ragazza e così viene invitato a cena Jim (Lorenzo Bartoli), un collega amico di Tom, che però si rivelerà una delusione. Il ragazzo infatti è già promesso a un’altra donna. È l’unico personaggio a non vestire i panni dell’immaginazione, ma quelli della cruda e sterile realtà.
La regia del talentuoso e giovane Leonardo Lidi (classe 1988) rompe il rigido schema imposto dal realismo e si avventura verso un’interpretazione che tiene conto dell’aspetto sentimentale, che fa appello alla memoria e ai ricordi che questa riesce a tenere. “Il dramma è sentimentale, non realistico”, sottolinea più volte Tom con crescente intensità all’inizio della recita. E dal testo pesca il lato grottesco, amplificandolo non solo nelle gag messe su dal gruppo di clown, ma anche dalla proiezione tra un atto e l’altro del cortometraggio disneyano The haunted house, dove Topolino è protagonista di disavventure in una casa infestata da fantasmi. Il risultato è un lavoro che arriva a mostrare con struggente poesia la malinconica verità che si nasconde dietro le buffe maschere che a volte mettiamo per nascondere la fragilità di animali di vetro, che si sbeccano anche solo se qualcuno li guarda.
data di pubblicazione:1/03/2022
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