da Antonio Iraci | Dic 4, 2022
Nancy, insegnante di religione in pensione, si ritrova a fare i conti con la propria vita passata, ma anche con quella presente: vedova di un uomo con il quale non ha mai avuto una vera intesa affettiva, né tantomeno sessuale, due figli con cui ha rapporti puramente formali, un insegnamento rigido e ai limiti del bigottismo. Finalmente si palesa tanta voglia di recuperare il rapporto con gli altri ma soprattutto con se stessa, iniziando da un oggetto di desiderio per lei finora considerato tabù: il sesso.
Sophie Hyde è una regista e produttrice australiana per la verità poco conosciuta in Italia anche se ha già ricevuto diversi riconoscimenti internazionali, in particolare al Sundance Film Festival nel 2014 per il film 52 Tuesdays. Questo suo ultimo lavoro (dal titolo originale Good Luck to You, Leo Grande) è già da qualche tempo distribuito nelle sale italiane e sta riscuotendo un discreto successo anche tra il pubblico, dopo essere stato elogiato dalla critica. Il film ha praticamente due soli protagonisti – la matura Emma Thompson e l’avvenente Daryl McCormack – e l’intera vicenda si svolge all’interno della camera di un hotel, sufficientemente elegante ma anonimo. Il motivo dell’appuntamento tra i due sconosciuti è molto preciso: da un lato l’insicura Nancy è in cerca di una genuina emozione sessuale che culmini in quell’orgasmo che non ha mai raggiunto in tutta la sua vita precedente, dall’altro l’intraprendente Leo Grande (nome di fantasia per nascondere la vera identità di un escort), è il professionista che gliela può regalare. I primi dialoghi, molto verbosi da parte della donna, sono tutti incentrati sul sesso: qualcosa di cui lei non è mai riuscita a parlare, un poco per i propri dubbi, ma soprattutto per un mero senso di vergogna. Durante i ripetuti incontri, sembra che il gioco delle parti proceda via via in senso inverso dal momento che i tentennamenti di lei passano a lui, rivelando in Leo una natura fragile e infelice per l’abbandono da parte della madre che lo rifiuta come figlio. Ma in definitiva ci si chiede: come mai la regista si accanisca su questo argomento? La risposta sta forse nell’iniziale e prolungato imbarazzo della protagonista che mostra al tempo stesso anche attrazione verso qualcosa che è sostanzialmente al centro dei propri desideri me che le è stato da sempre negato da colui, suo marito, che è stato l’unico con il quale abbia fatto sino ad allora le sue esperienze sessuali. Ed è proprio in quella “stanza ad ore” che si realizza inconsapevolmente quanto di fatto non ci si aspettava. Attraverso i dialoghi, preludio poi di una sexual session vera e propria, si mettono a nudo i problemi di entrambi, problemi che poi porteranno ad una sorprendente intimità e complicità. Lo spettatore percepisce una certa elettricità nell’aria, un certo impatto emotivo, una certa attrazione fisica per quanto ovvio più verso il seducente Leo che non per l’attempata Nancy, ma tutto ciò non toglie nulla al fatto che il film ci faccia stare bene, ci faccia fare qualche sana ed intelligente risata e ci suggerisca quanto sia semplice affrontare cose solo in apparenza complicate. Inutile sottolineare la bravura drammatica di Emma, assolutamente disinibita nel mostrarsi nuda, e l’altrettanta bravura di Daryl, per metà irlandese e per metà afroamericano, anche lui disinibito, ma con qualche difficoltà in meno considerata la giovane età ed il fisico da statua greca. Entrambi danno comunque prova di grande coraggio nel mettersi “a nudo” ed il film ci rende partecipi di quello che è il percorso di entrambi, divertendoci con intelligenza.
