da Daniele Poto | Giu 4, 2024
regia di Maurizio Di Carmine, con Igino Angelici, Beatrice Cito Filomarino, Giulio Maria Cosmelli, Sophie De Merode, Michela Morganti, Cinzia Novallet, Francesca Sacchetti, Giovanni Sacchetti, Maria Adelaide Salvidio, Andrea Terribili, disegno luci di Paolo Macioci, scenografia Tuttinscena, organizzazione Laura Donati.
(Teatro De’ Servi – Roma, 3/4 giugno 2024)
Una commedia con un innesco facile ma funzionale per lo sviluppo farsesco. La riunione di condominio è capace di scatenare alcuni dei peggiori istinti del genere umano. Prevalenza femminile nella compagnia. Ma non è una novità.
Un’assemblea di condominio che, senza volerlo, allude a Godot. Perché i temi dell’ordine del giorno non vengono mai trattati. I condomini sono caratterizzati ed estremizzati nelle loro manie e preferenze. L’argomento dell’ascensore è un tormentone da filo rosso ma naturalmente ci si accapiglia e non si trova la quadra su nessun argomento. Quando la riunione si scioglie nessun problema reale è stato risolto. Vi ricorda qualcosa? Tra tante tipizzazioni spicca quella dell’eccentrica e visibilissima russa pronto a contestare ogni aspetto della degenerata società occidentale (e con qualche lume di ragione peraltro). Apprezzabile lavoro di intarsio perché non è facile predisporre battute e empatia recitativa quando in scena ci sono dieci attori con professionalità diverse. Dunque cocktail riuscito evitando la mayonese impazzita. Quando si scoprono gli altarini l’indice è puntato sull’idraulico rozzo ma intraprendente che deve confessare alla moglie una vasta quantità di amanti all’interno del palazzo, con l’appartamento al primo piano sfruttato per la bisogna. Sala piena e generosamente entusiasta per un’opera di fine stagione ma non a qualità di saldo. Bravo il regista a contenere lo sviluppo nell’arco di settanta minuti effettivi. Il teatro leggero ribadisce ancora una volta la sua profonda volontà di trovare uno spazio in una sala che ha questa etichetta nel repertorio.
data di pubblicazione:04/06/2024
Il nostro voto: 
da Accreditati | Giu 3, 2024
Festeggia i dieci anni di vita una piccola e grande associazione che ha posto il buono e il bello come intestazione della propria ragione sociale. In anti tendenza rispetto al cattivismo contemporaneo, al revisionismo della cancel culture e al regno delle fake news, B-hop, grazie alla spinta della promoter Patrizia Caiffa e di una folta schiera di attiviste e attiviste, parla del mondo ideale che vorremo frequentare. Fatto di realismo ma sopratutto di incontri positivi, di comunicazione, innestando il racconto su testimonianze di primo mano nella testata https://www.b-hop.it/. Giornalismo di primo impatto, verace ma anche spregiudicato. Un’associazione che non è solo una sigla ma partecipa attivamente a bandi, si propone per il 5 per mille, amplia continuamente la base della partecipazione volontaria, raccogliendo adesioni in tutta Italia. Una fissazione di questo sviluppo sarà documentato nella festa che si terra presso la più evoluta Libreria romana. Il prossimo sabato 8 giugno a partire dalle ore 17 in viale Somalia 50 A presso Eli sotto l’insegna programmatica L’arte della bellezza sfileranno i protagonisti di questa iniziativa in una kermesse che prevede discorsi programmatici, l’esibizione dei musicisti Riccardo Romero, Alice Clarini, Mauro e Giustini, il Quartetto Sadness, Giovanni Ripoli e il consueto quiz letterario condotta da Daniele Poto. Un brindisi finale suggellerà l’incontro ponendo le basi per i progetti futuri. Partecipazione libera ed auspicata per ampliare la base degli aderenti.
data di pubblicazione:03/06/2024
da Giovanni M. Ripoli | Giu 2, 2024
Tom Ripley vaga senza meta e senza un vero lavoro nella New York dei primi anni 60. Si arrangia come può con piccoli imbrogli alla ricerca del colpo che potrebbe cambiargli la vita…La sua natura è inquieta ed è quella di un truffatore, ingegnoso, ma privo di scrupoli. Un incontro casuale con un investigatore e un equivoco gli offriranno la tanto attesa svolta.
