da Antonio Iraci | Mag 16, 2024
Un nutrito stormo di uccelli, ciascuno di specie diversa, si lascia convincere dall’Upupa a intraprendere un lungo e avventuroso viaggio. La meta è ambiziosa: raggiungere la Montagna di Kafh dove dimora il re Simourgh, saggio capace di rispondere a tutte le domande. Partiranno in tanti ma arriveranno in pochi. C’è chi abbandona il volo per paura, c’è chi non ce la farà ad affrontare le innumerevoli avversità. Solo la forza dell’Amore guiderà i superstiti verso l’agognato traguardo…
Michele Fasano scrive, dirige e si autoproduce un film di animazione che ha già fatto il giro del mondo e ottenuto decine di premi in importanti festival internazionali. Le immagini coloratissime degli uccelli, in volo verso il loro obiettivo, vengono associate in maniera vincolante a quattro personaggi reali, diversi per età, genere, cultura e religione. Loro hanno una propria identità: Monika (Albania), Abdurrahman (Turchia), Jihad (Siria) e Susan (Israele). Il regista ci conduce attraverso vari paesi per raccontare di come nasce una guerra, come si genera l’odio interrazziale e interreligioso, come la Via dell’Amore sia l’unico mezzo per arrivare al dialogo. La voce narrante ci rimanda ai testi religiosi della Torah, riferimento centrale dell’ebraismo, e del Corano il testo sacro dell’Islam. Il tutto per dimostrare che le varie religioni sono solo le diverse sfaccettature di un Logos che sotto varie forme e culture definisce l’idea di Dio. Ispirandosi ad un poema di Farid al-Din ‘Attar, persiano del dodicesimo secolo, Fasano riesce a conquistare lentamente l’attenzione del pubblico e a portarlo a riflettere sulle meschinità del potere. Triste pensare come le convinzioni di pochi possano essere imposte a molti, obbligati a sacrificare la propria vita in cambio della presunta salvezza eterna. Un messaggio quindi trasversale che supera le ideologie più fondamentaliste per riportarci all’essenza della vita e dell’universo. Un film che sicuramente non lascia indifferenti, rivolto a un pubblico sensibile, disposto a fermarsi anche per un attimo per meditare su quello che siamo e verso cosa ci incamminiamo, tra il caos e un mondo di tenebra. Occorre quindi ripartire dal canto e dalla poesia per nutrire civiltà e politica?
data di pubblicazione:16/05/2024
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da Antonio Jacolina | Mag 15, 2024
Pierre Bonnard (Vincent Macaigne) affermato pittore di talento incontra nel 1893 la giovane Marthe (Cecile de France). Un colpo di fulmine. Diverrà la modella per i suoi nudi, musa, compagna, moglie ed ossessione. Una relazione creativa e passionale. Marthe fragile e disturbata cercherà nel pittore la sua sublimazione personale e sociale anche a costo di mentire…
Provost stimato regista e sceneggiatore francese autore di altri apprezzati film sulla vita di artisti, si trova a suo agio nei biopic. Questo suo 8° lavoro presentato al XIV Festival del Cinema Francese tenutosi ad Aprile a Roma è il ritratto sensuale di Pierre Bonnard. Pittore postimpressionista, agiato e molto dotato ebbe un notevole successo tra la fine dell’800 e l’inizio del 900. Meglio ancora il film è la storia della tumultuosa, singolare e pluridecennale relazione artistico/creativa fra il pittore e la sua compagna, musa ed ossessione. Dal loro primo fulminante incontro per strada nel 1893, al matrimonio nel 1925, ed oltre. Più di 40 anni di vita.
Il regista è un autore sensibile e buon ritrattista di personaggi femminili. Anche questa volta la sua attenzione è, in effetti, tutta centrata sulla controversa ed enigmatica personalità di Marthe. Una donna, tanto indipendente e libera quanto problematica, che trova nella passione sublimante per Bonnard l’autoriconoscimento e l’elevazione sociale ardentemente desiderati. Una persona fragile e complessa con un suo mondo di illusioni e menzogne che ha dovuto accontentarsi di essere la “modella nuda” di un grande artista di cui non riesce a comprendere i codici artistici, ad accettarne l’ambiente, né tantomeno l’edonismo mondano. Sullo sfondo anche i temi ben più ampi dell’emancipazione femminile, della durata dell’Amore, dell’esclusività affettiva e del talento artistico delle donne. Il regista si limita però ad accennarli ed a sfiorarli, preferendo concentrarsi sull’ossessione amorosa e creativa della coppia.