data di pubblicazione:04/12/2022
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da Antonio Jacolina | Dic 1, 2022
Sull’onda della positiva accoglienza della miniserie TV di RAI1, tutta centrata sulle avventure/disavventure dell’Avvocato Vincenzo Malinconico, “l’avvocato d’insuccesso” dalla vita a dir poco complessa, creato dall’abile penna di De Silva, ecco subito pronto in libreria, per i tipi Einaudi, una raccolta dei primi tre volumi di quella che è divenuta una vera e propria saga di successo. Un ottimo formato, intelligente e comodo per chi ama leggere e vuole poter conoscere ed approfondire, in tutte le sfumature, il personaggio creato dalla ricca ed ironica fantasia dello scrittore napoletano. In effetti sono i primi tre libri, i primi tre capitoli della serie: Non avevo capito niente, Mia suocera beve e Sono contrario alle emozioni in cui la figura del protagonista inizia a definirsi e ad assumere le sue peculiari caratteristiche fra situazioni strambe o paradossali.
Un professionista di scarso successo, un uomo instabile oltre che lavorativamente anche affettivamente che affronta però la Vita con una filosofia tutta sua e con un approccio distaccato e pungente ma umanamente profondo. Il nostro antieroe, avvocato delle cause perse, è infatti un uomo qualunque che attraversa gli alti ed i bassi della sua vita riflettendo e divagando, con una miriade di pensieri stravaganti, ironici e divertenti, sui fatti quotidiani in cui tantissimi lettori si possono, a loro volta, rispecchiare. L’Autore ci porta in giro per una Realtà ed una Società che Malinconico riesce, talora inconsapevolmente, ad osservare con distacco quasi scientifico: … l’improbabile difesa d’ufficio di un camorrista con poi risvolti tragicomici, i rapporti, a dir poco, complicati con la sua ex moglie e con la sua famiglia, un sequestro di persona in un supermercato, le vicende affettive personali e l’incontro con uno psicologo … Tutto questo vivere quotidiano e, talora, anche quotidiano arrangiarsi davanti ai vari problemi si alterna con le acute ed ironiche/autoironiche, dissacranti riflessioni sulla Realtà, sulle sue mille sfaccettature e sulle sue tante variabili. Quasi un continuo, divertente e talora esilarante esame di coscienza o disincantato filosofare in cui ognuno può ritrovarsi e soprattutto cogliere quel sottile confine fra il ridicolo ed il normale su cui spesso non si ha tempo per soffermarsi.
Un approccio autoironico e spiritoso sui fatti, ed è proprio questo approccio, mai banale, che contraddistingue l’Avvocato Malinconico, lo rende peculiare, piacevole e divertente ed è poi la vera chiave del suo crescente successo fra il pubblico.
La lettura è gradevole e scorre veloce fra riflessioni spassose nonostante qualche rara prolissità. La penna di De Silva è originale ed irriverente, lo stile semplice ma chiaro, leggero e pungente. Tutto è potenzialmente reale, come se preso direttamente dalla realtà quotidiana della vita cittadina, ma visto con una verve distaccata e brillante.
Un avvocato che pur serio non si prende mai sul serio … e … fa bene! E regala così un po’ di leggerezza apprezzabile ai suoi lettori.
data di pubblicazione:01/12/2022
da Antonio Iraci | Dic 1, 2022
Carl e la sua ragazza Yaya, entrambi impegnati nella moda come modelli, sono a bordo di un panfilo di lusso per una crociera tra miliardari più o meno stravaganti e capricciosi. A loro lo sfarzoso viaggio è stato offerto gratis in cambio della pubblicità che procureranno sui social in quanto influencer di tutto rispetto. Un’improvvisa tempesta si abbatterà sulla nave e, quel che è peggio, sugli ospiti mettendo a nudo le loro fragilità e paradossalmente anche i loro punti di forza.
