da Daniele Poto | Gen 19, 2022
(Teatro Vascello – Roma, 11/23 gennaio 2022)
Black comedy con venature filosofiche. Due ore e pezzo performate senza risparmio da una delle compagnie di maggiore vivacità della scena italiana.
Il ritmo forsennatamente adrenalinico della prima mezz’ora quasi travolge lo spettatore che a volte non riesce a seguire il ritmo della controbattuta nei dialogo a due. In una squallida carrozzeria la filosofia dominante del cibo d’asporto contribuisce a minare i fragili equilibri di una famiglia, costretta a barcamenarsi con i rider, con un figlio di non preclara intelligenza, con la bipolarità di un’aspirante suicida e con le tendenze illegali di un collaboratore che entra ed esce di galera. Come si legge la deflagrazione è vicina mentre l’atmosfera esterna è quasi altrettanto irrespirabile. Tra escrementi che fuoriescono dalle fogne. Il personaggio dominante è l’arrampicatrice sociale, metafora di un mondo dell’immagine tutto apparenza e niente sostanza. Clara, ex lavapiatti, cova il sogno spuntato di un’ascesa sociale mentre tutto le rovina intorno. Nella seconda parte a scenografia intatta lo spettacolo prende un altro ritmo, più meditativo. Con frequenti rimandi a Camus e all’esistenzialismo. Qualche pezzo d’arte che forse meriterebbe più asciuttezza. Nessuno spoiler per il finale che non si sa che direzione può prendere. In effetti al bivio le divaricazioni possibili sono tante. Però mentre si attende una conclusione verosimile le diversioni sono molteplici in un eterno rimando. Come se la scena non avesse voglia di chiudersi. Generosità per eccesso della compagnia con personalità spiccate ma perfettamente sinergiche. E la gioia di trovare un teatro pieno e entusiasta dopo una settimana di programmazione. La capacità di vedere lontano del Vascello. La compagnia in altre stagione si era esibita al Piccolo Eliseo, ora piccola pertinenza di un affare da 24 milioni, affidato a un’agenzia immobiliare per ricchi.
data di pubblicazione:19/01/2022
Il nostro voto: 
da Maria Letizia Panerai | Gen 17, 2022
Massimo Sisti è un dentista di Latina, con uno studio avviato, due valide collaboratrici, una villa con piscina e, soprattutto, una bella famiglia: due figlie ben educate ed una moglie amorevole. La sua vita cambia repentinamente quando un giorno scopre nella cantina di casa sua, dove era sceso per prendere una lampadina, una bambina legata e imbavagliata che chiede aiuto…
Con America Latina i fratelli D’Innocenzo ci traghettano in un incubo, quello in cui cade il protagonista che, forse, si dissolverà solo sul finale. In anni in cui l’isolamento e la paura sono divenuti temi universali a causa della pandemia, concordo con la definizione di una spettatrice che ha definito il film “repulsivo” perché i registi affondano il coltello in una ferita ancora aperta mettendo in scena la vita di un uomo alimentata proprio dalla solitudine, dalla paura, dall’isolamento. La storia è ambientata nella provincia laziale, tra un bar con luci al neon, cani che abbaiano dietro le inferriate, strade vuote e dissestate, una villa isolata nel silenzio assordante di un terreno bonificato che nasconde la “palude” in cui naviga il subconscio del protagonista, in un incubo fatto di amore e disperazione, di incomunicabilità e terrore da cui sembra non esserci via d’uscita. Una cantina diviene lo specchio interiore dei dissesti emotivi di Massimo (un’altra memorabile interpretazione di Elio Germano), uomo mite con una vita e comportamenti regolari, una persona tranquilla che tuttavia nasconde dei traumi (forse a causa di un rapporto burrascoso con il padre o per l’assenza di una vera e propria vita sociale avendo come unico svago delle bevute serali con il vecchio amico d’infanzia Simone), ma che l’abbraccio amorevole di sua moglie Alessandra e l’affetto delle figlie Ilenia e Laura riescono a placare.
