MINARI di Lee Isaac Chung, 2021

MINARI di Lee Isaac Chung, 2021

Un delicato bozzetto di una famiglia coreana trapianta nell’American Dream ovvero come creare un grande film da un piccolo plot. Il mood del regista avvince per la semplicità della narrazione e la delicatezza con cui viene usata la camera Meritato corredo di premi fino alla pregiata considerazione degli Oscar.

Il minari è un’erba coreana simile al crescione ed è la metafora di un radicamento che conserva il rispetto per le proprie radici. La famiglia orientale protagonista vive infatti un difficile trapianto in quegli Stati Uniti in cui è riposto tutto il capitale di fiducia per il futuro. Il capo-famiglia unisce a un’umile lavoro il progetto del varo di una grande fattoria. Un miraggio che suona come un riscatto per le umili origini di partenza e costituisce un’occasione di collante per un matrimonio che inizia a scricchiolare. Nella dialettica del progresso si innestano la malattia di cuore del piccolo figlio e l’inurbamento della nonna, prima rifiutata e poi largamente accettata nella famiglia. Ci sarà una svolta che risolleverà il menage dal rischio della separazione scacciando la tentazione della consorte di riposizionarsi in California. Il tono medio colloquiale della narrazione, l’umanità dei protagonisti (compresi i più giovani) e il tocco delicato della regia apportano un valore aggiunto a un’opera significativa, ampiamente distribuita nel circuito. La diffusione sulla piattaforma Sky contribuisce in questi giorni alla sua popolarità. Sei le nomination nell’ampio ventaglio degli Oscar con l’attribuzione finale per la migliore attrice non protagonista (la nonna, colta da ictus), un raccolto inferiore ai meriti della pellicola. Ha avuto buon fiuto Brad Pitt nel produrre l’ultimo rigoglioso frutto della sempre più sviluppata cinematografia coreana. Non c’è stato il bis di Parasite ma la qualità è sempre molto alta.

data di pubblicazione:12/05/2021


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RIFKIN’S FESTIVAL di Woody Allen, 2021

RIFKIN’S FESTIVAL di Woody Allen, 2021

Dignitosa trasferta in terra di Spagna per l’errabondo e ormai 86enne Allen. Prossimo al capo dei cinquanta film, puntualmente uno all’anno, inevitabilmente ripiegato su se stesso e sul cinema del passato con un alter ego interpretativo appena otto anni più giovane dell’attore che rimpiangiamo.

Qualche apprezzabile guizzo sulfureo complessivamente non salva un film che sa della stessa anagrafe del regista impegnato nel registrare il tradimento di una coppia ma anche del mondo del cinema dai suoi originari valori, ovviamente ubicati nella vecchia Europa. Trasgredendo all’happy end la narrazione diventa il pretesto per una serie di quadretti immaginifici sul grande cinema che fu: sprazzi reinventati di Godard, Fellini, Bunuel. Occhio a Bergman e a Bresson. Scene che abbiamo già visto con la morte beffardamente reinterpretata. In questa seconda lettura una mano fondamentale arriva dalla fotografia di Vittorio Storaro. Il plot è presto raccontato. Una coppia in disfacimento vive i giorni del Festival cinematografico di San Sebastian come il lento sfilacciarsi del rapporto. Lei si lega al regista presupponente per cui lavora. Lui è risucchiato da un medico spagnolo legato a un rapporto sado-masochistico con un pittore. Cartoline della Spagna in appena 33 giorni di ciak. Non ci sono i dialoghi scoppiettanti di Hollywood, Ending: venti anni circa non sono passati invano. Qualche stilettata sul mondo del cinema ma nessun clamoroso affondo. Il buon, bravo e caro Woody il meglio l’ha già dato, la sua stagione cinematografica volge all’autunno. E di questo sembra esserne conscio. In passato ha offerto capolavori, ora solo piacevolissimi e a volte insignificanti film. Questo si vive come acqua fresca che non lascia tracce. Gli attori sostengono convenientemente il plot. Soprattutto il protagonista alter ego di Woody, alla quarta collaborazione con una sorte di fratello maggiore. Il tocco di Allen diventa sempre più leggero come se respirasse ogni volta di più la congrua fatuità della vita.