Ruben Östlund è un regista svedese che non ha più bisogno di grandi presentazioni per il pubblico internazionale e italiano in particolare. Ha già vinto a Cannes per ben due volte la Palma d’oro, nel 2017 con The Square e quest’anno con Triangle of Sadness, mentre nel 2014 era stato premiato sempre a Cannes nella sezione Un Certain Regard con il film Forza maggiore. La critica ha in diverse occasioni evidenziato come i suoi film siano preminentemente rivolti a mettere in luce i lati più nascosti, o meglio sconosciuti, della complessa e quanto mai enigmatica natura umana. L’individuo sostanzialmente è un essere fragile, pieno di paure e tentennamenti, soprattutto quando è di fronte a difficoltà e a situazioni estreme poco prevedibili. In Triangle of Sadness i due giovani protagonisti Carl e Yaya si trovano per caso catapultati in un mondo di lusso esagerato tra oligarchi russi e magnati guerrafondai, dove pur sforzandosi di integrarsi non potranno certamente ignorare le loro eccentricità. Tra i facoltosi croceristi e il personale, addestrato a soddisfare ogni loro desiderio, si viene a creare un inevitabile gioco di potere dove si trovano contrapposti gli oppressori e gli oppressi. Il regista vuole così raccontarci come da sempre esistono questi due mondi che solo eventi straordinari riescono a sovvertire, ribaltando le posizioni delle rispettive parti. Il film, forse un po’ prolisso di suo, ha dei momenti tragicomici funzionali a stemperare le situazioni che potrebbero altrimenti risultare pesanti e poco attendibili. I dialoghi, soprattutto quello iniziale tra i due giovani protagonisti (rispettivamente Harris Dickinson e Charlbi Dean, modella e attrice sudafricana da pochi mesi venuta precocemente a mancare) risultano a volta tediosi e ripetitivi, volutamente costruiti per suscitare nello spettatore un palese stato di insofferenza. Ma sicuramente è proprio questo l’obiettivo del regista, che ha curato anche la sceneggiatura, cioè di costringere il pubblico a fare una scelta e decidere forzatamente da che parte stare. Determinante, per la buona riuscita del film, anche la partecipazione di Woody Harrelson, attore statunitense con un curriculum da capogiro avendo lavorato con i migliori e più famosi registi di Hollywood, che nel film interpreta la parte del capitano Smith, per natura grande ubriacone, che tra un bicchiere e l’altro riesce a sciorinare con vera convinzione le più sottili teorie marxiste. Una commedia divertente, e profonda nello stesso tempo, che ci fa comprendere come il potere non è mai solo da una parte e che non occorrono le grandi rivoluzioni sociali per fare spostare drasticamente l’ago della bilancia a favore di uno e a sfavore dell’altro. Sostanzialmente un film ben riuscito.
data di pubblicazione:01/12/2022
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da Giovanni M. Ripoli | Nov 30, 2022
(Teatro Quirino – Roma, 29 novembre/4 dicembre 2022)
Liberamente ispirato, ma in realtà abbastanza fedele, al romanzo di Federico De Roberto, martedì 29 novembre 2022 ha avuto luogo al Teatro Quirino di Roma la prima de I Vicerè nella riuscitissima trasposizione scenica della compagnia del bravo Pippo Pattavina, per la regia di Guglielmo Ferro.
