da Daniele Poto | Set 30, 2021
(Teatro Porta Portese – Roma, 29/30 settembre 2021)
Un sontuoso ritorno a teatro nel segno del dominio della parola. Tutto esaurito per la prima come ai vecchi tempo per un consolidato successo.
La pandemia non è stata solo solitudine, raccoglimento e frustrazione ma ha rappresentato anche un solido innesco creativo per l’ispirazione di Elisabetta Sciabordi, polivalente attrice/scrittrice/lettrice. Seduta in quel caffè in un giorno non a caso perché il 29 settembre di Equipiana memoria. Un motivo di Lucio Battisti la cui aura non si è persa nel corso degli anni. L’autrice scrive, medita, congettura, fantastica dai tavolini di un bar immaginario che, non a caso, prende il nome di Corona. E non nel senso della birra messicana ma della bufera epidemica che ha attraversato l’umanità. E traccia ritratti sapidi del vago, del seduttore, delle mille facce della commedia umana che può transitare in un bar. Bozzetti impressionisti animati dalla verve tutta napoletana di Marina Vitolo e inframmezzati dal duo voce/chitarra in un grande ripasso della canzone melodica italiana e non solo dell’ultimo cinquantennio, spingendosi fino all’interpretazione de “O Sarracino”. Uno spettacolo leggero, brioso e insieme profondo di 75 minuti per un pubblico attento e partecipe. Il cocktail lettura, recitazione, musica non produce una majonese impazzita ma un prodotto coerente e di rara godibilità. Viene da pensare ai Bar di Benni con trasmutazione romana perché anche qui non manca il riferimento alla golosità della pasta e a particolari sindromi da cornetto. Difatti la Sciabordi, per chi la conosce, è un esempio di bon vivant. Una particolare citazione per la voce femminile. La dottissima cantante si produce in fuori copione particolarmente apprezzabili.
data di pubblicazione:30/09/2021
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da Daniele Poto | Set 28, 2021
Con un intenso programma di proiezioni ed incontri tra Roma e provincia, la Nove Produzioni torna per il sesto anno consecutivo a trattare il difficilissimo tema delle malattie rare attraverso la potenza della macchina da presa. Altissimi i patrocini che supportano questa meravigliosa ed importante iniziativa nata dalla volontà di Claudia Crisafio e Serena Bartezzati, “due sognatrici” come esse stesse si definiscono sul programma di un Festival nato per raccogliere da tutto il mondo film che parlano delle sfide di chi convive con una malattia rara.
Ed il loro “sogno” ancora una volta si è avverato: sono stati oltre 200 i corti partecipanti alla corrente edizione e sottoposti all’attenta selezione dalla giuria tecnica del RARE DISEASE INTERNATIONAL FILM FESTIVAL che il prossimo 17 ottobre 2021 alla Casa del Cinema di Roma, nella giornata conclusiva della settimana di appuntamenti che avranno inizio il 9 ottobre p.v., annuncerà i nomi dei vincitori della VI edizione di Uno sguardo raro, concorso internazionale di cortometraggi sul tema delle malattie rare.
Argentina, Italia, Turchia, Iran, Qatar, Venezuela, Egitto, Belgio, Brasile, United Kingdom, Usa, India sono i paesi di provenienza dei cortometraggi finalisti e di quelli meritori dei premi speciali, tutti partecipanti con raffinatissime opere cinematografiche brevi che hanno per denominatore comune l’intento di sottolineare l’importanza della ricerca. A pronunciarsi sui corti vincitori dell’ edizione 2021 sarà una giuria di qualità presieduta da Gianmarco Tognazzi e composta da un pull di eccellenze in ambito medico sanitario quali Guglielmo Lorenzo di Telethon, Margherita Gregori, Vice Presidente della Federazione Italiana Malattie Rare onlus, Domenica Taruscio, Direttore del Centro Nazionale Malattie Rare, Stefania Collet dell’Osservatorio Malattie Rare oltre che prestigiosi nomi di spicco dello sport e spettacolo tra i quali l’attrice Maria Amelia Monti, l’autore Edoardo Erba, il regista Lorenzo Santoni e Fabrizio Zappi, Vice Direttore Rai Fiction o di atleti e dirigenti del Comitato Olimpico Nazionale Italiano quali Stefano Pantano e Cecilia D’Angelo cui si aggiunge la giovanissima “influencer” d’origine salernitana Benedetta De Luca, autentica testimone di cosa significhi per un portatore di malattie rare lottare per i propri diritti. Fuori programma ma non meno importante per pregio dei protagonisti, sarà la consegna di un premio speciale a Paola Tiziana Cruciani e Lorenzo Lavia per l’interpretazione del corto diretto da Tiziana Martini “E’ stato solo un click” sulla diffusissima tematica della demenza senile, patologia certamente non catalogabile come malattia rara ma ovunque troppo frequente. In attesa del verdetto della Giuria di Qualità che proclamerà i vincitori delle tante categorie del Premio UNO SGUARDO RARO 2021, coloro che vorranno vedere i corti finalisti potranno facilmente accedere alla piattaforma unosguardoraro.tv dove potranno esprimere il proprio giudizio iscrivendosi alla Giuria Popolare.
