da Daniele Poto | Apr 10, 2021
Una scheggia impazzita del nuovo cinema rumeno consacrata con l’Orso d’Oro nell’edizione 71 del Festival di Berlino. Tra dissacrante fustigazione di una società arretrata e della pruderie sessuale trattando un tema ormai mainstream anche nella società italiana.
La pellicola inizia con dieci minuti che potrebbero essere tranquillamente il momento culminante di un film porno. L’insegnante Emi, stimata professionista di una scuola bene, di Bucarest, filma un video intimo con il marito in cui nulla si nega. Il regista inquadra gli organi, documenta il linguaggio lascivo, le posizioni. Dunque un inizio da pugno nello stomaco che fa credere di essere entrati in un’opera di genere e sui generis. Ma poi nella passeggiata nervosa della protagonista per le strade della capitale rumena, il plot si sviluppa perché il filmato da privato diventa pubblico. E l’esplorazione della città è un piccolo capolavoro. Tra egoismi, razzismi, devastazione del decoro urbano, maleducazioni assortite e la recondita preoccupazione della protagonista. Il terzo quadro del film, dal ritmo evidentemente spezzettato e discontinuo, è una serie di tableaux vivant dove il regista sbizzarrisce tutta la propria fantasia sul vivere contemporaneo. Prologo per arrivare al processo a porte aperte quando l’insegnante, in piena pandemia, viene giudicata dal consesso dei genitori dei suoi alunni. Potrà continuare a insegnare nella sua scuola? Il regista ci fa capire il sottile divario tra fiction e realtà. E’ stato tutto uno scherzo? Comunque tre finali di cui eviteremo lo spoiler. Cinema fertile, fecondo, politicamente scorretto. Irridente sui luoghi comuni. L’ultima parte didattica è un po’ più prevedibile delle altre perché mette in moto la riflessione sulla liceità dei comportamenti sessuali e su come gli adolescenti ne vadano ipocritamente tenuti lontani. Per accorgersi che il pensiero comune dei rumeni non è troppo lontano da quello degli italiani. I video di questo genere fanno ancora scandalo se nel dibattito l’insegnante viene paragonata a un’attrice porno con scarso rispetto per il suo adamantino percorso didattico.
data di pubblicazione:10/04/2021
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da Daniele Poto | Apr 10, 2021
Un piccolo grande libro magistrale come una lezione sui danni che un troppo rigoroso ordine pubblico negli anni di piombo ha provocato all’interno della società civile. Quanti ricordano la tragica fine di Franco Serantini, dolce e sprovveduto anarchico toscano di origine sarda? Un episodio di cinquanta anni fa con la polizia tesa a difendere il regolare svolgimento di un comizio del Movimento sociale in piena campagna elettorale. Dura reazione di piazza con violenza immotivate. L’autore ripercorre con documenti ma non con fredda emotività il difficile cammino esistenziale del giovane e le circostanze che lo hanno portato a essere presente nel posto sbagliato nel momento sbagliato. L’unico suo torto, come appare dalla complicata vicenda processuale, quello di aver rivolto parole ingiuriose ai presunti tutori dell’ordine pubblico. Una vicenda sempre attuale ripensando alle parabole di Cucchi e di Uva. In più gli anni ’70 erano anni particolari, a volte fuori da ogni giurisdizione costituzionale e giurisprudenziale. Sulla sua morte si spandono veli si scarsa trasparenza con l’accurata protezione istituzionale e con la chiara impossibilità di accertare i nomi dei responsabili della morte. Trascinato in prigione in condizione di chiara difficoltà lo si manda incontro a una morte inevitabile per traumi assortiti senza che alcun responsabile proceda per tempo al ricovero in ospedale. La comunità toscana reagirà con fermezza e durezza verso tanta consapevole insensibilità. Ricorderete come non fosse un periodo troppo favorevole (eufemismo) per gli anarchici, con il disarcionamento assassino di Pinelli, con il comodo ricorso al capro espiatorio Valpreda per l’attentato di Piazza fontana. Serantini è una rotellina piccola piccola che rientra in questo ingranaggio e vene stritolata. a strage. Democrazia, trasparenza, verità? Solo vuote parole in questo caso. E quanto c’è di progresso rispetto alla data della drammatica morte di Serantini, il fatidico maggio 1972? Reimmergersi nel caso è vivificare l’immagine sbiadita dell’Italia in quei confusi anni ’70. Operazione di verità e di memoria.