Ritratto di un Amore è un film dalla fattura classica articolato su ritmi molto posati. Provost, salvo qualche spunto interessante e coinvolgente, non esce dai canoni del genere, non rivoluziona e non intende rivoluzionare il modo di filmare la creatività artistica. La sua attenzione è sulla qualità della messa in scena e sulla corretta riproduzione di un’epoca, degli ambienti e delle atmosfere. Le luci e la fotografia sono perfette. Una rievocazione sottile e ben curata che tende ad esaltare ed a portare in primo piano il talento recitativo degli attori. I due protagonisti sono bravi, perfettamente a loro agio e rendono con naturalezza tutte le varie e complesse sfaccettature dei personaggi. Molto buoni anche i secondi ruoli nelle loro caratterizzazioni.
In conclusione un film normale, coerente con le aspettative. Discretamente girato ed interpretato, gradevole e coinvolgente. Formalmente raffinato, con una visione un po’ romantica e dall’aria culturale ma mai pedagogico.
data di pubblicazione:15/05/2024
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da Antonio Iraci | Mag 15, 2024
Vito e Carla erano una coppia apparentemente felice. Di fatto lui era nei suoi confronti estremamente possessivo e violento. Dopo anni di separazione, pur avendo entrambi delle relazioni sentimentali, ancora si frequentano per il forte legame che li unisce ai tre figli. In occasione del compleanno della piccola Mara, Vito viene invitato a festeggiare insieme alla famiglia, riunita per l’occasione. Dopo la cena, di lui si perderanno le tracce…
Leonardo D’Agostini dopo il successo del suo film d’esordio Il campione premiato, come miglior regista esordiente, con il Nastro d’argento, si presenta adesso con un thriller di tutto rispetto. Tratto dal romanzo noir di Antonella Lattanzi, coinvolta anche nella stesura della sceneggiatura, il film narra le vicende di una famiglia e dei personaggi che ne fanno parte. Ognuno sembra mostrare quella proverbiale ambiguità che lascia lo spettatore con il fiato sospeso perché la verità, quella vera, non si palesa subito. Carla (Laetitia Casta) si presenta prima fragile e indifesa di fronte a un marito violento (Giordano De Piano), poi di fatto raccoglie tutto il coraggio per il suo personale atto di ribellione. Il figlio Nicola (Andrea Carpenzano), a lei molto legato sin da bambino, diventerà di fatto il capo di una famiglia sgretolata che dovrà a tutti i costi tenere unita. Le scene in tribunale, i vari flashback che si susseguono nei momenti più delicati rendono la storia stimolante e più che credibile. Come in tutti i gialli, ci saranno colpi di scena improvvisi che ribalteranno quello che si aspettava fosse un finale giusto. Una donna che in fondo si ribella ai maltrattamenti del suo ex per piangerne poi le conseguenze. Tema quindi attuale, quello della violenza sulle donne, che riempie quasi ogni giorno i notiziari nazionali. Un film quindi girato bene e con attori che sanno muoversi senza cadere in unitili forzature recitative. Nel cast anche Licia Maglietta, nel ruolo della sorella di Vito, aggressiva e spietata che vorrebbe che Carla passasse il resto della vita in carcere. Lo stesso vale per il Pubblico Ministero (Cristiana Dell’Anna) che la affronterà pesantemente durante tutte le fasi del processo. Un film intrigante che si lascia seguire con il dovuto interesse.
data di pubblicazione:15/05/2024
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da Maria Letizia Panerai | Mag 14, 2024
Dopo aver vinto i Premi per la miglior regia e per la migliore attrice protagonista al Bif&st 2024, dal 9 maggio è nelle sale l’opera prima diretta e sceneggiata dalla coppia Bortone-Porto. Nata da genitori calabresi, Daniela Porto è anche autrice dell’omonimo romanzo costruito attorno ad un racconto della madre su un signore del suo paese, braccio destro del parroco e omosessuale, soprannominato“l’uomo dei matrimoni”.