Per ulteriori informazioni o per conoscere il calendario delle proiezioni, degli incontri e degli appuntamenti è consigliato visitare il sito www.unosguardoraro.org.
data di pubblicazione:28/09/2021
da Maria Letizia Panerai | Set 28, 2021
Tre piani di una palazzina nel Quartiere Prati di Roma, tre storie familiari che vengono scosse dal loro abituale “torpore” da una deflagrazione notturna, tre donne che dovranno decidere della loro vita: Nanni Moretti ci pone di fronte all’importanza di operare delle scelte, a volte dolorose ma necessarie. Un inno all’assunzione delle proprie responsabilità per costruire un nuovo assetto di crescita individuale.
Al terzo piano di una palazzina vive una coppia di giudici, Vittorio (Nanni Moretti) e Dora (Margherita Buy); una notte vengono svegliati dal rumore causato da un brutto incidente: Andrea (Alessandro Sperduti), il loro figlio ventenne, rientrando a casa in macchina a forte velocità investe ed uccide una donna, per poi schiantarsi contro una parete in vetrocemento di un locale-studio al piano terra del suo stesso palazzo, sotto gli occhi increduli dei proprietari Lucio (Riccardo Scamarcio) e Sara (Elena Lietti) e della loro bambina. Lucio e Sara vivono al primo piano di quella stessa palazzina, lavorano entrambi e sovente affidano la loro figlioletta Francesca a Giovanna e Renato, una coppia di anziani (Anna Buonaiuto e Paolo Graziosi) che hanno un appartamento sullo stesso pianerottolo. Al secondo piano invece vive Monica (Alba Rohrwacher) ed anche lei quella notte assiste all’incidente: è sola perché suo marito Giorgio (Adriano Giannini ) come spesso accade è all’estero per lavoro; la donna, in procinto di partorire la sua prima figlia Beatrice, sta aspettando un taxi che la porti in ospedale proprio nel momento in cui Andrea a tutta velocità travolge la passante e sfonda con la sua auto lo studio di Lucio e Sara. Quell’incidente rappresenterà un evento che scombinerà tassello dopo tassello l’apparente equilibrio di queste tre coppie e tutte, da quel momento, prenderanno lentamente consapevolezza della propria infelicità.
Moretti tratteggia, con uno stile registico scarno, tre coppie infelici ma che sembrano non sapere di possedere la possibilità di scegliere per cambiare lo stato delle cose e trasforma in immagini tre storie intime, riscrivendo con Federica Pontremoli e Valia Santella, le vicende narrate nell’omonimo libro di Eshkol Nevo, trasferendo l’adattamento cinematografico da Tel Aviv a Roma.
Tre piani è uno schiaffo in pieno viso, che genera sgomento perché Moretti maneggia la storia in maniera diretta ed asciutta, senza alcun accenno a quell’ironia a cui ci ha da sempre abituati. Le figure maschili sembrano essere più a fuoco nell’accezione negativa delle loro mancanze, ben blindati nella loro rigidezza, nei loro egoismi e nelle loro paure, rispetto a quelle femminili che, seppur a fatica, saranno tutte capaci di scegliere tra il perdono, l’abbandono ed il cambiamento.
