da Antonio Iraci | Feb 28, 2022
(Teatro Argentina – Roma, 6 febbraio/8 maggio 2022)
Claudio Strinati introduce questo terzo appuntamento domenicale con l’Archeologia parlandoci di un soggetto che esula dall’argomento della giornata per dare invece una lezione vera e propria di Storia dell’Arte. Questa volta ha intrattenuto il pubblico in sala parlando del celebre quadro del Domenichino La caccia di Diana, oggi alla Galleria Borghese di Roma. Commissionata dal cardinale Pietro Aldobrandini, l’opera fu sottratta al pittore dal cardinale Scipione Borghese, affermatosi soprattutto come uno dei più importanti mecenati e collezionisti d’arte del primo seicento. Non riuscendo con le buone maniere a farsi cedere il dipinto, l’alto prelato era ricorso alla forza facendo addirittura trattenere per alcuni giorni in prigione il Domenichino per poi risarcirlo con una somma, anche per quei tempi, ritenuta irrisoria. Il Prof. Alessandro D’Alessio, Direttore del Parco Archeologico di Ostia Antica, ha parlato di Neropolis, tra realtà e utopia nella Roma di Nerone, concentrandosi soprattutto sull’incendio che nel 64 d.C. in nove giorni aveva raso al suolo la capitale dell’Impero e di cui era stato accusato ingiustamente dai cristiani lo stesso imperatore. Ma gli storici sono oggi tutti concordi nel ritenere che il più grande disastro della storia di Roma sia dovuto al caso, visto che era scoppiato in estate con giornate caldissime in una città che era quasi interamente costruita in legno. Il Prof. Antonio Marchetta, dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, ha preso la parola per parlare del Tieste, tragedia scritta da Seneca, che narra della maledetta stirpe di Tantalo, personaggio della mitologia greca che per i suoi numerosi delitti era stato punito dagli dei e sottoposto ad un eterno supplizio nelle tenebre del Tartaro. Questo racconto è lo spunto per parlare ancora di Nerone e del suo terzo, poi risultato vano, tentativo di uccidere la madre Agrippina, invitandola a viaggiare su una nave difettosa in modo che sarebbe morta a causa di un naufragio. L’imperatore aveva dato scandalo per aver fatto costruire, con enorme sperpero di soldi pubblici e impiego di famose maestranze, la Domus Transitoria per collegare le tenute imperiali del Palatino con gli Horti Maecenatis sull’Esquilino. Le pitture, gli stucchi e i marmi che la decoravano andarono distrutti nel citato incendio del 64 d.C. ma erano solo un’anticipazione dello splendore della famosa Domus Aurea, costruita successivamente sempre con dilapidazione dell’erario di stato. Chiude la giornata la scrittrice Annarosa Mattei che ha parlato del suo libro Sogno notturno a Roma (1871-2021) per svelare i traumi subiti dalla città eterna a partire dal 1871, anno in cui fu proclamata capitale del Regno d’Italia, fino ai giorni nostri, come per esempio la demolizione totale dell’area intorno al Campidoglio, ricca di edifici di incomparabile valore storico e architettonico. Prossimo appuntamento per domenica 6 marzo quando verrà affrontato il tema della donna cristiana e del suo inserimento nel contesto sociale dell’Impero romano.
data di pubblicazione:28/02/2022
da Giovanni M. Ripoli | Feb 27, 2022
La serie ambientata a partire dal 1958 descrive il percorso di emancipazione femminile di Miriam “Midge” Maisel, giovane donna della buona borghesia ebrea newyorchese decisa ad affermarsi come cabarettista in un mondo fino allora a forte prevalenza di ruoli maschili.
