da Antonio Jacolina | Feb 26, 2021
Di questi tempi si stampa troppo e di tutto, l’offerta e la qualità sono inversamente proporzionali al numero dei lettori veri (per intenderci quelli che comprano realmente un libro per leggerlo). Oramai scrivono tutti… politici di ieri e di oggi, magistrati ed ex magistrati, artisti o pseudo artisti in carriera o sul viale del tramonto e tanti illustri sconosciuti destinati a restare tali… tutti hanno la certezza di avere qualcosa di interessante da raccontare al Mondo. Male che vada… tutti hanno almeno… un bel giallo o un poliziesco da proporre!
Comunque sia, proseguendo, per emulazione, nel curiosare fra i libri di nicchia, abbiamo trovato il libro di Anne Sinclair, giornalista e conduttrice televisiva, uno dei volti e delle firme più popolari ed apprezzate in Francia, divenuta nota anche al grande pubblico italiano nel maggio 2011 in occasione dello scandalo che travolse suo marito Dominique Strauss-Kahn: Direttore del Fondo Monetario Internazionale e probabile candidato socialista alle presidenziali Francesi del 2012. La giornalista difese strenuamente il marito dalle accuse di tentata violenza sessuale ai danni di una cameriera in un albergo di New York, anche se poi, l’anno dopo, cadute tutte le imputazioni (vere o artatamente costruite per fini politici che esse fossero), chiese la separazione.
La Sinclair è giornalista di gran talento e lo conferma la lettura di questo piccolo libro scritto con una lingua diretta, vivace, scorrevole e gradevole, con toni naturali e briosi ed una scrittura veloce. Facendo rivivere la galleria d’arte dei nonni materni, posta, per l’appunto al N° 21 di Rue La Boétie nei pressi degli Champs-Elysées a Parigi, l’autrice rende omaggio alla loro sensibilità di mercanti, di collezionisti d’arte e di mecenati e tesse la tela di un racconto in cui si incrociano le più belle pagine della pittura moderna, le relazioni umane fra il nonno Paul Rosemberg e gli artisti da lui prediletti e protetti: Picasso, Matisse, Braque, Léger … , la Parigi della fine degli anni Trenta, l’occupazione tedesca, le spoliazioni, ruberie e confische operate dai nazisti ai danni degli ebrei, l’avventurosa fuga dei nonni in America e poi, alla fine della guerra, le difficili e caotiche lotte umane e giudiziarie per poter recuperare il loro patrimonio di quadri dispersi dai tedeschi in Europa, complici mercanti privi di scrupoli.
Un libro ben documentato, ricco di aneddoti, frutto di un lavoro di ricostruzione d’archivio e di ricordi d’infanzia che ci porta dietro le quinte del mondo degli artisti e dei collezionisti della prima metà del XX secolo e ci svela fatti spesso ignorati del mondo dell’Arte e le relazioni privilegiate con alcuni grandi pittori di quell’epoca. Un melange intimo fra la vita di Paul Rosemberg: le sue corrispondenze con gli artisti, le varie correnti artistiche e… la Grande Storia: la caduta della Francia, l’antisemitismo strisciante, l’atteggiamento semi collaborazionista di tantissimi francesi verso l’occupante tedesco e le vessazioni naziste. Una ricerca storica di un mondo e di un’epoca dal punto di vista dell’Arte in un momento ben particolare della Storia.
21, Rue La Boétie è un piccolo libro appassionante che evoca un periodo fecondo, di gran fioritura e creatività artistica nella Parigi e nell’Europa fra le due guerre e che evoca anche la necessità di ciascuno di noi di conoscere le proprie origini familiari, il peso delle alterne alee della Fortuna ed i sentimenti di esclusione. Un libro ben scritto, con passione, umiltà ed un filo di nostalgia, una lettura facile ed interessante, ma anche un libro reso profondo dalle domande poste dalla scrittrice che ha avuto il personale privilegio di essere la nipote adorata di questo grande e perspicace collezionista e di poter conoscere, nella sua infanzia, alcuni dei più grandi pittori del secolo scorso. Pittori che, a sua volta, suo nonno aveva fatto conoscere ed apprezzare in Europa ed in America.