data di pubblicazione:10/05/2021


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I DIAVOLI SONO QUI di Louise Penny – ed. EINAUDI Stile Libero 2021

I DIAVOLI SONO QUI di Louise Penny – ed. EINAUDI Stile Libero 2021

Non è facile mantenere viva, dinamica ed avvincente una serie letteraria così a lungo come ha fatto finora la Penny. Indubbiamente delle doti ci devono pur essere!! Se il suo penultimo lavoro Un Uomo Migliore (qui recensito nel Novembre scorso), aveva però manifestato degli evidenti segni di affanno, questo suo nuovo romanzo, il 16°!!! è finalmente una vera boccata d’aria fresca per l’autrice, per i personaggi e per l’evoluzione dell’ormai lunga storia. Siamo molto lontani dal mitico ed idilliaco villaggio di Tre Pini (un microcosmo forse troppo mitico e troppo idilliaco) e dai suoi troppo folcloristici personaggi di contorno. Siamo fuori dal suo piccolo mondo, siamo lontani dal Canada, siamo invece nella più fascinosa location che si possa desiderare, anche se viene vista e raccontata con occhi un po’ troppo provinciali e con quello sguardo un po’ sognante ed ingenuo che hanno in genere solo gli americani quando sono a … Parigi. Sì, siamo a Parigi! Anzi, Parigi stessa è uno dei protagonisti di questa nuova e vivace avventura dell’Ispettore Capo Gamache.

Diversa l’ambientazione e … sensibilmente diverso anche il mood narrativo!!

…”L’Inferno è vuoto ed i diavoli sono qui”, “Qui a Parigi…” anche la Ville Lumière ha le sue ombre ed i suoi demoni!!  Gamache è appena arrivato con la moglie nella capitale francese per far visita ai due figli ed ai nipotini che qui lavorano e vivono e qui incontrare anche il suo anziano padrino, l’uomo che proprio a Parigi, lo aveva allevato allorché rimasto orfano a soli 9 anni. Quelli che dovevano essere solo giorni di gioia e reincontri familiari si trasformano invece in una vicenda frastornante che ci porta lungo le vie, le piazze ed i giardini nascosti dei quartieri centrali della città, fra segreti, ambiguità, doppi giochi, sospetti e pericoli incombenti. Un incubo che coinvolge, suo malgrado, tutto il clan familiare ed a cui Gamache può far fronte solo affidandosi ai propri valori, al proprio istinto ed alla propria “forza tranquilla”.

Come sempre la Penny è attenta e scrupolosa nella costruzione della trama e delle sottostorie, e, nonostante qualche eccesso di colore locale, qualche banalità, qualche inverosimiglianza ed un finale eccessivamente sdolcinato, il plot è però sostanzialmente interessante e si muove con accettabile equilibrio e plausibilità fra storie di corruzione globale, misteri locali e caratteri dei personaggi. La vicenda è ben raccontata con una scrittura intensa e ricca, un ritmo narrativo che si mantiene costante fino ad accelerare poi negli ultimi capitoli. La scrittrice, si sa, eccelle in modo particolare nell’esplorazione degli aspetti dei caratteri dei suoi personaggi, quindi le varie psicologie sono tutte attentamente esaminate fin nel più profondo dell’intimo perché, in effetti, il romanzo, nonostante gli omicidi ed incertezze è essenzialmente una storia di legami familiari, di amore e di amicizia. Un Polar insolito che parla anche di come la vita non sia influenzata solo dalle emozioni e dai fatti, ma anche da come scegliamo di ricordarli e da quanto si possa essere anche disposti a sacrificare di sé per le persone che si amano.

Pur essendo questo nuovo romanzo insolitamente ricco di azione e colpi di scena, quasi come un normale poliziesco, la Penny non potrà mai essere qualcosa di diverso da ciò che è e da ciò per cui una gran parte dei suoi lettori la apprezzano, quindi, quel che prevale restano pur sempre le emozioni, le suggestioni, le riflessioni esistenziali e l’umanità di Gamache. L’aria di Parigi ha però dato un’inaspettata e graditissima piccola scossa ed un’accelerazione al ritmo generale ed una nuova vitalità.