La serie, prodotta da Amazon Studios, giunta alla sua quarta stagione, è in assoluto una delle più premiate della categoria fra Golden Globe e SAG Awards, diversamente distribuiti ad attori, attrici, sceneggiatori etc, e riconosco una delle più riuscite (seconda forse alla sola Breaking Bad, peraltro di diverso genere). Tecnicamente si definisce un dramedy ed è una creatura della coppia di sceneggiatori Amy Sherman e Daniel Palladino (già famosi negli USA per la serie Una Mamma per Amica, di cui non so…). Certamente si tratta di una complessa rappresentazione, ora decisamente divertente, ora drammatica-ma-senza- esagerare (gli americani si sa amano i drammi ma solo con il lieto fine), sempre intelligente ed arguta, come la sua splendida protagonista, la fantastica signora Maisel del titolo, interpretata dalla bella, brava e soprattutto, spontanea Rachel Brosnahan. Una ragazza che ha sempre fatto tutto bene, gli studi, il matrimonio, la mamma e la moglie, almeno finché non viene a conoscenza di un tradimento del suo ex perfetto maritino Joel , aspirante cabarettista. Tutto cambia e Midge non trovando l’auspicato conforto nelle famiglie (la sua e quella dell’ex marito) si ritrova al Gaslight, luogo reale del mitico Village di New York, e dopo la conoscenza di Lenny Bruce (altra reale figura carismatica di quegli anni) s’improvvisa cabarettista caustica e sboccata, Con la trama mi fermo e per due ragioni, la prima perché non avrebbe senso raccontare quattro stagioni ricchissime di eventi che è meglio scoprire guardando le diverse stagioni, la seconda perchè, se vogliamo, non sono gli accadimenti il pregio maggiore della serie che ha in ben altro i suoi punti forti. Ovvero, in primis, i dialoghi mai banali, direi, piuttosto brillanti e “deliziosamente” colti o inevitabilmente spinti. I personaggi: non solo la deliziosa Midge, ma certamente la sua amica-promoter Susie (Alex Borstein, tanto rozza quanto incontenibile) come i suoi incredibili genitori Abe e Rose Weissman, splendidamente caratterizzati da Tony Shalhoub (il padre) e Main Hinkle (la madre) due amabili snob, per (non) tacer del marito, Joel Maisel (un Michael Zegen, misurato e credibile) e dei suoi tipici genitori ebrei alla woodyallen ,Moishe Maisel (Kevin Pollak) e Shirley Maisel (Caoline Aaron). Che dire poi dell’ambientazione, perfetta in ogni dettaglio, dai cappellini di Midge ai locali fumosi del Greenwich, dalle canzoni e musiche d’epoca alle località di villeggiatura, tutto ci permette di calarci appieno negli anni a cavallo fra il ‘50 e il ‘60.
Qualche limite? Quello di tutte le serie : il graduale peggioramento nel senso di “già visto” che inevitabilmente affiora man mano che le stagioni vanno avanti. E’ quindi troppo facile dire che le prime due siano state certo le migliori,ma, altrettanto, onestamente va riconosciuto che il livello generale si sia mantenuto comunque sempre molto decoroso. Da non perdere!
data di pubblicazione:27/02/2022
da Rossano Giuppa | Feb 26, 2022
(Teatro India – Roma, 22/27 febbraio 2022)
In scena al Teatro India di Roma Destinazione non umana, nuovo spettacolo scritto e diretto da Valentina Esposito con la Compagnia Fort Apache Cinema Teatro, che vede coinvolti attori, performer ed ex detenuti formatisi all’interno delle carceri di provenienza ed oggi, professionisti di cinema e palcoscenico. Sette cavalli da corsa oramai vecchi e malandati condividono gli ultimi crudi momenti di un’esistenza fatta di fugaci attimi di esaltazione a fronte di dolore e sopraffazione, nel solco di una predestinazione che è per loro condanna e morte straziante.
Torna a distanza di tre anni al Teatro India di Roma la drammaturga e regista Valentina Esposito e la sua meravigliosa factory Fort Apache Cinema Teatro. A gennaio 2019 ci aveva sorpreso e commosso con lo spettacolo Famiglia, foto ricordo di una famiglia con le sue tre generazioni tra vivi e morti riunite il giorno del matrimonio dell’ultima e unica figlia femmina, testimonianza di un’umanità marginale, perdente che cannibalizza e divora affetti e sentimenti.
Con Destinazione non umana Valentina Esposito colpisce ancora di più al cuore con la drammatica storia dell’ospizio prigione per ex cavalli da corsa, cavalli pensanti, esseri sopraffatti e mai liberi, vittima ognuno di un destino imposto dall’essere pensante per eccellenza, l’uomo, la magnifica creatura che lo ha fatto nascere senza amore, lo ha privato di sentimenti, drogato e seviziato, facendolo sentire apparentemente invincibile, per poi costringerlo ad una fatiscente reclusione in attesa di essere smembrato e venduto a pezzi al migliore offerente.
