da Daniele Poto | Feb 11, 2023
(Teatro India – Roma, 7/12 febbraio 2023)
Teatro nel teatro con un titolo che rimanda al topos scespiriano ma anche edoardiano. Sperando di non farsi suggestionare dai luoghi comuni di Marzullo.
Un attore dedito a una facile commercializzazione del proprio lavoro si confronta con due interlocutori irrisolti: la figlia che rimprovera al padre l’abbandono, l’allievo che si specchia con ammirazione nel maestro e cerca di ripercorrerne le orme, provando a instaurare un rapporto dialettico, a tratti paritario. In scena non tutte le ciambelle riescono con il buco. La scenografia minimale a disposizione dell’indubbia bravura di Carpentieri non raccoglie palpiti perché i due partner non reggono il gioco con adeguata maestria. L’attrice sfoggia una voce metallicamente monocorde che ci impedisce di entrare nella sua sfera emotiva. Così è un’occasione sprecata per tanto talento, Perché quando il protagonista distilla perle del teatro classico quasi spereresti che si abbandonasse a un lunghissimo monologo. Certo, non erano queste le intenzioni di autore e regista che volevano dare vita a una storia compiuta. Il finale tronco e inaspettato è un altro imprevedibile strappo incoerente. Così i dialoghi a volte si animano ma poi ricadono nella piattezza banale non riuscendo a dare continuità allo sviluppo. Stoffa cucita male, un po’ rattoppata all’ombra del mattatore La magia del teatro si annusa a tratti ma non ammalia come ambirebbe nella sua dichiarazione programmatica di scena. Di diverso avviso evidentemente il pubblico stregato dall’indubbio carisma di Carpentieri. Il Teatro India dal giorno dell’apertura si dibatte nella consueta provvisorietà: parcheggio impossibile, bar ai limiti della presentabilità, spazi teatrali non utilizzati, peraltro ben in linea con la fatiscenza di chi lo gestisce (vedi anche stallo del Teatro Valle, molto più funzionale e vivo quando era occupato).
data di pubblicazione:11/02/2023
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da Antonio Iraci | Feb 9, 2023
Nicholas, appena diciassettenne, a due anni dal divorzio dei genitori sembra ancora non abituarsi all’idea. Caduto in una forma acuta di depressione, manifesta il proprio disagio rifiutando qualsiasi contatto con la vita sociale, sia in ambito scolastico sia nei confronti dei genitori, sempre più preoccupati della sua salute mentale. Intanto il padre ha costruito per sé una nuova famiglia e da avvocato di successo sta per entrare in politica, a fianco di un senatore in lizza per le primarie…
Florian Zeller, drammaturgo francese, dopo il successo internazionale ottenuto con il film The Father (nel 2021 due premi Oscar: a Anthony Hopkins come migliore attore protagonista e allo stesso regista per la migliore sceneggiatura non originale) ritorna con The Son ad affrontare i temi, a lui cari, dei disturbi mentali e dei rapporti all’interno della famiglia. Nel primo film, anch’esso tratto da una pièce teatrale dello stesso Zeller, si affrontava il legame problematico tra un padre, affetto da Alzheimer, e sua figlia. In questo ultimo lavoro, invece, il regista affronta un problema inverso: un figlio che, nonostante i vari tentativi, non riesce più a riconoscere i genitori e ad accettare che la vita possa andare avanti anche dopo la loro separazione. La sua mente rifugge da questa idea e non riesce più a concepire di vivere come una persona “normale”, in un contesto del tutto normale. Vani gli sforzi da parte del padre di affrontare un dialogo costruttivo e di comportarsi come un buon genitore, attento ai problemi del figlio, esattamente l’opposto di quello che aveva fatto suo padre, disinteressandosi totalmente di lui. Ecco che ancora una volta il regista si sente emotivamente coinvolto nel rappresentare tutti gli elementi di un dramma familiare oltre che individuale. Ottima l’interpretazione dei due protagonisti: Hugh Jackman nella parte di Peter, il padre del ragazzo, e il premio Oscar Laura Dern nella parte della madre Kate, attrice californiana poliedrica che ha lavorato con i registi più famosi di Hollywood, tra questi David Lynch, Clint Eastwood, Robert Altman e Steven Spielberg. Assolutamente di tutto rispetto anche l’interpretazione dell’esordiente Zen McGrath, nel ruolo di Nicholas, giovanissimo attore australiano che sa bene interpretare il non facile personaggio dell’adolescente depresso al quale oramai tutto sfugge di mano. Il regista, nel curare anche la sceneggiatura, è stato attento a mostrare in termini asciutti le dinamiche, spesso incontrollabili, all’interno della famiglia, anche nei casi in cui tutto sembra andare avanti nel migliore dei modi. Qui l’amore genitoriale non risulta più sufficiente a colmare il baratro del disagio mentale del giovane Nicholas. Il film, presentato in concorso nell’ultima edizione del Festival di Venezia, è stato accolto benevolmente dalla critica internazionale.
