da Antonio Jacolina | Ott 19, 2022
(Festa del Cinema di Roma, 13/23 Ottobre 2022)
Tom (Edoardo Leo) laureato in lingue romanze, alleva vongole, deve avere il nulla osta della psicologa Lea (Miriam Leone) per riavere la patente … nel frattempo attorno a loro dilaga il Caos, sta per scoppiare la guerra con la Spagna e c’è di mezzo anche la Francia …
Che dire dei ben 130 minuti di questo coraggioso tentativo di fare un Action Movie all’Italiana visto alcuni giorni fa alla Festa? Si possono fare recensioni di pancia, tecniche o miste escludendo ovviamente quelle fatte per mera piaggeria o cortigianeria, quindi, a quale tipo di recensione ricorrere?
Potremmo allungare il brodo ed infilarci che il regista nell’intenzione di rappresentare il caos della nostra Società, aggiunge la guerra, le minacce che incombono, il crescente degrado di convivenza civile, il crollo dei valori, gli istinti peggiori che trovano spazio nei momenti bui, i frustrati e repressi che aspettano di rivalersi …
Ma che dire veramente del film? Essere indulgenti e girarci attorno? Infierire? Forse provare a capire perché “… i set sono pieni, ma le sale restano vuote…”.
L’idea fantapolitica è originale, coraggiosa ed attraente e sembrava promettere bene, guardando poi anche il ricco e qualificato cast gli spunti e sviluppi potevano essere tanti. Peccato! Veramente peccato! Purtroppo una volta partiti occorre poi riuscire a saper essere all’altezza delle tante e belle aspettative generate.
Il film che ne è risultato è un film con diverse imperfezioni, anzi, con più difetti che pregi!
La sceneggiatura in particolar modo è carente: dopo la bella intuizione avuta non riesce infatti a dare contenuti all’evoluzione narrativa che abbiano sostanza, spessore e che reggano alla distanza. Ne consegue che la narrazione filmica si spezzetta, quasi da subito, in un insieme di accenni, in tanti, troppi, temi e spunti messi non sempre a fuoco. Le scene così si accumulano senza essere completate e spesso sono inutili, superflue, disturbanti e poco legate con la stessa vicenda pur nei sui tanti piani di lettura intenzionali o sottintesi che siano. Il film è troppo lungo, gira a vuoto e le troppe ripetizioni lo appesantiscono impedendogli di prendere il volo e trovare la sua connotazione. Anche i bei momenti di cinema, che pur ci sono, vengono così opacizzati.
Implausibili e poco definiti sono poi pure i personaggi, troppi i personaggi che si accavallano. Gli effetti di questa carenza di scrittura e di guida ed indirizzo ricade poi sugli attori chiamati ad impersonarli. Peccato per Edoardo Leo, per Miriam Leone, per Giuseppe Battiston che ha veramente un bel ruolo (uno dei migliori) e per Stefano Fresi che invece è sacrificato in un personaggio non sviluppato a dovere.
data di pubblicazione:19/10/2022
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da Antonio Jacolina | Ott 19, 2022
(Festa del Cinema di Roma, 13/23 Ottobre 2022)
Raymond (Ewan McGregor) e Ray (Ethan Hawke) sono due fratellastri, dopo essere cresciuti insieme, si sono allontanati, ma si rincontrano per raggiungere la città ove si terranno le esequie del padre violento e dispotico. Lo strambo funerale sarà l’occasione per scavare nel passato fra rabbia e dolore, ironia e follia …
Il bello ed il brutto dei Festival è che nella stessa giornata si può passare, senza soluzione di continuità, da un film più che pregevole come L’Envol ad uno solo discreto come il nuovo film scritto e diretto dal Rodrigo Garcia (figlio di Gabriel Garcia Marquez). Garcia è un attivo sceneggiatore, direttore della fotografia, regista televisivo e cinematografico apprezzato fin da quando a Cannes 2000 fu premiato per la sua Opera Prima: Le Cose che so di Lei.