data di pubblicazione:10/04/2021
da Paola Pazienza | Apr 6, 2021
L’usignolo di H.C. Andersen, narra la storia di un usignolo che preferisce essere “libero di vivere nel bosco” piuttosto che vivere in una gabbia dorata alla corte dell’imperatore della Cina con mille servitori al suo servizio. La stessa “gabbia dorata” che viene proposta all’essere femminile, fin dai tempi più lontani, per parlare poi solo di quelle più fortunate. La donna infatti, in quanto figlia di Eva, è sempre stata “pensata”, al massimo, come un essere dalla natura gentile e, al tempo stesso, sacrificale.. Un essere gentile e sacrificale che per poter “stare sullo stesso palcoscenico degli uomini, dovrà sapere fare tutto quello che fanno loro, ma all’indietro e sui tacchi a spillo”. Nulla di più! Generazioni e generazioni di donne legate a vita a questo pesante pregiudizio!
Il mito della figura di “Morgana” nasce all’interno del grande Ciclo Arturiano. E’ la sorella malefica e potente di Re Artù. Morgana è, al contempo, anche la discendente di quella Lilith che secondo la tradizione della cabala ebraica fu la prima moglie di Adamo. La donna che pretendeva di godere degli stessi privilegi del suo consorte in quanto nata anch’essa dalla stessa polvere del suolo. Sarà ripudiata per aver osato tanto!!!
Michela Murgia nata a Cabras nel 1972, scrittrice, blogger, drammaturga e critica letteraria italiana, vincitrice di importanti premi letterari come il Campiello, e Chiara Tagliaferri, coordinatrice editoriale per Storielibere.fm, la piattaforma più innovativa di narrazioni audio online, con stile letterario pungente e molto diretto, raccontano intelligentemente la storia di dodici “Morgane” che a loro modo ridefiniscono i termini ed i confini dell’autonomia e della libertà femminile. Donne esemplari, tutte così controcorrente, così forti, così coraggiose, ma anche così pericolose e diverse che arrivano perfino ad essere viste come streghe dalle altre donne, come “donne oggetto” dalle femministe, e come “donne che nella Società di ogni tempo non si vorrebbe nemmeno avere come figlie o amiche.”
Le biografie raccontate nel libro sono quelle di: Moana Pozzi, Caterina da Siena, Grace Jones, le sorelle Bronte, Moira Orfei, Tonya Harding … Shirley Temple e Zaha Hadid. Tutte offrono una immagine di se stesse come donne diversa da quella stereotipata dell’ immaginario collettivo.
Pornostar, Sante, Artiste, Sportive, Stiliste, Archistar … ognuna con la propria storia fatta sì di successi, di riscatti dalla propria condizione, ma anche fatta di violenze, umiliazioni o condizionamenti di ogni natura e genere, come la disciplina imposta a Shirley Temple tramite la “punishment box” oppure la storia delle sorelle Bronte costrette a firmare le loro opere con uno pseudonimo maschile per sfuggire ai pregiudizi presenti nei confronti delle donne nell’era Vittoriana e non solo.