data di pubblicazione:09/02/2023
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da Daniele Poto | Feb 9, 2023
(Teatro Il Parioli Roma, 8/12 febbraio 2023)
Un Cechov scrupolosamente rispettato nella trama ma con la volontà di movimentare la scena con andamento mosso e persino qualche acrobazia. Bizzarrie di scena che non stonano rispetto alla tradizione. Cederna, l’attore di punta è inserito in un ensemble affiatato e di sicura affidabilità.
Il politicamente corretto in chiave bellica non ha tarpato le ali alla proposta cechoviana dell’innovativo teatro di Roma nord. Lo spettacolo restituisce il mood del cambiamento: dalla società agricola che vive sulla rendita a un qualcosa di profondamente diverso che si intuisce ma che non si riesce definire. Al centro delle contraddizioni Zio Vanja (a cui pesa l’incipiente vecchiaia) e una serie di amori frustrati e non corrisposti, sommersi dalla cappa dei matrimoni borghesi naturalmente insoddisfacenti. S’intuisce che molti dei sette personaggi in questione hanno voglia di trasgressione ma la mancata corresponsione decreta uno stato di perenne disagio, Particolarmente vistoso in zio Vanja che prorompe in un tentativo di omicidio dell’odiato professore e poi nell’aspirazione al suicidio tramite una fiala di morfina. Due tempi lunghi il giusto per sfiorare la mezzanotte, avvicinandosi all’abdicazione del pulsare delle passioni che restituisce, con la partenza degli ospiti, un clima di pace e di rassegnazione. Bisogna passare il tempo, trascorrerlo lavorando anche se se Sonja affida su un altalena agli astanti un messaggio profondo di speranza nella religione. Vanja intanto compone i testi di alcune fatture tornando nei ranghi di un’apparente normalità. In fondo lo spettacolo è la metafora di come una passione si ridimensioni nella normalità, spenta dal lento digradare dell’esistenza. Felicità e un migliore futuro sono indefinitamente lontani. E chissà mai se torneranno, come gli anni della gioventù.
data di pubblicazione:09/02/2023
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da Daniele Poto | Feb 8, 2023
La definizione di thriller sentimentale è la più adatta per l’ennesimo prodotto bizzarro ma interessante della nuova cinematografia coreana, già premiata con Parasite. Ci si deve orizzontare in coordinare spazio temporali insolite per lo spettatore europeo ma con gradevolezza e senza eccessiva fatica.