In scena tanti attori straordinari (ex detenuti e non) che danno vita al dramma: uno spettacolo che prova a scandagliare l’anima dei personaggi facendo perno anche sulla sofferenza legata ai lunghi anni di reclusione affrontata da molti di loro. Ecco allora i ricordi sbiaditi di corse e inseguimenti, di anfetamine e veleni, di inseminazioni artificiali ed uteri in affitto, di amori non vissuti, in nome di un gioco e di una corsa stupida e senza senso. Ci si ritrova così vecchi e zoppi, malati e storditi in attesa del supplizio.
Un teatro mistico e ancestrale, fatto di dolore e polvere, di imbracature e pastelli, scandito dal rumore di frustini e catene ma anche dal suono di nenie e dialetti, forte di una coralità estrema, di fotogrammi intensissimi, un teatro voce degli ultimi e dei deboli, una poesia sulla dignità dell’esistenza che va riconosciuta a tutti.
data di pubblicazione:26/02/2022
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Feb 24, 2022
Georges Simenon scrittore dalla compulsiva prolificità scrisse oltre 200 romanzi, ben 178 racconti ed innumerevoli brevi storie, raccontini, articoli, novelle e reportage dei suoi viaggi. Tutti questi ultimi venivano scritti per essere pubblicati sui giornali, sui settimanali o sulle riviste le più svariate, oppure spesso venivano dimenticati o lasciati più o meno volutamente nei cassetti. Alcuni sono piccoli gioielli che, se sviluppati, sarebbero potuti divenire poi splendidi romanzi, alcuni sono tracce, idee, situazioni o personaggi poi effettivamente ripresi ed ampliati nei suoi libri, parecchi altri sono invece solo e soltanto brevi schizzi di situazioni o di psicologie umane o spunti di storie poi abbandonate. Tutto quest’ultimo materiale, spesso trascurato dall’autore stesso quando in vita, è stato talora recuperato ed assemblato in raccolte dai vari editori un po’ a caso.
Accanto ai capolavori: i Romans Durs, i Maigret, abbiamo così anche un Simenon de i Racconti Sparsi. Un Simenon “minore”!
Abbiamo sempre detto che “di Simenon non si può buttare via proprio nulla”, è vero! Anche nei suoi raccontini ritroviamo in nuce i temi e le atmosfere letterarie del mondo dello scrittore belga: piccoli ritratti incisivi, accenni del dramma del vivere umano, del gioco beffardo del Destino, dei conflitti familiari e delle eterne inutili illusioni.
Quest’ultima raccolta Il Capanno di Flipke contiene 10 brevissimi raccontini scritti tutti tra il 1941 ed il 1945, e sette di essi sono totalmente inediti in Italia. Da un punto di vista letterario non aggiungono ovviamente nulla di nuovo alla figura dello scrittore.
Questa volta però, oserei dire sono proprio degli “avanzi di cassetto”, aggregati senza alcun filo conduttore, che molto probabilmente per esigenze commerciali o per vincoli editoriali una casa editrice seria come Gli Adelphi si è insolitamente trovata costretta a dover stampare e poi portare in libreria. La sensazione sgradevole è che si stia proprio raschiando il fondo! Mi auguro che non si sia trattato invece di un’operazione meramente economica. Un’operazione che comunque sia proietta più ombre che luci.
Come detto, da un punto di vista letterario si tratta veramente di ben poca cosa. Pur volendo ritrovare in essi lo stile asciutto ed essenziale dell’autore ed accenni alle umane vicende ed a personaggi disegnati con quell’acutezza psicologica con cui Simenon descriveva la sua umanità piccola, piccola, la loro brevità od esiguità è tale da non rappresentare affatto in modo degno lo scrittore, nemmeno il Simenon “minore” e la loro lettura non può che indispettire gli appassionati.