I fratelli D’Innocenzo affrontano, dopo Favolacce, nuovamente il disagio (e la locandina ci svela già qualcosa) ma questa volta sotto un’angolatura diversa, in cui gli adulti sono protagonisti e si muovono in un contesto sociale diverso, tuttavia con la stessa algida analisi nei confronti di una società senza spessore, con una povertà interiore, dando vita ad una storia disturbante che scatena una innegabile sensazione di fastidio ed orrore, ma che ha anche il pregio di rimanere impressa nella memoria come il respiro via via più ansimante del suo protagonista.
Il film, presentato alla 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, è da qualche giorno nelle sale. Sicuramente un film articolato, profondo, complesso, con metafore e significati nascosti, dalla lenta elaborazione, di cui se ne consiglia vivamente la visione perché il cinema dei talentuosi gemelli D’Innocenzo è un cinema ricco di dettagli molto significativi, tagliente, nuovo, spietato e umano al tempo stesso, e che ha il rarissimo pregio di alzare ogni volta l’asticella di quel tanto per continuare a superare se stesso ed andare avanti.
data di pubblicazione:17/01/2022
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da Paolo Talone | Gen 17, 2022
(Teatro Argentina – Roma, 12/23 gennaio 2022)
A un anno dal debutto televisivo, Piazza degli eroi (Heldenplatz) di Thomas Bernhard arriva sulle tavole del Teatro Argentina di Roma, nella visione metaforica del regista e direttore del Teatro di Napoli, Roberto Andò. Un dramma che denuncia apertamente il manifestarsi di nuovo in Europa di atteggiamenti antisemiti e fascisti, trent’anni fa come oggi.
“L’antisemitismo è tornato, è una nuvola nera sull’Europa.” Così tuonava un anno fa la scrittrice e poetessa Edith Bruck, sopravvissuta ai campi di concentramento, intervistata al Tg1 poco prima del 27 gennaio, Giorno della Memoria. Anche Thomas Bernhard lanciò lo stesso allarme nel 1988, pochi mesi prima di morire, scrivendo questo testo, Piazza degli Eroi, che Roberto Andò mette in scena oggi – per la prima volta in Italia – con la stessa lucida convinzione dell’autore. La storia non è maestra di vita. Semmai è il contenitore di un orrore mai del tutto cancellato – quello scatenato da una umanità impazzita durante il secondo conflitto mondiale – che torna a farsi sentire con uguale crudele intensità nonostante il tempo sia andato avanti. Il riproporsi dell’odio antisemita che animò la folla di Piazza degli Eroi a Vienna nel 1938, quando l’Austria venne annessa al Terzo Reich da Hitler, è lo stesso che portò Bernhard a scrivere quest’opera, ed è la causa che dà voce oggi ai movimenti reazionari e populisti di tutta Europa e non solo. Per questo il professor Josef Schuster ha scelto di suicidarsi, gettandosi da una delle finestre del suo appartamento che si affaccia proprio sulla piazza incriminata. Sarebbe dovuto tornare a Oxford, lì dove aveva già vissuto e insegnato, ma il gesto che ha compiuto cambia i piani della famiglia Schuster, costretta a rimanere in Austria. Si va in campagna a Neuhaus, lì dove, con la medesima intenzione di fuggire da un mondo incattivito, si era rifugiato Robert, il fratello del defunto Josef. È la signora Zittel, la governante di casa Schuster, a informarci di tutto nel primo dei tre quadri in cui è suddivisa l’opera. Attraverso il suo personaggio interpretato da Imma Villa, che racconta i fatti della famiglia senza essere per questo pettegola o civettuola, ma commiserante nei confronti del professore, veniamo a sapere molte cose del grande assente. Il professor Josef ingombra con il suo ricordo la vita di tutti, riempie i pensieri e anima i dialoghi degli altri personaggi. La scena è invasa dagli oggetti che gli sono appartenuti. Scarpe, camicie, abiti e documenti. Tra essi si aggira la figura di un pianista (Vincenzo Pasquariello), un personaggio fuori dell’elenco delle comparse appuntato dall’autore, ma usato qui dal regista come simbolo di un candore perduto. Invisibile agli altri protagonisti sulla scena, trova rifugio nella lettura e nella musica, unica arma di difesa del professore quando era