Pubblicato nel 1894 a pochi anni dall’uscita di Mastro don Gesualdo del Verga, il romanzo di De Roberto tocca uno dei più alti vertici della letteratura italiana, al pari del più celebre Il Gattopardo. Nell’opera si narra la saga della nobile, e discretamente corrotta, famiglia degli Uzeda destinati a dominare “a prescindere” dalle istituzioni governanti. Lo faranno durante la dominazione spagnola, sotto il Regno delle due Sicilie, dopo l’impresa dei Mille… non a caso la rappresentazione teatrale, come il romanzo, si conclude con il lapidario commento del cinico Don Blasco: “ora che l’Italia è fatta, dobbiamo fare gli affari nostri!”. Se ci pensate, mutatis mutandis, non è differente dalla battuta che Giuseppe Tomasi di Lampedusa mette in bocca a Tancredi ne Il Gattopardo: “se vogliamo che tutto rimanga com’è bisogna che tutto cambi!”. Forse il finale di De Roberto suona ancora più irridente, ma la sostanza sembra essere la stessa come pure l’affresco che riproduce attraverso le vicende degli Uzeda una realtà, purtroppo, immutabile nel tempo, quella di un / del potere legato alla ricchezza, al tradimento, alla finzione, all’ipocrisia. Tutto questo ed altro è ottimamente trasposto nella narrazione teatrale andata in scena al Quirino, dove, testo a parte, a farla da padroni sono stati gli ottimi e affiatati protagonisti dello spettacolo. L’io narrante, Don Blasco (splendidamente interpretato da Pippo Pattavina) è forse il personaggio più controverso, ma anche la figura centrale: è un religioso, invidioso, baro, “puttaniere”, meschino e reazionario. Intorno a lui tutta la famiglia non è esente dai vizi tipici della peggiore aristocrazia siciliana (e non solo). Nei diversi ruoli segnalo fra gli altri le puntuali interpretazioni di Sebastiano Tringali (lo zio progressista), Rosario Marco Amato e Francesca Ferro. La rappresentazione è di ottima fattura (dalla scenografia, ai costumi, alle musiche) e tiene sempre vivo l’interesse del pubblico: i dialoghi sono intelligenti, serrati e spesso ricchi di umorismo, merito certamente dell’incompreso De Roberto, ma anche della rilettura della regia teatrale odierna.
data di pubblicazione:30/11/2022
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da Paolo Talone | Nov 29, 2022
(Teatro Belli – Roma, 11/13 novembre 2022)
In una notte di tempesta una coppia viene ospitata a casa dei vicini. Qualcosa di terribile accade e le due famiglie sono costrette a confrontarsi. (foto di Giuseppe Galante)
Al centro del dramma di Bryony Lavery, portato in scena per Trend – festival di drammaturgia contemporanea inglese a cura di Rodolfo Di Giammarco – c’è la misteriosa sparizione di una bambina. I genitori della piccola Grace, Marianne e Joff, cercano disperatamente di ricostruire i fatti accaduti la notte prima a casa dei loro vicini. La forte pioggia caduta quella notte ha messo a rischio inondazione la loro abitazione, così sono stati costretti ad accettare l’ospitalità di Maud e Ollie. Anche loro hanno una figlia, Joyous. La piccola Grace sparisce improvvisamente, forse spinta nell’acqua proprio dall’amichetta, gettando nella disperazione i genitori. Il clima piovoso, i tuoni che rimbombano nell’aria, la casa in procinto di essere sommersa dalla piena delle acque, sembrano essere tutti elementi di un racconto thriller. Invece, Bryony Lavery parte da questa atmosfera sospesa e confusa per mettere a confronto due coppie dagli stili di vita opposti, alle prese con lo stesso problema: l’educazione dei figli. Maud (Maria Sand) e Ollie (Gianluca Iumento, anche regista dello spettacolo) hanno una fede incrollabile in un dio non meglio identificato a cui rivolgono costantemente preghiere e suppliche. Vivono nell’assoluta convinzione di essere dalla parte giusta e sono orgogliosi della propria figlia, che ai loro occhi è ovviamente perfetta. Quando accettano di ospitare Marianne (Valentina Carli) e Joff (Giuseppe Tantillo) si sentono come minacciati dalla loro mediocre “normalità”, tanto che sentono il bisogno di redimerli e accompagnarli per la giusta strada. Soprattutto avvertono la necessità di offrire consigli su come educare Grace, per loro troppo capricciosa e irrequieta. Il confronto è in particolare visto sotto l’aspetto femminile delle due madri – personaggi molto più incisivi e strutturati rispetto ai due uomini – di cui Maria Sand e Valentina Carli ne sono ottime interpreti.