La lettura del libro è scorrevole e allo stesso tempo densa di riflessioni toccanti e lascia la speranza che ci siano tanti figli e figlie di Lilith nel presente e nel futuro dell’umanità.
data di pubblicazione:06/04/2021
da Daniele Poto | Apr 5, 2021
Il sottotitolo in questo caso è illuminante: “Storia della criminalità a Roma, da Porta Pia a Mafia Capitale”. Un excursus lungo e documentato, come dimostra la puntualissima e circostanziata bibliografia finale, che abbraccia più di un secolo e mezzo di vita metropolitana. Da quando Roma aveva la metà degli abitanti di Napoli fino allo sbocciare del Mondo di Mezzo e di Mafia Capitale. Con alcune ripetizioni che sembrano quasi una condanna. Fino a che punto le associazioni criminali possono costituirsi in mafia? La cronica diffidenza per questo riconoscimento a Roma risale dal tempo del “porto delle nebbie” di precedenti gestioni della giustizia. Ma anche in tempi recenti, nella gestione Pignatone-Prestipino il balletto delle interpretazioni si è ripetuto dovendo giudicare i Carminati, i Casamonica, gli Spada. Ma l’orizzonte del libro è decisamente più ampio perché contempla alcuni clamorosi casi di cronaca. Come la responsabilità di una pedofilia ante-litteram attribuita a Girolimoni, un comodo capro espiatorio sotto il fascismo. Oppure, per citare un caso di uno spettro decisamente più vasto e istituzionale, il tentativo di esautoramento della copia Baffi-Sarcinelli, magna pars della Banca d’Italia, per iniziativa del ben etichettabile giudice Alibrandi, con Andreotti testimone muto del tentato golpe. Non a caso da quell’evento si è sviluppato un filone economicistico della politica che non si è mai esaurito. Con le progressive ascese al vertice di personaggi come Ciampi, Monti e ora Draghi. Eppure in un contesto urbano difficile e mutevole fino a qualche anno c’era chi si sforzava di evidenziare la presenza delle mafie nonostante che dai tempi di Frank “tre dita” Coppola (anni ’50) molti interessi sospetti si fossero trasferiti nella città. Oggi, quartiere per quartiere, possiamo riconoscere la presenza di clan autoctoni, camorristi o ‘ndranghetisti nel tessuto vivo imprenditoriale di Roma. Nomi e cognomi riconoscibili. Con la saga di un Piscitelli Diabolik fatto fuori proprio nel momento in cui si sforzava di coagulare la possibile pax mafiosa. Perché meno si uccide più gli affari prosperano.
data di pubblicazione:05/04/2021
da Antonio Jacolina | Mar 25, 2021
In un contesto pandemico senza fine, davanti all’ipocrisia tragica di Lockdown mascherati da “Zone Rosse” e nella necessità di evadere un poco dalla realtà che ci accerchia, la Lettura è sempre la via migliore! Le librerie offrono però “un tutto ed un troppo” di scarsa qualità, gli Esperti poi propongono, autoreferenzialmente, solo soggetti ancora più plumbei del contesto quotidiano!! al povero lettore medio senza velleità masochistiche, non resta quindi che rifugiarsi per qualche ora fra le braccia collaudate e sicure di un grande scrittore inglese contemporaneo, capace non solo di far sorridere ma anche ridere i propri lettori grazie alla forza della sua satira pungente, irriverente e dissacrante ma mai sopra le righe e, soprattutto, sempre intelligente. Alan Bennett brillante romanziere, drammaturgo ed autore televisivo è senz’altro uno dei più brillanti autori britannici viventi, vero autentico cronista dei costumi e dei comportamenti degli inglesi delle varie classi sociali, un autore baciato dal successo di critica e di pubblico fin dagli anni ’70 del secolo scorso.