Raymond & Ray è un viaggio fisico ed emotivo centrato sul passato e sul presente. Un film che resta sospeso fra il Road Movie, il Buddy Movie ed il dramma dolce amaro. Poteva essere peggio! Visto il tema poteva risultare un melodramma moraleggiante con invito al perdono ed alla riconciliazione davanti alla morte del padre anche se costui era stato dispotico, violento ed egocentrico. E’ invece un film sulle umane imperfezioni, paure ed errori cui un abile e sapiente ricorso ad una quota di umorismo e follia consente di scavare nel profondo dei protagonisti senza mai scivolare nel dramma. Semmai, c’è un giusto e sano tocco di realismo che restituisce le atmosfere autentiche del vivere quotidiano che sono fatte proprio di un incerto mix di opposte situazioni ed emozioni.
Il regista è bravo a liberarsi della tentazione e del rischio del mélo ricorrendo ad una direzione con mano leggera, ad un ritmo molto serrato e ad un susseguirsi di situazioni che evolvono velocemente e in modo naturale. Lo sostiene un’ottima sceneggiatura che rende gestibile e coerente l’alternarsi ed incrociarsi di momenti seri e momenti ironici o addirittura ilari che alleggeriscono per l’appunto il tema della pellicola. Al centro del film, anzi, il film è tutto nell’ottima performance e nella sintonia scenica dell’inedita coppia dei due protagonisti. Due grossi calibri del cinema che dialogano, duettano fra loro facendo scintille grazie a dialoghi precisi, veri, arguti e pungenti, finemente cesellati proprio sui personaggi. Una coppia di opposti che funziona benissimo in un alternarsi e succedersi di dolore, follia, assurdità, ironia e catarsi. Quando invece la vicenda si allarga oltre la coppia, il film, pur essendo bravi anche i secondi ruoli, sembra perdere vivacità, mordente e qualità e divenire, quasi ovvio e scontato.
Raymond & Ray di certo non aggiunge nulla di nuovo al Cinema,è solo un film discreto e nulla di più. Un film che si può vedere con piacere, gustarlo ed apprezzare l’interpretazione dei due attori che sanno dare vera profondità e sfumature umane ai loro rispettivi personaggi.
data di pubblicazione:19/10/2022
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da Rossano Giuppa | Ott 19, 2022
(ALICE NELLA CITTA’ – Roma 13/23 ottobre 2022)
Nella Sicilia degli anni sessanta, Lia Crimi ha ventun anni e il sogno di poter vestire i panni della Madonna nella rappresentazione natalizia della chiesa del paese. Ma il prete, come un po’ tutto il paese stesso, fa resistenza a questa ragazza che ama lavorare i campi col padre e ha una simpatia per Lorenzo Musicò, figlio del boss locale. Ma quell’affetto adolescenziale si trasforma presto in un netto distacco quando comprende la volontà del ragazzo di trasformarla in un oggetto di sua proprietà. Rapita e posseduta con violenza, lo denuncia. Inizia così un calvario che la condurrà in tribunale a sfidare leggi e logiche medioevali che tutelano la figura del maschio aggressore e dominatore riducendo la donna a un corpo violabile.
È stato presentato il 18 ottobre in prima assoluta ad Alice nella città il film Primadonna, diretto da Marta Savina, scrittrice-regista siciliana, diplomata alla scuola di cinema della UCLA di Los Angeles ed al suo primo lungometraggio, che ama raccontare storie ricche di sfumature spesso ispirate a questioni contemporanee.
Il film ambientato in Sicilia è il ritratto dinamico ed intraprendente di una giovane donna (la bravissima Claudia Gusmano). Lia va a lavorare la terra con il padre, anche se in quanto femmina dovrebbe occuparsi delle faccende domestiche come la madre, Lia è bella, caparbia e riservata, indipendente. Il suo sguardo fiero e sfuggente ha da sempre attirato le attenzioni del giovane figlio del boss del paese. E lei lo rifiuta due volte, una prima quando viene presa con forza, come un oggetto di sua proprietà ed una seconda quando ha il coraggio di rifiutare il matrimonio riparatore che avrebbe garantito a lei ed alla sua famiglia un ruolo ed una agiatezza nel piccolo contesto che la circonda, riuscendo persino a far condannare Lorenzo e i suoi complici.
