da Paolo Talone | Feb 15, 2022
(Teatro Quirino – Roma, 8/20 febbraio 2022)
Un omaggio a Turi Ferro e al mestiere del teatrante. Il ritorno sulla scena di Geppy Gleijeses dopo il blocco dovuto alla pandemia. Servo di scena di Ronald Harwood per la regia di Guglielmo Ferro è una festa per chi ama il teatro e del teatro ha fatto la sua ragione di vita.
È prima di tutto una celebrazione dell’amicizia per chi il teatro lo fa di mestiere il Servo di scena che vede protagonisti Maurizio Micheli, Lucia Poli e Geppy Gleijeses, che torna a recitare nel teatro da lui diretto, ora che finalmente i decreti per le riaperture lo permettono. Lo spettacolo era pronto da diverso tempo, ne sono testimonianza le foto di Tommaso Le Pera pubblicate nel bellissimo volume edito da Manfredi che raccoglie le testimonianze visive dei lavori teatrali di Geppy Gleijeses. Sarebbe dovuto andare in scena già un anno fa, in occasione del centenario della nascita di Turi Ferro che, diretto proprio dal figlio Guglielmo, diede vita alla sua versione di sir Ronald, il protagonista della storia, nel 1993. Ma l’occasione rende omaggio anche a chi, nonostante le circostanze di un mondo a pezzi per una guerra o per una pandemia, non può fare a meno di esprimersi nell’arte della recitazione e di incontrare il pubblico dal vivo in quella relazione che è possibile solo a teatro.
Sir Ronald fa il suo ingresso in scena aggrappato alla pesante tenda del sipario, in un atteggiamento confuso di timore e insicurezza. La scena appare appena abbozzata e caotica, ma è il disordine che vive dietro le quinte di un palcoscenico, con i suoi strumenti di meraviglia, le macchine per riprodurre furenti tempeste, corde, praticabili e costumi. Il camerino di Sir Ronald è in primo piano. La recita in programma stasera è il Re Lear di Shakespeare, ma la crisi di nervi del primo attore mette in dubbio che si possa andare in scena. Tutto intorno si sentono gli ululati delle sirene che intimano di mettersi al riparo e gli scoppi delle bombe che precipitano in una Londra presa di mira dall’offensiva tedesca. Siamo nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale. La compagnia degli attori è decimata tra chi è partito per il fronte e chi è stato arrestato. Meglio rimandare lo spettacolo allora piuttosto che andare in scena con i brandelli di una compagnia rimediata. Lo dice Milady, la compagna ormai avanti con l’età di Sir, un’incantevole e raffinata Lucia Poli, e lo sottolinea ancora più forte Madge, l’algida e volubile direttrice di scena interpretata da Roberta Lucca. La preoccupazione che lo spettacolo si riveli un fiasco è molta. Sir Ronald non è nelle condizioni giuste per affrontare una parte della quale ha perfino dimenticato le battute iniziali. Ma una soluzione esiste e si chiama Norman, colui che di mestiere fa il servo di scena appunto, ruolo affidato a un attore dall’innata vis comica e da eccellenti doti di umiltà e improvvisazione come Maurizio Micheli. Una sorta di angelo custode che conosce ogni movimento, ogni battuta, che sa prendere per il verso giusto il suo padrone capriccioso, poiché vive in simbiosi con lui da molti anni. E sa anche gestire gli umori e il nervosismo della compagnia fino a trovare la soluzione a ogni problema. Il Re Lear va in scena e la recita si conclude con successo tra gli applausi di chi, a dispetto delle bombe, è rimasto a teatro a suo rischio e pericolo.
E arriva il momento dei ringraziamenti. Poco dopo la recita e prima di addormentarsi per sempre sulla poltrona, Sir Ronald mostra a Norman il suo quaderno di appunti che dovrebbe contenere il racconto della sua vita di grande artista. Tra tutti i ruoli e le persone citate, artisti colleghi, maestranti di ogni ordine e grado, manca però un ringraziamento a Norman, che protesta e aggiunge di suo pugno una dedica a sé stesso. Il resto della biografia non è scritto perché forse la memoria delle gesta di un attore le scrive il palcoscenico. Un omaggio anche questo a chi, tra mille peripezie e impedimenti, continua a credere e a professare l’amore per un’arte che tra tutte è la più viva e capace di appassionare nella stessa misura e nello stesso momento chi la pratica e chi la guarda.
data di pubblicazione:15/02/2022
Il nostro voto: 
da Antonio Iraci | Feb 14, 2022
Laura, finlandese, studia archeologia all’Università di Mosca dove si è facilmente inserita nell’ambiente culturale della città grazie alla sua relazione sentimentale con Irina, affascinante professoressa di letteratura. Insieme hanno progettato di andare a visitare i famosi petroglifi (graffiti rupestri) nei pressi di Murmansk, città russa situata oltre il circolo polare artico. Costretta ad affrontare il lunghissimo viaggio in treno da sola, dal momento che la compagna all’ultimo momento le dichiara forfait, la ragazza dividerà lo scompartimento assegnatole con Ljoha, giovane minatore aggressivo e maschilista.