La Cerimonia del Massaggio è un libricino sempre reperibile, una piccola opera che in poche pagine che si divorano tutte d’un fiato ci farà sorridere, ridere ed anche riflettere. Una breve commedia sarcastica, cinica ed esilarante sull’ipocrisia di un certo “mondo” fatto tutto di “vizi privati e pubbliche virtù”. Cosa di più mondano infatti di una cerimonia commemorativa per un giovane morto in solitudine in terre lontane? Un funerale come uno show cui partecipa tutta la Londra che conta, il top della cultura, dello spettacolo ed anche della politica. Tutti i presenti hanno conosciuto il defunto (un fisioterapista, un virtuoso dei “massaggi” personalizzati), tutti si conoscono fra loro, ma sembrano però sorpresi di scoprire che il proprio vicino abbia frequentato il morto e che lo scomparso poi li conoscesse tutti. Ma di che cosa è poi morto?!? Una malattia sessualmente trasmissibile??… Suspense!!… Quale terribile segreto questo esperto in massaggi si è portato nella tomba?? Ogni domanda ha la sua risposta, ognuna genera ironia e sorrisi.
Un bel libricino dall’eccezionale humour britannico, arguto e gradevolissimo nonostante la ferocia caustica della sua satira. La vera quintessenza dell’ironia, una parodia di una cerimonia funebre così stravagante e, nel contempo, così crudele che non può non rammentarci a tratti l’ironia pungente e mordace dei momenti migliori di un successo cinematografico come “Quattro matrimoni ed un funerale”.
Appena cento pagine deliziose ed originali: una satira dell’Establishment, un mélange di ironia e riflessioni in cui situazioni comiche e grottesche danno spazio ad un puro divertimento letterario. Bennett è un grande scrittore ed il racconto è ben scritto, ben strutturato, ritmato, godibile e divertente. Un gioiellino very, very british.
data di pubblicazione:25/03/2021
da Daniele Poto | Mar 24, 2021
Maxi serial tratto da un soggetto originale israeliano trapiantato in una crudelissima America e impastato con troppi ingredienti. Problema razziale, criminalità mafiosa, conflitti familiari, bande gangsteristiche metropolitane. Mayonese ansiogena discretamente impazzita.
Una serie tv che per taglio avrebbe guadagnato dalla concentrazione in un film di due ore di buon incasso. Perché il cinema americano non annoia mai. Semmai esagera e stipa troppi motivi in una confezione che ha il precipuo scopo di tenere lo spettatore inchiodato alla poltrona. Ma a volte lo stesso spegne il televisore perché sopraffatto da una miscela ansiogena troppo invadente per non essere respinta. La sceneggiatura è piena di additivi che sembrano far entrare i protagonisti in una sorta di tunnel legato alla Legge di Murphy. Se una cosa andrà male, nella scena successiva andrà peggio. Succede che il rampollo di un giudice integerrimo metta sotto con la propria autovettura e uccida il figlio di un boss criminale, mancando di soccorrerlo, anche a causa di una crisi asmatica. Il padre viene meno ai propri principi e trova un capro espiatorio di colore per rimediare alla possibile accusa. Da quel momento si procura una sorta di boomerang che rendono ingestibile la situazione. Il calo maggiore di verosimiglianza in questa sequela di incidenti/accidenti quando il giovane minorenne di colore che è finito in prigione come vittima sacrificale viene ucciso, mettendo ancora di più in crisi la coppia padre-figlio. La dilatazione seriale così si prolunga fino all’inverosimile come se gli sceneggiatori si ponessero continuamente il problema: “E ora che gli facciamo succedere”. Moltiplicando i personaggi gli errori di percorso, le deviazioni del plot. Così il ritmo non è uniforme. Colpi di scena imprevedibili e dialoghi rarefatti si alternano in un mix poco omogeneo anche se la suspense è assicurata fino all’ultimo. Ruskin sosteneva che l’arte apprezzabile è quella onesta. Qui invece si gioca sporco con additivi artificiali, pari a quelli che ci costringono a bere grandi quantità di Coca Cola. E c’è sempre l’America di mezzo.