Trattandosi dell’ennesima versione del primo e più famoso romanzo di Patricia Highsmith Il Talento di Mr.Ripley, la storia vi sarà certamente nota. Nel 1960, Renè Clèment portò sullo schermo, Delitto in Pieno Sole con Alain Delon, Maurice Ronet e Marie Laforèt. Nel 99, Anthony Minghella, girò un piccolo capolavoro, Il Talento di Mr.Ripley, liberamente tratto dal romanzo e splendidamente interpretato da Jude Law, Matt Damon e Gwyneth Paltrow. Per il cinema vennero girati in seguito altri episodi tratti dai romanzi della Highsmith, sempre incentrati sulla figura dell’inquietante Ripley.
In quasi sessanta anni, dunque, Tom Ripley ha assunto differenti incarnazioni a seconda della sensibilità dei registi e degli attori che si sono cimentati nella trasposizione del complesso thriller della scrittrice di Fort Worth. L’ultimo adattamento viene ora proposto dalla piattaforma Netflix, e va detto subito: si tratta di un prodotto di altissimo livello. La garanzia sull’affidabilità della serie, interamente girata in un affascinante bianconero nasce dallo script e dalla regia di Steven Zaillian e dalla fotografia di Robert Elswit ovvero due autentici fuoriclasse della moderna cinematografia. Il primo abituale frequentatore della Academy, vincitore nel ’94 dell’Oscar per la migliore sceneggiatura non originale per, Schindler List e candidato in altre numerose occasioni (Risvegli,1991, Gangs of New York, 2003, The Irishman, 2020). Il secondo premio Oscar per Il Petroliere nel 2007. Riconosciuti i meriti autoriali, cerchiamo di spiegare perché questo, Ripley è una grande miniserie vicina alla perfezione stilistica e, in assoluto, tra le più belle mai viste. Evidente che la possibilità offerta dalla serialità di diluire e al tempo stesso approfondire la psicologia dei personaggi, rende, Ripley la versione più contigua al romanzo primigenio. Ed è in questo rigoroso alveo che Zaillian si è mosso, cercando nei limiti del possibile di essere il più aderente alle torbide atmosfere del bestseller della romanziera texana. Un noir che ha tutti i crismi del genere, sviluppato in otto episodi della durata di 45 minuti. Episodi che raccontano: una trama originale in continua evoluzione, persino nei momenti più statici, l’Italia degli anni 60, personaggi diversi e abilmente sfaccettati. La bellezza delle location mozzafiato, i paesini della costiera amalfitana, ma anche Roma, Napoli, Firenze, Sanremo, Venezia, la raffinatezza degli interni, la sobrietà degli attori, l’essenzialità dei dialoghi e su tutto una meravigliosa fotografia in B/N , rendono unica la serie. A voler cercare un difetto gli si potrebbe imputare un eccesso di formalismo a scapito della sostanza ma, vivaddio, ce ne fossero prodotti così curati in ogni dettaglio, Tutto funziona a meraviglia all’interno delle otto puntate che fanno presagire un necessario e auspicabile seguito nella prossima stagione. Nel perfetto ingranaggio, particolarmente azzeccati risultano gli attori e la colonna sonora a cura di Jeff Russo, arricchita dalle canzoni del tempo, quindi Mina, Celentano, Fred Buscaglione ,Roy Orbison e tanti altri.
Andrew Scott (Sherlock, Fleabag, Estranei) ha le cadenze giuste per Tom Ripley, ambiguo, spregevole e vulnerabile, al tempo stesso. Dickie Greenfield, l’amico, ammirato ed invidiato da Ripley perchè bello, ricco ed elegante non fa rimpiangere il Jude Law di Minghella ed è ben impersonato da Johnny Flynn, musicista, cantante e attore sudafricano, di belle speranze. Nel cast figurano in ruoli significativi Dakota Fenning, nei panni di Marge Sherwood, la sofisticata fidanzata di Dickie, prima a sospettare dell’ambiguità di Ripley. Diversi gli attori italiani presenti e ricordo, fra i tanti, Margherita Buy, nell’insolito ruolo di una scialba portinaia e il bravo Maurizio Lombardi, arguto e sospettoso poliziotto. Concludendo ci sono “N” ragioni per lasciarsi sedurre da Ripley, un piccolo capolavoro, una serie che molti critici suggeriscono di gustare, centellinandone ogni singolo frammento.