data di pubblicazione:24/02/2022
da Daniele Poto | Feb 24, 2022
Una caduta nell’abisso della depravazione in una storia italiana di ordinaria dissipazione. Più che un’immersione sociologica nel mondo deraciné dei barboni borderline l’autrice si sofferma su un personaggio femminile che è l’onnivoro e patologico centro del racconto. Legata al personaggio che racconta da un misto di attrazione e repulsione che si sviluppa per tutta la durata del romanzo o racconto breve. Un’ossessione che nasce dal tentativo frustrato di riscatto, di un possibile aiuto per sottrarla a una condizione a cui sembra inevitabilmente destinata. I legami con la vendita sessuale, con la droga, con la mancanza di cibo, con l’abdicazione a qualunque forma di dignità rimandano al presente in chiaroscuro di tanti abitanti di San Lorenzo e dintorni. Non c’è il tentativo di disegnare una mappa corale della sofferenza perché il focus è esclusivamente puntato su Urbana, in una serie di incontri, sparizioni, abdicazioni che danno all’incerta cronologia degli avvenimenti un carattere vago e sfrangiato. Il rischio è quello del bozzettismo di genere ma crediamo che il più grosso inciampo della prova sia un certo compiacimento nella ripetizione, nel ritorno concentrico alla speranza disillusa. Urbana non è convertibile ad alcuna forma di cambiamento, destinata a inabissarsi in questo inferno che lei stessa ha creato. Storia vera di una donna irrimediabile, storia presa dalla realtà. Il fragile corpo di Urbana non resisterà a un’overdose. Se ne andrà, non rimpianta, se non dal protagonista, a soli 45 anni di età disegnando un percorso di solitudine che è proprio a molti sans papier dell’Urbe. Un linguaggio semplice e accessibile rende il libro di facile comprensione anche se una sottile inquietante linea di angoscia lo percorre per il centinaio di pagine di svolgimento. Non è un caso che l’autrice sia impegnata nel sociale e nel volontariato da tempo e che abbia affrontato vis a vis le tematiche su cui si diffonde.
data di pubblicazione:24/02/2022
da Antonio Jacolina | Feb 23, 2022
Il giovane Buddy (Jude Hill) ha appena nove anni quando vede attorno a sé, nella fino allora tranquilla Belfast, cambiare all’improvviso il suo piccolo mondo, fatto di innocenti amori scolastici, giochi nelle strade del quartiere, feste e cinema con i genitori e chiacchierate con i nonni. Confuso e spaventato dovrà prendere atto che la violenza esplosa ed il conflitto religioso imporranno delle scelte a lui ed ai suoi Cari…..
Esce domani sui nostri schermi cinematografici il buon film di Kenneth Branagh già visto all’ultima Festa del Cinema di Roma ove, per singolare coincidenza, era stato proiettato, quasi in contemporanea ad un altro film con bambini al centro delle vicende: l’altrettanto buono C’mon C’mon che sarà in sala a Marzo … dopo gli Oscar. Con Belfast il talentuoso attore, autore e regista, la cui eclettica genialità gli consente di spaziare magistralmente dai classici Shakespeariani ad… Assassinio sul Nilo, o anche a… Thor, ha inteso esprimere il suo tenero ricordo per la sua famiglia, i nonni e la città di origine.
La storia, fondendo realtà e finzione, si ispira, infatti, alle personali vicende dello stesso Branagh. Il nostro Autore, nato e cresciuto a Belfast, è stato costretto nel 1969, all’età di nove anni, a fuggire dalla sua città verso l’Inghilterra a causa dei violenti conflitti religiosi fra protestanti e cattolici scoppiati proprio quell’anno nell’Irlanda del Nord.
La peculiarità del film è che i cambiamenti e la violenza sono visti con il filtro dello sguardo innocente ed incredulo del giovane Buddy che ha solo una comprensione parziale di ciò che avviene e di quella che fino a poco tempo prima era la vita normale e che ora non lo è più. Il tocco autoriale del regista rende il lavoro molto originale e splendidamente supportato da una fotografia in un bianco e nero molto sofisticato che restituisce tutte le atmosfere dell’Irlanda di quegli anni e del piccolo mondo della working class. Un mondo che stava già lentamente cambiando e che i conflitti sovvertiranno completamente. La minaccia della violenza obbligherà i genitori del piccolo a superare le proprie incertezze, i vincoli affettivi ed i sogni che li trattengono a Belfast e li costringerà a prendere atto che per restare fedeli ai propri valori non resterà loro che tagliare con il passato per cercare di ritrovare la tranquillità altrove pur correndo il rischio di perdere la propria identità.