data di pubblicazione:24/03/2021
da Daniele Poto | Mar 22, 2021
Un libro che ha avuto bisogno di quaranta anni di gestazione è di per sé un libro che merita interesse. Magma caldo, diremmo incandescente. Culicchia, l’autore, è solo un adolescente quando il terrorismo gli porta via l’adorato cugino Walter Alasia, appena ventenne, convinto alla pratica sovversiva dal contatto con Renato Curcio. Alasia è un giovane adepto alla causa delle Brigate Rosse ed è al centro di un clamoroso fatto di sangue. Perché il blitz notturno della polizia nell’appartamento dove vive non in clandestinità ma con la famiglia, si traduce in un bagno di sangue. Non vuole farsi catturare, spara, uccide due militi, si butta dalla finestra. Quello che succede dopo rimane nel mistero, forse svelato da Culicchia che allude, pesantemente ma veridicamente a una sorta di regolamento di conti, di omicidio a freddo del ragazzo. La versione ufficiale invece deporrà su tutt’altri toni. Alasia, ferito, avrebbe cercato improbabilmente, di continuare a sparare ai barellieri che lo soccorrono. Ma l’arma e le prove di ciò non sono mai state trovate. Dunque Culicchia è dentro un dramma emotivo e famigliare di difficile decifrabilità anche letteraria. E non ha paura di attingere alla retorica che si affaccia prepotente sin dal titolo, mutuato da Lucio Battisti. Lo scrittore prende una posizione coraggiosa e si può permettere di farlo a distanza di quasi mezzo secolo da quei luttuosi eventi che, se commentati, a caldo, avrebbero provocato ben altro compromesso come riflessione politica. Ora invece la fissione a freddo è più meditata, distante, logica nella valutazione del regolamenti di conti improprio tra lo Stato e le Brigate Rosse. Un libro dunque duro, sofferto, problematico ma anche dialettico, ben inserito nell’attuale svolta di una letteratura italiana che attinge carnalmente alla cronaca e a fatti veri (v. La Gioia, Baiani, Scurati e altri). Il testo significativamente si conclude con l’elenco delle vittime delle Brigate Rosse mentre l’elenco dei brigatisti uccisi dalle forze dell’ordine è una pagina bianca. Almeno secondo il dizionario enciclopedico di Wikipedia.
data di pubblicazione:22/03/2021
da Giovanni M. Ripoli | Mar 21, 2021
Dopo aver lavorato a Legnano per cinque anni, il/la vice-questore Lolita Lobosco torna a Bari a dirigere la sua squadra, composta da soli uomini. Secondo gli autori sceglie di restare se stessa, non reprime il suo fascino e combatte la malavita e i pregiudizi.
Non sono per indole portato alle stroncature verso libri, film o sceneggiati che siano, come, in generale, nella vita. C’è tanto di bello che trovo inutile seguire cose che non catalizzino il mio interesse o peggio trasmettano emozioni negative. Ma, c’è sempre un “quando- ci- vuole- ci- vuole” come si giustificò quel cappellano dopo una bestemmia allorché fu colpito nei santissimi gabbasisi da una pallonata. La pallonata, per analogia, mi è stata inflitta da Rai Uno con la visione delle mortificanti, sconclusionate e banali, Indagini di Lolita Lobosco, ennesima serie che “più nazional popolare non si può” di recente ammannitaci in ben quattro episodi (ma, visto il successo destinata purtroppo a proseguire!). Chiarisco: ho dovuto vederla per una sola ragione. Si svolge a Bari (che ben conosco avendoci vissuto), e amici e parenti me l’hanno caldeggiata, quo ante, ovviamente. Come tutti sapete, le fiction tv sono ormai il terreno preferito per la caccia all’audience delle reti generaliste. Commissari, che a volte diventano vice-questori, carabinieri e carabiniere, ispettori /trici, magistrati e avvocati, assistenti sociali e