Lorenzo, sagrestano della parrocchia, deve organizzare con una certa celerità il matrimonio di Marta, una ragazza-madre promessa in sposa ad un vedovo con prole molto più grande di lei. Siamo nell’entroterra calabrese dell’immediato dopoguerra. Marta, nonostante abbia frequentato solo sino alla seconda elementare, sa leggere e scrivere. Ha conosciuto l’amore del suo ragazzo non tornato dalla guerra e capisce che quel matrimonio combinato rappresenti la sua tomba, ma non ha la forza né i mezzi per opporsi alla decisione presa dai suoi genitori. A causa della sua giovane età non sa cogliere neanche i primi flebili segnali di un imminente cambiamento sociale. Sarà proprio “l’uomo dei matrimoni”, da tutti così chiamato e nel contempo deriso per la sua omosessualità, a farle prendere coscienza della sua condizione. Tornato da Milano al suo paese d’origine inseguendo l’amore, Lorenzo stringe una profonda amicizia con la giovane donna. Da quell’amicizia nasce in Marta la consapevolezza di quel dolore che si porta addosso, figlio della discriminazione, dell’ipocrisia e della maldicenza.
Il film, uscito nelle sale dopo il grande successo di C’è ancora domani, seppur parli anch’esso di amicizia ed emancipazione nell’Italia che fa accedere le donne alle urne, lo fa con profondo realismo e un linguaggio molto diretto. Una dura sfida ai pregiudizi, che diventa lotta per una vita senza umiliazioni e prevaricazioni. Nel film è evidente la fatica della protagonista nel procedere a piccoli passi verso la libertà, sottolineata anche da un abbigliamento povero e mortificante, oltre che da una vita già decisa e senza appello.
Ludovica Martino (Marta) è sorprendente: unica attrice romana in un cast interamente calabrese di primissimo livello, al suo primo ruolo da protagonista recita in un dialetto arcaico della ionica degli anni ‘40. Il film, girato a Gerace nella Locride, curato in ogni minimo dettaglio, ha sicuramente il merito di sottolineare che Lorenzo, interpretato da un intensissimo Marco Leonardi, seppur deriso e discriminato è comunque un uomo. E come tale può sopravvivere alle asperità di una vita fatta di solitudine perché più libero di tutte le donne dell’epoca, “prigioniere” solo in quanto donne, in un’Italia dimenticata che a volte purtroppo non sembra tanto lontana.
data di pubblicazione:14/05/2024
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da Paolo Talone | Mag 12, 2024
regia di Flavia Gallo e Chiara Cavalieri, con Giovanna Cappuccio, Chiara Cavalieri e Giorgia Serrao, voci fuori campo di Betti Pedrazzi e Giancarlo Porcacchia
(Teatrosophia – Roma, 9/12 maggio 2024)
Trasposizione moderna della leggenda di Cordelia e delle sorelle Goneril e Regan davanti alla spartizione del regno lasciato loro in eredità dal padre ormai vecchio. Un’analisi veritiera dei complicati e a volte soffocanti processi che regolano le relazioni familiari (foto di Agnese Carinci)
Solitamente si associa la figura di un tavolo all’unione di una famiglia. Ma se si tratta di un tavolo da gioco anziché da pranzo e attorno vi sono sedute tre sorelle, allora la simbologia di una serena aggregazione si distorce. Se poi si aggiunge a questo l’immagine di un tirannico padre anziano che convoca le proprie figlie per spartire l’eredità, seduto dietro la scrivania dove si riunisce il Consiglio di amministrazione della sua azienda, ecco che il quadro si tinge di tinte ancora più fosche. La partita che si gioca premierà chi tra le figlie saprà quantificare meglio con le parole il suo amore per il capofamiglia.
Ha debuttato al Teatrosophia di Roma Le figlie del re, il nuovo spettacolo della scrittrice e regista Flavia Gallo, prodotto da ARS 29 insieme a Humanitas Mundi teatro. Un eccellente lavoro di drammaturgia contemporanea che sa tradurre dalla classicità un materiale umano modellato per essere uno specchio autentico delle nostre paure e frustrazioni. L’antica leggenda dell’anziano re Lear, da cui attinse ispirazione anche Shakespeare, rivive sulla scena attraverso i personaggi delle figlie che mantengono i mitici nomi di Cordelia, Regan e Goneril. I ruoli sono affidati rispettivamente a Giovanna Cappuccio, Giorgia Serrao e Chiara Cavalieri, quest’ultima alla sua prima prova come regista in rispettosa sinergia con l’autrice. Non sembra esistere infatti una gerarchia nell’invenzione registica e drammaturgica. La parola e l’azione si rigenerano in continuazione. Il racconto scenico segue la parola che a sua volta suggerisce immagini e situazioni.