Dopo La vera storia di Olli Mäki, opera cinematografica di esordio presentata nel 2016 a Cannes dove fu premiata come miglior film nella Sezione Un Certain Regard, il regista finlandese Juho Kuosmanen con Scompartimento n.6 ha ottenuto nel 2021, sempre a Cannes, il Premio Grand Prix Speciale della Giuria nonché la nomination ai Golden Globe 2022. Il film, tratto dall’omonimo romanzo di Rosa Likstrom, affronta in termini molto asciutti il tema della solitudine che coinvolge direttamente i due giovani protagonisti. Laura (Seidi Haarla) si trova a fronteggiare un lunghissimo viaggio in treno che la porterà nella zona più gelida della Russia per studiare alcune famose incisioni preistoriche. Suo malgrado, sarà costretta a dividere il proprio scompartimento con il giovane e invadente minatore Ljoha (Yuriy Borisov) che da subito inizierà a infastidirla con i suoi discorsi litigiosi e irritanti. Sorprendente come il regista riesca ad inquadrare sin dalle prime scene i caratteri dei due personaggi, così diversi tra di loro, che alla fine riusciranno però a trovare un’intesa che solleverà entrambi dal peso dell’emarginazione. Inquadrature con brevi movimenti di camera e una fotografia sgranata e sporca sono i tratti che da subito infastidiscono lo spettatore. Il regista inoltre riesce a fissare l’obiettivo, anche oltre il finestrino del treno, per inquadrare un paesaggio gelido, quasi spettrale, di una ex Unione Sovietica che non riesce ancora a liberarsi del suo passato ingombrante. Il tema della incomunicabilità è frequente nel contesto cinematografico, in questo film Kuosmanen affronta l’argomento con un occhio distante e disinteressato per presentarci due giovani che, nonostante la propria fragilità interiore, hanno comunque voglia di avventura, desiderio di colmare le proprie aspettative. Si percepisce lo stato d’animo dei due protagonisti, capaci di comunicare nel silenzio il proprio disagio interiore e nello stesso tempo consapevoli delle molte affinità che li legano. Non solo un lungo viaggio in treno, che avanza lento tra i desolati e innevati paesaggi della campagna russa, ma piuttosto un cammino interiore alla scoperta di se stessi e di ciò che di avventuroso e affascinante ci possa essere in un incontro, anche se non destinato ad avere un seguito. Il film, che a molti potrà sembrare estremamente fiacco e claustrofobico, visto che si svolge praticamente all’interno dello scompartimento e lungo il corridoio del treno, è sconsigliato ai cultori di action movie e a coloro che gradiscono trovare una happy end in ogni storia. Qui non c’è…
data di pubblicazione:14/02/2022
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da Antonio Iraci | Feb 12, 2022
(Berlino, 10/20 Febbraio 2022)
La Berlinale, nella Sezione Classics, rende omaggio a Pier Paolo Pasolini aprendo di fatto le celebrazioni che avranno luogo in Italia e all’estero per il centenario delle sua nascita. In anteprima mondiale è stata presentata la versione originale, restaurata in forma digitale, del film Mamma Roma, scritto e diretto da Pasolini e interpretato egregiamente da Anna Magnani. Dopo Accattone, fu il secondo lavoro del regista/scrittore, romano per adozione, interessato a descrivere il mondo proprio del sottoproletariato della scialba periferia romana, tema questo molto caro e ricorrente nelle sue opere e che lo vedrà impegnato tutta la vita in una lotta politica, solo contro tutto l’establishment dell’epoca, che poi lo porterà inesorabilmente al tragico destino che tutti conosciamo. Il restauro della pellicola, presentato per la prima volta al Festival di Venezia nel 1962, è stato realizzato da CSC – Cineteca Nazionale che è riuscita anche a recuperarne frammenti perduti, oltre a eliminare aggiunte arbitrarie, in modo da restituire così al pubblico il film nella sua forma originaria, così come era stato concepito. Non è un caso che proprio alla Berlinale si sia dato inizio agli eventi per il centenario del grande regista: oltre che ad essere un autore molto apprezzato in Germania, anche e forse soprattutto per i suoi scritti, Pasolini era un po’ di casa in questo Festival avendovi ottenuto l’Orso d’Argento per Il Decameron nel 1971 e l’Orso d’Oro per I Racconti di Canterbury l’anno successivo. In questo mondo globalizzato, caratterizzato dall’ideologia classista, potrebbe sembrare anacronistico il tema del sottoproletariato e le sue palesi aspirazioni al riscatto sociale sempre presenti nelle opere pasoliniane, ma di fatto non è così. L’insegnamento che l’uomo di oggi dovrebbe ereditare da una figura così controversa è quello di essere più onesto verso se stesso e verso il mondo intero, così carico di falsi valori borghesi e rivolto essenzialmente al consumo più sfrenato. Come comunicato in conferenza stampa da Marta Donzelli, Presidente della Fondazione CSC: “ Pasolini è una figura centrale per la cultura italiana ed europea, siamo felici che nell’anno del suo centenario gli omaggi che in tutto il mondo gli saranno dedicati prendano le mosse da un Festival come quello di Berlino”.