Un irreprensibile detective cade nella ragnatela di una dark lady, adusa a perdere troppi mariti per non essere sospettata. Dunque la trama poliziesca segue parallelamente la via dei loro intrecci amorosi, anche se ci sono altri uomini e altre donne di mezzo. Il poliziotto ha molti tic ipocondriaci. E’ insonne, ha bisogno continuamente di istillarsi collirio. Lei lo strega con induzioni tipicamente femminili. Naturalmente siamo in Corea del sud e dunque il format è insolito e particolare, non ha lo sviluppo di un plot hollywoodiano. A volte indugia, a volte si perde in un ritmo tutto orientale. Però il regista, sia pure con qualche impaccio, non smarrisce mai la continuità della trama. Che propone risvolti insospettati e disvelamenti imprevedibili. Film fascinoso, con un suo mood particolare. Adatto a essere visto in un primo spettacolo visto che non ha paludamenti spettacolari, effetti speciali o attrattive di facile botteghino. Ma al Festival di Cannes ha incassato il premio della regia, riconoscimento ai suoi indubbi meriti. Di mezzo c’è il mondo degli affari, intrighi transazionali che riguardano anche Cina e Manciuria, un mondo complesso basato su interazioni sentimentali ma anche colossali transazioni economiche. Bravi gli interpreti a disegnare traiettorie di vite opposte: il detective irretito che esce dai binari; la Circe che inizia ad amarlo quando lui ha già smesso. Metafora di una vita che a volte gira perfettamente al contrario. Inizialmente il titolo per la distribuzione italiana era La donna del mistero. Poi si è preferito mantenere il titolo per il mercato in lingua inglese, di meno facile presa.
data di pubblicazione:08/02/2023
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da Daniele Poto | Feb 7, 2023
Come da una grande amicizia può nascere una grande inimicizia di sedimento quasi mortale. Una sorta di Malavoglia all’irlandese con esiti anche cinematografici insospettabili. Bella prova di cinema con risultati insperati al box office e nove nomination per gli Oscar 2023.
L’Irlanda poverissima di qualche decennio fa, anzi più povera perché siamo nelle isole Aran dove si vive di allevamento e di agricoltura e dove il massimo divertimento è recarsi in un pub, fare quattro chiacchiere con un amico davanti a una pinta di birra Guinness. Ecco perciò quando l’amico viene meno perché non gli vai più a genio che nasce una crisi di rapporti profonda che si riverbera su tutto il paese. Caratteri tagliati con l’accetta tratteggiando una vita dura, essenziale, scabra, paleo-primitiva. Farrell è un sempliciotto che va in tilt quando il suo schema amicale salta in aria. Il contraddittore è di una feroce coerenza nel rifiutarlo. E gli altri, in mezzo, comparse di questo duello proto-western rusticano. Paesaggi indimenticabili che ben illustrano la durezza del luogo, tutt’altro che balneare. Quando gli esseri umani vengono meno i migliori amici sono cani, asini e mucche che si aggirano indisturbati nelle case dei protagonisti. Il film ti porta dove non ti aspetti e non faremo torto ai lettori nello spoilerarlo. Senz’altro vietato ai minori per la crudezza di alcune scene. Il sottotesto non troppo specificato documenta in maniera sottotitolo la piaga dell’alcolismo, dell’incesto, della solitudine, ma senza pronunciare giudizi morali. I miracolo del cinema: da una piccola storia, da un plot essenziale nasce un grande film. Ci stupisce che nel doppiaggio a un certo punto venga messa in bocca a Farrell la parola Epitome certo inaccessibile al suo scarso vocabolario. La conclusione? Basti dire che siamo lontanissimi dalla prospettiva dell’happy end. Il regista ci fa capire che per certe situazioni non c’è possibilità di redenzione.
data di pubblicazione:07/02/2023
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da Salvatore Cusimano | Feb 6, 2023
Evelyn Wang gestisce una piccola lavanderia a gettoni, ha una figlia adolescente che non capisce più, un padre frastornato e un matrimonio alla frutta. Un controllo fiscale di routine diventa inaspettatamente la porta attraverso cui Evelyn viene trascinata in una avvincente e coloratissima avventura nel multiverso più innovativo e divertente mai visto al cinema.
Le 11 nomination all’Oscar hanno riportato dal 2 febbraio in 150 sale selezionare in tutta Italia Everything Everywhere All at Once. Diretto dai “The Daniels” (Daniel Kwan e Daniel Scheinert) e prodotto dai Fratelli Russo torna in sala per I Wonder Pictures. Tra le tante statuette alle quali è nominato ci sono miglior film, migliore regìa e migliore attrice protagonista: la malese e tostissima Michelle Yeoh.