ancora in vita. Anche Robert, il filosofo ritirato dal mondo, è tormentato dal ricordo del fratello. Renato Carpentieri interpreta il personaggio conferendogli un’apparente rassegnazione davanti alla stupidità umana che ripete i suoi crimini, ma che esplode con voce tonante di rabbia quando si trova a denunciare l’ottusità e la bruttezza di un mondo animato dalla megalomania sovranista, alimentata da uno pseudo socialismo corrotto dall’industria e dalla chiesa. La traduzione di Roberto Menin sottolinea in particolare l’aspetto politico del messaggio di denuncia portato avanti dal professor Robert Schuster. La protesta e la rivoluzione spettano ai giovani, alle due figlie di Josef, Anna e Olga, condannate a camminare in un bosco di alberi che non hanno più radici e dai quali cadono a pioggia solo foglie morte. L’Europa ha dimenticato il suo passato violento, per questo si ripete nell’errore e nella stupidità. L’incubo non è finito, è ancora presente. Le voci che ottenebrano la mente della vedova Schuster (Betti Pedrazzi) ne sono la prova tangibile. Lo strepito che veniva su dalla piazza nel 1938 agita ancora la sua mente e i suoi ricordi. La tragedia non è ancora finita. Ecco perché rappresentare Heldenplatz di Bernhard è necessario, e il contesto politico e sociale che stiamo vivendo presenta – come dice il regista – il “momento giusto e opportuno.” È necessario un importante sforzo di concentrazione per seguire questo spettacolo fino alla fine, ma il messaggio che trasmette, lucido e incontrovertibile, lascia provati e edificati allo stesso tempo. Il pericolo di una violenta virata a destra con tutto il suo bagaglio di disvalori razzisti e suprematisti esiste, non possiamo ignorare di essere stati avvisati.
data di pubblicazione:17/01/2022
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Gen 12, 2022
Se vi piace giocare a Cluedo … Se siete appassionati lettori di Miss. Marple o di Hercule Poirot … Se amate gli intrighi ben confezionati … Se amate i polizieschi labirintici, enigmatici ed ambientati in un unico luogo … Se amate i thriller fantastico sovrannaturali … Se amate tutto ciò, bene, questo libro è fatto per voi! Se non amate nulla di quanto sopra, allora non aprite questo libro!
Il meno che si possa dire di questo romanzo di esordio che ha regalato, da subito, all’inglese Stuart Turton un’eccezionale successo di critica e di pubblico a livello mondiale, è che l’autore ha sicuramente un’immaginazione debordante, una capacità di scrivere più che apprezzabile ed uno stile accessibile ed accattivante. Un’idea originalissima ed insolita la sua, una costruzione narrativa attenta ai dettagli e sapientemente arricchita da una buona dose di ironia che alleggerisce l’evoluzione del plot.
Invitato ad un ballo in maschera nella decadente magione di campagna di Blackheath House, il protagonista Arden Bishop potrà disporre di un’intera giornata per scoprire chi fra gli ospiti – tutti dell’Alta Società – assassinerà Evelyn Hardcastle, la bella figlia del proprietario terriero.
Bishop sarà però condannato a rivivere incessantemente questa stessa giornata infinite volte, risvegliandosi ogni volta nel corpo dei vari invitati, finchè non riuscirà a risolvere l’intrigo, a ricomporre le varie tessere del mosaico ed a scoprire così il vero colpevole.
Un’ambientazione molto molto British che ricorda le atmosfere di Dowton Abbey e di Gosford Park … i segreti, i non detti, le menzogne cause di tanti delitti e vendette, il passato che incombe, la malvagità nascosta dietro la forma ed il rispetto dell’etichetta. Un’inchiesta alla Agatha Christie.
Una volta accettati i presupposti inverosimili, il lettore odierà o amerà questo romanzo ( non ci sono vie di mezzo ) e ne vivrà i vari avvenimenti attraverso un protagonista per poi tornare a riviverli nei panni di un altro ancora, ed ogni volta, vedrà formarsi dei frammenti del puzzle fra scoperte e suspense continue. Un’idea che certamente può sconcertare all’inizio ma che si rivela poi coinvolgente e che consente di ben definire le psicologie dei vari personaggi e di articolare l’intreccio di cause e motivazioni.