È un film decisamente complesso, di quelli a “lievitazione lenta”, in cui il malcontento che aleggia sin dal primo fotogramma tende a diradarsi man mano che si rompono gli schemi in cui sono intrappolate le coppie protagoniste, generando scelte finali non prevedibili.
data di pubblicazione:28/09/2021
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da Maria Letizia Panerai | Set 23, 2021
Nel suo terzo lavoro da regista, Alessandro Gassman racconta la storia della famiglia Primic puntando l’accento sui piccoli silenzi che, sommati tra di loro, diventano grandi e sulle cose pensate ma non dette di una famiglia, come lui stesso ha dichiarato, “che in qualche modo somigliava alla mia”. Tutta la pellicola viaggia sulla constatazione di questa profonda incomunicabilità e su “l’amara consapevolezza che vivere non significa essere vivi”.
Siamo a Napoli a metà degli anni sessanta. La lussuosa ma decadente villa Primic con vista su Capri è stata messa in vendita da Rose Primic (Margherita Buy), con la complicità dei figli Massimiliano (Emanuele Linfatti) e Adele (Antonia Fotaras), ma contro il volere di suo marito Valerio (Massimiliano Gallo), noto scrittore. Valerio incarna la figura del grande capofamiglia ma sembra tuttavia non accorgersi quanto la sua fama, e soprattutto la sua cultura, non abbiano contribuito a creare per i suoi due figli l’ambiente ideale per affermare la propria personalità.
E mentre iniziano le visite dei possibili acquirenti che passano in rassegna tutte le stanze, nello studio della villa, unica stanza non visitabile, si susseguono una serie di incontri tra i singoli componenti della famiglia ed il grande scrittore. Durante questi incontri, ognuno gli manifesterà non solo la irreversibile decisione di vendere, ma anche tutta una serie di piccoli e grandi rancori troppo a lungo sopiti. Valerio, incredulo, tenterà invano di difendersi da chiunque varchi la porta di quel polveroso studio, che neanche la vecchia e fedele governante Bettina (una straordinaria Marina Confalone) riesce a pulire come si converrebbe. Ma quei dialoghi assomigliano tutti a dei monologhi, sfoghi individuali da cui lo scrittore ne esce quasi sempre sconfitto e con la amara consapevolezza di non conoscere affatto i propri cari.
Durante la proiezione, salta subito all’occhio dello spettatore che sullo schermo si stia assistendo ad una pièce teatrale la cui storia ha qualche elemento di similitudine con la famiglia del regista. Tratto da un testo di Maurizio De Giovanni di cui Gassman ne ha già curato la regia teatrale, Il silenzio grande è un film ricco di sentimenti e piacevolmente profondo, in cui il silenzio, patito ed inflitto, genera disagio nello spettatore. Notevole l’interpretazione di tutto il cast, attori giovani compresi, così come appare molto curata l’ambientazione, anche se la vera protagonista è la fotografia, a volta seppiata a volte a colori, che ci racconta “il silenzio”, e non solo, sino al finale della storia.
E così tra confronti, silenzi, luci ed ombre, vengono a galla conflitti, rivendicazioni, e tante paure sino ad allora inconfessate: tutte manifestazioni spontanee verso colui che sembra essere “il grande assente” nelle relazioni della famiglia Primic, quel capofamiglia che ha fatto del silenzio la sua malattia senza neanche accorgersene.
data di pubblicazione:23/09/2021
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da Rossano Giuppa | Set 20, 2021
(Teatro India – Roma, 9/23 settembre 2021)
La compagnia Motus debutta al teatro India di Roma con lo spettacolo Tutto Brucia, una riscrittura delle Troiane di Euripide, attraverso le parole di J. P. Sartre, Judith Butler, Ernesto De Martino, Edoardo Viveiros de Castro, NoViolet Bulawayo, Donna Haraway, in scena dal 9 al 23 settembre. Una spiaggia coperta da cenere è quanto resta di Troia. Le fiamme hanno già distrutto la città e le principesse superstiti al massacro aspettano le navi dei conquistatori che le porteranno in Grecia. Restano il canto di un coro essenziale e disperato, i latrati della madre Ecuba, i movimenti disturbati e spezzati di Cassandra.