Il film è come i suoi personaggi: dal normale all’inconsueto, dal poco al tutto, inaspettatamente. La dissociazione, il plurimo e il turbolento universo pluridimensionale in cui viaggiano i personaggi crea inevitabilmente il caos, sia per chi lo vive sia per chi lo guarda, in una sorta di ‘trip’ cinematografico, folle, bizzarro, surreale, un vero e proprio percorso psichedelico strambo e delirante, ma di un delirio meravigliosamente continuo. È un salto dietro l’altro tra dimensioni di un multiverso composto di mondi uno più strampalato dell’altro dove diversi sono gli omaggi al cinema, primo di tutti a quello di Hong Kong, per arrivare a quello di animazione di Ratatouille, e all’immancabile Matrix.
È un’opera che tiene insieme azione e comicità, e dove i superpoteri sono il semplice frutto di coreografie articolatissime di cui l’esito è un meraviglioso ‘pasticcio’. Si può inquadrare come film d’azione, di fantascienza, di arti marziali, comedy e dramma familiare, un “mucchio di cose tutte assieme” proprio come suggerisce il titolo.
Ma è anche per la grande prova della protagonista che tutto sta insieme, la quale scopre di essere solo una versione di sé all’interno in una vasta rete di universi paralleli, in cui è lei stessa l’unica che può salvarli dalla distruzione. Tuttavia, è il crescente divario tra quest’ultima e sua figlia Joy a essere cruciale in tutto il dipanarsi della matassa: il cuore sta tutto in questa sorta di incomprensione generazionale, una distanza linguistica e culturale che sembra irrecuperabile e che invece questo film prova a riempire senza mai ingannare la particolarità delle sue protagoniste.
Il risultato è quello di un film ricco, spavaldo e pieno di esuberanze, eppure non dimentica mai di voler essere, prima di tutto, svago purissimo, e ci riesce in maniera brillante.
data di pubblicazione:06/02/2023
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da Daniele Poto | Feb 6, 2023
(Teatro Porta Portese – Roma, 3/5 febbraio 2023)
Gioco a due per una coppia di attori compagni anche nella vita e dunque in perfetta sinergia. Un’ originale testo italiano che sembra mutato dalla nuiova scena inglese. Dramma e un pizzico di giallo per un finale a sorpresa.
Un’attrice che sulle prime sembra sprovveduta si presenta una sera a casa di un quotato autore teatrale, forse su suggerimento di un manager misterioso che compare solo al telefono. E’ in cerca di un copione per un proprio laboratorio teatrale, meglio se gratuito. Lo scrittore prima la irride e non la prende sul serio, poi si fa irretire e le concede un testo incompleto, appunto Il tempo supplementare. Nella trattativa tra i due si affaccia la proposta di concludere con un finale in collaborazione. Lo scrittore si sente offeso più che lusingato. Ma l’attrice che ha grande capacità seduttiva lo convince, lo strega, lo seduce, lo bacia e ci finisce a letto. Scenograficamente il salotto della discussione si trasforma nell’improvvisata alcova. Ma alla fine del rapporto lo scrittore minimizza, si sforza di credere che per lui sia stata solo un’avventura, al contrario della sua interlocutrice che fa sempre più sul serio. Lasciamo alla vostra immaginazione la conclusione. Diciamo solo che per l’ennesima volta la componente maschile non ne esce bene. E la metafora del suo flop è l’efficace e spettacolare sgonfiaggio della superficie su cui si è sdraiato il protagonista, tornata salotto. La Ciaramella manipola efficacemente la propria parte. Prima si palesa ingenua, poi novella Circe, quindi delusa, infine vendicatrice: recitazione per tutti i gusti con grande capacità di cambiare il registro. Il personaggio dello scrittore è sufficientemente sprezzante e scostante attingendo a un massimo di volgarità quando deve descriverla dopo aver consumato il rapporto sessuale, il veloce intrattenimento di una sera. Mini-dibattito alla fine per uno spettacolo riuscito.