Lo scrittore è brillante, ingegnoso, astuto, intrigante ed è parimenti abile nel tenere la rotta narrativa pur nella complessità della storia e nel mantenere alta la tensione fino alla fine delle 523 pagine allorchè tutti gli enigmi si ricomporranno. Un racconto forse troppo lungo e complesso che richiede, di sicuro, una gran concentrazione per non perdere il filo. Ciò non di meno, una volta calatisi nella lettura e lasciatisi catturare dal ritmo incalzante e dai tanti risvolti non si potrà non apprezzare in pieno tutta l’essenza del thriller e sarà allora piacevole arrivare alla sua conclusione.
Le 7 Morti di Evelyn Hardcastle è senza dubbio un interessante poliziesco ad enigmi. Un’inchiesta per lettori che amano impegnarsi negli intrighi e nella ricerca della Verità come si usa nei buoni, vecchi, cari, classici polizieschi inglesi, con però in più … un tocco, non sgradevole e mai banale, di fantastico.
data di pubblicazione:12/01/2022
da Antonio Jacolina | Gen 12, 2022
Un’insolita, livida e periferica Los Angeles, una società di trasporti valori i cui furgoni vengono rapinati, un uomo enigmatico (Jason Statham) che si fa assumere come vigilante ma che è molto di più di ciò che vuole apparire, una rapina audacissima ed una vendetta …
Guy Ritchie, sceneggiatore e regista britannico, noto ai più per essere stato anche marito di Madonna, ha avuto una carriera molto altalenante. Dopo un inizio esaltante ed autoriale, alla fine degli anni ’90, ha subito poi una serie di pesanti batoste al botteghino per riprendere a risalire lentamente la china con i due Sherlock Holmes (2009 e 2011) e recuperare infine posizioni e successo con il buono ed ironico The Gentlemen (2019).
Con questo nuovo lavoro, ispirato ad un film francese del 2004, l’autore ritorna ancora una volta al suo genere preferito: storie di malavita e di rapine, destrutturandole ed aggiungendovi anche tutti gli elementi del Thriller e del Revenge Movie. Dalla mescolanza di tutte queste varie componenti esce un prodotto tutt’altro che banale che, sullo sfondo di una Los Angeles insolitamente fredda, cupa e monocolore, ci restituisce una perfetta atmosfera di noir e di poliziesco. Quasi un film che viene da un’altra epoca, da un mondo di “B Movie” d’antan! Un film d’azione all’antica, brutale, cinico, duro ed amorale ma molto ben fatto.
Il regista mette infatti in sordina il suo humour britannico e, con un esercizio di sobrietà ed in modo meno estroso del suo solito, si mette tutto al servizio della sua storia (una storia più che classica e già vista), per darci un film programmatico d’azione, ben ritmato ed efficace. Un film brillantemente realizzato grazie ad una regia ed una messa in scena abilissima che non ha mai bisogno di ricorrere ad effetti speciali inutili. Ritchie gioca come sempre con i tempi narrativi ritagliando la vicenda in più capitoli proposti in ordine sparso con l’intento di sconcertare lo spettatore ed accrescere l’intensità drammatica della narrazione. La forza della pellicola è senza dubbio proprio nel modo con cui i vari pezzi del puzzle si ricombinano poi coerentemente. L’autore ha infatti un gran talento nel montaggio oltre che nel ritmo e nella qualità delle inquadrature. La fotografia poi è altrettanto degna di nota per come contribuisce allo sviluppo narrativo trasmettendo tutta la cupezza del contesto e dei personaggi.
Il protagonista Jason Statham è un’icona di cui i Critici dicono che “ha un’espressione in meno di quelle di Clint Eastwood giovane”, che qui però, grazie alla personalità ed alle capacità del regista, mette in mostra un insolito talento riuscendo a ben rendere con la sua inespressività granitica tutta la furia fredda ed il dolore interno del personaggio. Attorno a lui un ottimo stuolo di caratteristi tutti giusti e bravi nei rispettivi ruoli, da segnalare un cameo di Andy Garcia e poi Scott Eastwood (sì proprio il figlio di Clint) in un promettente ruolo di cattivo che gli calza come un guanto.