Ci si aspettava una biografia ed invece piano, piano si entra nella Grande Storia.
data di pubblicazione:26/02/2021
da Paolo Talone | Feb 25, 2021
(Teatro Argentina – Teatro di Roma, 22 febbraio 2021)
È stata una protesta silenziosa e composta quella che si è svolta lunedì 22 febbraio scorso davanti al Teatro Argentina – Teatro di Roma per circa due ore dalle 19:30. A presidiare la piazza operatori del settore e diversi giornalisti a documentare l’evento. L’iniziativa, promossa dall’Associazione di categoria Unione nazionale interpreti teatro e audiovisivo (U.N.I.T.A.), è stata accolta in tutta Italia da un folto numero di direttori artistici a cui è stato chiesto di illuminare i propri edifici teatrali per testimoniare una presenza attiva e più che mai sofferente, che attende di poter riprendere a lavorare. Ad animare la serata anche un ristretto gruppo di lavoratori e lavoratrici che fanno capo alla Rete intersindacale professionist* dello spettacolo e della cultura. Loro lo slogan un anno senza eventi e senza reddito, a ricordare la precarietà in cui versa attualmente il settore della cultura. Tra gli attori presenti Fabrizio Gifuni e Paolo Calabresi – consiglieri di Unita – e il direttore del Teatro di Roma Giorgio Barberio Corsetti. Discreta ma significativa anche la presenza di abituali spettatori che attendono la ripresa degli spettacoli dal vivo. Non si dà spettacolo senza la compresenza di artisti e pubblico: il teatro è l’arte che ha la sua ragion d’essere nel suo accadere dal vivo. La protesta è collettiva. Sembra di respirare un’aria di festa, quasi da debutto, per via dei riflettori accesi dall’interno del foyer del teatro. La luce abbagliante è proiettata sul marciapiede antistante l’edificio. Contemplando la facciata non si può non soffermarsi a leggere in alto la dedica alle Arti della tragedia, della musica e della danza nei nomi mitologici delle Muse che le rappresentano, che per ora rimangono mute. Il teatro come struttura è parte non solo del tessuto urbano, ma più ancora espressione della società e dell’educazione che riceviamo. La consapevolezza però dello sconcertante momento che viviamo ci fa pensare più alle luci di una corsia di ospedale che non a un grande evento, che si accendono perché un paziente malato – il teatro appunto – chiede aiuto e assistenza. È passato ormai un anno dalla chiusura forzata delle sale per via della pandemia in atto e ad oggi non si vede ancora la possibilità di una riapertura imminente. Ci uniamo all’appello di Unita e speriamo che presto il nuovo Governo torni a parlare di teatro e programmi un piano che renda possibile la riapertura in sicurezza delle sale teatrali.
data di pubblicazione:25/02/2021
da Daniele Poto | Feb 25, 2021
Insegnante alla scuola Holden, giocatore di basket incompiuto, Poddi è solito affidare le proprie storie a un preciso riferimento storico. Fu così in una precedente opera per la leggendaria finale di basket olimpico tra Stati Uniti e Urss del 1972, si ripete ora per una centenaria che ha occupato tutto il secolo scorso, nel suo caso tutt’altro che breve perché vissuto passionalmente, intensamente e pericolosamente. Il personaggio al centro del plot è Leni Von Riefenstahl, regista, attrice, scrittrice e tante altre cose ma soprattutto autrice di testimonianze di spessore sulla cultura e sullo sport nazista, con adesione entusiastica, però a volte ambigua con il credo hitleriano. L’intento di Poddi è piuttosto presto svelato nel magico e incantato scenario acquatico delle Maldive. La dialettica è stabilita con la sua guida nei mari che non è lì per caso perché è la figlia di una donna che interloquito pesantemente il proprio destino con quello della film maker. Non ci addentreremo più oltre nello spoiler ma è evidente la conflittualità del rapporto. E l’ora di cui si parla nel titolo è un prolungato drammatico fermo immagine in queste esplorazioni subacquee. C’è un certo senso di espiazione nel comportamento di Leni che va a temperare la durezza introspettiva della sua interlocutrice. Un grosso lavoro di documentazione c’è alle spalle di un romanzo che è figlio di una tendenza ormai generalizzata (v. Culicchia,Bajani ed altri). Vicende storiche diventano metastoriche attraverso reinterpretazioni, legittime tanto qual è il libero arbitro letterario. Il romanzo è scritto benissimo anche se la direzione del plot e la sua prevedibilità nuocciono a lungo andare a una speranza di sorpresa. Un testo che apre tante porte, stimola la curiosità sulla personalità della regista tedesca e semina qualche dubbio politicamente scorretto, sul contrasto tra come lei stessa desidera apparire e le sue disinvolte capriole ideologiche. L’unita di luogo e di tempo è continuamente infranto a quello che la storia ha seminato e, purtroppo, non ha sempre insegnato.