Colpita nel corpo e nella sua libertà, reagisce alla più terribile delle violenze con un atto di ribellione che scardinerà le consuetudini sociali della sua epoca. In un mondo in cui regna la legge del più forte, la mafia è radicata e accettata come parte naturale della vita, i potenti decidono e i più deboli eseguono, il suo coraggio spalancherà la strada alla lotta per i diritti delle donne.
È un film che racconta una storia di coraggio al femminile e di sfida alla mafia, rompendo gli schemi sociali dell’epoca. Bellissime le immagini e l’aura di luce della protagonista, una madonna femminista rivoluzionaria, delicata e decisa a rivendicare quel ruolo per sé, i suoi familiari, per l’amico avvocato anch’esso emarginato per non essersi sposato ma che la difenderà con successo, per la sua amica prostituta, minacciata di morte per essersi esposta in suo favore. Una storia che certamente incontrerà i favori del pubblico.
data di pubblicazione:19/10/2022
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da Antonio Iraci | Ott 18, 2022
(Festa del Cinema di Roma, 13/23 Ottobre 2022)
Ramona, oramai trentenne, scodinzola per le strade di Madrid con la speranza di trovare la strada giusta per il suo futuro. Molte idee confuse per la testa: attrice o madre di molti bambini? Nico, il cuoco con il quale ha già una relazione, o Bruno, che si rivela essere il regista di un film per il quale si era presentata? Un colpo al cerchio e uno alla botte per cercare di quadrare ogni cosa al posto giusto. Impresa non facile però visto che lei ancora non sa da che parte stare…
Film d’esordio per la regista spagnola Andrea Bagney che con Ramona porta sul grande schermo una messinscena tutta spagnola e ambientata ai giorni nostri. Sicuramente emerge l’intenzione di ispirarsi a quelle commedie americane di un tempo dove con un certo sarcasmo, tra una battuta e l’altra, si lasciava allo spettatore una piacevole sensazione di appagamento. Tra le righe un omaggio a Woody Allen quando Ramona, durate un provino per la partecipazione al cast di un film, recita con grande bravura ed espressività un monologo da Io e Annie, non meno brava in questo dI Diane Keaton. Ci sono delle aspirazioni nella sua vita, ma spesso contraddittorie per cui non è facile per lei fare la scelta giusta e capire esattamente cosa sia più opportuno fare. E’ innamorata del suo fidanzato ma incomincia ad esserlo anche del regista che, sin dal primo incontro casuale in un bar, palesa senza tanti giri di parole il suo amore. Il film è diviso in capitoli, la narrazione è fatta di dialoghi serrati e vivaci dove la protagonista (Lourdes Hernandez) prende sulla scena i colori sgargianti e sopra le righe di un Almodòvar degli esordi, mentre fuori dal set il film si svolge in un elegante bianco e nero, un escamotage della regista per evidenziare il contrasto tra la pura fantasia e la vita reale. Accanto alla divertente interpretazione dell’attrice abbiamo quella molto convincente di Bruno Lastra, nella parte appunto del regista Bruno, attore spagnolo che si è distinto soprattutto a teatro in importanti produzioni a Londra, dove abitualmente risiede. Film leggero e divertente che ci catapulta nel mondo della Spagna di oggi, piena di incertezze e di tanti interrogativi sulla vita di oggi e peggio ancora su quella che ci si aspetta domani. In sottofondo la prorompente musica di Tchaikovsky e il quinto concerto per piano di Beethoven, e se ci si chiede il perché di questo strano accostamento: beh, non è dato sapere…
data di pubblicazione:18/10/2022
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da Antonio Jacolina | Ott 18, 2022
(Festa del Cinema di Roma, 13/23 Ottobre 2022)
1918, Francia rurale del Nord. Segnato dagli orrori della Guerra, Raphael (Raphael Thierry) ritorna al paese, un ambiente gretto ed ostile, trova la moglie morta e la piccola Juliette allevata dalla proprietaria della fattoria (Noémie Lvovsky). Un racconto che dura due decenni accompagnando l’infanzia e l’adolescenza della giovane Juliette (Juliette Jouan) fino a quando …
Pietro Marcello è pittore, scrittore, documentarista e regista. Dopo il successo di Martin Eden (2019) questo suo terzo lungometraggio è stato presentato con successo alla Quinzane des Réalisateurs a Cannes ’22. Un film francese diretto da un regista italiano!! Già questo la dice lunga!