data di pubblicazione:06/02/2023
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da Paolo Talone | Feb 4, 2023
(Altrove Teatro Studio – Roma, 3/5 febbraio 2023)
L’ironico personaggio di U è preda di domande e contraddizioni, scatenate da un mondo effimero nel quale siamo tutti immersi. In scena all’Altrove Teatro Studio (lo spazio artistico gestito da Ottavia Bianchi e Giorgio Latini) il testo vincitore del Primo premio di drammaturgia “Prosit!”, ideato per dare spazio a nuovi autori di prosa, che sappiano rappresentare la contemporaneità.
Il mondo che circonda U è effimero e inconsistente come la catasta di palloncini colorati ammonticchiati in un angolo della scena, belli da vedere ma in realtà pieni di nulla. Non a caso usiamo una metafora per fornire una prima immagine di questo spettacolo. Il testo ideato e scritto da Alessia Cristofanilli fa utilizzo del linguaggio figurato per trasportare immediatamente lo spettatore al cuore di una questione in cui ognuno di noi è coinvolto. Cosa spinge una persona a compiere anche il gesto più banale come quello di aprire la porta per uscire di casa? Ovvero cosa si cela dietro ogni decisione che prendiamo? Una volontà certa, libera oppure una costrizione che ci viene imposta dall’esterno, una trappola che qualcuno ci ha teso? Il mondo in cui viviamo è uno spaccio di certezze, basato sulla teoria che a un determinato stimolo corrisponda inesorabilmente un solo tipo di risposta. Ma non è così per il personaggio di U che, affetta da quello che lei chiama disturbo filosofico, si ferma a pensare e a farsi domande. Non si lascia cullare dalle consolanti risposte che la vuota proposta di una società consumista le propone. La pena che deve pagare però è l’inazione, la paralisi davanti alla possibilità di avere l’illusione di poter scegliere tra mille opportunità. Tutto questo la fa sentire come un cespo di lattuga finito per sbaglio nello scaffale dei cereali.
Obbligo o libertà di scelta? In questo contrasto risiede l’azione del dramma, che si riflette in ogni singolo elemento di cui si compone la messa in scena. Dalla scelta dell’attrice, Giulia Mombelli, ora seria ora lucidamente ironica, che sa esprimere comicità anche solo con i gesti dando il giusto spazio alle parole quanto ai silenzi. Contrasto nella scelta del costume, che oppone una blusa e un pantalone anonimi a un cappotto e a una sciarpa dai colori accesi. Fino a una danza emotiva e frenetica di luci, che ora si stringono a illuminare un particolare per poi allargarsi a mettere tutto in evidenza, come la merce in vendita nei centri commerciali. È uno spettacolo che funziona nella sua totalità, felice esempio di quanto possa essere proficuo un sapiente e calibrato lavoro di squadra.
data di pubblicazione:04/02/2023
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da Daniele Poto | Feb 3, 2023
(Teatro Argot Studio – Roma, 2/5 febbraio 2023)
Una feroce discesa all’inferno introspettiva per attrice sola. L’Arvigo strabilia nel suo pezzo forte, trampolino di lancio di 13 anni fa. Un classico della drammaturgia contemporanea in un monologo senza pudore di 50 minuti.