Enrico Casagrande e Daniela Nicolò mettono in scena un percorso di ricerca composito e sovrapposto che partendo dai tragici destini delle donne troiane di Euripide, andrà a denunciare le storie e i tormenti delle schiave di oggi. Tutto si è compiuto e le protagoniste della tragedia greca nella dimensione dei vinti di Euripide, sono oramai oltre il dramma, in un momento successivo rispetto a quanto accaduto, dopo la fine di una guerra, dopo la distruzione di un mondo, dopo un disastro umano e ambientale che tanto evoca situazioni tristemente attuali. Tre protagoniste in scena che seguono la successione degli eventi, tra voci, gestualità e note strazianti. Così si presenta la scena in una visualità essenziale fatta di ombre che incombono tra frammenti di luce, mentre tutto è cosparso di cenere, essenza di un mondo che non c’è più. In relazione esasperata e viva con quella cenere le presenze spettrali di Silvia Calderoni e di Stefania Tansini che si alternano nei ruoli delle Troiane, straordinarie nel dar vita a personaggi e vicende della tragedia coniugando la prima la propria potenza espressiva con una variegata padronanza della voce nel racconto del dolore; la seconda, attraverso differenti e drammatiche azioni danzate che danno forma alla sofferenza interiore conseguente alla perdita di tutto. L’amara constatazione dell’incapacità di sovvertire un destino amaro e crudo è inoltre raccontata dal coro ovvero dal canto in inglese di R.Y.F. (Francesca Morello) drammaticamente essenziale e dirompente. Chitarra e voce danno una profondità epica al lamento della perdita e al desiderio di riscatto dalla disgrazia dei vinti, dall’ingiustizia degli dei e dalla disumanità dei vincitori che saranno condannati a una punizione divina.
Ecco la tragedia contemporanea di Motus che rivivendo la scrittura di Euripide racconta di nuove guerre e di nuove schiavitù, di nuove distruzioni e disastri ambientali legati a contesti attuali e futuri secondo una partitura fatta di frammenti del dramma. Ci troviamo in un campo di tende dove le prigioniere aspettano di essere fatte schiave. La Regina Ecuba latra e scompone e ricompone il corpo delle figlie trucidate mentre echeggiano le parole profetiche di Cassandra ed il grido agghiacciante di Polissena. Si susseguono così l’intervento dei morti richiesto da Andromaca, la tragedia interiore di Elena, il corpo senza vita del piccolo Astianatte, ucciso per paura della vendetta. Ecco le vittime della guerra, i soggetti vulnerabili in uno scenario in cui tutto è bruciato.
Un racconto epico quello messo in scena dai Motus che sapientemente legano il testo classico al teatro di performance per rendere ancor più concreto e attuale il dramma vissuto da figure femminili forti e resilienti, pronte ad affrontare un nuovo destino ridotte in schiavitù ma non cancellate, con una identità da difendere e preservare.
Un teatro politico che vuole raccontare un altro tipo di guerra, quello che il mondo occidentale conduce agli altri, ai migranti in mare, nei deserti, tra le montagne, auspicando che il canto disperato delle donne troiane si trasformi in un’invocazione, nella speranza che quella cenere e quella sofferenza non siano solo una denuncia, ma anche una catarsi verso un mondo migliore.
data di pubblicazione:20/09/2021
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da Antonio Jacolina | Set 19, 2021
Il secondo caso del Commissario Dupin!
Tranquillo, elegante, silenzioso come una collaudata “tedesca” BMW, il tedesco Jorg Bong, in arte Jean-Luc Bannalec, finto francese, prosegue le sue storie ambientate nella francesissima Bretagna. Un po’ di suspense, personaggi garbati ed accattivanti, microcosmo umano ed ambientale locale descritto a meraviglia, una trama composita e ben articolata, varie false piste, uno stile elegante, un ritmo narrativo pacato, un’inchiesta sempre più palesemente alla maniera di Maigret. Ingredienti tutti quasi normali ed essenziali per un giallo, eppure così ben amalgamati che producono anche questa volta un piccolo buon noir, molto classico, semplice “alla vecchia maniera” ma proprio per questo interessante ed intrigante. Poca violenza, poca azione ma molto intuito e molto lavoro di indagine. Un romanzo breve, rassicurante, coinvolgente, piacevole a leggersi fino alla fine, non ci si annoia un secondo nell’avanzare verso la conclusione con una tensione che regge fino alle ultime pagine senza mai ricorrere ad artifici.