Di nuovo lo spunto è un’ispirazione letteraria: un libero adattamento de Le Vele Scarlatte scritto nel 1923 dallo scrittore russo Aleksandr Grin.
Diciamolo subito! Un film controcorrente per modi, stile, eleganza, charme e modernità di linguaggio. Un film delicato, poetico, dolce e magico, diretto per di più con un tocco eccezionale, con capacità autoriale e scrittura originale. Un film piccolo e compatto che brilla di bellezza e lirismo e dalla narrazione dolce e piacevole. Un ottimo film da non perdere!
Come suo solito il regista con il suo stile narrativo sensibile ai dettagli, ondeggia a tratti fra il documentario e la fiction alternando e fondendo però con maestria le immagini, dandoci così l’illusione di continuità in una realtà idilliaca. Lo supporta una fotografia magnifica che esalta i paesaggi da sogno dando loro toni di luce caldi e morbidi. Marcello sa lavorare in modo singolare ai confini di più Generi, in equilibrio, sospeso fra il racconto, la favola e le suggestioni della Storia.
La Grande Storia vista in quella minuta, intima ed onirica dei suoi piccoli personaggi persi nella Francia profonda.
Tanto il padre Raphael è legato al legno ed alla terra, tanto la figlia Juliette è uno spirito d’aria e vola, vola via con i suoi canti e le sue parole. Canta il suo desiderio di libertà, sogna, come le ha predetto la maga del bosco, le vele scarlatte che un giorno verranno a portarla via nel mondo … Nell’attesa. Il Tempo è quasi fermo, sembra non scorrere in una realtà paesana immobile. Il regista osserva infatti la vita procedere immutata da sempre nel gretto ambiente rurale, un piccola ottusa società da cui non si può fuggire nemmeno andando a studiare in città perché le città ripropongono la stessa grettezza d’animo. Unica fuga restano l’immaginario, la fantasia, la poesia e la musica.
Il film è tutto qui, in questo disegno del reale e della poesia, incrociando l’uno con l’altra in un piccolo universo al cui centro sono la Natura e … le donne, la vera chiave verso il Futuro con la loro positività, sensibilità, forza e concretezza. Diversi i piani di lettura dell’opera: il peso del Tempo, l’ambiente cupo di un villaggio, le persone diffidenti ed ostili ed infine i sogni, rifugio di pace atemporale quasi sul filo del soprannaturale. Il ritmo del film scorre via scientemente senza scosse, aiutato da un ottimo montaggio e tenuto ben saldo dal regista. Il cast è formato dagli attori già citati e caratteristi tutti di gran talento. Raphael Thiéry dal volto rude, quasi una maschera scolpita nel legno è bravissimo e ricorda incredibilmente Michel Simon. Da segnalare poi sul finale anche il sempre fascinoso Louis Garrel.