Nonostante ci sia un grosso divario tra lo stile di vita delle coppie, la scena disegnata da Jessica Koba le accomuna delimitandole in spazi perfettamente simmetrici, disegnati all’interno di un perimetro di lampade al neon. La scelta registica di Gianluca Iumento invece si affida a un’analisi piuttosto fredda della vicenda, segnata da una recitazione straniata che vede in scena i personaggi, fermi e muti in un angolo, anche quando non hanno parte nella vicenda. Scelta a cui dà risalto la voce fuori campo di Paolo Leccisotto, nascosto in scena da due pareti convergenti, che legge le didascalie e accompagna l’azione con le sue percussioni e la sua chitarra.
Alla fine nessuno si addossa la responsabilità della sparizione di Grace. La coppia dei credenti (the believers, come nel titolo) non accenna a dubitare della propria convinzione di essere nel giuso. Joff e Marianne invece rimangono incastrati nella confusione e nello sconcerto fino a chiedersi con fenomenale pragmatismo perché complicare tutto con l’idea di dio quando si può essere semplicemente carini.
data di pubblicazione:29/11/2022
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da Daniele Poto | Nov 28, 2022
(Teatro Manzoni – Roma, 10/27 novembre 2022, poi in tournèe a Catania)
Un delicato e non malizioso mènage a trois amicale con sullo sfondo il fine vita. Cortocircuito drammaturgico efficace reso con trasparenza e umanità da attori molto affiatati.
Due volte risuonano in scena le note della popolare canzone che offre il titolo alla piece. La canta Paolo Triestino e poi va in loop l’originale con adeguato arrangiamento. Nel titolo sta un’ipotesi sul futuro, quanto mai inquietante per tutte l’umanità, negli anni del Covid e della guerra ucraina. Ma in questo caso particolare per un trio di amici che passano di botto dei pensieri ordinari delle normali preoccupazioni familiari e/o lavorative, alla rivelazione del padrone di casa di una malattia incurabile. Un disvelamento improvviso, traumatico, torrenziale di fronte al quale i due reagiscono differentemente con i mezzi emotivi a loro disposizione. Ovvio che ci sia in ballo l’amicizia, la solidarietà, la richiesta di aiuto che va a toccare le corde più riposte della loro interconnessione pluriennale. Gli attori campeggiano alla grande con invidiabile sinergia. Paolo Triestino, dopo l’avvio in sordina, richiesto dal copione, porta la contraddizione e il conflitto in scena con sfumature d’umore pregevoli. Edy Angelilo regge magnificamente la parte dell’amica piacente, agè, ma disponibile mentre Emanuele Barresi con i suoi toscanismi, i suoi lazzi, è quello che, soprattutto nella prima parte, regala allegri e battute. Sala piena in capo a ben 17 giorni di esibizioni nell’affollato teatro romano caro alla terza età, spesso con doppio turno per uno spettacolo collaudato nel piccolo teatro di Carbognano e che ora gira l’Italia. Triestino dopo il divorzio con Pistoia è più pimpante che mai e dimostra con grande maestria anche nel padroneggiare la regia oltre che la propria parte, alle prese con un tema scomodo ma di estrema attualità.
data di pubblicazione:28/11/2022
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da Maria Letizia Panerai | Nov 27, 2022
Princess ha 19 anni e si prostituisce nella pineta che costeggia il litorale di Ostia; le sue giornate sono tutte uguali, in equilibrio tra clienti occasionali, compagne di strada e la gestione di una vita ai margini della società.
Princess, la seconda prova da regista di Roberto De Paolis che ha aperto quest’anno la sezione Orizzonti del Festival di Venezia. Co-prodotto da Rai Cinema e distribuito da Lucky Red, è un film potente, originale e di grande spessore, che non parla solo di immigrazione clandestina e prostituzione ma di anima, narrando una storia che nasce da dentro, con una assenza assoluta di ogni genere di giudizio morale, con linee difficili da tratteggiare e raccontare, che vanta tra i protagonisti attori veri e ragazze nigeriane realmente strappate alla vita di strada, che hanno interpretato se stesse e collaborato alla costruzione della storia.
