Tre ore per entrare nel mondo giapponese fatto dialoghi elegante in salsa Cechov. Cinema dentro teatro o viceversa con la massima attenzione per la parole, gemme di dialogo. 

 

Entrando in sala per un film che ha avuto citazioni da Oscar bisogna acclimatarsi a un altro ritmo: un ritmo diverso da quello adrenalinico dei film americani, ma anche da quello a volte troppo auto-compiaciuto di tanta cinematografia italiana. Il protagonista vive un dolore trattenuto e non espresso. Una serie di sciagure collassano la sua vita. Un glaucoma gli impedisce di guidare (scorciatoia per introdurre il fondamentale personaggio dell’autista donna) e, in sequenza, perde la figlia e la moglie. Questa serie di circostanze lo indirizza verso il lavoro e la solitudine. Sarà l’incontro con la persona che non appartiene al suo mondo riservato e in fondo privilegiato a fargli riscoprire l’umanità perduta. Riscoprire la sofferenza e la sua metabolizzazione sarà un passaggio obbligato.

A fare da sfondo alla storia c’è sullo sfondo il Giappone così diverso dal clima italico. Tradimenti senza risentimento, sesso che non ha bisogno di paludamenti a parte la sua assoluta necessità e inderogabilità. Cechov sul grande schermo era stato il canovaccio di un film di Louis Malle. Ma questo cinema restituisce l’amore per il teatro, per la memoria dell’attore e la memoria della vita. Film ipnotico da incantamento che, come si può immaginare, non ha avuto una grande distribuzione nazionale se non per la cura e la passione di alcuni esercenti. Chi si è innamorato del fil trova che non ci sia una parola fuori posto e un movimento sbagliato di macchina. Puerile definirlo intimista quando il veicolo della comunicazione mimetica passa anche per il cibo, le bevande e una carezza a un cane, la guida di un’antiquata autovettura Saab.

“Per quanto si può leggere nel cuore di una persona non si può leggere in lei come un libro aperto”. Questa citazione riassume molto dello spirito della pellicola.

data di pubblicazione: 12/11/2021


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