Dopo aver visto un film come questo sarà difficile tornare alla sguaiatezza di certi nostri film! Non credete ai denigratori che vi diranno che si tratta di mera estetica senza sostanza e di vuota esaltazione romantica.
data di pubblicazione:18/10/2022
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da Rossano Giuppa | Ott 18, 2022
(ALICE NELLA CITTÁ – Roma 13/23 ottobre 2022)
Emma Marrone continua a sperimentare la strada della recitazione con il film Il ritorno in cui il regista Stefano Chiantini le affida la parte della protagonista, una madre, Teresa, che dopo dieci anni di carcere cerca di ridefinire il rapporto con il figlio e il marito. Un viaggio nei silenzi e nella vita lacerata di una donna alla ricerca di una seconda possibilità, che però dovrà trovare altrove.
Teresa vive una vita difficile dovendo provvedere al sostentamento del piccolo figlio in quanto il marito è un uomo poco affidabile che si caccia spesso nei guai, mentre lei fa di tutto per poter garantire la sopravvivenza a tutta la famiglia. La situazione diventa gravissima quando per colpa del marito qualcuno minaccia la vita del bambino e lei per proteggerlo, compie l’azione che cambierà per sempre la sua vita e quella di suo figlio. La logica conseguenza sono dieci anni di carcere e di lontananza dalla famiglia, ma quando Teresa uscirà, sperando di tornare alla sua vita, si accorgerà che ancora non ha finito di pagare il suo debito. Il reinserimento nel quotidiano non è per nulla semplice perché durante quei dieci anni passati in una cella molte cose sono cambiate fuori. Pietro, il marito, ha una sua vita e Antonio accoglie la madre come una sconosciuta che in più lo fa vergognare a causa del suo passato. Teresa lotta per riprendere il suo posto di madre e moglie, ma tutto è oramai irrimediabilmente spezzato.
Il ritorno è un film forte, immediato e pieno di schiaffi che si propone di raccontare uno spaccato di realtà disperata, a seguito di un gesto impulsivo che ha imputato alla protagonista una condanna senza speranza di redenzione.
Emma Marrone si cala con grande impegno nei panni di questa donna sconfitta più volte nella vita, sceglie di imbruttirsi e di irrigidirsi non dando per prima a se stessa una via di espiazione.
Teresa non va compresa, ma nemmeno giudicata, come la stessa protagonista ha voluto sottolineare nel corso dell’anteprima del film tenutasi ad Alice nella città il 17 ottobre scorso.
Una regia essenziale, incentrata totalmente sulla protagonista, sui suoi sguardi, sui respiri e sui silenzi. Emma riesce a reggere bene questa responsabilità e a dare forma e sostanza al dolore della donna; rimangono invece un po’ inespressi i contorni della vicenda e l’interazione con gli altri personaggi cosi come gli spunti di riflessione di tipo sociale e le difficoltà del reinserimento degli ex detenuti, temi sullo sfondo e mai in primo piano.
data di pubblicazione:18/10/2022
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da Antonio Jacolina | Ott 17, 2022
(Festa del Cinema di Roma, 13/23 Ottobre 2022)
Jack Foley (Russel Crowe) è un giocatore d’azzardo divenuto miliardario con i diritti di un software da lui inventato. Ad un punto cruciale della sua vita riunisce i più cari amici d’infanzia in una sua lussuosa villa per una partita di poker. La partita è un pretesto, il suo piano è portarli davanti alla verità delle loro vite ed al di là dei loro intimi segreti. Ci sono però alcuni imprevisti che sconvolgono il piano originario …
Immersi nell’oceano di apparenza, di superficialità e grossolanità che ci circonda e che manifestano i nostri cosiddetti modelli sociali, non riusciamo nemmeno ad immaginare che in altri contesti sociali, culturali e religiosi chi è stato baciato dalla Fortuna e dal Successo possa avere dei valori e dei sentimenti morali e spirituali e che li professi. Russel Crowe sembra proprio averli e crederci e non avere timore di parlarne nei suoi film.
Dopo i discreti apprezzamenti avuti nel 2014 con il suo esordio alla regia con The Water Diviner in cui toccava (in un mix di film di guerra e di commedia romantica) il tema del rispetto per il dolore e della memoria degli scomparsi, è stata presentata alla Festa la sua opera seconda. Poker Face ha avuto diverse traversie produttive e Russel Crowe ne ha scritto la sceneggiatura, lo ha diretto ed interpretato.