La debuttante Kevin Glory è Princess “non è stato difficile interpretare questo ruolo, perché è quello che ho vissuto anch’io” ed è affiancata dagli straordinari Lino Musella, Maurizio Lombardi e Salvatore Striano nel ruolo di tre differenti tipi di clienti. Tutti, indistintamente, attori professionisti e non, si muovono in modo esemplare sulla scena come equilibristi, creando empatia con il pubblico, in una storia che ha i tratti del documentario ma che è un film a tutti gli effetti, capovolgendo i ruoli in cui i veri attori “assecondano” la vita di Princess e delle altre ragazze.
Il messaggio del film potremmo sintetizzarlo nel concetto che ognuno deve salvarsi da solo, ma per farlo ci vogliono le condizioni giuste; ed anche se alcuni incontri, come quello di Princess con il personaggio interpretato da Musella, possono fare aprire gli occhi alla protagonista perché carichi di positività, non sono sufficienti per liberarsi dalla schiavitù. Il film ci insegna che ci vuole una spinta interiore per riuscire a rompere quelle catene che inchiodano tutte queste giovani donne ad una vita in cui si è portati a credere che sopravvivere sia vivere. Non c’è dramma gratuito né retorica nel messaggio di De Paolis, ma solo la costruzione di un faticoso viaggio alla ricerca della propria identità in cui ognuno è solo, un vero e proprio inno alla ricerca della dignità di ogni essere umano.
data di pubblicazione:27/11/2022
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da Antonio Jacolina | Nov 23, 2022
Jack Foley (Russel Crowe) è un giocatore d’azzardo divenuto miliardario con i diritti di un software da lui inventato. Ad un punto cruciale della sua vita riunisce i più cari amici d’infanzia in una sua lussuosa villa per una partita di poker. La partita è solo un pretesto, il suo piano è portarli davanti alla verità delle loro vite ed al di là dei loro intimi segreti. Ci sono però alcuni imprevisti che sconvolgono il piano originario …
Dopo i discreti apprezzamenti avuti nel 2014 con il suo esordio alla regia con The Water Diviner in cui toccava (in un mix di film di guerra e di commedia romantica) il tema del rispetto per il dolore e della memoria degli scomparsi, esce oggi sugli schermi romani Poker Face di Russel Crowe, la sua opera seconda, presentata all’ultima Festa del Cinema di Roma. Il film ha avuto diverse traversie produttive e l’attore ne ha riscritto la sceneggiatura, lo ha diretto ed interpretato.
Diciamolo subito, non si tratta certo di un capolavoro, ma credo che ciò non fosse nemmeno nelle pretese di chi lo ha realizzato. E’ solo un discreto film commerciale, un più che discreto B Movie e nulla di più. Ma perché mai da Crowe dovevamo aspettarci per forza un capolavoro? e perché doverlo quindi criticare se non ce lo ha dato? Il suo film è un onesto prodotto e ne ha tutte le caratteristiche nel bene e nel male, semmai unisce e mischia troppi diversi generi e tipi: il thriller, lo psicologico, il film introspettivo, il film sul gioco, sull’amicizia o d’azione. Indubbiamente la somma di tante componenti narrative, accennate, iniziate e poi abbandonate può creare disorientamento e sembrare che siano fra loro del tutto scollegate. Lo spettatore non perde però totalmente il filo narrativo perché il vero ed unico legante sono Russel Crowe, la sua perplessità davanti alla presa di coscienza della propria umana fragilità ed il significativo quesito sul senso della propria vita e sul proprio lascito esistenziale. Questo è il vero tema del film.