La Furia di un Uomo è dunque un film d’azione d’autore, filmato con eleganza e stile che diviene particolare grazie ad un montaggio sapiente. Un prodotto perfettamente calibrato, ben orchestrato ed efficace che delizierà i fans dei polar. A mio parere il film avrebbe ancor più guadagnato se Guy Ritchie avesse osato appropriarsi totalmente della storia e si fosse allontanato dai sicuri sentieri battuti e gli avesse regalato uno sviluppo ed un finale meno convenzionali.
data di pubblicazione:12/01/2022
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da Daniele Poto | Gen 12, 2022
Un piacevole testamento spirituale. Non sembri accostamento azzardato e ossimoro il giudizio sull’ultimo definitivo libro di Mattia Torre, noto ai più come co-sceneggiatore di Boris, alle prese con un lungo tunnel sanitario che non gli ha impedito un felice sprazzo di letteratura umoristica e drammatica. Conscio dell’ineluttabilità della fine lo scrittore ha scommesso sul proprio futuro con questo manifesto. Che rivela fiducia nella sensibilità dell’arte, della testimonianza concreta di come anche una risata può salvare il mondo. Opera libera che è manifestazione di pensiero nell’affastellarsi di sketch situazioni in cui fiction, saggistica, vita vissuta e teatro si confondono, un po’ come succede nei libri di Piccolo. Piccole e grandi percezioni di vita filtrate dal senso di precarietà. Il libro è pieno di inneschi, di trame accennate che avrebbe meritato ancor più pieno sviluppo. Però, contemporaneamente, è un libro esaustivo oltre che l’ultimo regalo che Torre ci ha fatto. Rimangono di lui i reading degli amici (Aprea, Mastandrea) che continuano a farne vivere ricordo e memoria senza retorica. Siamo vivi finché qualcuno leggerà le nostre cose (parafrasi del pensiero di Baricco). In questo senso Torre è più che mai vivo e attuale nel pensiero riverberato del suo milieu. Il senso di libertà di questo materiale informa è testimoniato da una scrittura attenta ma poco sorvegliata, libera dal dovere della consegna e da obblighi contrattuali. Dunque un’intimità diaristica tanto più apprezzabile quando l’autore senza pudore rivela anche io propri buchi neri e le proprie lacune, in un esercizio quanto mai funzionale di autocoscienza creativa al servizio della letteratura. Se n’è andato a meno di cinquanta anni Torre lasciandoci spunti validi per un’infinita di ripercorribili trame. Radici seminali piantate un po’ ovunque, ironizzando su una società italiana (e sui suoi strani personaggi) ricca di contraddizioni ma non per questo meno interessante.
data di pubblicazione:12/01/2022
da Antonio Jacolina | Gen 11, 2022
Proseguono le avventure della giovane Emily (Lily Collins) quintessenza dell’americana media. Ormai stabilitasi a Parigi, la ragazza si trova un po’ più a suo agio anche se non riesce ancora a padroneggiare bene il francese né tantomeno ad abituarsi a pieno alle diverse abitudini e comportamenti dei francesi e dei parigini in particolare. Triangoli amorosi, gelosie, equivoci e nuovi incontri … Continua il confronto/scontro di culture, fra stereotipi zuccherosi e situazioni talora anche divertenti.
Diciamocelo subito, Emily in Paris è una feel good serie per eccellenza. Va vista quindi con molta leggerezza e soprattutto va giudicata con coerente animo leggero. Difatti è una serie volutamente esagerata ed intenzionalmente superficiale e lontana dalla reale Realtà! Proprio questo vuole essere il carattere distintivo di tutta la produzione. Buffa, improbabile, piena di banalità e cliché, ma, ciò non di meno, sottile e raffinata.