La vicenda è raccontata come se fosse una favola nera, di cui ne traccia l’evolversi la voce fuori campo calda e rassicurante di Betti Pedrazzi. La situazione che vediamo coglie il momento tragico della reazione delle figlie al meccanismo del potere scatenato dal padre, che non compare mai in scena. Bloccate nell’anticamera in prossimità del suo studio, attendono che questo le convochi. La sua presenza è evocata solo nella voce, prestata dall’attore Giancarlo Porcacchia, che canta un vecchio brano italiano. Fisico semmai è il terrore che genera nel cuore e nel corpo delle figlie, che si traduce in rigidità e tic nervosi. Le due maggiori, Goneril e Regan, sembrano difendersi meglio da questa opprimente figura paterna. Goneril è la figlia compiacente, che sa calcolare e controllare ogni strategia. Regan invece è quella irrequieta e ribelle. L’unica che fatica a trovare un posto è la piccola Cordelia, che cerca di custodire la relazione e la memoria del genitore, sfidando la condanna che ne danno le sorelle più grandi. È il solo personaggio a mantenere una capacità lucida di giudizio e ad arrivare al perdono, anche se nell’economia dello spettacolo andrebbe sviluppato meglio nelle motivazioni, magari in una ripresa futura del testo che ha un potenziale eccellente nella scrittura poetica e nel tenere conto della realtà che viviamo.
data di pubblicazione:12/05/2024
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da Rossano Giuppa | Mag 12, 2024
regia e drammaturgia Eugenio Barba, Lorenzo Gleijeses e Julia Varley con Lorenzo Gleijeses
(Teatro India – Roma, 8/19 maggio 2024)
In scena al teatro India Una giornata fatale del danzatore Gregorio Samsa regia e drammaturgia firmata da Eugenio Barba, accanto a Julia Varley e Lorenzo Gleijeses che ne è anche interprete. La scena racconta la vicenda di un danzatore prima del debutto che viene mandato a casa dal coreografo e vive una giornata in cui ripete i movimenti della partitura per perfezionarli, secondo una logica ossessiva e quasi maniacale (foto Rebecca Lena).
Nato dalla collaborazione tra il grande maestro di teatro Eugenio Barba e l’attore Lorenzo Gleijeses, Una giornata particolare del danzatore Gregorio Samsa è uno spettacolo in cui si intersecano tre diversi nuclei narrativi: alcuni elementi biografici di Franz Kafka, la vicenda del personaggio centrale de La metamorfosi, Gregorio Samsa, e quella di un immaginario danzatore omonimo. Samsa è convinto che, attraverso una ripetizione ossessiva delle sue partiture, sia possibile arrivare ad un altro livello di precisione tecnica e di qualità interpretativa ma, di contro, il suo perfezionismo lo proietta in un mondo in cui i confini tra reale e immaginario, teatro e quotidiano sono labili e interconnessi. Si scontrano, allora, le esigenze del mondo esterno e le sue profonde necessità personali.
Lo spettacolo mantiene tutti i principi teorici e artistici elaborati da Barba, ma anche una componente autobiografica e creativa del danzatore-attore napoletano. Lo spettacolo ha avuto una gestazione di circa dieci anni con varie sessioni di prove ed incontri con il pubblico. Da allora le repliche non si sono mai interrotte, lo spettacolo continua a crescere e a evolversi pur rimanendo fedele alla sua struttura originaria.