Accontentiamoci di questi attimi, lontani, per una volta, dal … solito “ritmo … di valzer lento”.

data di pubblicazione:09/05/2021

DANTE di Alessandro Barbero – ED. Laterza, 2020

DANTE di Alessandro Barbero – ED. Laterza, 2020

Ci si dimentichi del Barbero facile divulgatore e magistrale leader nei podcast a fronte di un’affabulazione ineccepibile e dati da hit parade. Quello su Dante, commissionato da Laterza e non scaturito per libera ispirazione, è un libro dotto, nozionistico, difficile perché intasato da dubbi archivistici che l’autore rappresenta ed elenca con chiarezza storicistica. Sul sommo Poeta sappiamo poco. A che età si è sposato? Dov’era esattamente nel 1306? Quanto stimava Cangrande della Scala, quanta nobiltà c’era nella sua famiglia? E, al contrario, quanta ricchezza? Quanto fosse integralmente guelfo e non piuttosto, per convenienza ghibellino e, addirittura, secondo il Foscolo “ghibellin fuggiasco”? Come lettori usciamo sbalorditi da questa lettura arrampicandoci come su un Everest bibliografico su note che assorbono un terzo del volume, esattamente per 88 pagine. Eppure questo è un libro che campeggia in classifica, forse perché gli estimatori di Barbero non sanno quello a cui sono andati incontro con l’acquisto del prezioso volume che si aggiunge a una storiografia già ricca ma con ricerche minuziose e un approccio che non è il solito convincente, lineare e pragmatico ma piuttosto enigmatico e ricco di contraddizioni. C’è il Dante uomo e non il Dante poeta. E noi usciamo dalla lettura con uno sguardo diverso anche sull’artista, figlio del suo tempo ma umorale, combattuto e anche pieno di difetti perché la coerenza politica certo non era il suo forte. La speranza di poter tornare a Firenze domina la sua maturità e gli fa commettere vari errori. Umano troppo umano il Dante che confida nel demiurgo, alternativamente nel Papa o in un Principe straniero, per riapprodare nella sua città, venendo immancabilmente deluso dalle circostanze. Ben altro cosa dal Dante commerciante o dal Dante amoroso. Il vagabondaggio per l’Italia in cerca di mecenati e di un sicuro approdo è un pezzo importante di questa avventura umana. Dal mezzo del cammin di sua vita alla morte in cerca di un approdo, un riparo, di una certezza. Che non arriverà mai, contribuendo, indirettamente, al parto della Divina Commedia.

data di pubblicazione:09/05/2021

LA METAMORFOSI regia di Giorgio Barberio Corsetti

LA METAMORFOSI regia di Giorgio Barberio Corsetti

(Teatro Argentina – Roma, 3/9 maggio 2021)

Emozionante riapertura del Teatro Argentina di Roma con la prima nazionale de La Metamorfosi di Franz Kafka con la regia di Giorgio Barberio Corsetti, spettacolo che eccezionalmente aveva già debuttato in tv su Rai 5.

Gregor Samsa è un semplice commesso viaggiatore, preciso e metodico, che un mattino, svegliatosi in ritardo rispetto al solito, si rende conto di aver assunto le sembianze di un gigantesco scarafaggio. Il pensiero di Gregor, però, non è inizialmente rivolto al suo aspetto mostruoso, quanto piuttosto al consistente ritardo che sta accumulando: la sua professione lo costringe infatti ad un ferreo rispetto delle coincidenze ferroviarie e, nelle condizioni in cui si trova, Gregor perderà sicuramente il treno della mattina. Gregor vive con i genitori e con un’amata sorella di nome Grete, che uno dopo l’altro, vanno a bussare alla sua porta, preoccupati del suo inusuale ritardo e dunque convinti che Gregor sia malato. La progressiva consapevolezza della mutazione subita ed il susseguente abbandono affettivo da parte dei familiari in conseguenza anche delle mutate condizioni economiche familiari spingono Gregor a lasciarsi morire di inedia. La metamorfosi è una metafora dell’incomunicabilità dell’individuo, dell’isolamento e dell’alienazione nella società contemporanea. una denuncia dell’oppressione delle regole sociali sull’individuo, che viene schiacciato e spersonalizzato dalle imposizioni esterne ed un apologo sull’impossibilità di comunicazione tra esseri umani, in particolar modo negli ambienti familiari, simboleggiati dai luoghi chiusi ed asfittici in cui si svolge tutta la vicenda.

