LA FIERA DELLE ILLUSIONI – NIGHTMARE ALLEY di Guillermo del Toro, 2022

L’ascesa e la caduta di Stan, uomo con un misero passato (contadino sì, ma con i denti dritti) che per puro caso entra a far parte di un luna park ambulante. Dotato di una spiccata intelligenza e grazie anche alla sua avvenenza fisica, riesce ben presto a imparare il mestiere di “indovino” che lo porterà a diventare il Grande Stanton, seducendo la ricca società newyorkese con i propri imbrogli. Per lui, abile manipolatore, sarà facile dimostrare di possedere doti soprannaturali di telepatia, chiaroveggenza, divinazione e, soprattutto, di essere capace di studiare i poteri occulti della mente umana.

 

 

Da Guillermo del Toro, che tutti ricordiamo per il successo ottenuto con il film La forma dell’acqua (Leone d’oro alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e due Oscar nelle categorie miglior regista e miglior film), ci si aspettava in effetti da tempo il ritorno a quel noir psicologico che ha caratterizzato buona parte della sua filmografia. La fiera delle Illusioni è tratto da un romanzo di William Lindsay Gresham e del quale già esiste una versione cinematografica del 1947, con la presenza di Tyron Power, a quel tempo considerato il divo hollywoodiano per antonomasia. Nella versione di Del Toro si rimane sicuramente subito impressionati dalla prima scena, in cui compare Stan (Bradley Cooper) impegnato a dar fuoco alla casa paterna per chiudere drasticamente un passato, che scopriremo essere per lui molto doloroso. Il plot che segue è piuttosto tortuoso, ricco di sorprese che costantemente accompagnano il protagonista in una escalation di falsità, e quindi di illusioni quando, da misero accattone, riesce a conquistare il consenso dell’alta società newyorkese appartenente ad un paese in procinto di tuffarsi nella tragedia della seconda guerra mondiale. La pellicola di Guillermo del Toro ci porta all’interno del lato più oscuro e torbido dell’uomo: in essa troviamo un mix perfetto di realtà e finzione, immaginazione e verità, psicanalisi e illusione ed ogni personaggio da manipolatore si ritroverà poi a essere a sua volta manipolato, divenendo lui stesso vittima del proprio inganno. Singolare come il regista riesca a passare da scene macabre, proprie del mondo dei cosiddetti freaks che sfruttano le proprie alterazioni fisiche per guadagnarsi da vivere, a scene patinate, ambientate in interni stile art déco, con quella ricercatezza estetica tipica degli anni Quaranta. Oltre a Cooper come protagonista principale, che sin dall’inizio riesce ad incarnare la figura di un uomo ambizioso e senza scrupoli pur di raggiungere i suoi obiettivi ma, al tempo stesso, di essere fragile e irrisolto con un passato rancoroso ancora da elaborare, il film può contare su un cast eccezionale: a partire dall’affascinante e bravissima Cate Blanchett nel ruolo della psicanalista Ritter, donna fatale e spietata, anche lei vittima di un trascorso quanto mai misterioso; e poi ancora su Toni Collette, Rooney Mara, Ron Perlman, Mary Steenburgen, oltre ai grandi Willem Dafoe, Richard Jenkins e David Strathairn.

La fiera delle Illusioni è una film di alto spessore sia per il tratto psicologico dei singoli personaggi, sia per le inquadrature e i tagli di scena. Dopo aver già ottenuto dei riconoscimenti, non ci sarebbe da stupirsi se anche i due attori principali riuscissero a conquistarsi una nomination agli Oscar 2022.

data di pubblicazione:03/02/2022


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3 Commenti

  1. Diciamo buon film, le ambientazioni sono ben descritte, come i personaggi e le atmosfere. Un pensiero a Fellini … ma assolutamente non raggiunto. Il Cast di gran livello . Interessante guardarlo

  2. Concordo con la recensione.
    I tempi sono,forse,troppo lunghi.
    La morale su cui riflettere è l’ineluttabilità del destino e l’impossibilità di cambiarlo.
    Protagonista è “LA MAGIA DELLE ILLUSIONI”con tutta la sua potenza visiva ed ipnotica

  3. Un film che sembra diviso in due parti. Tanto è affascinante la prima, in cui si riconosce la cifra stilistica e creativa di Del Toro, tanto è in un certo qual modo “deludente” la seconda, opaca riproposizione senza anima del cinema noir americano del passato, in cui è assente il tratto autoriale del regista messicano. Peccato, perché il film, anche se imperfetto (e un po’ troppo lungo) va comunque visto.

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