data di pubblicazione:12/02/2022
da Antonio Iraci | Feb 11, 2022
(Berlino, 10/20 Febbraio 2022)
Al via la 72esima edizione della Berlinale, finalmente tornata in presenza dopo la parentesi dello scorso anno per i ben noti problemi legati alla pandemia. Al Gala di apertura, davanti a un folto pubblico e ai massimi esponenti della cultura e dello spettacolo, il direttore artistico Carlo Chatrian, affiancato dal direttore esecutivo Mariette Rissenbeek, ha sottolineato come la maggior parte dei 18 film in concorso tratterà temi di attualità, con particolare riferimento alle problematiche in seno al nucleo familiare, e ambientati in centri periferici, fuori dalle grandi metropoli, proprio per evidenziare le diverse tipologie di modus vivendi. Tantissimi i film che verranno presentati anche nelle varie sezioni collaterali, peculiarità propria di questa rassegna cinematografica berlinese che oltre a presentare nomi già conosciuti al pubblico internazionale, mira nel contempo a lanciare giovani talenti, meritevoli di particolare attenzione.
Il film di apertura è Peter von Kant, con Isabelle Adjani e Denis Ménochet, del regista francese François Ozon, liberamente tratto dalla pièce teatrale Le lacrime amare di Petra von Kant di Rainer Werner Fassbinder, da cui lo stesso autore aveva tratto una omonima versione cinematografica nel 1972.
Di seguito gli altri film della selezione ufficiale, quasi tutti in anteprima mondiale:
AEIOU – A Quick Alphabet of Love di Nicolette Krebitz (Germania-Francia)
Alcarràs di Carla Simòn (Spagna-Italia)
Avec amour et acharnement (Both Sides of the Blade) di Claire Denis (Francia)
Rimini di Ulrich Seidl (Austra-Francia-Germania)
Call Jane di Phyllis Nagy (USA)
Drii Winter (A Piece of Sky) di Michael Koch (Germania-Svizzera)
Everything Will Be OK di Rithy Panh (Francia-Cambogia)
La ligne (the Line) di Ursula Meier (Francia-Svizzera-Belgio)
Les passagers de la nuit di Mikhael Hers (Francia)
Nana (Before, Now & Then) di Kamila Andini (Indonesia)
Rabiye Kurnaz gegen George W. Bush di Andreas Dresen (Germania-Francia)
Robe of Germs di Natalia Lòpez Gallardo (Messico-Argentina-USA)
So-seol-ga-ui Yeong-hwa (The Novelist’s Film) di Hong Sangsoo (Sud Korea)
Un año, una noche (One Year, One Night) di Isaki Lacuesta (Spagna-Francia)
Un été comme cą (That Kind of Summer) di Denis Cȏté (Canada)
Yin Ru Chen Yan (Return to Dust) di Li Ruijun (Cina)
Il film italiano in concorso è Leonora Addio di Paolo Taviani, il suo primo lavoro senza il contributo alla regia del fratello Vittorio scomparso nel 2018. Il film, nelle sale dal prossimo 17 febbraio, parla del movimentato viaggio delle ceneri di Pirandello da Roma a Agrigento ed è interpretato da Fabrizio Ferracane, Matteo Pittiruti, Dania Marino, Dora Becker e Claudio Bigagli, mentre le musiche sono di Nicola Piovani.