Diciamolo subito, non si tratta certo di un capolavoro, ma credo che ciò non fosse nemmeno nelle pretese di chi lo ha realizzato. È solo un discreto film commerciale, un più che discreto B Movie e nulla di più. Ma perché mai da Crowe dovevamo aspettarci per forza un capolavoro? e perché doverlo quindi criticare se non ce lo ha dato? Il suo film è un onesto prodotto, nulla di più, e ne ha tutte le caratteristiche nel bene e nel male, semmai unisce e mischia diversi generi e tipi: il thriller, lo psicologico, il film introspettivo, il film sul gioco, sull’amicizia o d’azione. Indubbiamente la somma di tante componenti narrative, accennate, iniziate e poi abbandonate può creare disorientamento e sembrare che siano fra loro del tutto scollegate. Lo spettatore non perde però totalmente il filo narrativo perché il vero ed unico legante sono Russel Crowe, la sua perplessità davanti alla presa di coscienza della propria umana fragilità ed il significativo quesito sul senso della propria vita e sul proprio lascito esistenziale. Questo è il tema del film.
Certamente i temi evocati non sono di poco conto e di sicuro sono ben superiori alle forze, alle capacità di scrittura ed a quanto il film possa mai riuscire a poter dare, ciò non di meno, sia pure a tratti, ci sono elementi interessanti e di qualità.
Un film dunque sicuramente non perfetto anzi con delle pecche, ma in cui traspaiono però le buone intenzioni, c’è cuore, c’è impegno, ci sono sprazzi di talento, intensità ed onestà. Di certo manca molto la continuità stilistica a causa dei tanti cambi di registro. Pur con questi difetti veniali ed ammissibili in quella che è solo una “seconda prova”, il racconto si segue, la messa in scena è buona, c’è sempre sufficiente tensione, il ritmo ha i suoi tempi ben scanditi e nulla sembra essere affidato al caso. Come dicevamo, il film è essenzialmente retto tutto dall’interpretazione costante e generosa di Russel Crowe che si conferma ancora come un attore dalla recitazione e dalla presenza scenica ammirevole, buono è poi, come sempre in queste produzioni, anche il resto del cast che fa da contorno.
Nell’insieme dei film visti fino ad oggi, anche un B Movie semplicemente discreto come Poker Face riesce a brillare nell’oscurità con solo pochissime altre stelle.
data di pubblicazione:17/10/2022
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da Antonio Iraci | Ott 17, 2022
(Festa del Cinema di Roma, 13/23 Ottobre 2022)
Elisabeth, già da alcuni anni in noviziato presso un convento dove all’età di dodici anni era stata rinchiusa per volere del padre, viene improvvisamente richiamata a casa per sostituire nel lavoro dei campi la sorella Innocente, venuta a mancare in circostanze poco chiare. Alle insistenti domande della ragazza sulla sua morte, ognuno cerca di eludere qualsiasi forma di risposta. La scoperta del diario di Innocente le consentirà di scoprire i segreti della sua vita e i pregiudizi di cui era rimasta vittima.
