Un delicato bozzetto di una famiglia coreana trapianta nell’American Dream ovvero come creare un grande film da un piccolo plot. Il mood del regista avvince per la semplicità della narrazione e la delicatezza con cui viene usata la camera Meritato corredo di premi fino alla pregiata considerazione degli Oscar.

Il minari è un’erba coreana simile al crescione ed è la metafora di un radicamento che conserva il rispetto per le proprie radici. La famiglia orientale protagonista vive infatti un difficile trapianto in quegli Stati Uniti in cui è riposto tutto il capitale di fiducia per il futuro. Il capo-famiglia unisce a un’umile lavoro il progetto del varo di una grande fattoria. Un miraggio che suona come un riscatto per le umili origini di partenza e costituisce un’occasione di collante per un matrimonio che inizia a scricchiolare. Nella dialettica del progresso si innestano la malattia di cuore del piccolo figlio e l’inurbamento della nonna, prima rifiutata e poi largamente accettata nella famiglia. Ci sarà una svolta che risolleverà il menage dal rischio della separazione scacciando la tentazione della consorte di riposizionarsi in California. Il tono medio colloquiale della narrazione, l’umanità dei protagonisti (compresi i più giovani) e il tocco delicato della regia apportano un valore aggiunto a un’opera significativa, ampiamente distribuita nel circuito. La diffusione sulla piattaforma Sky contribuisce in questi giorni alla sua popolarità. Sei le nomination nell’ampio ventaglio degli Oscar con l’attribuzione finale per la migliore attrice non protagonista (la nonna, colta da ictus), un raccolto inferiore ai meriti della pellicola. Ha avuto buon fiuto Brad Pitt nel produrre l’ultimo rigoglioso frutto della sempre più sviluppata cinematografia coreana. Non c’è stato il bis di Parasite ma la qualità è sempre molto alta.

data di pubblicazione:12/05/2021


Scopri con un click il nostro voto:

Share This