Certo, come sovente avviene, nelle opere seconde ci sarà nello spettatore un po’ di delusione. Se nella prima serie c’era qualcosa di molto originale e frizzante, pur nell’uso abbondante dei luoghi comuni, un qualcosa, quel qualcosa, che aveva poi affascinato il pubblico (complice l’adorabile freschezza di Emily/Lily), oggi, una Stagione dopo, la freschezza sembra essere molto diminuita, si scivola sovente nel banale e si ricorre all’abusato giochino del triangolo amoroso o alle gelosie, ma non mancano però sprazzi saporiti e piccanti che rendono ancora abbastanza gradevoli ed accettabili, nel loro complesso, questi nuovi brevi 10 episodi.
Darren Star continua infatti imperterrito a miscelare abilmente e furbescamente le sue ricette di successo: un po’ di Sex and the City, un pizzico di Il Diavolo Veste Prada, una puntina di Amélie, e poi tanta, tanta Aria di Parigi. Ecco così sfornata la sua solita commediola romantica, leggera leggera, con contorno di cliché e confronto fra raffinatezza ed ingenuità. Le produzioni di Star (lo abbiamo detto a suo tempo) potranno pur essere accusate di essere solo confezioni spumeggianti ed intercambiabili, ma, di sicuro, non sono mai noiose o mal fatte.
Un po’ più centrata sulle personalità dei personaggi e meno sugli stereotipi, questa nuova stagione pur non mantenendo sempre il mordente della precedente continua però ad essere ben diretta, tecnicamente ben fatta e ben interpretata. Le due protagoniste, Parigi e Lily Collins, danno il loro meglio, la prima con tutta la sua bellezza ed il suo charme, la seconda con la sua freschezza sbarazzina. Entrambe rendono bene tutto lo spirito frivolo e leggero di questa piccola commediola frizzante. A tal proposito sia ben chiaro: Emily non è certo spumeggiante come uno Champagne Grand Cru, al massimo è uno Spumante che si lascia bere gradevolmente. Le sue bollicine non ci rendono ebbri ed allegri ma riescono a darci comunque una piccola breve euforia pur sempre piacevole. Nulla di più! Ma, ai tempi del Covid, non è poi male allontanarsi un po’ dal quotidiano con stile ed eleganza. Ovviamente si intravvede già una Terza Stagione prossima ventura.
data di pubblicazione:11/01/2022
da Rossano Giuppa | Gen 5, 2022
(Teatro Argentina – Roma, 27 dicembre 2021/6 gennaio 2022)
In scena al Teatro Argentina di Roma La vita davanti a se’, versione teatrale tratta dal romanzo omonimo di Romain Gary, già sullo schermo con protagonista Sophia Loren, con Silvio Orlando nelle vesti di protagonista, regista e sceneggiatore. Il bravissimo e coraggioso Orlando ci conduce dentro le pagine dello straordinario romanzo , diventando Momò, un bimbo arabo di 10 anni, abbandonato e segnato da un’infanzia triste e difficile (foto di Salvatore Pastore).
La vita davanti a sé è la storia di Mohammed, soprannominato Momò, ragazzino arabo allevato e cresciuto in un appartamento al sesto piano di una palazzina fatiscente nel quartiere di Belleville a Parigi da Madame Rosa, una vecchia signora ebrea scampata ai campi di concentramento, che per vivere si occupa di crescere i figli delle prostitute che per legge non possono tenerli con sé ricevendo mensilmente un mandato di pagamento per il loro mantenimento.
Momò è intelligente, intraprendente ed assetato di affetto in mezzo ad altri bambini abbandonati come il piccolo Moise, tra il gestore di prostitute Monsieur N’Da Amèdèe, il dottor Katz che cura Madame Rosa e minaccia di portarla in ospedale, Madame Lola ex boxeur senegalese divenuto prostituta richiestissima nelle banlieux parigine.
Un giorno bussa alla porta un omino che è appena uscito dal manicomio criminale dove è stato rinchiuso per molti anni con l’accusa di omicidio: si tratta del padre di Momò che vuole riaverlo con sé. Madame Rosa si oppone e l’uomo muore per una crisi cardiaca. Ma la salute della donna peggiora e di lì a poco morirà tra le braccia di Momò che la veglierà per giorni interi dopo averla cosparsa di profumo e truccata un’ultima volta.
