Paolo Sorrentino racconta in maniera semplice, quasi scarna rispetto al suo stile, sé stesso e la sua famiglia d’origine, le sue passioni, la sua Napoli, il Napoli e Maradona, e di come a soli diciassette anni la sua vita prese una svolta inaspettata di crescita veloce e amara quando, in un solo giorno, il destino intrecciò passione e morte. Da quel momento Paolo, che nel film è Fabietto, dovrà sforzarsi di capire che essere abbandonati non è come rimanere soli perché si può comunque attingere a quel tesoro interiore, alimentato dai contesti familiari e sociali, e poterlo un giorno raccontare: “ma è mai possibile che ‘sta città nun te fa veni’ in mente niente ‘a raccunta’? A tieni qualcosa a raccunta’? E dimmella”.

 

Siamo a Napoli negli anni ottanta e Fabio Schisa (detto Fabietto) è uno studente di liceo classico che vive con i genitori Saverio e Maria, suo fratello Marchino e sua sorella Daniela, entrambi più grandi di lui. Saverio è direttore al Banco di Napoli, Maria casalinga, entrambi si interrogano su ciò che il ragazzo vorrà fare nella vita; ma Fabio, timido e impacciato come la maggior parte dei suoi coetanei, non ha delle aspirazioni precise ed osserva il mondo circostante con molta curiosità preferendo frequentare un giovane contrabbandiere che lo diverte molto o seguire le strampalate ambizioni cinematografiche del fratello che tenta, senza riuscire, di fare la comparsa in un film del grande Fellini. Il ragazzo però una certezza ce l’ha: la venerazione per Diego Armando Maradona, il “Pibe de oro”. Sono proprio quelli gli anni in cui il campione argentino verrà acquistato dal Napoli che vincerà di lì a poco lo scudetto, scrivendo la storia del calcio e di una certa napoletanità che per sempre rimarrà grata al grande campione.

Si piange e si ride, come raramente accade al cinema, in questo film in cui divertimento e tragedia, visione e realtà, superstizione e sensibilità si intrecciano, re-inventando il passato. Presentato al Festival di Venezia, dove la pellicola ha vinto il Premio della Giuria e Filippo Scotti (Fabietto) il Premio Marcello Mastroianni, È stata la mano di Dio è stato selezionato per rappresentare l’Italia agli Oscar 2022 nella sezione miglior film straniero.

La pellicola si discosta molto dalla precedente filmografia del regista partenopeo. Troviamo in essa solo in parte il mondo immaginifico e visionario di Sorrentino, soprattutto nella descrizioni di certi personaggi eccessivi come Alfredo, la Baronessa Focale, la donna più cattiva di Napoli, Marriettiello, Antonio Capuano o nel rapporto di grande affinità elettiva che Fabietto ha con la procace zia Patrizia (interpretata da una sorprendente Luisa Ranieri, bellissima e afflitta da una inconsolabile tristezza). Da lei il ragazzo (e non il solo) è sicuramente attratto, ma è anche l’unico a comprenderne il desiderio profondo di maternità che Patrizia tenterà di esaudire grazie ad improbabili incontri con San Gennaro “in persona” o alle apparizioni di un piccolo monaco portafortuna, figura esoterica della tradizione partenopea detto “O’munaciello”.

Il film è un malinconico e contagioso racconto di una vita familiare passata ma indelebile, inondata da una galleria di personaggi, alcuni veri e altri inventati o trasfigurati, come la sorella Daniela chiusa in bagno per tutto il film; una vita fatta innanzitutto di spensieratezza, allegria, di scherzi a parenti e vicini, di amore profondo per i propri genitori, ma anche di dolore sordo, di disorientamento ed abbandono. Il tutto si traduce in una sorta di confessione pubblica a posteriori, che arriva solo dopo aver ampiamente dimostrato di avere “qualcosa da raccontare” e che non fa che aggiungere interesse a ciò che Sorrentino vorrà ancora raccontarci.

data di pubblicazione:02/12/2021


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