data di pubblicazione:25/02/2021
da Antonio Jacolina | Feb 18, 2021
Per la gioia dei suoi innumerevoli appassionati, Adelphi prosegue con la pubblicazione dei “Romanzi Duri” di Simenon. Ecco quindi fresco di stampa e di una nuova traduzione un bel romanzo del 1939. Un “Roman-Roman” come amava definire i propri lavori l’autore stesso, appartenente, come abbiamo già avuto modo di scrivere, per periodo, ispirazione e qualità proprio alla feconda prima stagione creativa dello scrittore belga. Quindi, ancora una volta, un’opportunità per l’autore di osservare come solo lui sa fare, le umane vicende, la pena dell’esistere, tutta la durezza della realtà anche quando essa, a prima vista, appare tutt’altro che dura, per raccontarci cosa sia avvenuto e, soprattutto, cosa ciò che è già avvenuto ancora causi e determini nell’esistenza delle persone da lui osservate. Gli intricati fili del Destino segnano sempre la vita degli uomini. Un Potere ineluttabile cui, per Simenon, per quanto si possa lottare, è ben difficile e ben raro riuscire a sottrarsi.
La Fattoria del Coup de Vague è un romanzo rurale, centrato su quella piccola società provinciale apparentemente rispettabile e serena dalle cui regole non scritte ancora una volta uscirà il male della vicenda senza che ci siano né veri carnefici né veri innocenti, ma in cui tutti, con i loro segreti ed i loro non detti, sono vittime e protagonisti quasi per inerzia, e in cui gli odi degli uni per gli altri affiorano senza mai esplicitarsi. “Le Coup de Vague” è una fattoria sul mare, non lontano da La Rochelle sulla costa atlantica della Francia. Lì vive il ventottenne Jean con le sue 2 zie nubili, benestanti, temute e detestate dalla comunità, che con lui governano sia la fattoria sia un avviato allevamento e commercio di mitili. Tutto è regolato dalle due donne come su uno spartito musicale e Jean è, ben volentieri, al centro di questo nido protetto. Una vita facile e senza sorprese fra il lavoro, la sua moto, le partite di biliardo e le ragazze. Ma ecco che la monotonia serena viene travolta dalla prima “ondata”, le coup de vague del Destino: Marta la giovane vicina con cui Jean amoreggia resta incinta! Per mera pavidità Jean ne parla con le zie che prendono subito il controllo della situazione senza che i due giovani abbiano modo di opporsi alle decisioni drastiche che via, via vengono loro imposte per non aprire spiragli ai segreti ed ai sospetti fino ad allora tenuti nascosti dalle zie stesse e dal villaggio in cui tutti sanno tutto di tutti. La morsa delle 2 donne soffoca, stringe ed annienta la giovane coppia fino ad una nuova definitiva “ondata”. Quando Jean ne riemergerà, tutto è già accaduto! la vita della fattoria impone le sue esigenze, il lavoro deve riprendere, e … riprende! cancellando piano, piano i ricordi ed anche il villaggio avrà recuperato il suo volto impassibile. Il cerchio si è così richiuso!
Nulla e nessuno può permettersi di alterare gli equilibri.