Molto atteso Occhiali Neri di Dario Argento, storia di un serial killer con Ilenia Pastorelli, Asia Argento, Andrea Gherpelli e Xinyu Zhang. Il film, che sarà presentato nella Sezione Special Gala, è una co-produzione tra Italia e Francia con Gateway Films in collaborazione con Rai Cinema e Cine + e verrà prossimamente distribuito nelle sale da Vision Distribution. A seguire altri 3 film italiani, tutti nella Sezione Panorama, Una femmina di Francesco Costabile, dove la violenza sulle donne è al centro della narrazione, Calcinculo di Chiara Bellosi, storia di una amicizia tra l’adolescente Benedetta e Armando, in arte Armanda, e Nel mio nome di Nicolò Bassetti che parla della conquista della propria identità di genere da parte di alcuni ragazzi.
La sezione Homage quest’anno sarà dedicata a Isabelle Huppert, attrice francese famosa nel mondo per aver recitato in quasi 150 produzioni tra cinematografiche e televisive, alla quale verrà assegnato l’Orso d’Oro alla Carriera in concomitanza con la proiezione del film À propos de Joan diretto da Laurent Larivière.
Dunque una Berlinale molto interessante, con film di alto spessore presentati da registi importanti, molti dei quali già veterani in questa importante kermesse cinematografica internazionale.
data di pubblicazione:11/02/2022
da Antonio Jacolina | Feb 9, 2022
Come sempre nella lista delle candidature agli Oscar 2022 rilasciata appena ieri, ci sono film che erano già considerati ed apprezzati fra i possibili favoriti e film che invece erano quasi snobbati da Critica e Pubblico. Mancano, fra l’altro, va segnalato, i contestati vincitori di due prestigiosi Festival: Titane Palma d’oro a Cannes ’21, e L’évenement Leone d’oro a Venezia ’21.
Come sempre dietro le quinte delle nomination per gli Oscar c’è stata una sorda e dura lotta fra giganti per “sensibilizzare” i circa 10.000 membri dell’Academy aventi diritto ad esprimere le candidature per le varie categorie di premi. Si delinea ora finalmente lo scenario reale per il vero e proprio rush finale di fine mese! Questa 94ma edizione dei prestigiosi Premi sembra però annunciarsi già come una vittoria delle superproduzioni sul cinema indipendente e, in particolare, come un possibile successo della potentissima Netflix che con ben 27 nomination nelle sezioni più importanti supera di gran lunga le candidature delle altre produzioni concorrenti: le Majors Hollywoodiane, i Big Studios, e gli Indipendenti .
Ci soffermiamo, per necessità di sintesi, solo sulla categoria più importante: le 10 candidature per il Miglior Film ( degli 8 già usciti in Italia, Accreditati ne ha già recensiti 6!).
Gran favorito sia nelle sezioni principali che in quelle più tecniche appare, al momento, essere più che meritatamente Il Potere del Cane il western anomalo e psicologico dell’ottima Jane Campion che accumula ben 12 nomination aggiungendole al viatico, di solito ben augurante, dei larghi consensi ed apprezzamenti già ricevuti a Venezia ed a quelli della Critica e del Pubblico. La Campion con la sua nomination per la Migliore Regia (la seconda, 28 anni dopo quella per Lezioni di Piano) entra di fatto nella storia del Cinema perché finora mai nessuna regista donna aveva accumulato due candidature.
Seguono poi due buoni e singolari remake: il discreto ed apprezzabile science fiction kolossal Dune di Denis Villeneuve con le sue 10 nomination e poi l’immancabile e sempre bravo Steven Spielberg con le sue 7 nomination per la sua altrettanto apprezzabile personalissima “rivisitazione 2.0” del genere della commedia musicale West Side Story che nel lontano 1961 aveva fatto incetta finale con ben 10 Oscar. Un film il suo che avrebbe assolutamente meritato una distribuzione più ampia sui nostri schermi! Entrambi sono due film di genere che si rivolgono quindi ad un pubblico ristretto di appassionati ma che tuttavia per la loro autoriale qualità stilistica e realizzativa sono degni di essere visti.
Come da pronostici e favoriti hanno poi il loro più che giusto e meritato spazio, molto apprezzati sia da Critica che da Pubblico: il tenero ed autorialissimo amarcord in bianco e nero di Kenneth Branagh: Belfast (applaudito alla Festa di Roma) con ben 7 candidature fra cui anche la Miglior Regia, e poi: l’ottimo, profondo e sensibile giapponese Drive my Car di Ryusuke Hamagushi acclamato a Cannes che, fra l’altro, ottiene anche il significativo e duplice apprezzamento di concorrere in 3 categorie di primaria importanza: Miglior Regia e soprattutto contemporaneamente sia al Miglior Film sia anche al Miglior Film Straniero.