data di pubblicazione:02/05/2024
da Antonio Jacolina | Giu 1, 2024
Francia 1875, Bretagna rurale. Rosalie (N. Tereszkiewicz) è affetta da irsutismo. Costretta ad una minuziosa rasatura giornaliera vive in solitudine e nasconde la diversità per timore del giudizio altrui. Sogna però una vita normale. Accetta il matrimonio combinato con l’ignaro Abel (B. Magimel), proprietario di un bistrot che, pieno di debiti, punta alla sua ricca dote. Respinta la notte delle nozze, Rosalie decide comunque di vivere la sua vita e…
Lo dicevamo già nel 2018 recensendo Tutti gli uomini di Vittoria. Lo ribadiamo ancora una volta. Il Cinema d’Oltralpe continua ad essere un cinema al femminile, in cui dominano e vengono disegnate sempre nuove e interessanti figure di donna. Presentata nella Sezione Un Certain Regard a Cannes ’23, l’opera seconda della giovane cineasta francese ci propone la storia di una donna piena di contraddizioni e dallo strano destino. Una delicata e toccante esperienza cinematografica per riflettere sulla diversità, l’apparenza, l’identità e la dignità dell’individuo, sul giudizio degli altri e sull’accettazione di sé. Ispirato a un fatto vero, il film non si allinea alla categoria dei biopic. La regista affronta invece la vicenda come una storia d’Amore. Trasporta i fatti alla fine del XIX secolo in una Francia profonda ed ancora socialmente retrograda. Al centro una donna fuori dal comune che rifiuta lo stato di fenomeno da baraccone e rivendica, al contrario, la sua femminilità. Un essere umano tenero e coinvolgente, anche se il suo difetto estetico tanto attrae quanto respinge. Una donna che vuole vivere la propria identità e farsi accettare per quello che è. Siamo molto lontani dal cinismo de La donna scimmia di Ferreri, semmai c’è un’eco lontana di The Elephant Man di Lynch.
Il film non indugia più di tanto sul segreto. Pur respinta fisicamente dal marito, Rosalie, con un sorprendente approccio ribelle, cessa di radersi e gli si affianca nella gestione del bistrot, puntando sulla curiosità dei paesani. La piccola comunità reagisce fra il divertimento ed il rifiuto. La situazione economica cambia e gli affari vanno bene. Cambia pian piano anche lo sguardo con cui Abel, con sorpresa e crescente timore, vede Rosalie e il suo charme femminile al di là dell’apparenza barbuta. L’amore e l’attrazione iniziano a farsi strada, sia pur confusamente.
Vera chiave di volta del film è l’interpretazione di alto livello dei due protagonisti. Magimel presta la sua fisicità tanto imponente quanto fragile interiormente. La Tereszkiewicz, già apprezzata in Mon crime di Ozon, è talentuosa, convincente e sensibile. Come sempre nei film francesi, ottimi i secondi ruoli. La messa in scena e la regia sono apprezzabili. Qualche approccio è troppo classico ma è un peccato veniale e si può perdonare, così come qualche anacronismo e discordanza comportamentale nella sceneggiatura. La Di Giusto usa la cinepresa con delicatezza, filma paesaggi sublimi e crea un’atmosfera poetica ed atemporale. Le inquadrature strette sui volti ci consentono di cogliere le emozioni intime. Il tutto senza coloriture eccessive e senza mai scivolare nel mélo.
Rosalie è un film che sorprende e commuove, femminile senza essere femminista. Un’opera di apprezzabile bellezza formale che affronta con finezza un caso particolare e lo trasforma in un tema universale, celebrando la diversità.
data di pubblicazione:01/05/2024
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da Giovanni M. Ripoli | Mag 30, 2024
Film e serie ispirate al West, visibili in streaming. Ce n’è per tutti i gusti in TV e sulle diverse piattaforme. Ormai sostituiscono i cinema per ripensare e a volte arricchire un genere che conta ancora molti appassionati. Di seguito, una breve rassegna dei più significativi.