malavitosi proliferano in tv più dei conigli, a volte, con conseguenze assai più devastanti. Ma torniamo alle ragioni della stroncatura che “rara avis” non fermerà certo il successo della serie. A proposito leggo su uno dei periodici esposti nelle edicole che la protagonista della serie, Luisa Ranieri “è la nuova Sophia Loren?” facendomi sorgere più di un dubbio sull’ordine dei giornalisti. Puntualizzo: la signora in questione, esordì nello splendore dei vent’anni e in virtù di un rigoglioso seno in un indimenticabile carosello (Anto’ fa’ caldo!), tra i suoi meriti c’è quello di essere sposa e madre dei figli del Commissario Montalbano, alias il simpatico Zingaretti, certamente una bella donna, purtroppo già incapace di recitare in italiano, meno che mai, nell’improponibile dialetto barese impostole dalla produzione (Lino Banfi sembra Gassman in confronto!). La meschina, la Lobosco della serie, dopo un soggiorno di cinque anni in terra di Lombardia, torna nella sua Bari e parla peggio dei suoi concittadini, è issata su tacchi vertiginosi e flirta con presunti indagati. La circondano macchiette da avanspettacolo tra cui si salvano i soli attori realmente pugliesi (la brava Lunetta Savino su tutti). Ma se la protagonista lascia a desiderare, peggio fanno gli sceneggiatori con dei plot che sembrano scritti da Paperino e direi che il de-merito maggiore va ascritto all’autrice dei romanzi (?), tale Gabriella Genisi (da Mola di Bari) che-beata lei- dichiara di vivere tra Bari e Parigi capace di pubblicare (prima da Marsilio-Sonzongo ) e far trasporre in sceneggiati Rai le sue deplorevoli stupidaggini che non sono né gialli né romanzetti rosa (persino Moccia in confronto sembra Shakespeare!). Tra le perle della mini-serie ne segnalo per decenza solo alcune: i baresi sono dei trogloditi, parlano ancora tutti col Voi fascista; in questura non c’è un poliziotto che parli italiano: il vice questore si muove su una Bianchina degli anni sessanta o si fa portare su un triciclo a motore; le magistrate sono a livello di Barbara D’Urso… Cosa salvare allora? Beh qualcosa da salvare c’è sempre, come insegna De Andrè (è dal letame che nascono i fiori!). Per esempio? i droni che riprendono il meglio della città e gli ameni luoghi circostanti di Bari e provincia. Qualche buon caratterista e qualche ricetta gastronomica. Veramente poco per una serie che può attrarre solo concittadini di bocca buonissima. I primi colpevoli di questa triste messinscena de-meritano di essere citati, in primis i produttori, Barbagallo, Rizzello e, si spiega, Luca Zingaretti (consorte della Ranieri), poi il regista, Luca Miniero, nonché gli sceneggiatori o presunti tali, Gaudioso, Gambaro e Reale, …della scrittrice già dissi . Se ne sconsiglia vivamente la visione!
data di pubblicazione:21/03/2021
da Antonio Jacolina | Mar 20, 2021
…“Lloyd, certa gente predica bene e razzola male”
“Sir, Le ricordo che il razzolare è un’attività da animali, non da persone”
“Dici che dobbiamo cambiare parola, Lloyd?”
”Dico che dobbiamo cambiare persone, Sir”
Un’idea così semplice da sembrare quasi scontata, risaputa e banale, eppure… eppure tanto semplice quanto vincente, bella e geniale: l’idea di un personaggio, un “amico”, che ci fa compagnia e ci consiglia portandoci con poche battute a riflettere sul nostro quotidiano procedere.
Così è stato per Simone Tempia, un “giovanotto” del 1983 che ha iniziato inventandosi una sua Pagina su Facebook per arrivare in breve ad essere un “fenomeno social”, ad avere migliaia di followers, una sua rubrica su alcuni importanti quotidiani ed infine, quasi a furor di popolo, a divenire un caso letterario.