Il romanzo è stato più volte adattato per il cinema e il teatro. Nel 1977 è stato infatti trasposto nell’omonimo film per la regia di Moshè Mizrahi con una immensa Simone Signoret nel ruolo di Madame Rosa, Oscar come miglior film straniero nel 1978. Su Netflix ne è stata proposta un’altra versione sceneggiata da Ugo Chiti e Edoardo Ponti che ne cura anche la regia proprio con Sophia Loren nei panni di Madame Rosa.
La vita davanti a sé ha la potenza dei grandi romanzi che hanno la capacità di prestarsi a diverse interpretazioni e Silvio Orlando riesce a coglierne tutte le sfumature e l’attualità. La convivenza tra diverse culture, il dolore e la precarietà di una vita che non trova equilibri facili e scontati, le controversie dei ceti sociali più poveri, l’emigrazione, la prostituzione, l’istinto di sopravvivenza.
Il racconto diviene un io narrante attraverso lo straordinario lavoro di adattamento e regia condotto, in grado di immergere lo spettatore nel racconto con leggerezza ed ironia, restituendo tutti i sentimenti di un bambino adulto a dispetto dell’età e del dramma che vive, consapevole si delle difficoltà della vita e bisognoso di affetto, ma già grande nei pensieri e nelle azioni.
Una scelta efficace proprio perché il romanzo diventa quasi magico attraverso la carrellata di tutti personaggi interpretati o evocati in scena ed attraverso un uso magistrale della parola e della musica, grazie alla scelta intelligente di avvalersi di grandi musicisti dell’Orchestra Terra Madre che con le loro armonie etniche hanno enfatizzato i momenti salienti della rappresentazione che si è conclusa con un fuoriprogramma che ha visto un ensemble con lo stesso Silvio Orlando al flauto.
data di pubblicazione:05/01/2022
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da Antonio Jacolina | Dic 30, 2021
Sei mesi e 14 giorni è il tempo che resta alla Terra prima della devastante collisione con una cometa casualmente scoperta dagli astronomi Leonardo Di Caprio e Jennifer Lawrence. Inizia da parte dei due una corsa contro il tempo per convincere prima la Presidente degli USA (Meryl Streep) e poi l’opinione pubblica ad organizzare una qualche reazione. Sulla ragione scientifica prevalgono però la stupidità, gli intrighi della Politica, la capacità manipolatoria e gli interessi dei Media televisivi e della Grande Industria. Nessuno sembra credere agli allarmi poi, però, prevarranno altre opzioni …
Adam McKay, regista e sceneggiatore statunitense, vincitore nel 2015 dell’Oscar per la Migliore Sceneggiatura con il suo La grande scommessa, è un autore originale e poliedrico. Dalle iniziali commedie dalla comicità un po’ grossolana e demenziale è passato con successo ai più recenti film impegnati come, per l’appunto, La grande scommessa e Vice – L’uomo nell’ombra (2019), mantenendo sempre la sua peculiarità stilistica di saper dipingere gli Stati Uniti in modo satirico e caustico, denunciandone vizi e devianze. Con quest’ultimo suo lavoro ritorna con esiti apprezzabili ai suoi primi anni e, giocando abilmente con i codici del genere catastrofico e disaster-movie, ci regala una commedia feroce ed al vetriolo. Una farsa cupamente divertente con la quale stigmatizza gli effetti perversi della stupidità collettiva sul Sistema, l’alienazione delle masse tramite i Social, la superficialità dei politici, la seduzione manipolatoria dei Media e dei falsi Guru dell’Industria.
Lo spunto iniziale, serio e tragico, sotto l’abile scrittura e la dinamica regia di McKay si trasforma ben presto in una coinvolgente e graffiante satira della politica americana e dell’America stessa che appare divisa tra coloro che “guardano su” e coloro che “non guardano su”. Masse credulone e manipolabili di cospirazionisti, negazionisti e populisti, tutti alla fine egualmente strumenti di opposti interessi. Una tragicomica allegoria ove la Cometa, in realtà, potrebbe essere il crescente cambiamento climatico o anche il virus ed il messaggio essere l’incapacità di reagire collettivamente davanti a una crisi comune perché tutti noi siamo accecati dai filtri creati dagli egoismi e dagli interessi degli opposti Poteri.