Salva l’onore il discusso e controverso e forse imperfetto Nightmare Alley del visionario Guillermo del Toro con delle candidature tecniche ed una sola nella categoria regina del Miglior Film; lo stesso dicasi per il messianico Don’t Look up di Adam McKay e per Coda di Sian Heder un delicato remake americano del fortunatissimo originale francese La famiglia Bélier.
… Poi … poi fra i candidati al Miglior Film Straniero … c’è lui … È stata la mano di Dio.
… tutto può accadere … e … non potremo allora non esserne felici per il Cinema Italiano!
La corsa prosegue ora non necessariamente secondo l’ordine delle candidature e con molte possibili sorprese.
data di pubblicazione:09/02/2022
da Antonio Iraci | Feb 7, 2022
(Teatro Argentina – Roma,6 febbraio/8 maggio 2022)
Il Teatro Argentina ha dato il via all’ottava edizione di un ciclo di conferenze con il titolo generico di Luce sull’Archeologia, rassegna che comprende una serie di incontri domenicali con la partecipazione di docenti universitari e con il prezioso contributo di Claudio Strinati, storico dell’arte, e di Andreas M. Steiner, studioso delle più antiche forme di civiltà. In questo primo appuntamento si è partiti dallo studio di Göbekli Tepe, sito archeologico nell’odierna Turchia presso il confine con la Siria, forse la più antica testimonianza architettonica di un luogo di culto risalente al decimo millennio a.C. Successivamente è intervento il Prof. Emanuele Greco, dell’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, per parlarci dell’assetto topografico di Atene, identificata con il termine polis per indicare non soltanto la città-stato più importante dell’antica Grecia, ma anche il modello politico che ne caratterizzava il periodo storico dal potere dei tiranni alle prime forme di democrazia. Il Prof. Francesco Sirano, direttore del Parco Archeologico di Ercolano, ci ha invece parlato di Capua, la città dei tre cuori perché sintetizza la cultura degli Etruschi, che la fondarono, con gli interessi espansionistici dei Sanniti che diedero il via a circa cinquanta anni di conflitti contro i Romani che alla fine ne uscirono vincitori. Sorprendente come Capua venisse definita Altera Roma, proprio perché, nel periodo di massimo splendore, era considerata una tra le capitali più grandi del mondo antico. L’ultimo intervento, incentrato sull’idea di città come modello di studio urbanistico, è stato quello della Prof.ssa Annalisa Lo Monaco, dell’Università degli Studi di Roma La Sapienza, che ha intrattenuto sul tema “Dall’utopia alla realtà: la città ideale, immaginata e raffigurata e la città reale”. Attraverso l’esame di documenti e di riproduzioni con la tecnica dell’affresco, si può studiare la struttura di una città modello, dove risulta facile distinguere la parte destinata alle abitazioni private da quella occupata dagli edifici pubblici e di culto. Dal concetto astratto di aggregato urbano ideale si passa a quello più concreto e reale dove, proprio su testimonianza degli storici, si impara a conoscere i problemi pratici della grande metropoli come quelli del traffico stradale che già sin da allora affliggeva Roma. In sintesi è risultato utile apprendere come sin dalle prime forme di civiltà la rappresentazione per immagini della città teneva in debito conto di un’idea di base, ben legata alla realtà e alle esigenze dell’uomo, e come tale idea si sia evoluta nel corso dei millenni per arrivare sino ai giorni nostri. Prossimo appuntamento per domenica 20 febbraio dove verrà affrontato l’interessante tema del rapporto che gli antichi romani avevano con gli Dei, con particolare riferimento alla topografia sacra dell’Urbe.
data di pubblicazione:07/02/2022
da Antonio Iraci | Feb 3, 2022
L’ascesa e la caduta di Stan, uomo con un misero passato (contadino sì, ma con i denti dritti) che per puro caso entra a far parte di un luna park ambulante. Dotato di una spiccata intelligenza e grazie anche alla sua avvenenza fisica, riesce ben presto a imparare il mestiere di “indovino” che lo porterà a diventare il Grande Stanton, seducendo la ricca società newyorkese con i propri imbrogli. Per lui, abile manipolatore, sarà facile dimostrare di possedere doti soprannaturali di telepatia, chiaroveggenza, divinazione e, soprattutto, di essere capace di studiare i poteri occulti della mente umana.