Forse non si può parlare di una novella consacrazione del genere, ma certamente, almeno in streaming, il western non è tramontato! Sappiamo tutti come il western sia sorto come genere cinematografico e come la sua evoluzione si sia sempre accompagnata a quella stessa del cinema. Possiamo dire citando, Andrè Bazin, uno dei critici cinematografici più influenti del secolo scorso, che il western è il solo genere le cui origini si confondono con quelle stesse del cinema. Oggi il tramite più immediato delle storie della frontiera è rappresentato dalle piattaforme in streaming, ovvero il caricamento audio e video attraverso internet. In perenne competizione fra loro, le varie, Netflix, Amazon Prime, Disney, Tim vision etc. in un universo in continua espansione, offrono film e soprattutto serie tv, teatro di storie segnate dalla presenza di uomini e donne forti e volitive in lotta col mondo circostante.Occorre dire che, rispetto alle trame dei capolavori di Ford, Hawks, Mann, il genere presenta una varietà e senz’altro maggiore aderenza alla realtà storica. Ne è un buon esempio, Lawmen- La storia di Bass Reeves (visibile su Paramount +) o anche, The English, mini serie con una intensa Emily Blunt. Continue sono poi le contaminazioni con l’horror o la fantascienza che, se ai puristi fanno storcere il naso, di contro avvicinano il genere alle giovani generazioni. Sul primo versante troviamo, Organ Trail di Michae Patrick Jann, vero e proprio corso di sopravvivenza nel Montana innevato del 1970. cui si sottopone la protagonista Abby Archer. Più incline alla fantascienza è invece la serie, Outer Range, già alla seconda stagione su Amazon Prime con Josh Brolin nella parte di un allevatore del Wyoming, coinvolto in una serie di misteri soprannaturali. Buona tensione ma, in verità, solo l’ambientazione è western!
In termini di suggerimenti assoluti, a detta dello scrivente, tocca segnalare il documentario, Lakota Nation vs United States (per pochi giorni anche al cinema) sullo scenario delle Black Hills e dei suoi nativi in lotta per riconquistare la terra sacra loro rubata in violazione di un trattato. In modo particolare vanno spese parole di elogio per la serie, 1883, prequel di Yellowstone, western moderno di Sky con Kevin Costner, ormai alla sua quinta stagione, certamente il miglior prodotto apparso nelle piattaforme. La serie segue le vicende,della famiglia di John Dutton che divenne in quell’anno proprietaria di vaste terre del Montana. Scritta e diretta da Taylor Sheridan, amico e sodale di Costner per cui ha sceneggiato,Yellowstone, serie di grandissimo successo, di cui rappresenta il prequel. Storia e interpreti sono perfettamente centrati, Sam Elliott (il capo carovana), Tim Mc Graw (John Dutton), Isabel May (la dolce e coraggiosa Elsa Dutton). Dieci puntate che ci raccontano frontiere infinite e pericolose, un west sporco e cattivo, ma anche tenero e suggestivo, all’interno di una trama di grande impatto. Lo stesso Sheridan ha poi scritto e diretto molte puntate di 1923, che in pratica prosegue negli anni a seguire le vicende della famiglia Dutton che trovano poi sviluppo nella serie, Yellowstone, ancora in attesa della sesta stagione… Per non farci mancare niente, anche lo /gli Spaghetti -western hanno trovato posto con una rivisitazione di Django, in un racconto diverso dal film, che si muove fra razzismo e redenzione con tanto di cameo di Franco Nero. Ancora più truce è la serie, That Dirty Black Bag, dove è facile intuire cosa ci sia nel sacco dello spietato bounty killer. Comunque c’è da divertirsi e non è finita perchè altre produzioni sono in arrivo…in attesa di Kevin Costner, l’ultimo westerner di Hollywood che si gioca tutto con il suo, Horizon, An American Saga, questa volta al cinema a giugno!