Il nostro Commissario (parigino confinato in Bretagna ormai da oltre tre anni) questa volta è nelle isole Glénan al largo della costa Bretone. Tre cadaveri lasciati sulle spiagge dalla marea … Un naufragio? Non sarà affatto come può sembrare a prima vista! Famose nel mondo per la scuola di vela, le Glénan sono al centro di questa seconda indagine, isolate, aspre e selvagge sono l’ambiente ideale per morti misteriose. Sempre caratterizzato dalla stretta connessione con la realtà della splendida Bretagna, l’autore sviluppa e migliora ulteriormente il suo stile, le sue storie ed i suoi personaggi. La narrazione si fa infatti più ricca rispetto al romanzo d’esordio, i protagonisti ed i contesti sono ben delineati, reali e coerenti, l’intrigo narrativo è ben sviluppato. Il Commissario Dupin viene caratterizzato ancor di più e meglio, se ne delinea la figura, la psicologia, le piccole manie (le antipatie, le simpatie, l’uso smodato dei caffè, l’amore per il buon mangiare…) e tutto il suo atteggiamento complessivo di “parigino in esilio” che pian piano lo rende più simpatico anche se è un uomo poco comunicativo e scontroso. Come impedirsi di pensare ad un omaggio voluto e ricercato a … Maigret ed a Simenon??
Come detto siamo infatti molto lontani dai polizieschi e dai thriller cupi e machiavellici. Scientemente l’autore ripropone atmosfere e situazioni tipiche proprio dei gialli classici centrati tutti sulle capacità investigative e ne fa una sua personale e riuscita cifra stilistica.
Risacca Bretone è un piccolo polar, ma è ben confezionato, credibile ed efficace. Bannalec si conferma anche in questa “opera seconda” come autore di polizieschi semplici e senza asperità che però coinvolgono piacevolmente il lettore e gli fanno scordare per un po’ le difficoltà di questi nostri tempi. Vedremo come evolverà nell’ultimo libro della trilogia.
data di pubblicazione:19/09/2021
da Giovanni M. Ripoli | Set 19, 2021
Nell’anno 10mila e qualcosa, il duca Leto Atreides riceve dall’imperatore l’incarico di governare un pianeta difficile ma strategicamente fondamentale per l’Imperium ( fornisce, infatti, una spezia/droga vitale per la sopravvivenza e per tante altre cose…) Leto, casca coscientemente nel “trappolone” e si reca nell’inquietante e poco accogliente pianeta con compagna e figlio Paul, speranzoso di trovare negli abitanti, alleati alla sua causa. Ma nel sottosuolo ci sono i “vermoni” e tutto si complica.
Ci sono diversi modi di approcciare la fantascienza, in generale, e un film, come, il Dune di Villeneuve, in particolare. In modo dissacrante (possibile che nell’anno 10mila non abbiano i cellulari e si vestano come nel Medioevo?) o più convenzionale (nel robusto libro di Frank Herbert c’è tutto: un cupo futuro, l’imperialismo, l’ecologia, il buddismo zen, figure messianiche).
Se nell’introdurre la trama ho ironizzato, questo non significa che la pellicola sia di bassa lega, ha, invece, una sua valenza, non tanto nella narrazione degli eventi che il bravo Villeneuve ha, fortunatamente, semplificato, quanto nel come il regista abbia saputo organizzare (con dollari e tecnologia) e rendere visivamente accattivante le “solite” guerre stellari. Villeneuve ha già dato prova di conoscere il mestiere: Arrival e Blade Runner 2049, sono frecce importanti al suo arco e ne hanno fatto uno dei migliori registi di fantascienza fra i contemporanei. Quest’ultimo, Dune, preceduto 40 anni prima dal confuso film di David Lynch zeppo di“vermoni” e Risiko e dal tentativo abortito di Jodorowski (visibile nel documentario di Frank Pavich del 2013), ha ben altro spessore e rappresenta il primo capitolo di una saga che nelle mani di Villeneuve è “tanta roba”, per dirla coi “giovani”. In dettaglio, gli elementi che rendono la pellicola non marginale sono parecchi: attori del calibro di Timothèe Chalamet, Zendaya, Oscar Isac, Josh Brolin, Javier Bardem , Rebecca Ferguson che sanno il fatto loro e rendono credibili i loro rispettivi personaggi senza strafare. Gli effetti speciali? Per fortuna niente a che vedere con gli esasperati modelli Marvel: nello specifico, sono credibili e non posticci (tranne forse gli ornitotteri Atreides) e persino dei “vermoni” se ne fa un uso discreto. Non mancano poi scenografie e costumi fascinosi, una fotografia eccellente (Greig Fraser), musiche calzanti e poderose (Hans Zimmer) e tanti riferimenti a realtà più attuali che lascio all’intuito e alle diverse sensibilità degli spettatori, aspettando, naturalmente, il secondo capitolo!