Al cinefilo non sfuggiranno i richiami ad illustri precedenti come Il Dottor Stranamore, Mars Attacks, Armageddon, 1941, La Guerra dei Mondi e Quinto Potere e tanti altri ancora, meno autorevoli e nobili. La personalità della direzione di McKay, il suo ritmo narrativo, il montaggio serrato, le modalità di recitazione imposte agli attori, supportate da un’ottima sceneggiatura, producono un film del tutto originale, forse non perfetto ma sicuramente buono. Un film ottimamente interpretato dalla coppia di protagonisti e, con loro ed attorno a loro, un cast di altre stelle, il fior fiore di Hollywood, tra cui spiccano, oltre a Meryl Streep, la splendida Cate Blanchett e Timothée Chalamet.
Don’t look up è una satira surreale e folle che, pur tra qualche eccesso e qualche tratto prevedibile, risulta divertente. Un all star movie ambizioso, assurdo, malinconico ma anche comico e intelligente. Un buon prodotto di intrattenimento che ci fa riflettere. Come sempre ci sarà chi lo apprezzerà e chi lo detesterà anche se, ricordatevelo, circolano già pronostici per una serie di sue candidature agli Oscar.
data di pubblicazione:30/12/2021
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da Maria Letizia Panerai | Dic 23, 2021
Blanco (Javier Bardem), è il titolare dell’omonima azienda spagnola di bilance industriali. Leader nel settore, la Basculas Blanco è famosa in tutto il paese per l’alta qualità dei suoi prodotti, ma anche per la magnanimità e la professionalità del suo proprietario che, orgoglioso dei risultati di produttività raggiunti, ha dedicato un’intera parete del salone di casa ai riconoscimenti accumulati negli anni in modo che tutti i suoi ospiti possano vederli.
L’unica targa mancante è il premio di Eccellenza Imprenditoriale e Blanco, pur di aggiudicarselo, stimola ripetutamente i dipendenti a seguire il suo esempio, professandosi il principale rappresentante di un lavoro duro improntato sui principi di “equilibrio e fedeltà”. L’uomo è disposto a tutto pur di accedere al prestigioso attestato, adattandosi a risolvere qualsiasi tipo di problema dei propri dipendenti affinché rimangano sempre concentrati sui propri ruoli senza distrazioni.
Scelto per rappresentare la Spagna agli Oscar 2022, il film si avvale della presenza costante e centrata di Javier Bardem nella veste insolita di questo capo goffamente onnipresente, quasi tentacolare, ruolo molto lontano dalla precedente filmografia di questo splendido interprete. Abile manipolatore delle vite degli altri, Blanco tenta in ogni modo di controllare e manovrare quelle dei propri dipendenti senza alcuna remora ma solo per il proprio tornaconto; ma inevitabilmente qualcosa andrà per storto e, alla vigilia dell’ispezione da parte della commissione per aggiudicarsi l’ultimo agognato premio, Blanco dovrà far fronte ad una seria di piccoli e grandi disastri se vorrà raggiungere l’obiettivo.
Il film, dotato di qualche guizzo tragi-comico, nonostante sia stato preceduto da lusinghieri giudizi oltre che da un notevole battage pubblicitario sui nostri canali nazionali, non mantiene le promesse risultando nel complesso inappagante. Forse perché Fernando León de Aranoa, regista di Perfect Day e Escobar, con Il capo perfetto si è concentrato (a cominciare dal titolo ed avvalendosi di un autentico mostro sacro come Bardem) nel disegnare prevalentemente un personaggio macchinatore, privo di moralità, che riesce a superare qualsiasi limite etico pur di soddisfare i propri interessi, accecato solamente dalla logica del profitto.
La commedia, a tratti pungente e con qualche spunto di metafora come la bilancia posizionata all’ingresso della fabbrica che non è mai in equilibrio e solo Blanco troverà lo stratagemma giusto per allineare i piatti, è tuttavia “sbilanciata” (tanto per restare in tema) perché costruita esclusivamente intorno al suo protagonista senza una vera e propria storia lasciando nello spettatore, assieme ad una manciata di intermittente noia, il dubbio che forse si poteva fare di più.
data di pubblicazione:23/12/2021
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