Una trama cupa come mai, in cui il talento di Simenon delinea, senza concessione alcuna, ritratti che ci illuminano sul reale sentire dell’essere umano: vigliaccheria, pavidità, amore per il denaro, orgoglio, disprezzo, amore carnale e morte. Una descrizione amara dell’umana miseria e dei vincoli familiari che non risparmia nessun personaggio sebbene siano tutti vittime delle loro storie.
Un romanzo duro, coerente con la visione del mondo di Simenon, scritto con il suo stile asciutto ed essenziale, un affresco vivace, intrigante ed affascinante come e più del solito.
Un ottimo libro che si divora e ci lascia, come vuole l’autore: con il gusto amaro di un’”ondata”, un coup de vague, di malessere sulla miseria dell’Umanità, che sembra voler sommergere anche noi!
data di pubblicazione:18/02/2021
da Daniele Poto | Feb 16, 2021
Un documentario sconvolgente. Che turba le coscienze. E dimostra, una volta di più, come gli affari di Stato siano molto più importanti delle vite umane. Jamal Khashoggi entra con la massima fiducia nel consolato dell’Arabia Saudita a Instanbul il 2 ottobre 2018 non ne esce più. Un disvelato mistero della camera chiusa alla Dickson Carr? Molto di meno ma molto di più come grande cinema.
Una docufiction che è un pugno nello stomaco. Due ore di tensione per un giallo che in realtà giallo non è. Pura cronaca nera di Stato ovvero come il principe Mohammed Bin Salam ha ordito la macchinazione per far fuori un feroce critico del suo potere assoluto. Viene da sorridere amaramente a pensare come un uomo politico italiano abbia potuto recentemente alludere a questo Paese come artefice di un nuovo Rinascimento riscuotendo un compenso di 80.000 dollari per una conferenza prezzolata in loco. In realtà questa non è la nazione della democrazia ma quella dove chi comanda esercita un feroce potere assoluto che falcia i nemici senza porsi problemi di correttezza multiculturale. Khashoggi aveva lasciato l’Arabia Saudita per smania di libertà ed era ingenuamente entrato in quel Consolato per fruire del documento che avrebbe potuto permettergli di sposare la fidanzata turca. Le telecamere mostrano il suo ingresso ma non la sua uscita. Perché in quella sede consolare verrà selvaggiamente fatto a pezzi secondo i dettami di un piano premeditato affidato a crudeli esecutori. Un aereo di Stato aveva trasportato in Turchia 15 uomini (vertici, portaborse e killer) per questa esecuzione. Il giornalista rappresentava un pericolo perché i suoi articoli e i suoi twitt spargevano dubbi sull’operato del Principe. E il columnist era sul punto di fare un salto di qualità trasformandosi da opinionista in attivista anche grazie alla prova (giudicata colpevole) di un finanziamento di 35.000 dollari a suoi colleghi che intraprendevano una battaglia sui social, riaffermando il principio del diritto a un pensiero alternativo e avversativo. Cinema civile, teso, profondo con una colonna sonora martellante che non abbandona mai le immagini e le riempie di significato.
data di pubblicazione:16/02/2021
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da Antonio Jacolina | Feb 16, 2021
Inghilterra, Agosto1939. Il Mondo è sull’orlo della II Guerra Mondiale! In un elitario college femminile sulle coste de La Manica ove studiano l’inglese le figlie dei gerarchi del III Reich, insegnano una giovane professoressa, l’anziana direttrice (Judi Dench) ed un ambiguo professore di letteratura (Eddie Izzard). Agenti nazisti tramano nell’ombra, il controspionaggio inglese indaga sulla misteriosa scomparsa di un professore…
Un thriller di spionaggio ispirato ad una storia vera che era già uscito in alcune sale poco prima dell’inizio della Pandemia e che ora è disponibile in DVD e su SKY. Regista e coautore del soggetto e della sceneggiatura insieme all’eclettico Eddie Izzard, è il cineasta britannico Andy Goddard che ha al suo attivo anche la direzione di alcuni episodi di Downton Abbey. Tutto lasciava presupporre una possibile buona idea (le piccole storie che fanno la Grande Storia) ed anche un buon risultato, ma la realizzazione, va detto subito, è tale che definirla maldestra ed infelice è solo un gentile eufemismo. Dal punto di vista cinematografico il risultato è infatti un assurdo incredibile cui fa quasi dispiacere assistere.