data di pubblicazione:30/05/2024
da Antonio Iraci | Mag 29, 2024
Vincent lavora come pubblicitario in uno studio grafico di Lione. Un giorno uno stagista, che fa pratica con lui, lo aggredisce con il suo tablet senza apparente motivo. Da quel momento Vincent sarà vittima di attacchi sempre più frequenti da parte di persone comuni che casualmente incrociano il suo sguardo. Pur isolandosi nella casa di campagna, sarà inevitabile incontrare qualcuno che senza motivo lo vuole morto. La violenza intanto aumenta nel Paese come un virus irrefrenabile che si sta diffondendo tra la gente…
Presentato lo scorso anno a Cannes alla Semaine De La Critique e in Italia al Torino Film festival, finalmente ora nelle sale l’atteso film horror diretto dall’esordiente regista francese Stéphan Castang. Si tratta di una storia alquanto angosciante perché ambientata in una società dove la violenza sembra estendersi inspiegabilmente a macchia d’olio. Partendo dal mite Vincent (Karim Leklou) al centro della vicenda, ben presto si scoprirà che alcuni individui, come lui, sono violentemente aggrediti non appena vengono fissati da altri, sia pur incontrati occasionalmente. Basta uno sguardo e si scatena una furia omicida che li vuole morti. Ma basterà isolarsi per evitare questa spirale di violenza contagiosa oramai fuori controllo? Dopo aver abbandonato tutto e tutti il protagonista dovrà affrontare una serie di avventure e dovrà lottare tenacemente per difendere la propria incolumità. L’incontro con Margaux (Vimala Pons), una cameriera di un fast food, aprirà uno spiraglio nella sua vita che presto si è trasformata in un perenne incubo. Ma Vincent sarà attaccato anche da lei che pur amandolo non potrà controllare la propria aggressività. Il regista ci spinge a riflettere sui malesseri di questa società che spinge all’isolamento esistenziale e che trova nell’arma della violenza il mezzo per sopravvivere. Una visione quindi catastrofica di un’epoca carica di odio e di guerre di potere. Il protagonista è una persona normale che non ha mai fatto del male a nessuno eppure è al centro di una malvagità collettiva senza possibilità di scampo. Un film pieno di sorprese, per la maggior parte sgradevoli, che sicuramente coinvolgono grazie anche alla sapiente regia di Castang che già per questo suo primo film ha attirato l’attenzione della critica internazionale.
data di pubblicazione:29/05/2024
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da Rossano Giuppa | Mag 27, 2024
(Teatro Argentina – Roma 23 maggio/2 giugno 2024)
In scena al teatro Argentina di Roma Diari d’amore per la regia di Nanni Moretti, un dittico formato da due commedie di Natalia Ginzburg, Dialogo e Fragola e Panna. In entrambe il regista esplora con ironia relazioni affettive della società borghese, spente e rassegnate, nelle quali i personaggi si troveranno a parlare di matrimonio, fedeltà, maternità e amicizia, esplicitando inettitudini ed incapacità di essere e di amare (foto Alberto Novelli).
Nanni Moretti sceglie il “teatro delle chiacchiere” di Natalia Ginzburg, figura di primo piano della letteratura italiana del Novecento, per raccontarci le vicende di due nuclei familiari dai valori etici inconsistenti, scegliendo una chiave di lettura fredda, che converte in commedia fatti altrimenti tragici della vita dei protagonisti.
Il sipario si apre con una camera da letto dove Francesco, interpretato da Valerio Binasco, scrittore casalingo di buone maniere e noioso al tempo stesso, disquisisce del nulla con la moglie Marta (Alessia Giuliani) che alla fine confessa d’avere una relazione con un loro amico comune, che le ha anche procurato un nuovo lavoro. Una lettera appena giunta rivelerà invece che l’amante non ce la fa a rompere con la moglie e che la porta in viaggio in Spagna, lasciando i due miseri coniugi con un niente di fatto per il loro ménage.
Più affollato è Fragola e panna: bussa alla porta di una villa in campagna la giovane Barbara in fuga dal marito (Arianna Pozzoli), sostenendo di essere una cugina e si intrattiene con la domestica Tosca, logorroica e popolana (Daria Deflorian). Arriva la signora Flaminia (Alessia Giuliani) che intuisce che la ragazza ha una storia con il marito; interviene la sorella di lei (Giorgia Senesi) che trova un posto dove far passare la notte alla ragazza per farla così andar via dalla casa. Giunge infine il marito Cesare (Valerio Binasco) che rivela alla moglie di non avere alcuna intenzione di occuparsi della ragazza, che viene abbandonata così al proprio destino.
Due contesti tragicomici con finali sospesi, due storie di coppie borghesi alla ricerca di risvegli e alibi, imprigionate in contesti ingombranti e vuoti al tempo stesso che le scene di Sergio Tramonti e le luci di Pasquale Mari incastonano perfettamente tra un letto matrimoniale notturno ed un salotto borghese isolato dalla neve.