Gregor decide di abbandonare il suo destino tra gli umani e si trasforma, assumendo un altro corpo immaginario. La causa di questa fuga dalla propria identità è la sua condizione lavorativa e la sottomissione a regole massacranti, alla stupidità di gerarchie e burocrazie. La sua famiglia reagisce a questo cambiamento in modo diverso: la madre sviene, il padre vorrebbe ucciderlo mentre la sorella è l’unica ad avere attenzioni nei suoi confronti. Ma se inizialmente gli porta da mangiare e pulisce la sua stanza, dopo qualche tempo desiste, convinta che quell’essere non sia più suo fratello. In quella metamorfosi c’è tutto il disagio di una persona che vive una vita che non sente sua. Da anni infatti il padre di Gregor, senza nessuna ragione apparente, ha smesso di lavorare costringendolo ad assumere il ruolo di capofamiglia. Il Gregor scarafaggio parla ma non viene più sentito, capito, e questo genera negli altri la convinzione che anche lui non possa capire. Invece lui intende tutto, sa come è considerato, reagisce. Prende il via un lento logoramento e pian piano scivola nel suo disagio totale. Una condizione psicologica di depressione che ricorda molto ciò che abbiamo subito a causa della pandemia.

Con La metamorfosi, Giorgio Barberio Corsetti si immerge nuovamente nell’universo di Kafka, secondo un efficace gioco immaginario e mentale spietato, che porta Gregor, e noi con lui, all’annullamento.  La metamorfosi come chiave di lettura dei mali dell’uomo contemporaneo.

La drammaturgia rispetta il testo di Kafka, attraverso anche l’uso della terza persona, per accentuare una narrazione che diventa scrittura scenica. Ambiente e costumi ci collegano al tempo presente.

Ottima prova attoriale per il protagonista Michelangelo Dalisi, che interpreta con molta naturalezza un personaggio così complesso. Il movimento è stato infatti strettamente correlato alla fisionomia del protagonista, secondo un moto interiore costruito con tanto training. La scena è un angolo d’una stanza, ruotante su se stesso: permette sconfinamenti che si alterna tra la stanza di Gregor e il soggiorno dove si muove il resto della famiglia.

Spettacolo decisamente coinvolgente, specchio dei tempi, carico di riflessioni e ripensamenti legato ad un contemporaneo in cui l’afflato artistico non si è mai spento.

data di pubblicazione:09/05/2021


Il nostro voto:

LA CLASSE uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli / CrAnPi

LA CLASSE uno spettacolo di Fabiana Iacozzilli / CrAnPi

(Teatro India – Roma, 4/9 maggio 2021)

Con la riapertura al pubblico di cinema e teatri riparte dal vivo la stagione 2020/2021 del Teatro di Roma. Dopo il debutto televisivo dello scorso dicembre arriva sulla scena dell’Argentina La Metamorfosi firmata da Giorgio Barberio Corsetti, mentre all’India si riprende con uno spettacolo che nei suoi tre anni di vita è stato tanto apprezzato e premiato: La classe di Fabiana Iacozzilli.

 

 

 

Bastano una lavagna e quattro banchi di legno per ricreare sulla scena la classe delle elementari che la Iacozzilli frequentò quasi quarant’anni fa all’istituto delle Suore di Carità. Il resto lo fanno i ricordi dei veri compagni di scuola, intervistati dalla regista. Con un chiaro intento documentaristico, raccontano le cose tremende che succedevano in classe. In particolare riaffiora il ricordo della terribile maestra dai modi violenti: suor Lidia. Alla loro voce, ormai adulta, fa da contrappunto sulla scena la presenza di quattro bambini/marionetta, animati dai performer Michela Aiello, Andrei Balan, Antonia D’Amore, Francesco Meloni e Marta Meneghetti. Realizzati dall’artista Fiammetta Mandich, i pupazzi hanno occhi grandi che esprimono tenerezza, ma a guardare bene sono sgranati dal terrore. Le dinoccolate giunture tremano alla minaccia di una punizione impartita per un errore grammaticale o per una moltiplicazione sbagliata. I suoni di Hubert Westkemper amplificano la paura, che è così paralizzante da impedire perfino di giocare con la palla nel cortile della scuola a ricreazione. Non te la cavi neanche se, come Antonio, sei un bambino con evidenti difficoltà di apprendimento. Il calore rassicurante dei genitori svanisce in una nuvola di gesso, come un disegno di mamma e papà cancellato troppo presto dalla lavagna. Gli occhi della maestra – un fascio di luce proiettato da una torcia direttamente sulla marionetta – non fanno altro che ingigantire il buio e il vuoto tutto intorno. Suor Lidia è presente nella memoria di uno schiaffo dato con troppa violenza, nel ricordo di un pizzicotto dato con eccessivo vigore sugli zigomi. Eppure fare i conti con la sua durezza apre prospettive inaspettate. Dopotutto, l’infanzia non è che il primo confronto con la vita. La tempesta di vento che sul finale spazza via ogni cosa, in realtà è un banco di prova per testare la tenacia e la forza di chi rimane fedele a sé stesso e alla propria vocazione. La classe di Fabiana Iacozzilli è un lavoro che invita a fare memoria. Uno spettacolo ben costruito e coinvolgente che obbliga a riflettere su come si diventa adulti. Una perfetta fusione di documento reale e di fantasia tradotta nel teatro di figura.