Certamente i concetti evocati non sono di poco conto e di sicuro sono di molto superiori alle forze, alle capacità di scrittura ed a quanto il film possa mai riuscire a poter dare, ciò non di meno, sia pure a tratti, ci sono elementi e sprazzi interessanti e di qualità.
Un film dunque sicuramente non perfetto anzi con delle pecche, ma in cui traspaiono però le buone intenzioni, c’è cuore, c’è impegno, ci sono lampi di talento, intensità ed onestà. Di certo manca molto la continuità stilistica a causa dei tanti cambi di registro. Pur con questi difetti veniali ed ammissibili in quella che è solo una “seconda prova”, il racconto si segue, la messa in scena è buona, c’è sempre sufficiente tensione, il ritmo ha i suoi tempi ben scanditi e nulla sembra essere affidato al caso. Come dicevamo, il film è essenzialmente retto tutto dall’interpretazione costante e generosa di Russel Crowe che si conferma ancora come un attore dalla recitazione e dalla presenza scenica ammirevole. Buono è poi, come sempre in queste produzioni, anche il resto del cast che fa da contorno.
Nell’insieme dei film in circolazione, anche un B Movie semplicemente discreto come Poker Face riesce ad interessare.
data di pubblicazione:23/11/2022
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da Maria Letizia Panerai | Nov 23, 2022
Presentato in Concorso a Venezia dove ha vinto il Leone d’argento, esce nelle sale l’attesissimo film di Luca Guadagnino Bones and All interpretato da Timothée Chalamet, assieme a Taylor Russel e Mark Rylance.
Ambientato nel centro America all’epoca di Reagan (ma l’epoca non è determinante ai fini del significato profondo del racconto), il film narra del primo amore di due esseri “speciali”, Maren e Lee, entrambi vagabondi, due diseredati che vivono ai margini della società, indagando su i modi e i varchi che si possono aprire a persone come loro, nonostante le “impossibilità” che quel modo di essere imprima alle loro vite. E se il cinema è finzione, Guadagnino con questo film ha amplificato il concetto per esprimere, attraverso il cannibalismo di cui sono affetti i due giovani, l’isolamento in cui sono costretti a vivere e l’inevitabile crisi di identità che li travolge. Le scene a cui si assiste sono molto esplicite e solo chi riesce ad andare oltre quella che è una visione molto cruenta, può cogliere la metafora che c’è dietro tutto questo, accettando anche l’urgenza di un messaggio così “gridato”. Non siamo tutti uguali soprattutto quando siamo intrappolati in qualcosa che non riusciamo a controllare, ma l’amore per Guadagnino continua a vincere su tutto e a rendere liberi, anche su “diversità” così esasperate, perché riesce ad aprire delle porte che sino ad allora sembravano invalicabili.
Bones and All ci sferra forti pugni nello stomaco sino a farci stare male. Inutile sottolineare che tutti gli attori sono superbi e le ambientazioni perfette, così come l’originalità del tema a cui ricorre il regista per farci interrogare sulle dinamiche della vita, che spesso non ci dà scampo e ci obbliga ad attraversarla senza troppi indugi.
Il pubblico tuttavia deciderà se era necessario tutto questo, perché se da un punto di vista registico il film è molto valido ed i due giovanissimi interpreti sono bravissimi (Timothée Chalamet è un divo naturale, nato per fare ciò che fa), per la crudezza delle immagini un film così “estremo” inevitabilmente taglierà fuori una buone fetta di spettatori che si chiederanno, come chi scrive, se era davvero necessario, per parlare della fatica che Maren e Lee fanno a trovare un proprio dignitoso posto nel mondo, scomodare un tema così importante come il cannibalismo, sul quale sorge anche l’interrogativo se sia stato trattato con la dovuta competenza o sia rimasto semplicemente un pretesto per raccontare una storia estrema di due esseri inadeguati in cerca della propria identità la cui natura, che il mondo respinge perché non la può tollerare, li obbliga ad una vita di delitti, solitudine e fuga che non avrebbero mai scelto. Al pubblico il verdetto finale.