È stato Barba ad associare il lavoro coreografico alla figura del giovane che si trasforma in insetto, secondo una scrittura scenica che non parte dal testo, ma dall’esperienza e dall’intuizione. Un lavoro straordinario ed, inquietante, quello che Lorenzo Gleijeses fa su se stesso, all’interno di una cornice astratta, fatta di un angosciante quotidiano popolato di robot aspirapolvere e messaggi vocali disturbanti, di luci abbaglianti e oscurità, di corse verso soli e lune lontani.
data di pubblicazione:12/05/2024
Il nostro voto: 
da Antonio Jacolina | Mag 10, 2024
Nei momenti bui della Pandemia si scriveva che il Cinema era morto e che le sale cinematografiche erano ormai finite. Il futuro sarebbe stato solo delle Piattaforme Streaming. Il recupero della libertà di aggregazione ha invece segnato l’inizio della ripresa. Il 2023 poi, con il fenomeno BarbienHeimer e con l’ennesimo Mission Impossible, ha confermato la definitiva inversione di rotta. Il ritorno delle Grandi Produzioni, dei Blockbuster e dei film di qualità ha riportato il grande pubblico nelle sale cinematografiche. Si è tornati ovunque alla “normalità” dei livelli pre covid.
Grande è quindi l’attesa per il prossimo Festival di Cannes. Sulla Croisette si apre la stagione dei Festival Internazionali, quelli sulle cui passerelle passano i film di grandi ambizioni e di elevata qualità. La Kermesse ci darà una sicura indicazione di come sarà la stagione cinematografica.
Una recente ricerca indica che è in atto un significativo cambio generazionale tra gli spettatori e che il cinema di qualità attrae molto anche i giovani. Un dato che fa ben sperare! Cannes punta ad incontrare proprio questo rinnovamento e ad esserne precursore e cassa di risonanza. Da qui la decisione di nominare Presidente della Giuria, Greta Gerwig la giovane regista che con il suo Barbie ha superato tutte le barriere fra i generi cinematografici e li ha innovati radicalmente. Da qui anche la presenza in Concorso di numerosi giovani Registi emergenti.
Quest’anno però tornano, attesissimi, anche i Grandi del Cinema che porteranno i propri film autoriali addirittura in Concorso: F.F. Coppola il futuristico Megalopolis; D.Cronenberg The Shrouds; J.Audiard Emilia Perez; P. Schrader Oh Canada; M. Hazanavicius La plus précieuse des marchandises; G.Lellouche L’amour ouf; e infine Y. Lanthimos Kind of kindness.
Fuori Concorso verranno anche presentati Furiosa: a Mad Max Saga di G.Miller, prequel della Saga omonima, ed il western Horizon – An American Saga diretto da K.Costner. Tra le Proiezioni Speciali, avremo poi anche Oliver Stone con Lula e Daniel Auteuil con Le fil.
A George Lucas verrà consegnata la Palma d’Oro per la Carriera.
Un totale complessivo, forse eccessivo, (l’accusa di “gigantismo” pare giustificata) di ben 115 film in 12 giorni, ripartiti fra la Selezione Ufficiale, Un Certain Régard, le altre Sezioni, i Fuori Concorso e le Séances Spéciales. Una kermesse culturale e commerciale straripante che, insieme alla Quinzaine des Cinéastes e alla Settimana Internazionale della Critica, metterà in mostra tutto il meglio del Cinema disponibile al momento.
Il Cinema Italiano sarà presente con Pierfrancesco Favino in Giuria e con solo due film in Competizione. Paolo Sorrentino concorre infatti con Parthenope e Roberto Minervini, nella sezione Un Certain Régard, con I Dannati. Un po’ italiano perché realizzato in coproduzione con la RAI è infine Marcello mio di Christophe Honoré, nella Selezione Ufficiale.
Vedremo se la qualità dei nostri Autori e l’arte diplomatica persuasiva di Favino riusciranno ad incontrarsi ed a portare finalmente all’Italia un riconoscimento. Speriamo!
data di pubblicazione:10/05/2024
da Rossano Giuppa | Mag 9, 2024
tratto da I Giganti della Montagna di Luigi Pirandello di e con Fabio Cocifoglia e Manuela Mandracchia
(Teatro India – Roma, 2/12 maggio 2024)
È scena al Teatro India Il canto dei giganti, spettacolo liberamente tratto da I giganti della montagna di Luigi Pirandello, suo ultimo testo rimasto incompiuto, in cui viene narrata la crisi personale di un teatrante (foto Pino Miraglia).