data di pubblicazione:05/05/2021


Il nostro voto:

LO SCIALLE DI MARIE DUDON e altri racconti di Georges Simenon – ed GLI ADELPHI 2021

LO SCIALLE DI MARIE DUDON e altri racconti di Georges Simenon – ed GLI ADELPHI 2021

Se è vero che di un grande scrittore come Simenon non si butta via niente, nemmeno le briciole, ci domandavamo alcuni mesi fa quale potesse essere il limite delle briciole da volere e potere pubblicare, e la risposta l’avevamo trovata in quei lampi di eccellenza, in quelle atmosfere ed in quei guizzi affascinanti che davano slancio e valore potenziale anche a quelle briciole, giustificandone così la lettura. Briciole su cui gli appassionati in attesa di un suo vero “Roman Dur” si gettano sempre famelici, festeggiando ogni volta l’uscita di un Simenon anche se “minore”.

E … la Casa Editrice lo sa molto bene! Eccome se lo sa!

Si tratta, anche questa volta, di una piccola raccolta di 10 brevi raccontini che, come per il recente Annette e la Signora Bionda, sono quasi articoli di costume, quadri di quotidianità, piccole storie scritte velocemente da Simenon, quasi “a tempo perso” nel 1940, subito dopo la disfatta francese, per il settimanale politico- letterario Gringoire, fatta eccezione dell’ultimo racconto apparso invece sulla rivista femminile Notre Coeur.

Sono quasi dei bozzetti di maniera che, come abbiamo già scritto, possono sembrare, a prima vista, semplici, poveri e banali e che richiamano proprio l’esistenza di tutti i giorni, una quotidianità popolata da personaggi che si muovono quasi ai margini della Società, un’umanità piccola con le sue illusioni, i suoi drammi, le sue meschinerie. Su tutto e tutti, come sempre in Simenon, regna l’eterna assurdità del Destino, l’ineluttabilità dei destini che i singoli non riescono a cambiare nonostante ci provino e lottino per riuscirci e lo desiderino ad ogni costo. Il desiderarlo non è sufficiente a modificare l’esistenza delle persone osservate perché spesso manca loro il denaro o le capacità di sfruttare le occasioni. A Simenon basta un tratto veloce, un breve cenno, poche righe, un lampo di eccellenza, un guizzo di qualità … ed eccolo ancora una volta catturare subito i suoi lettori ricreando abilmente situazioni che portano alla luce gli infiniti ed eterni risvolti umani dei suoi personaggi e delle sue figure femminili, gli angoli oscuri dell’animo umano ed il gioco del Fato.