Da Guillermo del Toro, che tutti ricordiamo per il successo ottenuto con il film La forma dell’acqua (Leone d’oro alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e due Oscar nelle categorie miglior regista e miglior film), ci si aspettava in effetti da tempo il ritorno a quel noir psicologico che ha caratterizzato buona parte della sua filmografia. La fiera delle Illusioni è tratto da un romanzo di William Lindsay Gresham e del quale già esiste una versione cinematografica del 1947, con la presenza di Tyron Power, a quel tempo considerato il divo hollywoodiano per antonomasia. Nella versione di Del Toro si rimane sicuramente subito impressionati dalla prima scena, in cui compare Stan (Bradley Cooper) impegnato a dar fuoco alla casa paterna per chiudere drasticamente un passato, che scopriremo essere per lui molto doloroso. Il plot che segue è piuttosto tortuoso, ricco di sorprese che costantemente accompagnano il protagonista in una escalation di falsità, e quindi di illusioni quando, da misero accattone, riesce a conquistare il consenso dell’alta società newyorkese appartenente ad un paese in procinto di tuffarsi nella tragedia della seconda guerra mondiale. La pellicola di Guillermo del Toro ci porta all’interno del lato più oscuro e torbido dell’uomo: in essa troviamo un mix perfetto di realtà e finzione, immaginazione e verità, psicanalisi e illusione ed ogni personaggio da manipolatore si ritroverà poi a essere a sua volta manipolato, divenendo lui stesso vittima del proprio inganno. Singolare come il regista riesca a passare da scene macabre, proprie del mondo dei cosiddetti freaks che sfruttano le proprie alterazioni fisiche per guadagnarsi da vivere, a scene patinate, ambientate in interni stile art déco, con quella ricercatezza estetica tipica degli anni Quaranta. Oltre a Cooper come protagonista principale, che sin dall’inizio riesce ad incarnare la figura di un uomo ambizioso e senza scrupoli pur di raggiungere i suoi obiettivi ma, al tempo stesso, di essere fragile e irrisolto con un passato rancoroso ancora da elaborare, il film può contare su un cast eccezionale: a partire dall’affascinante e bravissima Cate Blanchett nel ruolo della psicanalista Ritter, donna fatale e spietata, anche lei vittima di un trascorso quanto mai misterioso; e poi ancora su Toni Collette, Rooney Mara, Ron Perlman, Mary Steenburgen, oltre ai grandi Willem Dafoe, Richard Jenkins e David Strathairn.
La fiera delle Illusioni è una film di alto spessore sia per il tratto psicologico dei singoli personaggi, sia per le inquadrature e i tagli di scena. Dopo aver già ottenuto dei riconoscimenti, non ci sarebbe da stupirsi se anche i due attori principali riuscissero a conquistarsi una nomination agli Oscar 2022.
data di pubblicazione:03/02/2022
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da Paolo Talone | Feb 2, 2022
(Teatro Quirino – Roma, 1/6 febbraio 2022)
Atteso recupero di stagione per il capolavoro del drammaturgo americano Tennesse Williams. Un tram che si chiama desiderio racconta il lento tramonto a cui si avvicina Blanche, erede di una ricca proprietà ormai andata perduta. Un giorno bussa alla porta della sorella Stella, che nel frattempo si è fatta una vita sposando Stanley, un americano di origini polacche.