La prima londinese di 22 anni fa. E non si può dimenticare che l’autrice, dopo aver scritto il testo in ospedale, si tolse la vita l’anno prima, quindi senza poter assistere al successo dell’innovativo tentativo di teatralizzazione di un dolore immenso. Dunque il delirio in scena è fuori dai canoni teatrali, recitato come un non più rinviabile addio al mondo, un censimento delle delusioni, dei sentimenti riposti nelle persone sbagliate, un tragico redde rationem condito di parolacce, pensieri osceni e segreti. Un respingimento esistenziale che l’interprete ci fa vivere stimolando l’intelligenza emotivo dello spettatore che non può compartecipare al senso finale del resoconto ma può assistere con ammirazione a questo intenso flusso di coscienza, recitato con una scena spoglia ed essenziale. Originariamente c’erano margini di dialogo che sono stati espunti da questa versione italiana. L’Arvigo punta alto e alla fine appare sinceramente emozionata per il ritorno da dove in fondo era partita nell’intimità della piccola sala romana, gremita come al solito da giovani. C’è un lirismo di fondo nel testo non sopito ma che va decodificato. Quadri di una scena spezzata. C’è forte pathos ma anche epos. Il suo corpo ci parla e non mente. Cammina sui pezzi di vetro, incurante delle ferite del corpo che sono minime rispetto a quelle dell’anima. Una grande prova di attrice solista, frutto maturo della sua sensibilità a misura di Kane, l’autrice suicida. Teatro che parla di vita e che non ricorre a artifici di alcun genere nella sua scabra rudezza.
data di pubblicazione:03/02/2023
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da Antonio Iraci | Feb 3, 2023
Hollywood alla fine degli anni ’20 è già la capitale mondiale dell’industria cinematografica. L’età d’oro del cinema, la settima arte come viene definito, sta per iniziare con la nascita del sonoro. I divi del muto spesso sono costretti a capitolare perché ora inadatti a recitare. Coloro che erano ritenuti delle vere e proprie star non sono altro che fugaci comete che brillano nel cielo per poco tempo per spegnersi poi rapidamente nel buio totale e nell’oblio.
Damien Chazelle, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico statunitense, ha raggiunto la notorietà mondiale per aver diretto nel 2016 La La Land, pellicola musicale che si è aggiudicata due Golden Globe, un British Academy Film Awards e l’Oscar al miglior regista, il più giovane nella storia a vincere la statuetta. Babylon è supportato da un budget colossale non solo per far fronte al cast, ma soprattutto per l’impiego di centinaia di mezzi e comparse con una sequenza di scene che si susseguono senza soluzione di continuità per le tre ore di proiezione. La trama è ridondante per la presenza di diversi intrecci in cui i vari protagonisti saltano da un set all’altro, una ammucchiata di situazioni incredibilmente sensazionali non esenti da scene al limite del pornografico e dell’horror. Il film seppur così lungo non annoia ma ci coinvolge emotivamente, e ci fa avvicinare al mondo della Hollywood di quegli anni quando, tra gli addetti ai lavori, tutto era concesso pur di fare emergere un divo piuttosto che un altro, in una sorta di lotta senza esclusione di colpi pur di ottenere una parte in un film e raggiungere così celebrità e ricchezza. Il quadro che ne emerge è molto significativo: vite e relative carriere bruciate sul nascere proprio in quella fase rivoluzionaria del cinema quando dal muto si passò quasi per caso al sonoro. Tra i principali personaggi abbiamo l’immigrato messicano Manuel (Diego Calva) disposto a tutto pur di entrare nel perverso meccanismo come produttore esecutivo; Nellie LaRoy (Margot Robbie) sfacciata e ambiziosa, divenuta subito una star per poi sparire nel nulla, tra droga e gangster; Jack Conrad (Brad Pitt) divo indiscusso del muto, celebre per poi essere stato completamente dimenticato; Sidney Palmer (Jovan Adepo) trombettista jazz negro al centro di una inaspettata popolarità. Attorno a loro, decine di altri personaggi che si alternano con un ritmo incalzante che non lascia tregua. Una babilonia che può interessare in maniera strepitosa o che può infastidire. Premiato Justin Hurwitz al Golden Globe per la miglior colonna sonora originale, il film ha ottenuto tre nomination agli Oscar oltre che per la miglior colonna sonora, anche per la miglior scenografia e migliori costumi. Una regia molto impegnativa quella di Chazelle che tuttavia ha lasciato perplessi molti critici che hanno ritenuto il film troppo confusionario e discontinuo, ma che non negano la grandiosità delle scene e la bravura degli attori.
data di pubblicazione:03/02/2023
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