Un cast di attori che ruota intorno a un Valerio Binasco perfetto anti-eroe borghese in due declinazioni assolutamente efficaci e Daria Deflorian che svetta nel personaggio solo in apparenza marginale, ma decisivo della domestica, petulante sì ma in grado di svelare le dinamiche borghesi di un gioco al massacro che non si consuma mai completamente.
data di pubblicazione:27/05/2024
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da Paolo Talone | Mag 26, 2024
regia di Andrée Ruth Shammah, con Marina Rocco, Mariella Valentini, Luca Sandri e Filippo Lai
(Teatro Vascello – Roma, 21/26 maggio 2024)
A un anno dal debutto milanese arriva al teatro Vascello di Roma La Maria Brasca di Giovanni Testori. Marina Rocco veste i panni della calzettaia di Vialba nel riallestimento dello storico spettacolo firmato da Andrée Shammah per celebrare i cento anni dalla nascita dell’autore e cinquanta dalla fondazione del Teatro Franco Parenti di Milano.
Sanguigna e testarda al limite del capriccio, la Maria Brasca di Marina Rocco è uno scrigno di speranza e di freschezza tutta giovanile. Donna del popolo e della periferia, milanese senza dubbio, per cui il sacrificio e il lavoro sono una ragione quotidiana e inevitabile. Non ha dimenticato i sogni dell’adolescenza eppure ha già sviluppato una corazza resistente, in merito dell’esperienza della vita. Energica e sfrontata al punto da sfidare a testa alta il pregiudizio di chi le contesta di aver avuto troppi amanti e ora un fidanzato più giovane, senza un lavoro, che sembra non disprezzare la compagnia di altre donne a soddisfazione di uno spirito machista tipico della vecchia Italia del dopoguerra. Caparbia e risoluta come solo una lombarda può essere, alla fine ottiene il consenso di Romeo a sposarla, facendo terminare in commedia una storia che poteva benissimo dalle premesse avere un finale drammatico.
Anche Roma festeggia Giovanni Testori in occasione dei cento anni dalla nascita. Autore prolifico e complesso, subito dopo la guerra inizia a raccontare la periferia del capoluogo lombardo con I Segreti di Milano, una raccolta di romanzi e racconti in cui si inseriscono i due lavori per il teatro La Maria Brasca e L’Arialda. Alla fine degli anni Cinquanta viene invitato a scrivere un testo per il Piccolo di Strehler e Grassi da Mario Missiroli, alla sua prima regia ufficiale dopo il diploma alla Silvio D’Amico. La Maria Brasca entra nel cartellone del primo teatro stabile, da poco costituito come ente autonomo, tra le novità italiane che sappiano raccontare i cambiamenti del belpaese per la stagione 1959/60. Protagonista è Franca Valeri che proprio con un testo (oggi perduto) di Testori, La Caterina di Dio, ebbe il suo debutto teatrale anni prima quando ancora si faceva chiamare con il suo vero nome, Franca Norsa.
Le scene sono di Luciano Damiani e tra il pubblico è presente Adriana Asti, trentadue anni dopo chiamata a ricoprire il ruolo della Maria nella regia della Shammah nello storico teatro, il Franco Parenti, aperto dalla regista insieme all’attore Parenti e a Testori cinquant’anni fa. Un altro importante anniversario da festeggiare. L’edizione del 1992, come quella di Missiroli, viene seguita e apprezzata dall’autore, all’epoca ricoverato al San Raffaele dove sarebbe scomparso l’anno dopo.
Lo spettacolo ospitato al Vascello è quindi carico di storia e di ricordi. In embrione ci sono tutti gli elementi che Testori svilupperà nella produzione successiva. C’è l’esempio di una grande donna. C’è soprattutto la periferia milanese, laboriosa e indigente ma già proiettata verso la crescita e il benessere. Questa la Milano evocata dalla Shammah, a cui la regista aggiunge un pizzico di spensieratezza che dà colore alla scena. Il grigiore del muro di mattoni nel cortile del casermone nei pressi delle fabbriche viene allietato infatti da un’umanità vivace e autentica.