I toni grigi e la rigida geometria della scena mettono tutti d’accordo. Il grigio è il colore del cattivo umore, delle giornate tristi e delle ombre che per metafora cadono sul fallimento di un sogno. Grigia è l’esistenza che Stella ha scelto di vivere al fianco di Stanley Kowalski, un semplice operaio dal fisico robusto ma sessualmente attraente, dai modi bruti e prepotenti. Per estensione anche gli amici della coppia, Eunice e Steve, che abitano al piano di sopra del modesto appartamento di due camere, somigliano a loro, segnale di una realtà sociale condivisa e lontana dall’ideale perso che ancora affascina Blanche. L’esistenza di quest’ultima invece si può a buon diritto definire ingrigita. Da una parte è costantemente nostalgica, nei modi e nei ricordi fino al suo modo di parlare, della bellezza di un passato – vissuto nella tenuta di Belle Reve – che ormai non esiste più; dall’altra è ormai avanti con l’età, invecchiata negli sbagli e divorata dai sensi di colpa. Sua è infatti la responsabilità della morte del marito, suicidatosi dopo il rifiuto della moglie che aveva appena saputo della sua omosessualità; sua la colpa di essersi fatta cacciare dalla scuola dove insegnava per aver avuto relazioni illecite con i suoi studenti. Per questo motivo arriva a casa della sorella per chiedere ospitalità. È qui che si scontra con la durezza e il machismo di un cognato, cresciuto con altre regole. Dopotutto l’ambientazione del racconto si svolge in un paese appena uscito dall’ultimo grande conflitto mondiale. Stan è infatti un reduce della guerra, indossa ancora la piastrina metallica al collo e gli scarponi militari, che non manca di appoggiare sul letto apprestato per la povera Blanche. Daniele Pecci (Stan), petto in fuori e testa china in avanti come per ruggire e a dire chi è che comanda, conferisce al personaggio proprio quella brutale animalità che lo porterà a vincere su Blanche. L’unica che può tenergli testa – almeno in questa versione – è la moglie. Lungi dall’essere remissiva, la Stella di Giorgia Salari combatte e affronta il marito con grinta e rabbia. Non è affatto una donna sottomessa, come ci aspettavamo che fosse, e non perdona al marito la sua crudeltà. La Blanche di Mariangela D’Abbraccio si distingue in tutto da questa nuova società nella quale, nolente, si imbatte. Il suo è un modo di parlare – e di recitare – che ha un sapore antico. A lei non piace questa realtà, lo dice, e allora non le rimane che fare la parte della donna che nonostante tutto si sforza di accettare il cambiamento. Sembra innaturale il suo modo di parlare, che marca con forza le sillabe accentate delle parole, ma è in qualche modo conforme al suo personaggio in bilico tra l’isterismo e la disperazione. Cadrà vittima di sé stessa e della sua fragilità. Il merito della regia di Pier Luigi Pizzi è quello di aver reso con fedeltà un classico intramontabile come questo, pur offrendone una visione originale e contemporanea. L’idea di tagliare dal testo ogni riferimento diretto alla geografia del posto dove si svolgono i fatti – Stan dirà appunto che un “cittadino di questo paese” e non “un americano al cento per cento” – conferisce al dramma un respiro globale e condivisibile.
data di pubblicazione:02/02/2022
Il nostro voto: 
da Paolo Talone | Feb 2, 2022
(Teatro De’ Servi – Roma, 20 gennaio/6 febbraio 2022)
Per uno strano incidente al suo computer, Clara ottiene il potere di tornare indietro nel tempo e correggere così le sue scelte. Ctrl Z – indietro di una mossa è una commedia esilarante e fresca, affidata a quattro giovani e affiatati attori.
Annabella Calabrese e Daniele Esposito mettono in scena una pièce divertente, che si avvale di un meccanismo comico ben strutturato, di un’idea coerente e di un finale di commedia che dopotutto lascia edificati.
Clara (Annabella Calabrese) è una fotografa con la passione degli scatti nei teatri di guerra; i volti dei bambini sono i soggetti che preferisce. Vorrebbe vivere di questo, ma nessuna redazione le offre la possibilità di firmare un contratto. Siamo nell’Italia dei nostri giorni e per vivere bisogna inventarsi un lavoro. Per pagare l’affitto si trova costretta a far sparire rughe e a gonfiare seni in postproduzione sulle foto del matrimonio della procace e dirompente signora Swanstagger, che Anna Lisa Amodio porta in scena con coinvolgente energia.
Ad aiutarla nel lavoro due inseparabili compagni: Pinuccio, il suo vecchio computer ancora miracolosamente funzionante, e Jacopo, il suo compagno di vita, videomaker con il desiderio di realizzare un giorno un documentario sui sogni degli anziani. Tipica italiana è anche la famiglia di provenienza di Clara, padre madre sorelle e immancabile nonna che si aspettano dalla ragazza che si sposi e faccia dei figli … come del resto fanno tutti prima o poi. Nulla di tutto questo nei programmi di Clara! Così quando Jacopo le chiede di sposarlo, con una grottesca e impacciata proposta di matrimonio che l’attore Andrea Standardi riempie di tenerezza, a mezza bocca gli risponde di sì. Ed è questo uno dei momenti della vita in cui, se si potesse, si vorrebbe tornare indietro e rispondere altro.
Ma siamo a teatro, nel luogo per eccellenza dove tutto è possibile, come l’entrata in scena di Maria (la napoletanissima Giovanna Cappuccio), la vicina/amica avvocato divorzista di professione, disperata per essere stata lasciata dal suo fidanzato, che nella foga di raccontare il suo dramma fa cadere su Pinuccio un bicchiere di vino. Sarà per le onde elettromagnetiche o per il cortocircuito causato dai solfiti, sta di fatto che Pinuccio si anima e come una forza divina concede il potere a Clara di poter tornare indietro nel tempo e cambiare così le sue scelte. La commedia inizia a questo punto la sua cavalcata verso una serie infinita di gag che riportano i personaggi in avanti e indietro, fino a che Clara non sceglierà di fare la cosa più giusta: quello che desidera veramente.