Teneri ricordi che hanno segnato la vita del regista che però, intelligentemente, è abile nel riproporli solo con un po’ di nostalgia ed un velo di malinconia, evitando ogni sentimentalismo o forzatura, alternando al dramma, grazie all’uso sapiente dello sguardo infantile, momenti di humour per alleggerire le atmosfere narrative. Il ritmo è sostenuto e scorrevole, senza pause se non quelle scientemente ricercate, ed è supportato da un ottimo montaggio e da una sceneggiatura ben costruita. Come sottofondo fa da colonna sonora il leggendario Van Morrison.
Oltre all’eccezionale giovane interprete, tutto il cast è perfetto: dalla intramontabile Judi Dench (la nonna) ai genitori Jamie Dornan (il padre) e la splendida Caitriona Balfe (la madre) che danno tutti il loro apporto emotivo ed “adulto” alla narrazione.
Un buon film, un’ottima regia, una buona ricostruzione. Un film tenerissimo che indubbiamente piacerà molto e che in sapiente equilibrio fra emozione e commozione (con il rischio talora di sembrare troppo freddo e distaccato) avrà sicuramente, oltre che le sue più che meritate nomination, anche buone probabilità di vincere.
data di pubblicazione:23/02/2022
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da Maria Letizia Panerai | Feb 23, 2022
Mathieu Amalric, splendido interprete di innumerevoli pellicole (una tra tutte Lo scafandro e la farfalla di Julian Schnabel), passa nuovamente dietro la macchina da presa con Stringimi forte, film profondo, originale, dalla trama ambigua, girato in maniera non convenzionale, che sorprende dal primo fotogramma sino all’ultimo e che conferma la sensibilità anche come autore di questo splendido interprete.
Clarisse decide una mattina di partire all’alba a bordo della macchina del marito, per una meta che non è dato sapere, forse verso il mare come dichiara ad una sua amica. Lascia la lista della spesa fermata con un magnete sulla porta del frigo, butta un occhio a Lucie e Paul, i suoi due figli che dormono ancora, e a suo marito Marc. Al risveglio sarà proprio lui a dover trovare una giustificazione per l’assenza della donna, oltre che per una colazione non buona come quella a cui i figli erano abituati. La donna mentre viaggia in macchina verso la sua misteriosa meta, fantastica sui figli, comincia ad immaginare la loro vita senza di lei: li vede crescere e diventare adolescenti, ed il marito invecchiare. Ma ai progetti sul futuro di figli e marito si mescolano anche i ricordi, che affollano la sua mente senza un apparente ordine cronologico: l’unica cosa che a tratti sembra essere vera che tutto procede senza di lei, che è intenta solo a spiare o ad immaginare la vita dei suoi familiari. Nulla tuttavia è come appare. Ritroviamo Clarisse entrare nuovamente in casa senza essere vista, parlare con la gente del posto, spiare Lucie mentre suona il pianoforte, Marc lavorare e Paul mentre pratica sport: ma non ci è dato sapere se tutto questo è reale o anch’esso frutto della sua immaginazione.
Stringimi forte è un film sorprendente, dalla trama che non ha un andamento regolare come le foto polaroid che Clarisse butta nervosamente sul letto cercando di dare ad esse un ordine cronologico che tuttavia non riesce a ritrovare. È un film in cui la protagonista fugge da qualcosa, forse da un’attesa che le sembra troppo lunga per poter essere sopportata, ma nel contempo cerca anche qualcosa, che forse le manca, nascondendosi a coloro che più ama ma da cui al contempo sembra non volersi distaccare. La trama procede avanti ed indietro nel tempo, le scene sono montate in un modo da non rispettare una andatura convenzionale, eppure la storia ad un certo punto si dipana e tutti quei tasselli appartenenti ad una specie di un puzzle buttato all’aria e ricaduti alla rinfusa in terra, si ricompongono in un finale singolare, ma concreto e reale.