Carmen Jaquier, nata a Ginevra nel 1985, si è fatta conoscere dalla critica internazionale per aver fatto parte di un gruppo di dieci registi che hanno presentato al Festival di Locarno il film Heimatland, un lavoro collettivo che ha avuto grande risonanza per la tematica sociale affrontata. Foudre, presentato in prima mondiale al Festival di Toronto e ora alla Festa del Cinema, tradotto in italiano sarebbe il “fulmine” e per l’appunto è veramente qualcosa che folgora lo spettatore sin dalla prima scena e attanaglia l’attenzione per tutta la durata della proiezione. Una prova d’autore ben riuscita dove la regista riesce a realizzare un piccolo capolavoro intriso di grande sensibilità e di indiscussa abilità nel raccontare una storia che, sia pur ambientata nel passato in una ristretta comunità svizzera agli inizi del novecento, ci riporta inevitabilmente a fatti di cronaca dei giorni nostri. Una attenta riflessione sull’amore naturale e sulla sessualità senza discriminazioni di genere che trova ancora oggi la violenta e anacronistica avversione da parte della religione. Elisabeth (Lilith Grasmug) dalla pace del convento, nel quale era entrata perché costretta e dal quale viene strappata perché costretta, si trova ora catapultata in seno ad una famiglia nella quale è del tutto estranea, sottoposta a delle regole severe e dove non è lecito chiedere. Nessuno vuole dirle come e perché la sorella maggiore sia morta, c’è intorno alla sua figura una densa omertà. La scoperta casuale del suo diario le consentirà ci capire appieno come abbia saputo lottare per sperimentare la propria vita secondo ciò che lei stessa riteneva giusto per il suo mondo interiore. In un universo così chiuso, tra le valli svizzere, era naturale sottostare alle rigide dottrine della religione e qualsiasi forma di spontanea ribellione veniva subito considerata opera del demonio. Ecco che Elisabeth ora vuole ripercorrere le orme della sorella e inizia insieme a tre giovani del luogo, quella silenziosa rivoluzione che la porterà a scoprire le emozioni del proprio corpo e a condividere con i ragazzi le prime esperienze sessuali che assumono però un carattere quasi mistico a contatto con la natura. La fotografia, curata in maniera superlativa da Marine Atlan, ci riporta, nelle riprese degli interni, a un gioco di buio e di luce radente che illumina i volti con una incisività che è propria dell’arte caravaggesca. Film profondo, forte, emozionante che mette in luce il punto di osservazione di Carmen Jaquier, primo lungometraggio di una regista che sicuramente in futuro ci regalerà altre suggestioni, così come è avvenuto con questo film.
data di pubblicazione:17/10/2022
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da Daniele Poto | Ott 17, 2022
(Teatro Vascello – Roma, 11/16 ottobre 2022)
Il crudo naturalismo di Strindberg portato su una scena essenziale con sintesi bergmaniana per un vivo successo di pubblico fino all’ultima replica.
Ci vuole coraggio per approcciare un testo del 1888, proposto in Italia per la prima volta nel 1897, tra discussioni e polemiche. La disinvolta signorina Giulia creca un corto circuito di classe tra padrone e servi, tra la famiglia del conte e il proletariato. Il debutto è come il finale: contrassegnato da una scenografia opprimente. Un muro nero che occupa tutta la scena e da cui salgono e scendono i tre protagonisti. La vicenda è sfrondata di personaggi e situazioni, calata in un clima di ambigua e ammiccante sinteticità con speculazioni evocative. Con il linguaggio dell’ottocento che acquista una sua durezza con scoppi di turpiloquio e l’affabulare istintivo e ferino del servo. Vicenda che nell’originale termina con un suicidio e che qui invece veicola un finale aperto. I tre attori sono bravi ad acuire la tensione in un crescendo di dialoghi convulsi dove l’apparente normalità sembra garantirà dall’iper-religiosità della cuoca, sempre più scandalizzata dalle evoluzioni degli altri due protagonisti ma comunque partecipe del loro rapporto. Balletto dialettico a tre. Con il servo eccitato e una Giulia che vuole e non vuole, irretita ma anche provocatrice in un gioco a specchio in cui non si sa bene chi sia la vittima e chi il carnefice nella manifesta volontà di uscire dagli schermi. Il testo di Strindberg, rivoluzionario per l’epoca in realtà era destinato a stupire la classe media e fu il grimaldello per la fama del drammaturgo svedese che si affaccia sul crinale dei quaranta anni con questa proposta estremamente scandalizzante per l’epoca, comprensiva del fatto che la Signorina Giulia era interpretata da sua moglie. Si respirano temperature del nord, quelle non troppo dissimili dal norvegese Ibsen.