In effetti la storia sembra iniziare bene, le atmosfere ed i personaggi sembrano essere quelle classiche proprie dei bei film di spionaggio in bianco e nero degli anni ’40, le location sono giuste e si intravvedono dei possibili sviluppi narrativi intriganti, ma … poco a poco il film cede e si schianta poi sotto il peso di una sceneggiatura che si rivela del tutto priva di senso e così sciatta che scade spesso in errori e momenti incongruenti, improbabili se non anche ridicoli, non solo nei dettagli ma anche nello sviluppo della trama principale, dei personaggi e dei protagonisti stessi. Il tono generale che sembrava voler essere serio precipita allora quasi nella parodia del genere, alcuni personaggi e storie si perdono poi senza ragione con notevoli ricadute sul ritmo e sull’evoluzione di tutta la logica narrativa. La Regia sembra aver perso il controllo del film. Lo spettatore non può che restare sconcertato e confuso davanti allo spettacolo cui sta assistendo e che sotto i suoi occhi si è trasformato in un assurdo privo di logica.
In questo disastro sembra salvarsi solo Judi Dench (grazie al suo talento ed esperienza) che da sola riesce a dare un po’ di residua credibilità alla storia, ma, a volte, sembra domandarsi cosa ci stia a fare in questo pasticcio. Con lei lo spettatore si domanda perché mai si sia ridotto a vedere questo film? La risposta è, ahinoi, un po’ pesante: perché “in astinenza da film” e perché non c’è quasi più nulla di cinematograficamente veramente valido da vedere sui piccoli schermi!!!
data di pubblicazione:16/02/2021
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da Daniele Poto | Feb 15, 2021
Family drama padano di quelli che riescono bene a Avati. Modesta spesa produttiva per una grande resa simil teatrale. La vicenda degli Sgarbi senior, valorizzata da Vittorio ed Elisabetta, diventa il pretesto per un film sulla perdita e sulla memoria. Come un lutto può essere riscattato dal ricordo della scrittura. Interpreti al meglio per una storia in cui la cornice è il meglio del quadro.
Una vicenda universale. Una moglie che lascia terribilmente solo un marito abituato alla sua presenza. Superata una tristezza la reazione avviene con la sublimazione dei sentimenti con la letteratura. Ma tramite un mediatore, un ghost writer ((Gifuni) abituato per sopravvivere ad operazioni da saltimbanco, disponibile a qualunque ingaggio grazie a un consolidato mestiere. Così la diffidenza del vedovo (un Pozzetto a cui il regista comanda instancabilmente sobrietà) si attenua fino ad abbandonarsi completamente e con intatta fiducia all’inevitabile manipolazione del coautore. Delicatezza e garbo descrittivo, la felice fotografia che restituisce al meglio Ferrara e dintorni, l’abile scelta del cast con le uniche eccezioni dei tutt’altro che necessari Gioele Dix e Serena Grandi, chiaramente fuori parte, camei forse aggiunti per ingolosire gli spettatori, sono i punti di forza di questo prodotto molto italiano, cavallo di punta dell’ammiraglia Sky nel cuore dell’inverno. Avati si dimostra una sicurezza. Fatta eccezione per le due prime su due prove (che ormai si perdono nella notte dei tempi) è sempre stato una sicurezza al box office, assistito dalla professionalità del fratello che lo guida la meglio nei meandri produttivi-distributivi. Nel plot abbondano i flash back che riescono esaurientemente a riassumere più di mezzo secolo di vita in comune: dalle tribolate nozze a un affetto indelebile che non si spegne con la scomparsa di uno dei due coniugi. Nel film ma anche nella vita di tutti i giorni è l’uomo che fa più fatica ad accettare la perdita dell’altro dimostrando, una volta di più, le maggiori risorse psicologiche dei soggetti al femminile.
