(Teatro Quirino – Roma, 30 marzo/3 aprile 2022)

Nello studio dell’avvocato tutti i giorni, in moto perpetuo, si ripete lo stesso gran da fare. Poi arriva Bartleby, lo scrivano scassinatore che inceppa l’ingranaggio facendo esplodere tutto quello che ha intorno. Esprime una sola preferenza: quella di non fare ciò che gli si chiede che faccia.

 

Formula dal risultato felice quella di affiancare sulla scena una compagnia di attori compatta e di grande esperienza nel mestiere del teatro a un mattatore sensibile e attento come Leo Gullotta. La versione drammaturgica di Francesco Niccolini del racconto di Herman Melville, messa in scena da Emanuele Gamba, pone in evidenza proprio il distacco che si crea tra un gruppo di impiegati nello studio di un avvocato e un uomo eccezionale nella sua singolare stravaganza, che improvvisamente irrompe nella loro routine in risposta a un annuncio di assunzione. Fatta eccezione per i due personaggi femminili di Rita, la maniacale e comica donna delle pulizie Giuliana Colzi (che dello spettacolo è anche la costumista), e della signorina Ginger (Lucia Socci), l’impiegata che vive in equilibrio tra il lavoro e gli sbalzi emotivi dei suoi colleghi maschi, l’impianto drammaturgico rimane fedele al racconto originale. Fedele soprattutto nel ritmo, costante e lento, di una narrazione che incentra sul solo personaggio di Bartleby lo svolgersi della vicenda. Tuttavia è sulle spalle dell’avvocato, e quindi di Dimitri Frosali, che tutto il peso si sposta: è lui a raccontare quello che accade nel suo studio, a presentarci i personaggi e le loro abitudini, che rimane come folgorato e ammirato davanti a Bartleby, l’impiegato che improvvisamente smette di eseguire le sue mansioni gettando tutto lo studio in subbuglio ma per il quale, per qualche motivo, comincia a provare compassione. Ad agitarsi sono soprattutto gli altri due personaggi maschili della vicenda: Turkey (Massimo Salvianti) e Nippers (Andrea Costagli), sempre a litigare per contendersi il ruolo di miglior impiegato, che letteralmente esplodono di rabbia davanti all’incomprensibile blocco del loro collega appena arrivato.

Il Bartleby di Leo Gullotta è un uomo semplice, come l’abito liso e anonimo che indossa, incastrato in un mondo che non gli appartiene. Un mondo fatto di soffocanti pareti grigie, in uno spazio appena illuminato da una piccola finestra posta troppo in alto, dalla quale cerca di afferrare i deboli raggi di sole che lascia entrare (le scene sono di Sergio Mariotti). Fissa di continuo qualcosa con un sorriso educato e composto (lascia ammirati la resistenza di Leo Gullotta a mantenere ferma la stessa espressione). È laconico e conciso nell’esprimere la sua volontà di non voler fare ciò che gli si chiede. “Avrei preferenza di no” è il ritornello che ripete di continuo, eppure sempre con una sfumatura diversa di senso, segno che è presente a sé stesso in ogni momento del dramma. È un personaggio che rifiuta il dialogo e non si esprime in monologhi neanche quando è solo. Non compie azioni significative all’infuori del fatto che mangia biscotti allo zenzero eppure è capace di scuotere tutto il piccolo mondo che gli vive intorno. Si potrebbe definire un eroe anti-teatrale. È solo nella sua battaglia, non chiede nemmeno al pubblico un sostegno. Anzi, lascia tutti in silenzio a osservare, talvolta generando una sensazione di irritante fastidio per questa continua inazione. Ci si aspetta una tirata che dia una soluzione, ma quello che torna è sempre e solo il ritornello della preferenza a dire di no. E allora non si può che fare un passo indietro, accettare di non ricevere nessuna giustificazione, e lasciarsi interrogare da Bartleby.

data di pubblicazione:05/04/2022


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