data di pubblicazione:19/09/2021
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da Giovanni M. Ripoli | Set 18, 2021
Nella polimorfica bibliografia dei libri sugli ultrà si inserisce un volume che ha aspirazioni di completezza e di attualità. Perché, partendo dalle scaturigini (il fenomeno hooligan, il delitto Paparelli) allarga il cerchio fino alla trasformazione del ruolo del tifoso estremo in capo a due anni di pandemia. Gli ultrà, esclusi per lungo tempo dagli stadi, si sono riversati nelle piazze, strumentalizzati e/o strumentalizzando il progetto di sovversione anti-Stato su sponde di estrema destra. Figure come quelle di Roberto Fiore o Giuliano Castellino sono emblematiche a riguardo. Ma il personaggio più citato del congruo volume di oltre 300 pagine è Diabolik Piscitelli, l’ultrà laziale, vittima di un killer, nel momento più alto di una intensa carriera criminale, quando ambiva a diventare uno dei ras mafiosi della capitale. Sulla sua uccisione gli inquirenti sono arrivati alla convinzione che sia difficile rintracciare il mandante mentre per quanto riguarda l’esecutore dovrebbe trattarsi di un albanese a sua volta perito in patria nel corso di un regolamento di conti.
Il libro contiene due interessanti e uniche appendici. Una silloge di tutti i film e le opere teatrali in cui si parla di ultrà e un elenco aggiornato di vittime del tifo, per casualità, violenze e, spesso, futili motivi.
Curioso rintracciare nel libro anche ultrà progressisti che si sono battuti per un ritorno in sicurezza nel calcio o che, nella lunga crisi del Covid, si sono prodigati alla ricerca di beneficenza. Da ricordare anche gli ultrà del Cosenza che continuano a onorare la memoria del “calciatore suicidato” Bergamini, all’inesausta ricerca di verità.
Il testo è un saggio ma si legge come completo romanzo criminale. Sotto la demagogia del tifo, si celano crimini (soprattutto spaccio di droga, vedi Diabolik) e ideologie pericolosamente sovversive, con una chiara accentuazione verso la riesumazione del fascismo se non addirittura del nazismo.
La definizione dell’identikit dell’ultrà è il progetto più ambizioso del volume.
Data di pubblicazione: 18/09/2021
da Antonio Jacolina | Set 13, 2021
A dir la verità i primi tre romanzi sulle inchieste del Commissario Dupin erano già usciti in Italia per i tipi della Piemme rispettivamente nel 2013, 2014 e 2015, ma erano passati quasi inosservati ai più! Ora, sull’onda delle oltre due milioni di copie vendute, del grande successo e di una vera e propria “Dupinmania” che si è diffusa in tutto il Nord Europa ed in Francia e, non ultimo, della popolarità anche della serie tv, la casa editrice ISBN sta tentando un rilancio in Italia riproponendo le inchieste di Dupin con titoli nuovi e ben più mirati. Ecco quindi in libreria Intrigo Bretone, romanzo d’esordio e primo dei tre finora tradotti e pubblicati.
L’autore Jean Luc Bannalec in realtà è lo pseudonimo di uno scrittore tedesco: Jorg Bong che ha trovato la sua seconda patria ed il successo letterario nella francese Bretagna ove sono ambientate le indagini del suo personaggio. Dupin è un quarantenne, scapolo, parigino autentico, ma da oltre tre anni è “confinato” a Concarneau in Bretagna per aver risposto male, quando operava a Parigi, proprio al Sindaco di Parigi divenuto poi Presidente della Repubblica. Il personaggio si sta appena delineando, ma si vede già che è una persona normale, un individualista un po’ burbero, con i tratti fisici e comportamentali un po’ come … Maigret! e … come lui ha i suoi tic, vuole i suoi spazi, i suoi tempi, i suoi caffè, è un bon vivant e non si fa calpestare i piedi da nessuno. Vedremo se, col tempo, avrà anche la vitalità, l’umanità e lo humour del modello di riferimento.