data di pubblicazione:15/02/2021
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da Daniele Poto | Feb 13, 2021
L’artista completo Francesco Guccini è al tempo del raccolto più che della semina. Svoltato il ciclo anagrafico degli over 80 può tirare le somme di un’esistenza gratificante e oltremodo celebrata. Questo libro deluderà chi si aspetta la cronaca viva degli anni densi di tournée e di impegni perché l’autore preferisce privilegiare la parte più intima. Infanzia e adolescenza bellica e post bellica tra Bologna, Modena e Pavana, triangolo emiliano da cui non si scappa, inevitabilmente. “Piccole città, bastardi posti”. Dunque è l’innesco personale della storia di cantautore più che della maturità piena, quella che si concretizza come giallista e scrittore. Esangue bilancio quasi testamentario di chi ha quasi perso la voce e anche il filo rosso dell’ispirazione musicale (onore al merito, non replica se stesso, come tanti altri colleghi pluri-settantenni), non rinunciando a qualche sortita collaborativa (vediVecchioni) . Lascia la funzione di completamento del libro ad Alberto Bertoni che si diffonde per quasi duecento pagine, pur non figurando nei crediti di copertina, su Vita e opere di Francesco (il cantante, non il santo). Una silloge didattico cronologico che accontenta i puristi ma che non ha guizzi perché non nasce dal vivo racconto del protagonista. In definitiva un libro che aggiunge poco a retroscena e a divagazioni off record, dall’alto di una compostezza un po’ indifferente e distaccata, inevitabilmente frutto dell’età. Un certo spirito di rassegnazione quaresimale permea tutto il libro e non offre un’atmosfera troppo allegra. Rappresentano comunque chicche gli esordi da giornalista precario, forse il primo contatto con la scrittura, una gavetta che viene raccontata articolo per articolo. Sfiorata ma non troppo approfondita l’esperienza collettivizzante della serata nelle Osterie, prima fra tutte quella delle Dame. Lì si forgiava la Bologna Musicale. Prima con Dalla, Guccini, Lolli, poi con l’infornata della seconda generazione dei Bersani, Carboni e Cremonini. Ma con questi le osterie erano già morte.
data di pubblicazione:13/02/2021
da Antonio Jacolina | Feb 13, 2021
Dopo tanti Bestseller, romanzi mainstream o Polar più o meno buoni e coinvolgenti, perché non seguire l’esempio virtuoso di scrivere anche noi di qualche libro più di nicchia o, se non altro, meno ammiccante verso il lettore? L’opportunità ci viene data dalla riproposizione in economica del libro di David Grossman che era uscito per la prima volta circa 20 anni fa.
Che tu sia per me il coltello è di sicuro un libro non per tutti, un libro che si potrà solo amare od odiare, un libro non facile in cui ci si può perdere ma che, ad un certo punto, se si persiste, può anche affascinare gli animi sensibili e risultare una bella lettura che assorbe intimamente. Grossman, si sa, ha una scrittura elegante e ricercata, non agevole, in cui non c’è posto per la leggerezza e lo humour, il suo stile è rarefatto, denso e profondo, uno stile che può apparire ermetico ma che può anche far risuonare delle note interiori in cui riconoscersi. Il nostro libro ha infatti un ritmo ed una profondità tutta sua e non si può leggere tutto d’un fiato perché l’autore non usa alcun trucco letterario per attrarre il lettore. La sua lettura è un atto di volontà fino a quando riesce a scattare (se mai scatterà) l’affascinamento.
Lo spunto narrativo è il casuale incontro fra Yair (l’IO narrante) ed una donna sconosciuta, una donna sposata solo intravista ad una riunione, e la subitanea, conseguente decisione di avviare con lei una relazione epistolare, una corrispondenza di amorosi sensi, senza volere o doversi mai incontrare, aprendole il proprio cuore, confidandole ciò che sente la propria anima.