data di pubblicazione:17/10/2022
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da Giovanni M. Ripoli | Ott 16, 2022
(Festa del Cinema di Roma, 13/23 Ottobre 2022)
La diligenza da Ellsworth conduce il giovane idealista,William (Will) Andrews a Butcher’s Crossing, un raggruppamento di poche fatiscenti baracche, sede dell’ufficio del signor McDonald, il più importante commerciante di pelli di bisonte del Kansas. Spera di trovare un lavoro, fare esperienze e guadagnare. Sconsigliato dal vecchio e disincantato rivenditore si offre comunque di partire per un rischioso viaggio a caccia di bisonti insieme ad un’altra spedizione di un cacciatore veterano che dice di conoscere una valle segreta ricca di mandrie. Si troverà coinvolto in una corsa drammatica e sconvolgente che lo segnerà a vita.
Come ci insegnano i grandi critici francesi, in particolare Andrè Bazin, il western rappresenta da sempre la mitizzazione della cultura americana. Questa fascinazione ha prodotto negli anni (fin dal cinema muto) una miriade di pellicole con ambientazione nell’Ovest degli USA. Si può dire che gradualmente, la narrazione ha fatto ricorso alla leggenda prima (eroi buoni e indiani cattivi) , poi alla storia (il revisionismo che ha chiarito i rapporti di forze). Siamo passati, quindi, per sommi capi e onore di sintesi, da Ombre Rosse del mitico John Ford a Balla coi Lupi di Kevin Costner, ovvero da un meraviglioso cinema di intrattenimento ad uno più attento alla storia e critico sul passato. Con Butcher’s Crossing il western segna un altro punto a suo favore, inserendosi nel solco del “western letterario” pur sempre nella sfera del revisionismo che, nell’occasione, parla del tema della distruzione dei bisonti da parte “dell’uomo bianco”. Il film come il bel romanzo di John Williams (l’autore del super best seller, Stoner) è una storia dura, spietata e refrattaria ad ogni romanticismo sulla speranza di poter controllare la natura. Ci sono scene che restano impresse nello spettatore: cavalli assetati, carri che precipitano verso torrenti, bufere spaventose e soprattutto la violenza dell’uomo verso le migliaia di placide bestie, i bisonti, uccisi senza necessità particolari. Ma, anche nei momenti di quiete , quando i quattro protagonisti si ritrovano nel fuoco di bivacco o quando sognano dolcezze o incubi, non c’è tempo per sentimentalismi di sorta. Come in Revenant (2015) di Inarritu che valse l’oscar a Leonardo di Caprio, anche Butcher’s Crossing ha una trama semplice che non racconterò, ma ha nei personaggi, nella natura e nella morale i suoi punti di forza. La regia di Polsky che è anche sceneggiatore con Liam Satre- Meloy è sobria ed efficace e, nell’occasione, pur stravolti dal blizzard e coperti da barbe e pellicce gli attori ben figurano.
Persino il tanto criticato, Nicholas Cage ( lo spietato Miller) , al primo western della vita,dopo oltre 100 film non tutti indimenticabili, fornisce una prova credibile , al pari del giovane e promettente , Fred Hechinger (il tenero Will Andrews ) e del rude Jeremy Bobb (lo scuoiatore di pelli , l’unico con un po’ si sale in zucca). Alla fine, tocca dirlo, quelli che escono meglio sono i poveri bisonti, inermi di fronte allo sterminio che nel 1874 portò il loro numero a ridursi a soli 300 esemplari rispetto ai sei milioni che pascolavano nelle praterie. Oggi, ce lo ricordano i titoli di coda, grazie all’impegno delle popolazioni native (gli indiani per intenderci) i bisonti sono ritornati in gran numero e sono specie protette e patrimonio della Nazione. Della serie “non è mai troppo tardi!”
E così anche narrando una storia del 1874 un film riesce a dare un contributo di verità a eventi storici per troppo tempo ignorati o manipolati.
data di pubblicazione:16/10/2022
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