Anche il libro ha lo charme desueto di un poliziesco di papà, sembra infatti proprio un buon vecchio e normale giallo, un Maigret (uno dei tanti), un polar che si basa sul ragionamento, sui metodi investigativi piuttosto che sull’azione o sull’intreccio. Un romanzo piacevole a leggere, dalla fattura classica e con un suo fascino discreto ove l’intrigo è tutt’altro che arzigogolato. Di certo non un thriller palpitante ma piuttosto una buona inchiesta, alla vecchia maniera, alla Simenon, ove la suspense non è di certo elevata e l’interesse vero è tutto sui fatti, sulle indagini e poi sui luoghi ed il paesaggio. Sulla splendida Bretagna e le sue città d’arte, il suo mare, le sue atmosfere e tradizioni. Intrigo Bretone si svolge infatti fra Concarneau e Pont-Aven, paese questo famoso per aver ospitato nell’800, Gauguin ed una comunità variegata di pittori attratti tutti dai suoi colori, dalla presenza dell’acqua dei fiumi e dell’oceano. Una sorta di eredità culturale che continua a caratterizzare la zona e che, in modo sorprendente, sarà al centro della vicenda narrata.
Di romanzi basati sulle indagini di un Commissario con sequel che, senza incidere sulla comprensione delle storie, delineano un personaggio e creano l’affezione dei lettori, ce ne sono tanti. Negli scrittori più dotati il “caso criminale” procede alla pari con le descrizioni della vita quotidiana del protagonista, dei chiaroscuri della sua personalità, delle relazioni amorose, addirittura dei gusti gastronomici: il Calvados di Maigret, le ricette di Pepe Carvalho… Ma, soprattutto ci sono poi i luoghi, presentati spesso con tale dovizia di particolari e ricchezza di atmosfere da divenire a loro volta protagonisti. E’ il caso della Bretagna di Bannalec che lascia nei lettori il grande desiderio di partire per andare a vedere i posti descritti.
Forse qualche cliché di troppo, ma peccati veniali per un romanzo d’esordio che resta comunque un bel piccolo polar, ben scritto ed accattivante, dal ritmo pacato e privo di lungaggini. Vedremo come evolveranno i successivi casi del Commissario Dupin.
data di pubblicazione:13/09/2021
da Daniele Poto | Set 12, 2021
Il grande irregolare della politica e della letteratura russa. Stagionato intellettuale buono per tutte le stagioni e le polemiche. Inclassificabile. Di destra, di sinistra, terrorista, anarchico? Limonov è una singolare figura di intellettuale devota a Pasolini che descrive vicende di cappa e…kalashnikov. Pornografo incallito, insieme eterosessuale e omosessuale, rotto a tutte le esperienze ovvero la vita che sopravanza la fiction e va ben oltre. Non a caso Carrère si è ispirato alla sua biografia condendola con una ricca intervista per il proprio libro di maggior successo. In questo testo Limonov si esprime con assoluta libertà, evidenziando una personalità a tratti schizoidi. Non è un romanzo, non è un resoconto coerente di un’intera esistenza ma una serie di ininterrotti, abbaglianti flash che squassano la quotidianità e la normalità restituendoci il quadro di una personale inquietante, debordante ma insieme affascinante. Uomo degli eccessi, vissuto miseramente negli Stati Uniti, fondatore di un partito politico, perseguitato. Un po’ comunista, un po’ zarista, un po’ putiniano e un po’ no. Non si sa come prenderlo e definirlo se non accettando i suoi estremismi, cercando di decifrare una vita esagerata. Limonov è presente in tutti i luoghi di conflitto e di discussione con il piglio (e l’ego) del polemista fuori misura. Pensatore ed intellettuale extralarge non redimibile all’ortodossia. In Serbia, in Moldavia, in Russia ha sempre cercato di far germogliare il seme del dubbio e della rivolta, geopoliticamente con scarsi risultati anche se spesso ha raccolto il consenso delle giovani generazioni, inquiete e violente. Ha vissuto la gavetta, il marcio, la povertà, attraversando un bel pezzo di novecento. Il diario è un esercizio ben oltre i limiti del pudore, un tentativo onesto di raccontarsi attraversando l’indicibile. L’auto-definizione di fallito può essere considerata un artificio letterario considerando la grande stima che l’autore nutre per se stesso. Alimentando un mito che si proietterà ben oltre la sua morte.
data di pubblicazione:12/09/2021
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