Un monologo epistolare, un’opera originale per forma e linguaggio, quasi un romanzo sperimentale ma al tempo stesso anche delicato e fonte di sensazioni contrastanti. L’intero libro è costituito dalle lettere inviate da Yair ed i veri protagonisti sono i sentimenti, le emozioni che sottostanno alle parole scritte. Ciò che veramente conta sono infatti le parole, parole che vanno scelte con cura per esprimere ogni volta la profondità, la verità del sentimento verso l’altro, la cui assenza fisica esaspera ancor più il desiderio. Si genera così una complicità ed una confidenza assoluta per giungere, proprio tramite il potere delle parole, alla Verità su di sé e sull’altro. Una storia d’amore immaginata e desiderata, mai vissuta e che mai sarà vissuta, ma egualmente intensa, anzi, proprio per questo più travolgente perché più potente è la forza della mente, del pensiero, del desiderio e dei sentimenti. Un uomo che scrive, che si interroga, che si dichiara, che si confessa, si espone e si svela sentimentalmente ed intimamente ad una donna solo tramite la sua corrispondenza amorosa.
Un libro coinvolgente sulla forza e l’irruenza dei sentimenti e sulla potenza dell’incontro di anime. Un libro molto particolare da leggere e comprendere con molta calma perché ogni parola scritta, a differenza di quelle pronunciate, è potente, tagliente e precisa come un coltello.
data di pubblicazione:13/02/2021
da Giovanni M. Ripoli | Feb 12, 2021
Siamo nel 1870 in terra d’America (leggi selvaggio West). Il Capitano Jefferson Kyle Kidd tra i pochi in grado di leggere, si guadagna da vivere riportando le notizie scritte sulle differenti testate americane vagando di città in città. Vorrebbe tornare a casa, ma una bambina, sopravvissuta ad una strage, ad opera di bianchi, in un campo Kiowa , gli viene affidata. Essendo di buoni e onesti sentimenti, il nostro se ne fa un punto d’onore nel portarla con sé e proteggerla. Riuscirà nell’impresa?
Devo confessare che amo i western tout court, con una netta preferenza per quelli che una volta venivano definiti “classici”, per intenderci, Ombre Rosse, L’Uomo che Uccise Liberty Valance, Sentieri Selvaggi. Quest’ultimo citato non a caso, perché, Notizie dal Mondo del regista inglese, Paul Greengrass (un nome tanto particolare da apparire falso!), senza farne un remake, mutatis mutandis, in qualche modo lo evoca, naturalmente senza essere John Ford (il Titano: quello che sta al western come Shakespeare al teatro)!
Come si sa- Andrè Bazin docet – il western è il genere di eccellenza della cinematografia USA. Dall’epoca del muto ad oggi, con rare eccezioni, tutti i registi più famosi e anche molti attori hanno diretto film ispirati alla Frontiera americana. Naturalmente il genere si è evoluto, passando dal mero intrattenimento, seppure di eccelso livello, ad una maggiore introspezione degli avvenimenti anche in chiave di revisionismo storico. Non è ovviamente questa la sede di una dissertazione critica sul genere chiaramente in costante declino da molti anni, ma quello che va rimarcato è il periodico rarefatto apparire, ancora oggi, di buoni western, con alcune eccellenze (Gli Spietati di Clint Eastwood, ad esempio). Come collocare allora la pellicola di Greengrass in visione dal 10 febbraio su Netflix? Un prodotto onesto e godibile, ma niente di più. Perfetto nella rappresentazione delle desolate location, curatissimo nei dettagli e nella scelta degli attori: Tom Hanks, asciutto e misurato nelle vesti di un capitano Kidd, forse disilluso, ma ancora capace di “fare la cosa giusta”e la deliziosa, bravissima, Helena Zengel, capelli biondi e occhi azzurri capaci di intenerire anche Erode…nel personaggio-cardine della vicenda, Johanna/Cicada. La storia che in nome del politicamente corretto non si può raccontare nel dettaglio (odio la parola, spoiler!) ha una sua e desta pure qualche emozione, ma, quello che manca a farne un gran film è la mancanza di estro, il coraggio formale artistico. Notizie dal Mondo, va avanti piatto, troppo generico nel suo semplice raccontarsi, senza mai un vero colpo di scena capace di sorprenderci. A dirla tutta è soffuso di buonismo, pieno di battute che suonano artefatte, generiche, troppo sentimentali. Però, onestamente, non è che sia molto di meglio sui diversi network, quindi credo ci si possa accontentare e godere anche di questo piccolo western.
data di pubblicazione:12/02/2021
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