Al centro della scena disegnata da Gianmaurizio Fercioni (curata nel riallestimento da Albertino Accalai in collaborazione per i costumi con Simona Dondoni) si apre a saracinesca uno squarcio rettangolare che mostra la cucina dell’appartamento della famiglia Scotti, punto focale di tutta l’azione. È qui che vive Maria, ospite nella casa del cognato Angelo (Luca Sandri) e della sorella Enrica, una strepitosa Mariella Valentini. Le due sorelle sono una il contrario dell’altra. Mentre Maria è ferma nelle proprie convinzioni e sa guardare gli uomini in faccia, soprattutto il suo Romeo (Filippo Lai), Enrica è una donna remissiva, guidata da un forte spirito di abnegazione, dedita alla famiglia, per cui sacrifica tutto, e molto attenta al buon nome e alla reputazione. La maldicenza e il giudizio degli altri stanno infatti al centro dei litigi familiari. Ma per Maria sono come quelle foglie morte che si ammassano nel cortile del fabbricato e che uno spazzino può spazzare via con un colpo di scopa. La dignità è solo quella che riesce a toccare con mano quando è con il suo Romeo.
Manca dall’elenco dei personaggi solo la Giuseppa, che nel testo svolge il ruolo dell’amica e confidente della Brasca. La sua funzione drammaturgica viene però compiuta da una donna scelta a caso tra la platea alla quale la protagonista si rivolge come a una vecchia conoscenza, come fosse una compagna di fabbrica. A lei e al pubblico consegna tutta la sua felicità che sta nell’aver saputo realizzare i propri sogni, seguendo il suo solo istinto.
data di pubblicazione:26/05/2024
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Mag 26, 2024
Si è appena chiusa la grande Kermesse che per due settimane ha ruotato attorno alla Competizione Ufficiale sulla Croisette. Si ripete puntuale la solita storia di tutti i grandi Festival. False voci, illusioni, delusioni, film inutili, belle sorprese e contestazioni. I pronostici sono sempre scritti sull’acqua. E’ ormai consolidato il divorzio fra Critica, Giuria e Pubblico. Ognuno procede per conto proprio. Resterà da vedere poi quale sarà il vero giudizio finale, quello degli spettatori al botteghino. Tutto era già nell’aria. Si diceva infatti che la Giuria presieduta dalla Gerwig sarebbe stata imprevedibile. E lo è stata! Una scelta finale, la sua, che pone dubbi su quali siano stati i valori cinematografici di riferimento. A generare sorpresa trionfa infatti una produzione Indy. Quel Cinema Indipendente americano tanto caro alla regista di Barbie. Forse sarà pure il cinema del Futuro ma quest’anno in Concorso c’erano altri film che avrebbero meritato il massimo premio.
La Palma d’Oro è quindi andata ad Anora di Sean Baker. Un film, ha dichiarato la Gerwig, “pieno di umorismo e di umanità”. Anche la Generazione Z ha così diritto alle sue favole! La storia di una sex worker, una Cenerentola dei nostri giorni, una Pretty Woman di Brooklyn con un finale meno hollywoodiano di quella del 1990. Una gradevole favola che, volendola proprio premiare, avrebbe più correttamente meritato un riconoscimento minore.
Il resto del Palmares è:
Grand Prix a All we imagine as light dell’indiana Payal Kapadia. Una storia trasognata dell’amicizia di tre donne a Mumbay;
Premio della Giuria a Emilia Perez di Jacques Audiard. Un imprevedibile thriller, un mélo sotto forma di musical. Un’idea geniale di un grande autore che sfugge a tutti i cliché;
Premio Speciale della Giuria a The Seed of the Sacred Fig dell’esule iraniano Mohammad Rosoulof. Un omaggio alle giovani iraniane che manifestano per la libertà a rischio della vita;
Premio Migliore Regia al portoghese Miguel Games per Grand Tour. Un film tra passato e presente, un tour attraverso l’Oriente di due innamorati che si cercano e si sfuggono;
Premio Migliore Sceneggiatura a The Substance della francese Coralie Fargeat. Un body-horror sul culto della bellezza e della giovinezza, con una rediviva Demi Moore;
Premio Migliore Attrice alle quattro protagoniste del bellissimo Emilia Perez;
Premio Migliore Attore a Jesse Plemons per la sua triplice interpretazione in Kinds of Kindness.
Fra i non premiati, ma degni di attenzione, segnaliamo:
Kinds of Kindness di Y. Lanthimos, in cui il regista ritorna alla matrice grottesca e surreale dei suoi esordi; Megalopolis di F.F. Coppola, B-movie fantasmagorico di un Autore che ha fatto la Storia del Cinema e Horizon di K. Costner, un western, una imperdibile opportunità per chi ama il genere.