Uno spettacolo magico, sofisticato e sorprendente, che intreccia scrittura e poesia, tradizione ed elettronica, sogno e realtà. C’è uno scrittore in piena crisi che vorrebbe dimettersi da tutto e un’attrice ossessionata dall’idea che la poesia possa salvare il mondo. Lo scrittore è disteso sul letto, non riesce a staccarsi da pensieri e ricordi che lo ossessionano. Romanze e stridii assordanti, bauli, vestiti e specchi, luci e lanterne, tutto è intorno a sé, presente e ingombrante.
L’attrice appare con le sue ossessioni, il testo, la poesia, il neonato. E’ la metafora del dramma teatrale incompiuto che è anche la crisi dell’uomo e dell’artista.
Dramma che narra la vicenda di un gruppo di disadattati che trovano rifugio in una villa chiamata La Scalogna e incontrano una compagnia di attori in procinto di mettere in piedi la rappresentazione di un pezzo teatrale, La favola del figlio cambiato.
Lo spettacolo intreccia sapientemente la scrittura di Pirandello e nello specifico le novelle (il già citato Il figlio cambiato e Colloqui con i personaggi), il testo teatrale I giganti della montagna, con la musica del gruppo degli Agricantus.
Un meraviglioso racconto onirico che si sviluppa anche attraverso le fotografie di Letizia Battaglia e Shobha e i contributi video di Pippo Zimmardi, elaborati da un laboratorio teatrale svoltosi nella Real Casa dei Matti di Palermo.
Lo spettacolo magistralmente scritto, diretto e interpretato da Manuela Mandracchia e Fabio Cocifoglia è un vero e proprio arsenale di realtà e illusioni, in piena coerenza con l’immaginario creativo dell’autore e con la sua grave crisi di uomo e teatrante, specchio di fragilità e debolezze del genere umano.
data di pubblicazione:9/05/2024
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da Antonio Jacolina | Mag 8, 2024
Dodin (B. Magimel) è un gastronomo rinomato nella Francia del 1885. Vive nella tranquillità della sua casa di campagna. La sua cuoca Eugénie (J. Binoche) è il suo braccio destro. La loro intesa lavorativa è divenuta in 20 anni anche una relazione affettiva creando una routine gastronomica e sentimentale perfetta. Dodin vorrebbe sposarla ma Eugénie non ha alcun interesse. Perché cambiare una ricetta quando funziona? Dodin allora …
Anh Hung è un regista e sceneggiatore franco-vietnamita. Il suo film d’esordio Il Profumo della papaya verde vinse il Premio Caméra d’Or a Cannes 1993. Il secondo, Cyclo vinse il Leone d’Oro a Venezia 1995. Questo suo 7° film ha vinto il Premio per la Regia a Cannes 2023. Evidentemente è un Autore che si prende i suoi tempi ma il grande talento estetico resta pur sempre la sua cifra stilistica. Scenografie molto ricercate, inquadrature studiate e curate come fossero quadri, uso sapiente della fotografia e del colore, ritmi lenti e contemplativi. Il Gusto delle Cose è un’opera da cui traspira l’amore per la Francia d’antan e per i suoi piaceri culinari. Un omaggio ai sapori, alle alchimie della buona cucina. In parallelo è anche un’ode alle sfumature dei sentimenti umani.
Il lungo ed ipnotizzante piano sequenza iniziale in cui viene mostrato tutto il processo realizzativo di un piatto elaborato è una professione di fede verso la Cucina e verso l’Amore. I fuochi, i vapori, il sobbollio del brodo, i rumori delle stoviglie e dei coltelli sostituiscono le parole. Un balletto silenzioso della cinepresa fra pentole e mestoli. L’abilità del Regista e del Direttore della Fotografia seguono i gesti metodici e tranquilli dei due protagonisti. Un insieme armonico che anticipa e rende la profondità, la complicità e la completezza della relazione fra il gastronomo e la sua cuoca. Collaborare a realizzare un piatto ed ogni gesto connesso sono un segreto linguaggio comune con cui si esprimono con pudore e delicatezza i sentimenti di un amore maturo. La bellezza delle immagini è coinvolgente e rende tutta la sensualità alchemica della passione culinaria ed affettiva.
Si tratta di un’opera poco comune ed autoriale in cui la parte narrativa è quasi un pretesto ed ha una rilevanza limitata malgrado l’accenno anche a temi come il desiderio di libertà, l’emancipazione femminile, l’amicizia e la perdita. La vera ed unica ambizione del film infatti è raccontare la forza calma delle due passioni.