Intrigante, spietato ed affascinante come sempre! come intrigante ed affascinante è la lettura dei raccontini che volano via in un attimo, piccoli bozzetti che se sviluppati sarebbero potuti divenire splendidi romanzi. Come le altre volte la scrittura è quella di Simenon: asciutta, fluida e veloce senza alcuna pretesa letteraria, e, a maggior ragione, con un taglio molto giornalistico pur restando magistrale nel disegnare atmosfere dolceamare di un mondo ormai scomparso di cui solo lui sa renderci, con due tratti, tutta l’essenza.

data di pubblicazione:05/05/2021

STORIA DI UN BOXEUR LATINO di Gianni Minà – Minimum Fax, 2020

STORIA DI UN BOXEUR LATINO di Gianni Minà – Minimum Fax, 2020

C’è un modo di dire corrivo ma esauriente: ne ha viste più di Carlo in Francia! Trovatemi per analogia un giornalista nostrano che in capo a 65 anni di attività abbia un agenda telefonica (ora su smartphone) ricca come quella di Gianni Minà. Che detiene un altro primato aziendale in Rai: 17 lunghi anni di gavetta senza essere assunto. Amico di Pietro Mennea, di Diego Armando Maradona e del Papa in un filo crosso di connessioni ideologiche note solo a lui che riuscì a intrattenere per tutta una notte Fideò Castro pur di montare un’intervista scoop. Coraggio, empatia e sprezzante disistima del pericolo le qualità innate del cronista da battaglia che, partito da Torino, ha girato il mondo riempiendolo con le proprie passioni sudamericane e con il vivo senso della professione. Liquidato dalla Rai in un amen quando il ventennio berlusconiano gli ha scavato la fossa sotto i piedi. Come possono raccontare anche Luttazzi, Travaglio e Santoro. Ma il meglio era giù venuto, sotto la bandiera di Arbore, di illuminati esperimenti dell’azienda di Stato. Minà era capace di riunire in una notte romana nel più noto ristorante di Trastevere Robert De Niro, Muhammad Alì, Gabriel Garcia Marquez e Sergio Leone. In quella compendiosa foto c’era tutto Minà e il suo potete di fascinazione. Cronista d’assalto, incapace di fare il direttore, come dimostra la sua infelice esperienza a Tuttosport (testata mai nominata nel corso del libro). Le foto parlano più del testo. Un libro nato con una genesi lunga e difficile. Minà oggi over 80 si è avvalso della decisiva complicità di Fabio Stassi che ha registrato queste fluviali confidenze di una vita. A ruota libera, con un copione in divenire spezzettato in tanti capitoli, altrettanti flash di una ininterrotta esperienza professionale. Minà era l’anti-Marzullo, nemico della sedentarietà, delle frasi fatte, inevitabile nemico del potere costituito, in primis quello dell’imperialismo americano.

data di pubblicazione:04/05/2021

PARLAMI DI BATTAGLIE, DI RE E DI ELEFANTI di Mathias Enard – ed. E/O 2021

PARLAMI DI BATTAGLIE, DI RE E DI ELEFANTI di Mathias Enard – ed. E/O 2021

Torna in libreria in una nuova edizione riproposta, questa volta, da E/O, il breve racconto di Mathias Enard che era già stato pubblicato nel 2013 per i tipi Rizzoli. Avevamo avuto l’opportunità di leggerlo in francese già nel 2010 quando era appena uscito ed aveva vinto il Premio Goncourt dei Liceali. L’autore in questi 10 anni si è affermato poi come uno dei più significativi scrittori francesi ed ha vinto il massimo premio letterario: il prestigioso Goncourt nel 2015 con La Bussola.

Già il titolo del racconto è magnifico di per se stesso! Un titolo poetico che è come un’invocazione, una richiesta di poter ascoltare una bella storia affascinante che unisca mito e realtà e che finisca col trascendere fra il vero, il verosimile e l’auspicabile e che faccia sognare fra finzione e ricostruzione storica. Questo breve ma intenso romanzo è proprio il racconto del possibile incontro di Michelangelo, Uomo del Rinascimento ed Artista con la magia e la bellezza ambigua del mondo orientale. Enard si impadronisce infatti con talento di alcune settimane della vita del Buonarroti dimenticate dalla Storia, e … sulla base di un dettaglio, inventa una storia affascinante.