Il linguaggio preso dalla realtà rende tutto molto credibile e riconoscibile. Siamo talmente circondati dalla tecnologia che il passaggio a una realtà metafisica come questa sembra addirittura prossimo. Ma l’ossatura del testo ha nel meccanismo comico della ripetizione il suo punto di forza e insieme si avvale di interpreti eccellenti che sanno trovare nella sinergia e nel divertimento la loro armi più affilate. Se sulla scena tornano continuamente indietro, nella carriera artistica sono certamente destinati ad andare avanti accompagnati dal prezioso dono dell’amicizia e della comicità.
data di pubblicazione:02/02/2022
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Feb 2, 2022
Stati Uniti, anni ’70 ed ’80 del secolo scorso, Tammy Faye (Jessica Chastain) ed il suo carismatico marito Jim Baker (Andrew Garfield) si fanno spazio nel mondo dei televangelisti affascinando l’America profonda e creando dal nulla un network televisivo che estende i suoi interessi in molteplici attività. Un business che va ben al di là della diffusione delle parole di Fede. Chi manipola? Chi è manipolato?Tutto è ambiguo! Fino a quando …
Esce oggi nelle sale cinematografiche il film con cui si è aperta l’ultima edizione della Festa del Cinema di Roma. Diciamolo subito, non resterà certo negli annali, ma potrà essere semmai ricordato essenzialmente per l’ottima interpretazione della Chastain in uno di quei ruoli “totali ed immersivi” che in America spesso portano dritti, dritti all’Oscar. La Critica autorevole pronostica già una nomination per la sua intensa interpretazione.
La Chastain dà infatti vita e sostanza al percorso esistenziale ed alla personalità atipica, fragile e, nel contempo, determinata di Tammy Faye disegnando un ritratto eccezionale ed affascinante di una donna dal carattere dai tanti risvolti. Scompare letteralmente sotto il trucco per riapparire poi come Tammy Faye a suo totale agio recitativo. È in scena costantemente e tutto il film poggia sulla sua magnifica interpretazione che, a tratti, sembra quasi intenzionalmente sfiorare la caricatura. L’attrice riesce però a discostarsene con un solo sguardo, uno sguardo intenso che fa emergere tutta la fragilità ed i tormenti interiori che si nascondono nel fondo di un personaggio complesso le cui esperienze familiari giovanili hanno influenzato le sue attese, la sua religiosità. Una Fede ed una personalità che restano fortemente ingenue ed infantili perchè condizionate da nodi irrisolti. Un essere umano che pur dietro un look ed atteggiamenti eccessivi e caricaturali, merita simpatia piuttosto che pietà e disprezzo, e… ogni volta, gli occhi della Chastain lavorano magistralmente per ricordarcelo! Una performance recitativa ed interpretativa veramente rimarchevole, tutta centrata sul contemperamento degli eccessi della personalità con l’interiorità espressiva
Nel cast oltre ad Andrew Garfield, il carismatico marito, ed allo stuolo di eccezionali secondi e terzi ruoli, va segnalata poi anche Cherry Jones (nei panni della mamma di Tammy) che con la sua capacità recitativa fa da contrappunto di concretezza nel delirio di illusioni. La regia, supportata da una buona sceneggiatura, è sapiente ed equilibrata e dimostra una buona capacità di direzione artistica in un film tutto centrato sulle esuberanze recitative. Pur rasentandolo spesso, evita abilmente di cadere nel kitsch e in altre possibili sbavature
Basato su un documentario di egual titolo il film è un classico dramma biografico costruito sulla storia della coppia di telepredicatori. Un ritratto però troppo lusinghiero e compassionevole, un’ambiguità maggiore avrebbe meglio rispecchiato la realtà, e, soprattutto, avrebbe dato alla narrazione anche un tocco di complessità e realismo maggiore. Sullo sfondo, ma non marginale, la religione dei telepredicatori come business, il ruolo dei circoli religiosi, veri organismi corporativi che operano secondo le regole delle grandi imprese capitaliste. I conflitti di idee, di interessi, le relazioni politiche, il controllo delle masse, delle donazioni, dei voti e le collusioni con il Potere.
data di pubblicazione:02/02/2022
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