La Binoche e Magimel sostengono il film. Ex coppia nella vita reale hanno una chimica incredibile e magnetica. La loro complicità è palese e palpabile. Riempiono le inquadrature con il loro carisma e con la misurata intensità delle interpretazioni. Ottimi anche gli attori di secondo piano. L’abilità delle riprese, la messa in scena, la regia ed il montaggio sono straordinari, la fotografia è una gioia per gli occhi. I ritmi sono scientemente lenti come le stagioni che si succedono. Un’opera volutamente “vecchio stile” ma affascinante ed espressiva che cattura pian piano lo spettatore con la magia della sua delicatezza.
Più sensuale de La cena di Babette e di Chocolat, Il Gusto delle Cose entra di diritto tra i classici del cinema culinario. Se però vi aspettate una puntata di Masterchef o un film d’azione evitate di andarlo a vedere!
data di pubblicazione:8/05/2024
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da Paolo Talone | Mag 7, 2024
regia di Paolo Vanacore, con Riccardo Bàrbera, Roberto D’Alessandro e Antonello Pascale
(Teatro 7 Off – Roma, 2/12 maggio 2024)
Esterino ha otto anni e parla nei sogni con il nonno defunto. Preoccupati, i genitori lo mandano in analisi dal dottor Bellachioma. Ma il medico è un cialtrone disonesto, preoccupato unicamente di spillare soldi ai propri clienti. Per fortuna Esterino è un bambino sveglio e non ha bisogno delle cure dell’inabile dottore. (foto di Manuela Giusto)
Cosa hanno in comune l’Austria e l’Italia? Nulla, se il terreno di confronto è la psicanalisi. I capisaldi della scienza che si prefigge di curare i disturbi della mente nata con Sigmund Freud vengono smontati dalle domande e dalle considerazioni di un bambino di soli otto anni in cura da un medico cialtrone. E la proverbiale sapienza popolare all’italiana, con la sua scanzonata praticità a cavarsela in ogni situazione, vince sopra ogni teoria.
Tenero e divertente racconto che pone al centro l’affetto di un nonno per il nipote preferito, Esterino è il nuovo lavoro del commediografo Marco Rinaldi in scena fino a domenica al Teatro 7 Off dove ha debuttato in prima assoluta lo scorso 2 maggio per la regia di Paolo Vanacore, prodotto da CMR Project Camera Musicale Romana.
Per il piccolo Esterino, nonno Lello è un punto di riferimento. Gli piace sedere accanto al nonno e ascoltare i suoi assurdi racconti di quando era cacciatore di prede in Africa, anche se alle giraffe e agli elefanti preferiva di gran lunga le donne. Quando muore però Esterino non rimane da solo perché il defunto nonno torna a trovarlo nei sogni. Allarmati dal fatto che queste apparizioni siano solo il frutto dell’immaginazione turbata del bambino, i genitori mandano il piccolo in analisi. Ma il dottor Bellachioma, psicanalista imbroglione, è preoccupato più per i soldi che per la salute dei suoi pazienti. Esterino non fatica a tenere testa con la sua semplice logica e con i consigli del nonno che continua a visitarlo nei sogni alle astruse e inconcludenti teorie del seducente dottore. E così, nella battaglia che alterna sogno e realtà, questa favola si chiude con la consapevolezza che nella vita per crescere occorre prendere le cose per come vengono. L’esperienza ci aiuterà a risolvere i problemi, non di certo la psicoanalisi che ne esce ammaccata e sminuita.
Nel dirigere questo spettacolo, Paolo Vanacore sceglie di raccontare la storia in modo coerente e chiaro sdoppiando i piani della recitazione oltre e aldiquà di un velo. Il mondo dei sogni rimane così separato dallo studio del dottor Bellachioma, con le sue immancabili poltrone da terapia (la scena è di Alessandro Chiti). Fanno da collante al susseguirsi delle scene le musiche originali composte da Alessandro Panatteri, che riflettono il fare scanzonato e burlone della commedia. Ottima la prova del trio Bàrbera-D’Alessandro-Pascale, la cui inventiva e esperienza sul palco salva una commedia altrimenti debole dal punto di vista dell’intreccio, che fonda il suo potenziale comico solo nel farsi beffe della psicologia.
data di pubblicazione:7/05/2024
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