Presentato a Cannes fuori concorso, il film avrebbe al contrario avuto molti motivi per competere: il suo gioco continuo tra realtà e fantasia, tra verità e finzione, avvolge lo spettatore dall’inizio alla fine. Questo piccolo capolavoro è nelle sale italiane già da un po’: se ne consiglia vivamente la visione.
data di pubblicazione:23/02/2022
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da Antonio Iraci | Feb 21, 2022
(Teatro Argentina – Roma, 6 febbraio/8 maggio 2022)
Massimiliano Ghilardi introduce il secondo appuntamento con le lezioni di Archeologia al Teatro Argentina, sempre precedute dal prezioso contributo di Claudio Strinati che questa volta ha intrattenuto il folto pubblico intervenuto parlando di Fidia, maestro assoluto della Grecia classica, ma soprattutto delle sculture frontonali del Partenone e dei fregi del V secolo a.C., per lo più opera della sua scuola, che dal 1816 sono conservati al British Museum. I preziosi reperti erano stati rimossi dall’Acropoli di Atene a partire dal 1801 da lord Thomas Bruce Elgin, allora ambasciatore dell’Impero Britannico presso la Corte Ottomana. Il professore Maurizio Bettini, dell’Università degli Studi di Siena, introduce l’argomento della giornata che riguarda il rapporto che gli antichi avevano con le divinità. In particolare è molto curioso apprendere come i Romani fossero un popolo molto religioso ma nello stesso tempo laico nel senso proprio del termine. Qualsiasi entità, prima di essere venerata, doveva essere approvata direttamente dal Senato, che ne doveva riconoscere e sancire prima le peculiarità, per essere successivamente onorata e rispettata dal popolo. Le divinità erano partecipi della vita quotidiana e accompagnavano il singolo cittadino che ricambiava la loro accondiscendenza con rituali molto impegnativi ma anche ridendo di esse, come se dovessero essere trattate alla pari. L’argomento è approfondito dal Prof. Gianluca De Sanctis, dell’Università degli Studi della Tuscia, che ha parlato dei vari dei e della topografia sacra nella memoria culturale dei Romani. E’ singolare come al momento di conquistare una città, o di una regione da sottomettere all’impero, i Romani si affidassero alla divinità straniera, quasi sempre senza sapere esattamente quale fosse, ma con l’intento di indurla al tradimento del popolo che originariamente l’aveva eletta come nume protettore. In sintesi si rivolgevano ad essa e le promettevano un tempio molto più grande e lussuoso se li avesse assistiti nella battaglia portandoli alla vittoria finale. Il Prof. Massimiliano Papini, dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, ci ha parlato delle passeggiate oziose nell’antica Roma principalmente attraverso ombrose porticus, il più famoso dei quali era il Portico di Ottavia, edificato in epoca augustea, e che era costituito da un recinto porticato che conteneva al suo interno i templi di Giunone Regina e di Giove Statore. I romani amavano oziare passeggiando in zone ombrose, a volte appartate, per consentire loro di esercitare anche attività illecite, se non addirittura per dedicarsi al turpe mercimonio. Chiude la giornata Alessandra Cattoi, direttrice e responsabile del RAM film festival, con sede a Rovereto, per illustrare come la rassegna cinematografica, nata nel 1990, abbia come scopo di divulgare l’interesse e lo studio dell’Archeologia attraverso il cinema. Prossimo appuntamento per domenica 27 febbraio dove si parlerà di realtà e utopia della nuova Roma di Nerone.
data di pubblicazione:21/02/2022
da Antonio Iraci | Feb 18, 2022
Il 10 dicembre del 1936 muore a Roma Luigi Pirandello, grande drammaturgo, scrittore e poeta siciliano già insignito del Premio Nobel per la letteratura. Nel testamento dispone che il suo corpo sia cremato e che le ceneri vengano “murate in qualche rozza pietra” nella campagna di Agrigento dove lui era nato. Ci vorranno quindici anni prima che siano eseguite le sue ultime volontà dal momento che l’urna dovrà affrontare un viaggio, a dir poco rocambolesco, prima di raggiungere la tormentata sepoltura.