E il Cinema Italiano? Purtroppo per Paolo Sorrentino l’abilità diplomatica di Favino in giuria nulla ha potuto. Forse le nostre storie non riescono ad avere quel valore universale che può colpire. Il film però non potrà non essere visto e forse meglio apprezzato.
Unico successo in qualche modo “italiano” è stato quello de I Dannati di Roberto Minervini nella sezione Un Certain Regard. Il cineasta vive e lavora da 24 anni negli Stati Uniti e il suo atipico western è un apologo sull’insensatezza di ogni guerra.
Insomma, una grande abbuffata di film, forse troppi. Al di là dei casi individuali, la presenza di tanti mostri sacri ancora attivi e di giovani talenti emergenti confermano che il Cinema è vitale. Come ha detto F.F.Coppola… Vive le Cinéma!
data di pubblicazione:26/05/2024
da Accreditati | Mag 23, 2024
Un bambino lasciato da solo in casa fino a tarda sera, in assenza della madre, barista in un locale notturno, decide di mettersi a friggere patate per fame improvvisa e finisce per ustionarsi. Dal ricovero in ospedale alla “presa in carico” da parte dei servizi sociali il passo è breve. A partire da quel preciso momento ha inizio l’incubo delle “sabbie mobili”. Sylvie tenterà in ogni modo di riprendere con sé il proprio figlio Sofiane, trasferito contro la sua stessa volontà in una casa- famiglia.
Opera prima della regista Delphine Deloget, che è anche sceneggiatrice della storia, sostenuto da ritmi vorticosi e dialoghi incalzanti, questo film dipinge un dramma familiare, e si spinge oltre. Lo lascia parlare, gli dà voce. E lo fa con un linguaggio diverso, trascinando chiunque vi si accosti in una vera e propria discesa agli Inferi. Là dove Orfeo perde per sempre la sua Euridice, per non aver resistito all’impulso di volerla rivedere. Dove è relegata la giovane Kore, strappata dalle braccia della madre da un’entità oscura, più grande e più forte. E dove le paure ataviche – separazione, perdita, abbandono – si materializzano come ombre nella caverna.
Allontanato dalla propria casa per avere garantita una “maggiore tutela”, Sofiane (interpretato dal piccolo Alexis Tonetti) vede il fratello Jean Jacques (Félix Lefebvre), e persino la propria madre, sempre più raramente. In contesti “protetti”. Per rimanere attaccato a lei, non può fare altro che annodarle i capelli, una ciocca dopo l’altra, con le dita sottili. E poi, scaduto il tempo della visita, aggrapparsi a quella treccia come fosse il cordone originario, che ancora li lega.
La donna, dal canto suo, lotta anche lei, con le poche risorse a sua disposizione. I due fratelli innanzitutto, fragili e sgangherati ma presenti e pronti a sostenerla. Alcuni amici fidati, solidali ciascuno a modo proprio. E i compagni di terapia, cui hanno ugualmente sottratto i figli. Fagocitati anch’essi dalla macchina giudiziaria, questi compaiono sulla scena seduti in cerchio, come in una sorta di rito iniziatico, e annunciano mostri: “Ricorda di passare la candeggina ovunque, prima che loro ti tornino dentro casa”.
In questo viaggio “dentro la notte”, lo spettatore si identifica con madre e figli, provando empatia. Vive con loro, partecipa della loro storia. Poiché non è solo “finzione”, questo film. È un pugno allo stomaco, un getto d’acqua fredda sparata sul viso, un tizzone che brucia, contro il petto, e che lascerà cicatrici. E proprio la cicatrice – tanto reale quanto metaforica – “tatuata” sul petto del bambino è il leitmotiv della storia. Motivo di sofferenza e al tempo stesso di orgoglio (“me l’ha fatta un drago!”), e di forza interiore.
Convincente la prova dei due giovani attori, fratelli indivisibili e complici, dall’inizio alla fine.
Notevole, al di sopra di ogni altra, l’interpretazione di Virginie Efira – Sylvie – di volta in volta imponente e sommessa, inarrestabile e meditativa. Con lo sguardo fermo e fisso all’orizzonte, lungo il cammino di feuilles mortes.
data di pubblicazione:23/05/2024
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