data di pubblicazione:23/11/2022
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da Antonio Jacolina | Nov 20, 2022
Una giovane coppia: Tyler (Nicholas Hoult) e l’amica dell’ultimo momento Margot (Anya Taylor-Joy) si imbarcano per una remota isola del Pacifico per cenare in un esclusivissimo ristorante dell’iperstellato chef Slowik (Ralph Fiennes). Con loro pochissimi altri selezionati commensali in lista d’attesa da mesi. Il menu e l’atmosfera claustrofobica riserveranno però delle sorprese …
Visto in anteprima alla recente Festa del Cinema di Roma, il film di Mylod è uscito giovedì scorso nelle nostre sale. Sale che, però, sembrano non riuscire a riprendersi dalla crisi in cui sono sprofondate. Tante e diverse la cause dell’inarrestabile disaffezione, di certo non ultima anche la scarsa qualità dei film finora in distribuzione.
The Menu ha, invece, tutti gli elementi per attrarre gli spettatori ed essere apprezzato. Il mondo della Haute Cuisine ha infatti avuto sempre discreto successo cinematografico, soprattutto negli ultimi anni, in parallelo con la crescente attenzione mediatica ed editoriale sull’arte culinaria, figlia e madre, al contempo, dei tanti reality televisivi e dei tanti chef stellati, star fra le star. Un successo tale da divenire un vero Genere Cinematografico a sé stante. Il mondo asettico e sofisticato degli chef e dei gourmet, con il noir, la black comedy, il thriller e l’horror. Cibo ed Orrore, si sposano bene al cinema, a partire dai film di Marco Ferreri e di Peter Greenaway.
In questo filone, il film di Mylod si pone come una brillante e sofisticata black comedy, permeata di ironia pungente, costruita su un’eccellente sceneggiatura, un ottimo ritmo, un buon montaggio, dialoghi eccellenti e buone performance attoriali, combinando abilmente satira umana, commedia, suspense e critica sociale in un susseguirsi di colpi di scena inaspettati ed una giusta dose adrenalinica di horror.
La trama narrativa, abilmente intrecciata, mette in scena da una parte l’Alta Cucina iperconcettuale, sofistica ed elitaria; dall’altra una Società iperbenestante, disposta a pagare 1250 dollari a persona per una cena, ammaliata dalla sola opportunità trendy, senza alcuna capacità critica di valutazione e di apprezzamento di ciò che potrà degustare. Un mortale contrasto tra l’apprezzare, gustare ed assaggiare ed il mero esserci stati. Un peccato da espiare!
Il regista sa affrontare abilmente e con brio i meccanismi del plot giocando con gli schemi dei vari generi, sostenuto, come detto, dalla buona sceneggiatura e da un cast di attori preciso nei vari ruoli e sottoruoli e capace di dare veridicità ad ognuno di essi. Spiccano su tutti: Ralph Fiennes eccellente ed inquietante, tanto psicolabile quanto creativo, capace di evidenziare le sfumature del carattere border line e risentito del suo personaggio tutto compresso fra il romantico idealista e l’autoritarismo folle; e, sull’altro versante, Anya Taylor-Joy bella e brava nella sua caratterizzazione dell’unica imprevista estranea al gruppo di convitati, tanto imperfetta quanto diretta ed astuta, unica capace di spiazzare l’animo dello Chef.
The Menu è un elegante divertimento fra commedia e thriller, tanto originale quanto sconcertante che piacerà agli appassionati del Genere e farà passare un paio d’ore accettabili agli altri spettatori con il brivido leggero di una cena incubo. Un film cui si potrà perdonare, come peccato veniale, un finale troppo semplice e prevedibile da lasciare un po’ insoddisfatti i palati dei cinefili e dei gourmet.
data di pubblicazione:20/11/2022
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