Con Leonora Addio, primo film girato da Paolo Taviani dopo la scomparsa del fratello Vittorio e a lui dedicato, il regista cerca di interpretare lo spirito libero e disincantato del genio pirandelliano, utilizzando un linguaggio malinconico ma anche a volte comico, per raccontarci con ironia il mistero della vita. Nella prima scena viene inquadrato Pirandello sul letto di morte, in un ambiente rarefatto, dove entrano con circospezione i suoi tre figli, prima bambini, poi adolescenti e infine già adulti proprio per indicare come il tempo di tutta una vita possa passare via e esaurirsi in un battito d’ali, leggero e silenzioso ma anche doloroso e sofferto. Ecco allora che durante il travagliato viaggio delle ceneri si incontreranno una serie di personaggi, per lo più povera gente, che pochi registi come Taviani riescono a far parlare con un semplice gesto, con un solo sguardo che trapela da quei volti scavati dal tempo e dalla fame.
Il film parla di teatro, come luogo dove realtà e finzione si mescolano, iniziando e terminando in esso; la prima parte, quella che riguarda le vicissitudini delle ceneri di Pirandello, è girata in bianco e nero proprio per più agevolmente inserire immagini di repertorio reali e immagini tratte da film proprie del neorealismo del dopoguerra. Nella seconda parte, in dissolvenza sull’immagine del mare, prende forma il colore per mettere in scena Il chiodo, ultimo racconto scritto dal grande drammaturgo che si era ispirato a un fatto di cronaca registrato all’inizio del novecento a Brooklyn, quando un adolescente, immigrato di origini siciliane, senza un apparente motivo aveva ucciso con un lungo chiodo una ragazzina mentre questa si accapigliava con una coetanea. Le due parti della pellicola si integrano reciprocamente per dimostrare come l’uomo viva una continua lotta contro le apparenze. Il giovane protagonista porta la maschera che la società gli impone e che lo rende estraneo a sé stesso oltre che agli altri, conducendolo verso quell’azione insensata perché non riesce a sanare lo strappo affettivo che si porta nel cuore.
Cast eccezionale a cominciare da Fabrizio Ferracane, e a seguire Matteo Pittiruti, Dania Marino, Dora Becker e Claudio Bigagli; ad accompagnare il film la musica composta dal premio Oscar Nicola Piovani. La pellicola è stata appena presentata alla Berlinale dove, pur non avendo ottenuto alcun riconoscimento ufficiale (era il 2012 quando i fratelli Paolo e Vittorio Taviani vinsero l’Orso d’Oro per Cesare deve morire), ha comunque ricevuto il premio della critica Fipresci, assegnato dalla giuria della Fédération Internationale de la Presse Cinématographique.
data di pubblicazione:18/02/2022
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da Daniele Poto | Feb 17, 2022
(Teatro Parioli – Roma, 16/27 febbraio 2022)
Un vivace ritorno in scena con un augurio che è già insito nel titolo. Ale e Franz osano lo sketch lungo e la prima è un gran successo (tutto esaurito) in una sala a loro cara per gli antichi ricordi del Costanzo show.
Non più solo comici, non più solo attori caratteristi al cinema ma interpreti in senso globale. Entertainer capaci di tenere la scena con disinvoltura per più di due ore. Con un gradito omaggio musicale a Enzo Jannacci (ma anche a Gaber) trapiantando un angolo di Milano a Roma che gradisce anche se in un’occasione si giova di una quasi traduzione simultanea dal meneghino. Non c’è da dubitare della sinergia e dell’affiatamento di una copia presa nel momento di massimo maturità (il tema dei cinquantenni ricorre spesso nello spettacolo) che annunciano una rinnovata voglia di leggerezza, giocando con le idiosincrasie del nostro tempo (l’uso sistematico dello smartphone, la gelosia patologica di un padre). Danno vita a una perfetta oleata macchia scenica assistiti da un contesto rock che è una sorta di ponte levatoio tra una situazione e l’altra. I pezzi unici sono degli assolo prolungati con un’estenuata ricerca del colpo di scena ulteriore. Il cabaret “zelighiano” di una volta si è arricchito di spaziature e coloriture che ci fanno rivedere il duo in una luce nuova, più incisiva e corrosiva. E c’è un finale che non ha fine per la voglia di rimanere sul ritrovato palcoscenico. Per lasciare tutti ancorati al felice passato lo sketch del dialogo tra i due vecchietti è il più agile e spassoso anche se tra le battute si insinua una dilagante malinconia. La durata della permanenza a Roma è foriera di un’efficace passaparola di un pubblico abbondantemente soddisfatto.
data di pubblicazione:17/02/2022
Il nostro voto: 
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