Il suo Vita con Lloyd del 2016 è l’inizio di una trilogia e di altri brevi racconti, tutti editi da Rizzoli. I libricini di Tempia narrano i dialoghi fra un personaggio immaginario, un uomo, un uomo di oggi con le sue ansie e la sua vita vissuta, Sir, ed il suo imperturbabile maggiordomo, Lloyd. Una situazione apparentemente anacronistica e surreale ma, nei fatti, anche credibilissima grazie alla capacità dello scrittore di realizzare una magica “sospensione dell’incredulità”. Ed ecco, allora, che i brevi raccontini fatti di frasi fulminanti, aforismi, pensieri e riflessioni divengono coinvolgenti, reali, profondi e fanno pensare, riflettere e sorridere, aiutando il lettore a sciogliere i propri grovigli esistenziali, stimolandolo e confortandolo con ironia e humour.
Uno humour ed uno stile tutto british fin dalla scelta stessa dei nomi dei protagonisti, che richiamano, senza perdere nel confronto, ben più illustri precedenti come Oscar Wilde, G.B. Shaw e l’ineffabile Jeeves di Woodhouse.
Battute brevi, pungenti, ricche di understatement, solo apparentemente un po’ snob, talvolta surreali ma sempre delicate, eleganti, intelligenti, semplici, dirette ed autentiche sui più svariati argomenti dell’esistere quotidiano. Una lettura piacevole, da assaporare di tanto in tanto, apprezzando le massime di vita, i consigli, le deliziose riflessioni e i giochi di parole.
…“Lloyd, cosa succede se perdo l’equilibrio emotivo?”
“ Dicono che un buon modo per trovarlo sia allargare le braccia, Sir”
“Per non finire a terra, Lloyd?”
“Per spiccare il volo, Sir”
data di pubblicazione:20/03/2021
da Daniele Poto | Mar 19, 2021
La dissoluzione dell’impero sovietico e la costituzione di stati indipendenti attraverso la transizione della sigla CSI è una rimeditazione storica che gli articoli del corrispondente da Mosca di Repubblica ci aiutano a rivisitare con un senso dell’attualità ancora vivo considerando gli scombussolamenti anche recenti della geopolitica mondiale. Il focus qui è concentrato tra il 1990 e il 1991, dopo la caduta del Muro di Berlino. Quando la Perestrojka era la parola più gettonata e Gorbaciov era il rinnovatore in auge. Ma è altrettanto brusca la sua caduta, dopo il goffo tentativo di golpe, il salvataggio non casuale di Eltsin, la deposizione e la caduta. Così l’Urss torna a essere semplicemente Russia con il primo distacco dei Paesi Baltici e poi quello progressivo degli altri appartenenti alla confederazione delle Repubbliche mentre Gorbaciov viene pensionato e, dopo aver incassato il Nobel per la Pace, gira il mondo per illustrare una profonda riforma che non ha avuto definitivo compimento. L’eclisse del comunismo ortodosso porta inevitabilmente sconvolgimenti che da Occidente è difficile immaginare. Ma ora che lo scenario con l’interminabile dominio di Putin è cambiato con un senso del distacco e della misura diversa ci si può immergere in quella calda temperie. La fine di ogni impero porta con se traumi e scossoni. Ma dopo la caduta degli zar e la rivoluzione d’ottobre le vicende degli anni ’90 sono le più tempestose del secolo passato. Piene di contraddizioni, di scelte non portate a termine. La valutazionee storica su Gorbaciov rimane ambigua e controversa. Il libro presenta anche risvolti umoristici. Gorbaciov nella vecchia Urss era soprannominato il segretario minerale perché era l’unico politico al potere che non beveva vodka ma si limitava all’acqua. Anche attraverso gli aneddoti si può comprendere lo spirito di un Paese. La brillante scrittura di Franceschini ci aiuta ad addentrarci in questa non inutile rivisitazione.
data di pubblicazione:19/03/2021
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