13 Maggio 1506, Michelangelo sbarca a Costantinopoli conquistata dai Turchi poco più di cinquanta anni prima, nel 1453. Nonostante il divieto di Papa Giulio II, ha lasciato di nascosto Roma perché irritato per il mancato riconoscimento dei giusti compensi per le sue prestazioni artistiche. E’ passato per Firenze, e … lì ha accettato l’invito del Gran Sultano di recarsi a progettare un ponte sul Corno D’Oro, progetto su cui aveva già lavorato Leonardo da Vinci ma che era stato giudicato inidoneo dal Sultano stesso. Costantinopoli, pur in mano Turca, è tornata ad essere una delle più grandi città dell’epoca. Ancora fortemente impregnata di cultura greca e latina ha un aspetto cosmopolita a cavallo fra Occidente ed Oriente, fra mondi, culture e religioni diverse ed è luogo di grandi commerci e ricchezze. Una città sensuale e carnale le cui atmosfere l’autore rende a meraviglia così come ci disegna anche un ritratto toccante dell’artista in preda dei suoi dubbi, delle sue curiosità e della sua passione creativa. Un uomo quello disegnato da Enard che, al di là delle sue ambizioni artistiche, si lascia incantare e turbare dal fascino ambiguo della città di cui scopre monumenti e taverne, inebriandosi di bellezza, di versi e di danze sensuali. Costantinopoli vibra e respira come viva sotto la penna dello scrittore, un mondo spaesante ma pieno di poesia e profumato di mille sentori di voluttuosità esotica e di scoperta dell’altro da sé. L’autore porta così i lettori in un racconto sempre più affascinante come fascinante poteva ancora essere ed apparire Costantinopoli agli occhi di un occidentale. Michelangelo si perderà ammaliato piano, piano in questa città. Una storia di desideri, di dubbi e di tormenti alla ricerca dell’estasi creativa, dell’amore e del bello.

Una scrittura piacevole e fluida quella di Enard, precisa e ricca di immagini. Un racconto cesellato come un pezzo di oreficeria, a tratti cupo ed a tratti luminoso, impregnato di mistero. Un testo breve ma dalla forza poetica incredibile, ove le parole, al di là di alcuni eccessivi simbolismi, trovano sempre il loro giusto posto per dare musicalità a tutto il racconto. Un piccolo libricino piacevole a leggersi che lascia il lettore in un’atmosfera indefinita ed ovattata, con un leggero senso di incompiutezza perché avremmo voluto tutti restare in queste atmosfere ancora un po’ più a lungo.

data di pubblicazione:03/05/2021

I RUSSI SONO MATTI di Paolo Nori – Utet, 2020

I RUSSI SONO MATTI di Paolo Nori – Utet, 2020

Non inganni il titolo di un libro che può avere difetti di ripetitività ma certo non annoia. Paolo Nori è illustre e spiritoso traduttore dal russo e il riferimento ai matti sottintende ammirazione per un popolo e una letteratura fuori dalle consuete rotte continentali e che in Italia si sofferma sui classici ma trascura quanto di vitale è stato trasmesso dalle generazioni del dopo Solgenitsin. Il testo si presenta con un sottotitolo da antologia (Corso sintetico di letteratura russa 1820-1991) ma in realtà è un bizzarro susseguirsi di liberi interventi su autori celeberrimi con Gogol, Tolstoi, Goncarov. Dunque quasi un’opera didattica ma condita dal marchio dell’eccentricità oltre che della competenza. Nori è consapevole di svolgere opera provocatoria ma al fianco dei famosi introduce figure decisamente meno note come Erofeev, la cui psichedelica romanzesca si sviluppava sotto gli effetti della vodka, la droga dei poveri o Slovskyij, uno dei padri dello strutturalismo con la rappresentazione della sua interessante teoria per cui la letteratura è un misto di straniamento della realtà e di complicazione della forma, considerati in combinazione binaria la ricetta perfetta del romanzo. Si può fare divulgazione intelligente e stimolante e questo libro né è un preclaro esempio. Due arricchimenti aggiungono fascino alla proposta. Nella parte centrale con la suggestione del bianco e nero campeggiano fotografie storiche dei grandi della letteratura storica: ampie barbe, maestosità, amicizie intrecciate. E il volume si conclude con una sorta di ricognizione sugli accenti giusti con cui declinare i cognome dei componenti del Gotha, suggerimento a uso e costume dei meno provveduti in fatto di lingue dell’est. Le riflessioni sull’arte e sulla professione di scrittore evadono pretestuosa mente dal confine russo anche se il timbro di personaggi come Oblomov o Raskolnikov strega un lettore disposti a farsi rapire dal mood russo/sovietico. Qui scopriremo cosa sia il samizdat e anche perché molti dei grandi hanno trovato fortuna e riconoscimento all’estero.

data di pubblicazione:03/05/2021